Nr. 477
Pubblicato il 25/06/2026
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I generi sessuali sono costruzioni culturali

PRO O CONTRO?

Il dibattito sui generi sessuali come costruzioni culturali si sviluppa almeno su quattro piani distinti ma strettamente connessi: il piano scientifico, che distingue tra sesso, genere e identità di genere; il piano filosofico, che si interroga su quanto le categorie di "uomo" e "donna" siano determinate dalla natura oppure costruite socialmente; il piano giuridico, chiamato a definire quali concetti utilizzare nelle leggi, nei servizi pubblici e nelle politiche; e il piano politico, nel quale il concetto di gender è diventato uno dei principali terreni di confronto nell'attuale fase di reazione contro l'espansione dei diritti civili.
Una prima difficoltà riguarda la terminologia. Una parte significativa della letteratura scientifica internazionale definisce il genere come l'insieme dei ruoli, delle norme, delle relazioni e delle aspettative socialmente costruite, mentre il sesso continua a indicare, almeno nell'ambito della medicina, dell'epidemiologia e della ricerca clinica, un insieme di caratteristiche biologiche che non devono essere confuse con il genere.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Il genere è soprattutto un ordine sociale, non un destino naturale

Ciò che una società chiama “maschile” e “femminile” varia nel tempo e produce potere, norme e aspettative.

02 - La dimensione sociale non esaurisce l'intera realtà

Salute, statistica, sport e tutela giuridica richiedono categorie materiali che non siano interamente culturali.

03 - La variabilità storica e geopolitica smentisce l’idea di categorie fisse

Dalla Oakley alla Butler, il filone costruttivista insiste: ciò che pare “naturale” è spesso istituzionalizzato e appreso.

04 - Il ritorno del sesso biologico nel diritto nasce da conflitti concreti

Sentenze britanniche e scozzesi mostrano che il nodo oggi riguarda spazi, dati, servizi e responsabilità pubbliche.

05 - Le offensive anti-gender confermano che il genere è un terreno politico

UE, ONU e ONG leggono molte offensive recenti come parte di una più ampia regressione sui diritti.

06 - Neanche le fonti più inclusive sostengono davvero il riduzionismo culturale

L’evidenza più solida suggerisce che sesso e genere interagiscano: ridurre tutto a cultura è una semplificazione.

 
01

Il genere è soprattutto un ordine sociale, non un destino naturale

PRO

Se per “genere” intendiamo l’insieme di ruoli, aspettative, gerarchie, stili di comportamento e modelli di riconoscimento associati a “uomini” e “donne”, allora siamo già nel campo delle costruzioni culturali. L’OMS definisce il genere come insieme di caratteristiche socialmente costruite e insiste sul fatto che vari da società a società e nel tempo. Il commento del National Institutes of Health (NIH) del 2023 parla del genere come variabile sociale e strutturale fatta di identità, norme, relazioni e potere; il report delle National Academies invita a distinguere queste misure da quelle del sesso per non confondere due costrutti diversi. In altre parole, la tesi favorevole non nasce da un rifiuto dei corpi, ma dall’idea che ciò che alle società interessa – e che poi distribuisce opportunità, reputazione, violenza, premi e sanzioni – non sia il corpo in sé, bensì il suo trattamento culturale. 
La tradizione costruttivista sostiene che “maschile” e “femminile” non descrivano soltanto differenze, ma le producano socialmente. Ann Oakley chiedeva già di separare sesso e genere per sottrarre i ruoli alla naturalizzazione. Judith Butler, mezzo secolo dopo, mostra come il “gender” venga usato tanto per disciplinare le vite quanto per alimentare paure politiche di segno autoritario. Nella sua lettura, il punto non è negare l’esistenza di corpi sessuati, ma rifiutare che da quei corpi discenda automaticamente un ordine normativo necessario: che tipo di abiti, lavori, cure, desideri, comportamenti o spazi siano ritenuti “appropriati” non è scritto nella biologia, ma stabilito da istituzioni, tradizioni, religioni, famiglie, sistemi educativi e diritto. Proprio per questo il genere cambia molto più rapidamente di quanto cambino i corpi: cambiano linguaggi, categorie legali, aspettative educative, mercati del lavoro, standard di rispettabilità. 
Il genere agisce come vera e propria struttura di accesso ai diritti. La Commissione europea, nella Gender Equality Strategy 2026-2030, tratta il genere come griglia trasversale per leggere lavoro, salute, istruzione, leadership e violenza. L’Independent Expert ONU Graeme Reid, nel giugno 2026, ha insistito sul fatto che i diritti di donne lesbiche, bisessuali e queer continuano a essere mediati da istituzioni patriarcali. L’organizzazione Transgender Europe (TGEU) osserva che nei sistemi europei l’ostilità verso le persone trans si accompagna spesso a una più ampia regressione democratica. Il genere, dunque, non è soltanto un fatto psicologico individuale, ma un’infrastruttura sociale che decide chi può apparire legittimo, sicuro, rispettabile e protetto. Se è così, dire che il genere è costruito culturalmente significa soprattutto dire che può essere trasformato politicamente. 
Il bersaglio di questo punto di vista non è il sesso biologico in quanto tale: è la pretesa che dalle differenze sessuali discendano ruoli sociali rigidi e gerarchici. La biologia spiega al massimo parte delle condizioni materiali, ma non spiega da sola perché certe società associno la cura alle donne, l’autorità agli uomini, la vulnerabilità a un corpo e la competizione a un altro, né perché cambino tanto nel tempo le stesse idee di maternità, virilità, pudore, decoro o devianza. Per i favorevoli, insomma, il punto decisivo è che il genere conta perché è una costruzione culturale efficace, cioè capace di organizzare la vita comune. E proprio perché costruito, può essere criticato e ridefinito. 

Nina Celli, 25 giugno 2026

 
02

La dimensione sociale non esaurisce l'intera realtà

CONTRO

La critica più solida alla tesi secondo cui i generi sessuali sarebbero esclusivamente costruzioni culturali non sostiene necessariamente che il genere sia privo di una forte dimensione sociale. Piuttosto, afferma che questa dimensione non esaurisce l'intera realtà. Le fonti scientifiche più autorevoli e basate sulle evidenze (evidence-based) distinguono infatti chiaramente tra sesso e genere, senza ridurre entrambi a semplici prodotti della cultura. L'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce il genere come un costrutto sociale, ma precisa nella stessa sede che il sesso consiste in un insieme di attributi biologici. Analogamente, il rapporto pubblicato dalle National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine nel 2022 raccomanda di rilevare separatamente il sesso assegnato alla nascita e l'identità di genere, proprio perché i due concetti non coincidono. Nella stessa direzione si colloca una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sugli esiti clinici, secondo la quale fattori biologici e fattori socioculturali concorrono entrambi a determinare gli esiti di salute. La posizione critica, dunque, non nega che il genere sia in larga misura una costruzione sociale, contesta piuttosto che questa spiegazione sia sufficiente a descrivere l'intera realtà della differenza sessuale.
Questo argomento assume particolare rilievo nell'ambito della medicina e della ricerca scientifica. Se la realtà sessuata fosse esclusivamente una costruzione culturale, risulterebbe difficile giustificare l'insistenza del National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti, dell'OMS e della letteratura metodologica internazionale sulla necessità di considerare le differenze di sesso nella diagnosi, nella progressione delle malattie, nella risposta ai trattamenti e nella progettazione degli studi clinici. Un commento pubblicato sulla rivista “Nature” nel 2024 mette in guardia proprio contro gli approcci unidimensionali, osservando che tanto l'abbandono dell'analisi delle differenze di sesso e di genere quanto la loro riduzione a uno schema esclusivamente ideologico rischiano di compromettere la qualità della ricerca scientifica. La realtà, dunque, è più complessa di quanto suggerisca una versione semplificata del costruttivismo: i ruoli sociali sono certamente il risultato di processi culturali, ma i corpi presentano differenze materiali che continuano ad avere rilievo in numerose politiche pubbliche. La formula secondo cui i generi sessuali sarebbero "solo costruzioni culturali" rischia di produrre l'effetto opposto a quello desiderato, perché finisce per confondere livelli di analisi differenti invece di distinguerli.
La critica si rafforza anche sul piano filosofico e politico. Nelle sue opere più note, Kathleen Stock sostiene che un linguaggio pubblico incapace di nominare esplicitamente il sesso biologico finisca per indebolire la possibilità stessa di discutere dati sanitari, vulnerabilità materiali e misure fondate sul sesso (sex-based). Si può non condividere la soluzione proposta dall'autrice, ma il problema che pone resta significativo: se ogni riferimento al sesso biologico viene ricondotto esclusivamente al genere o all'identità di genere, diventa più difficile stabilire quando siano necessarie categorie basate sulle caratteristiche corporee e quando, invece, debbano prevalere criteri di autoidentificazione o di tutela individuale. Anche la sentenza della Corte Suprema del Regno Unito del 16 aprile 2025, nel caso For Women Scotland, si colloca su questo stesso terreno. La Corte non mette in discussione le tutele riconosciute alle persone transgender, ma afferma che, ai fini dell'Equality Act 2010, alcune disposizioni perderebbero coerenza e diventerebbero difficilmente applicabili se il termine sex non mantenesse un significato riferito al sesso biologico.
Non si vuole affermare che tutto sia riconducibile alla biologia, ma che non tutto possa essere ricondotto alla cultura. Più precisamente, il genere, inteso come insieme di norme e ruoli sociali, è in larga misura una costruzione storica e culturale, ma non esiste indipendentemente dalla dimensione corporea. Esso interagisce con differenze materiali che la ricerca scientifica, la medicina e, almeno in parte, il diritto continuano a considerare rilevanti. La distinzione tra sesso e genere, quando viene assunta fino in fondo, non conduce infatti a dissolvere il primo nel secondo, bensì a riconoscere che entrambe le dimensioni sono rilevanti e che nessuna delle due può essere completamente assorbita dall'altra.

Nina Celli, 25 giugno 2026

 
03

La variabilità storica e geopolitica smentisce l’idea di categorie fisse

PRO

Se le categorie fossero semplicemente date una volta per tutte dalla natura, sarebbe difficile spiegare perché cambino così tanto le aspettative su abiti, ruoli familiari, condotte sessuali, educazione dei figli, presenza nello spazio pubblico, linguaggio e perfino simboli di virilità e femminilità. Le fonti storiche e teoriche usate nel dibattito (da Ann Oakley a Judith Butler) sono richiamate proprio per questo: non per negare il corpo, ma per mostrare che il corpo non parla mai da solo: viene sempre interpretato. Anche fonti istituzionali contemporanee, come OMS e National Institutes of Health (NIH), convergono sul fatto che il genere sia fatto di norme, relazioni e poteri socialmente appresi. Il vantaggio argomentativo di questa tesi è che sposta il baricentro dal biologico al comparativo: se sistemi diversi producono modelli diversi di “uomo” e “donna”, allora la componente culturale non è accessoria ma costitutiva. 
Gli sviluppi internazionali del 2025-2026 rafforzano questa lettura. L’Unione europea ha rilanciato in parallelo una strategia per la parità di genere e una strategia LGBTIQ+, trattando il genere come questione di uguaglianza, salute, lavoro, digitale, istruzione e contrasto all’odio. La Corte di giustizia dell’UE ha poi censurato l’impianto ungherese che voleva limitare o vietare contenuti riferiti a identità di genere diverse dal sesso assegnato alla nascita, alla riassegnazione e all’omosessualità. Per i favorevoli, questo mostra che le definizioni di genere non sono soltanto descrittive: sono dispositivi normativi attraverso cui gli Stati decidono quali vite siano visibili, legittime o dicibili. Se un governo può allargare o restringere queste categorie per legge, esse non sono meri riflessi della natura ma campi di lotta politica e culturale. 
La dimensione geopolitica rende il punto ancora più evidente. L’organizzazione Transgender Europe (TGEU) documenta un’Europa e un’Asia centrale in cui i diritti delle persone trans avanzano o arretrano soprattutto in forza di corti, attivismo e conflitti istituzionali; la Butler legge i movimenti anti-gender come reti transnazionali che condensano paure su famiglia, nazione, religione e ordine sociale. In questa prospettiva, il genere è una costruzione culturale non nel senso debole di “opinione privata”, ma nel senso forte di “ordine simbolico pubblico” che gli attori politici cercano continuamente di occupare. La stessa violenza del conflitto contemporaneo sarebbe difficile da capire se il genere fosse un semplice dato naturale, diventa invece comprensibile se lo si vede come linguaggio attraverso cui si combattono guerre culturali più ampie su autorità, democrazia, educazione e libertà civili. 
Non si dice, quindi, che ogni aspetto della differenza sessuata sia inventato socialmente; si dice che il significato pubblico di quelle differenze è rinegoziato continuamente. Viene reinterpretato non come negazione del corpo, ma come rifiuto dell’idea che i ruoli sociopolitici di genere siano naturali, universali e intoccabili. Da questa angolatura, ciò che appare immutabile è spesso soltanto qualcosa che ha avuto il tempo di stabilizzarsi culturalmente. E il compito del dibattito pubblico, allora, è rendere di nuovo visibile quella storicità. 

Nina Celli, 25 giugno 2026

 
04

Il ritorno del sesso biologico nel diritto nasce da conflitti concreti

CONTRO

Il ritorno del sesso biologico nel dibattito giuridico non è frutto soltanto di conservatorismo ideologico, ma di problemi applicativi molto concreti. La sentenza For Women Scotland del 2025 afferma che, ai fini dell’Equality Act, “sex”, “woman” e “man” significano sesso biologico. La Court of Session scozzese, nel giugno 2026, ha poi ritenuto illegittimo l’orientamento che consentiva il collocamento carcerario nel sesso opposto a quello biologico. La Equality and Human Rights Commission ha tradotto quel principio in un codice applicativo. E proprio su questa applicazione una parte dei deputati laburisti ha espresso dubbi di praticabilità, temendo contenziosi e problemi operativi su ospedali, bagni, spogliatoi e servizi. Il punto contro, qui, è netto: quando il diritto deve organizzare spazi, tutele e responsabilità, l’astrazione teorica incontra immediatamente costi di implementazione. 
Ciò dimostra che il richiamo al sesso biologico non è un residuo metafisico, ma una categoria di governo usata per rendere amministrabili specifici conflitti. Nella sentenza scozzese, per esempio, il giudice afferma che il quadro normativo richiede un regime di separazione carceraria per uomini e donne secondo il sesso biologico e che l’orientamento impugnato costituiva una “misstatement of the law”, cioà una “errata interpretazione della legge”. La Supreme Court britannica, dal canto suo, sostiene che una lettura non biologica dei termini dell’Equality Act renderebbe alcune parti della disciplina incoerenti e impraticabili. I contrari leggono questi passaggi come prova del fatto che il diritto non può lavorare solo con categorie fluide o puramente identitarie: in certi contesti ha bisogno di criteri relativamente stabili, verificabili e omogenei. 
Lo stesso vale, in altra forma, per il caso statunitense. L’Executive Order del gennaio 2025 e il successivo intervento del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti del febbraio 2025 hanno formalizzato definizioni amministrative strettamente binary-based. Si tratta di atti fortemente politici e contestati, ma la loro razionalità dichiarata non è soltanto simbolica: è anche quella di uniformare statistiche, moduli, regolamenti, standard federali e contenuti applicabili. Per i contrari, questo mette in luce un punto spesso trascurato nelle formulazioni più costruttiviste: un conto è descrivere la complessità teorica del genere, altro conto è predisporre criteri operativi impiegabili da ospedali, prigioni, amministrazioni, scuole, federazioni sportive e sistemi di raccolta dati. Non è detto che la soluzione scelta sia la migliore, ma il problema pratico che tenta di affrontare è reale. 
La formula del genere come “costruzione culturale” è contestata perché incapace di reggere ai processi amministrativi. In una discussione accademica può funzionare come provocazione, in una disciplina su servizi, tutele o responsabilità tende invece a oscurare la domanda decisiva: quale criterio deve usare l’istituzione quando diritti, vulnerabilità e spazi entrano in collisione? I contrari sostengono che il riposizionamento contemporaneo sul sesso biologico, pur controverso, derivi proprio da questa esigenza di decisione concreta. Ignorarlo significa leggere la stagione 2025-2026 solo come guerra culturale, perdendo di vista il problema della governabilità delle categorie. 

Nina Celli, 25 giugno 2026

 

 
05

Le offensive anti-gender confermano che il genere è un terreno politico

PRO

Gli sviluppi più recenti non hanno “chiuso” il dibattito in favore del biologico; al contrario, mostrano quanto il genere sia un oggetto eminentemente politico. Quando l’amministrazione statunitense del 2025 parla di “biological truth” e di lotta alla “gender ideology”, quando il Regno Unito discute l’applicazione concreta delle nuove linee dell’Equality and Human Rights Commission, quando l’Ungheria viene sanzionata dalla Corte di giustizia UE, non siamo di fronte a una scoperta scientifica, ma a decisioni di potere su parole, criteri amministrativi, accesso a servizi, visibilità pubblica e riconoscimento. Dunque, se il genere mobilita governi, corti, scuole, media e chiese è perché funziona come costruzione culturale ad altissima intensità normativa. 
Le fonti internazionali più recenti insistono su questo punto da altre angolature. La strategia LGBTIQ+ della Commissione europea lega esplicitamente il tema a contrasto dell’odio, riconoscimento delle famiglie e tutela dei diritti fondamentali; l’OHCHR avverte che diritti e libertà di donne LBQ restano filtrati da istituzioni patriarcali. Transgender Europe (TGEU) descrive un paesaggio frammentato in cui i diritti sono esposti a regressioni deliberate. In tutti questi casi, il genere compare come categoria di governo e di conflitto, non come semplice descrizione neutrale della natura. Per i favorevoli, questo significa che il punto decisivo non è chiedersi se esistano differenze corporee, ma chi abbia il potere di attribuire a quelle differenze un significato politico vincolante per tutti. 
La stessa medicina organizzata, in parte, viene richiamata a sostegno. L’Endocrine Society ribadisce il diritto delle persone transgender e gender-diverse ad accedere a cure ritenute necessarie e critica la politicizzazione della materia. Il commento di “Nature” del 2024 invita a evitare sia il ritiro degli scienziati dal tema sia le semplificazioni da “guerra culturale”. La revisione sistematica pubblicata in “Biology of Sex Differences” mostra che attributi di sesso e attributi di genere influiscono entrambi sugli esiti clinici. Questo permette alla posizione favorevole di dire che riconoscere la costruzione culturale del genere non significa abbandonare l’evidenza, ma allargare il perimetro di ciò che conta nell’esperienza umana e nelle politiche sanitarie. 
In ultima analisi, il vero contenuto della formula non è ontologico ma democratico: affermare che il genere è costruito culturalmente significa affermare che nessuna società può pretendere di “chiudere” una volta per tutte il significato di uomo, donna, famiglia, decoro, maternità o virilità. Il fatto che questi significati siano oggi al centro di scontri fra corti, governi, ONG e organizzazioni internazionali dimostra che il genere è ancora l’arena in cui si negoziano cittadinanza, libertà e uguaglianza. Se così è, la componente culturale non è un accessorio del problema ma ne è il cuore politico. 

Nina Celli, 25 giugno 2026

 
06

Neanche le fonti più inclusive sostengono davvero il riduzionismo culturale

CONTRO

Molte fonti considerate più vicine alle posizioni inclusive non dicono affatto che tutto sia pura costruzione culturale. L’OMS distingue sesso, genere, identità ed espressione; il report delle National Academies chiede precisione concettuale e misure separate; la revisione sistematica del 2025 mostra che gli studi clinici rilevano effetti sia del sesso sia del genere; persino il commento di “Nature” del 2024 critica le polarizzazioni e invita a “embrace the complexity” (accettare la complessità). Ne deriva un paradosso: chi formula la tesi assoluta spesso va più in là persino delle fonti che usa a sostegno. 
Una parte della polemica pubblica funziona per caricature reciproche: da un lato, si attribuisce ai costruttivisti la negazione del corpo; dall’altro, si attribuisce ai difensori del sesso biologico il rifiuto di ogni dimensione sociale e identitaria. Le fonti migliori, però, raramente sostengono una di queste versioni assolute. La questione più rilevante non è scegliere tra biologia e cultura, bensì comprendere come articolare livelli diversi della realtà: il corpo, l'esperienza soggettiva, il riconoscimento sociale, le classificazioni statistiche, le tutele contro le discriminazioni, gli spazi riservati e le pratiche mediche. Secondo i critici della formula assoluta, è proprio questa complessità che rischia di andare perduta quando ogni aspetto viene ricondotto esclusivamente alla costruzione culturale del genere. La distinzione tra questi piani non rappresenta un dettaglio teorico, ma incide sul modo in cui vengono elaborate le politiche pubbliche e bilanciati diritti diversi.
Anche le fonti maggiormente favorevoli ai diritti delle persone LGBTIQ+ collocano infatti il tema in una prospettiva più ampia rispetto alla sola teoria della costruzione sociale. La Strategia LGBTIQ+ 2026-2030 della Commissione europea concentra la propria attenzione sulla protezione dei diritti fondamentali, sul contrasto ai discorsi e ai crimini d'odio, sull'accesso alla salute, sul riconoscimento delle famiglie e sull'uguaglianza sostanziale. L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) sottolinea il legame tra strutture sociali, istituzioni, disuguaglianze di genere e accesso effettivo ai servizi. Allo stesso modo, Transgender Europe (TGEU) evidenzia come, in molti Paesi europei, permanga una distanza significativa tra i diritti formalmente riconosciuti e le condizioni di vita concretamente sperimentate dalle persone transgender. Le definizioni adottate dalle istituzioni producono conseguenze materiali sulla sicurezza, sulla dignità personale, sull'accesso alle cure e sull'effettivo esercizio della cittadinanza.
Da questa constatazione prende forma anche una delle principali obiezioni dei contrari alla tesi in esame. Se il problema consiste negli effetti concreti delle categorie giuridiche e sociali, il nodo del dibattito non diventa la dissoluzione della realtà biologica nella costruzione culturale, bensì la ricerca del miglior equilibrio tra il riconoscimento dell'identità di genere e l'utilizzo di categorie operative fondate, quando necessario, sul sesso biologico. In altri termini, la questione riguarda il modo in cui il diritto, le istituzioni e i servizi pubblici possono conciliare esigenze differenti senza eliminare nessuna delle dimensioni coinvolte.
Una lettura super partes non nega il ruolo della cultura nella formazione del genere. Molte delle fonti scientifiche e istituzionali più autorevoli convergono infatti su una posizione intermedia: il genere è in larga misura prodotto e regolato da processi sociali e culturali; il sesso biologico continua a mantenere rilevanza in specifici contesti, come la medicina, la ricerca, alcune statistiche e determinate discipline giuridiche. L'identità di genere costituisce un elemento essenziale per la tutela della dignità, dei diritti fondamentali e della protezione dalle discriminazioni. Il compito del diritto e delle politiche pubbliche non consiste nel far prevalere una dimensione sull'altra, ma nel distinguerle e coordinarle senza cancellarne nessuna.

Nina Celli, 25 giugno 2026

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