Nr. 476
Pubblicato il 24/06/2026
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Trump aspira a un dominio dispotico globale

PRO O CONTRO?

Il quesito se Donald Trump “aspiri a un dominio dispotico globale” non coincide con una domanda strettamente fattuale, come se si trattasse di verificare l’esistenza di un piano formalizzato e dichiarato. Si tratta piuttosto di una questione interpretativa che coinvolge diritto costituzionale, teoria politica, prassi di governo e relazioni internazionali.
I sostenitori di questa lettura ritengono che la combinazione di diversi elementi (concentrazione del potere esecutivo, utilizzo delle istituzioni federali contro avversari politici, indebolimento delle regole multilaterali e uso sempre più discrezionale degli strumenti economici e strategici degli Stati Uniti) delinei un progetto di potere personale che va oltre la normale assertività di una grande potenza. I sostenitori della tesi contraria replicano invece che tale quadro, pur potendo essere giudicato severamente, descrive al massimo una forma di unilateralismo aggressivo e non un autentico progetto di dominio globale. A loro avviso, gli Stati Uniti continuano infatti a essere sottoposti a elezioni competitive, controlli giudiziari, federalismo, separazione dei poteri e limiti costituzionali che non risultano aboliti.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Centralizzare il potere interno è il prerequisito del dominio esterno

Corti, watchdog e ONG descrivono una crescita dell’esecutivo accompagnata da ritorsioni, pressioni sul DOJ e uso intimidatorio dell’enforcement.

02 - Non tutte le tendenze autoritarie equivalgono a un progetto di dominio globale

Molte fonti descrivono unilateralismo, regionalismo duro o neoimperialismo selettivo, non un piano coerente di governo del mondo.

03 - La proiezione esterna del potere punta a ridurre i vincoli internazionali

Tariffe discrezionali, “global AI dominance” e shock al sistema multilaterale alimentano la lettura di un progetto di primato senza contrappesi.

04 - I contrappesi istituzionali non sono spariti e continuano a incidere

Sentenze, contenzioso, federalismo ed elezioni mostrano che il sistema non è stato svuotato e conserva poteri di arresto.

05 - L’obiettivo non è il mondo intero, ma svuotare i vincoli che limitano la superpotenza americana

Se regole e alleanze diventano strumenti nelle mani del leader, il rischio evocato è un ordine più gerarchico e meno giuridico.

06 - Trump cerca la primazia americana, non un dominio globale personale

La Casa Bianca rivendica sovranità e rifiuto del globalismo: più revisionismo competitivo che progetto dispotico universale.

 
01

Centralizzare il potere interno è il prerequisito del dominio esterno

PRO

Secondo una delle interpretazioni più critiche del secondo mandato di Donald Trump, nessun progetto di proiezione egemonica duratura può affermarsi all'esterno se, sul piano interno, il leader rimane fortemente esposto a controlli indipendenti, limiti giuridici e meccanismi di responsabilità democratica (accountability). È in questa prospettiva che numerosi osservatori hanno letto gli sviluppi politici del 2026.
Nel marzo 2026, Freedom House ha collegato il più marcato arretramento registrato dagli Stati Uniti tra i Paesi classificati come Free ("liberi") a una crescente affermazione unilaterale del potere esecutivo, all'indebolimento delle salvaguardie anticorruzione e a un deterioramento della qualità della governance federale. Il V-Dem Institute (Varieties of Democracy Institute), centro di ricerca internazionale specializzato nello studio della qualità democratica, ha utilizzato una formulazione ancora più severa, parlando di un declino della democrazia statunitense “senza precedenti”. Nello stesso periodo, l'American Bar Association (ABA), attraverso le analisi dei giuristi Erwin Chemerinsky e David H. Tucker, ha descritto un'espansione del potere presidenziale tale da mettere sotto pressione i tradizionali guardrails costituzionali, cioè i meccanismi istituzionali progettati per limitare e bilanciare l'azione dell'esecutivo.
Il problema non riguarda soltanto la durezza o l'impopolarità di determinate politiche pubbliche. La questione centrale sarebbe piuttosto la trasformazione del rapporto tra il capo dell'esecutivo e i limiti istituzionali che dovrebbero contenerne il potere.
Gli episodi delle ultime settimane vengono spesso richiamati a sostegno di questa interpretazione, poiché mostrerebbero un collegamento sempre più stretto tra l'utilizzo degli strumenti statali e una logica di pressione politica. L'“Associated Press” (AP) ha riferito che il giudice federale Patrick Schiltz ha bloccato le subpoenas (gli ordini giudiziari di comparizione e produzione di documenti) rivolte ai vertici istituzionali del Minnesota, ritenendo che il loro dominant purpose (scopo predominante) fosse quello di coercire funzionari statali e molestarli a causa della loro mancata collaborazione con l'agenda federale in materia di immigrazione.
Parallelamente, l'International Bar Association (IBA), l'associazione internazionale degli ordini forensi, ha espresso preoccupazione per il rischio che il Department of Justice (DOJ), il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, venga percepito come sempre meno autonomo rispetto al potere politico. Anche Human Rights Watch, nel rapporto dedicato all'operazione denominata Operation Metro Surge, ha descritto un quadro particolarmente critico, parlando di comunità terrorizzate, detenzioni arbitrarie, profilazione razziale (racial profiling) e uso della forza tale da produrre un effetto disciplinante che andrebbe ben oltre i migranti irregolari, coinvolgendo cittadini statunitensi, osservatori indipendenti, attivisti e amministrazioni locali.
Secondo questa interpretazione, se il potere federale viene impiegato per aumentare il costo del dissenso politico e ridurre l'autonomia degli altri livelli di governo, emerge un modello di accentramento che non resta confinato alla politica interna. Al contrario, esso diventerebbe la condizione preliminare per una politica estera più aggressiva e meno soggetta a vincoli.
La dimensione elettorale completa questo quadro interpretativo. Il Brennan Center for Justice, centro di ricerca giuridica e istituzionale con sede presso la New York University, sostiene che l'amministrazione abbia sviluppato una strategia coordinata volta a influenzare il sistema elettorale attraverso la modifica delle regole, la pressione sui funzionari responsabili delle elezioni e la riduzione di alcune protezioni federali per l'esercizio del diritto di voto.
Nello stesso senso si sono espressi Amnesty International USA e Human Rights Watch, che il 20 gennaio 2026 hanno descritto il primo anno del secondo mandato Trump come caratterizzato da pratiche autoritarie, restringimento dello spazio civico e crescente concentrazione del potere nelle mani dell'esecutivo.
Da questa prospettiva, l'espressione “dominio dispotico globale” non viene interpretata come l'imminente instaurazione di una forma di governo mondiale. Essa indica piuttosto il tentativo di costruire un centro decisionale meno vincolato da controlli istituzionali, capace di utilizzare in modo sempre più discrezionale strumenti di potere sia interni sia internazionali. Dunque, dapprima si riducono i costi politici, giuridici e istituzionali dell'esercizio del potere all'interno dello Stato; successivamente, tale maggiore libertà d'azione viene proiettata verso l'esterno attraverso strumenti economici, diplomatici, militari o tecnologici.

Madeleine Maresca, 24 giugno 2026

 
02

Non tutte le tendenze autoritarie equivalgono a un progetto di dominio globale

CONTRO

Una delle principali obiezioni alla tesi secondo cui Donald Trump aspirerebbe a un “dominio dispotico globale” è che molte delle fonti più critiche nei confronti della sua amministrazione documentano effettivamente tendenze autoritarie, pulsioni neo-imperiali o una crescente concentrazione del potere, ma non dimostrano l'esistenza di un progetto coerente e sistematico di dominio mondiale.
Anche alcuni osservatori particolarmente severi nelle loro valutazioni mantengono questa distinzione. Charles A. Kupchan, senior fellow del Council on Foreign Relations (CFR), ha descritto il trumpismo come caratterizzato da una componente “neo-imperialist” (neo-imperiale), ma ha allo stesso tempo evidenziato la presenza di forti impulsi “neo-isolationist” (neoisolazionisti). Secondo Kupchan, la politica estera di Trump è attraversata da tensioni e contraddizioni: da un lato la volontà di esercitare pressione e affermare la superiorità americana, dall'altro la diffidenza verso gli impegni internazionali permanenti e i costi dell'egemonia globale.
Una valutazione analoga emerge dalle analisi dedicate alla National Security Strategy (NSS, Strategia di Sicurezza Nazionale) pubblicata nel dicembre 2025. Rebecca Lissner e altri studiosi del Council on Foreign Relations hanno definito il documento più polemico che strategico, sottolineando la mancanza di una dottrina chiaramente articolata e la difficoltà di individuare un principio ordinatore stabile che colleghi le diverse iniziative dell'amministrazione. Da questa prospettiva, la critica più solida non sarebbe che Trump vuole governare il mondo, bensì che Trump governa in modo altamente discrezionale, privilegia la primazia americana e mostra una limitata considerazione per i vincoli istituzionali e multilaterali.
Il passaggio da questa constatazione all'idea di un progetto di dominio dispotico globale rimane però un salto interpretativo che le prove disponibili non consentono di compiere con certezza. Esiste infatti una differenza sostanziale tra l'esercizio di un potere ampio e personalizzato e la costruzione di un ordine internazionale finalizzato a una forma di dominio globale stabile.
Anche alcune analisi spesso citate dai critici di Trump contengono elementi che complicano la lettura più radicale. Nel dibattito promosso dalla Brookings Institution sul ritorno delle sfere d'influenza, Thomas Wright osserva esplicitamente che il contesto attuale non corrisponde a un sistema strutturato di sfere d'influenza reciproche e, ancor meno, a un assetto di dominio globale consolidato. Wright descrive piuttosto una politica caratterizzata da elementi di regional expansionism (espansionismo regionale) e gunboat diplomacy (diplomazia coercitiva fondata sulla pressione della forza), sottolineando come tali pratiche possano persino produrre effetti contrari agli interessi strategici degli Stati Uniti.
Anche il rapporto pubblicato da Chatham House nel giugno 2026, pur evidenziando una netta rottura rispetto ai principi economici e geopolitici del secondo dopoguerra, non sostiene che l'amministrazione Trump stia edificando un ordine internazionale alternativo già definito e coerente. Al contrario, il documento rileva che numerosi Stati stanno cercando di preservare principi quali apertura dei mercati, prevedibilità delle relazioni internazionali e limitazione della coercizione economica proprio in risposta al cambiamento di orientamento proveniente da Washington. Questa prospettiva suggerisce una lettura diversa della situazione: non quella di un dominio già consolidato o di un progetto globale chiaramente delineato, ma quella di una fase caratterizzata da attriti, instabilità e frequenti incoerenze strategiche. In tale contesto, il comportamento dell'amministrazione può apparire aggressivo e revisionista senza necessariamente configurare un piano organico di trasformazione dell'ordine mondiale.
Un ulteriore elemento riguarda la distinzione tra retorica politica, finalità strategiche e capacità effettiva di realizzazione. La Casa Bianca ha più volte presentato la propria linea come un rifiuto del globalismo e come una riaffermazione della sovranità nazionale. Nel discorso alle Nazioni Unite del 23 settembre 2025, l'amministrazione ha sostenuto la necessità di una cooperazione tra Stati sovrani piuttosto che il rafforzamento di strutture sovranazionali. Analogamente, l'ordine esecutivo del 2026 sull'intelligenza artificiale e altri documenti ufficiali parlano di leadership, vantaggio competitivo e predominio tecnologico degli Stati Uniti, ma non propongono formalmente la soppressione delle sovranità altrui o la costruzione di un'autorità politica mondiale subordinata a Washington.
Questo non significa che tali politiche siano prive di implicazioni egemoniche. Esse possono essere interpretate come manifestazioni di unilateralismo, nazionalismo strategico o ricerca della primazia americana. Tuttavia, per trasformarle nella prova di una volontà di dominio dispotico globale occorre compiere un passaggio ulteriore: assumere che ogni tentativo di accrescere la potenza degli Stati Uniti equivalga automaticamente a un progetto di dominazione personale dell'intero sistema internazionale. I sostenitori della tesi contraria ritengono che questa equivalenza sia analiticamente problematica. A loro avviso, il dibattito tende talvolta a sovrapporre concetti distinti che andrebbero invece mantenuti separati: leadership internazionale, esercizio della coercizione, imperialismo selettivo, egemonia regionale e dominio globale. Sebbene tali fenomeni possano talvolta sovrapporsi, non sono sinonimi. Confonderli rischia di attribuire alle evidenze disponibili una portata che esse, da sole, non sono in grado di sostenere.

Madeleine Maresca, 24 giugno 2026

 
03

La proiezione esterna del potere punta a ridurre i vincoli internazionali

PRO

Il profilo internazionale del trumpismo non è più descrivibile come semplice hard power tradizionale, ma come passaggio da un ordine basato su regole e procedure a uno fondato sulla discrezionalità del leader e sulla subordinazione di partner e rivali. Il dato emblematico, sul terreno economico, è l’analisi del Brookings Institute del 9 giugno 2026: la politica tariffaria sarebbe stata ricostruita “from rules to discretion”, cioè spostata da cornici multilaterali relativamente stabili a una combinazione di basi giuridiche mobili, eccezioni, negoziati bilaterali e adattamenti continui. Chatham House, il 2 giugno 2026, ha tradotto questa trasformazione in termini più sistemici, parlando di “Trump shock” e di una rottura drammatica con il consenso economico del dopoguerra. Quando dazi, accesso al mercato, sicurezza delle catene del valore e alleanze industriali dipendono sempre più dalla volontà presidenziale, la tesi favorevole vede emergere una forma di comando internazionale meno normata e più personalistica. 
La stessa logica compare sul terreno tecnologico e strategico. L'elemento più significativo non è soltanto l'accrescimento del potere presidenziale all'interno degli Stati Uniti, ma il modo in cui tale logica viene progressivamente estesa alla sfera internazionale. In questa prospettiva, il tratto distintivo del trumpismo non sarebbe semplicemente la ricerca della potenza nazionale, bensì il tentativo di ridurre il peso delle regole, delle istituzioni e dei meccanismi di controllo che limitano l'azione della superpotenza americana.
Un esempio frequentemente citato è l'ordine esecutivo emanato dalla Casa Bianca il 2 giugno 2026 in materia di intelligenza artificiale. Nel documento, l'obiettivo della global AI dominance (dominanza globale nell'intelligenza artificiale) viene presentato come una componente essenziale della sicurezza nazionale e dell'influenza internazionale degli Stati Uniti. Per i sostenitori della tesi favorevole, non si tratta semplicemente di un programma di competitività tecnologica. La scelta stessa del termine dominance viene interpretata come indicativa di una visione delle relazioni internazionali fondata sulla superiorità e sulla subordinazione dei concorrenti strategici, piuttosto che sulla cooperazione regolata da norme condivise.
Una lettura analoga emerge da alcune analisi dedicate ai rapporti con gli alleati occidentali. In un commento pubblicato da Carnegie Europe, Rym Momtaz sostiene che la NATO stia progressivamente assumendo una funzione diversa rispetto a quella originaria. L'Alleanza non verrebbe più concepita come una comunità di sicurezza fondata su obblighi reciproci e procedure condivise, bensì come uno strumento attraverso il quale esercitare pressione politica sugli stessi partner occidentali. In tale quadro, gli alleati sarebbero chiamati ad adattarsi alle priorità, alle richieste e alle scelte della Casa Bianca in misura crescente, con margini ridotti di autonomia. Questo elemento è particolarmente rilevante perché sposta l'attenzione dagli avversari agli alleati. La questione non riguarda soltanto il modo in cui Washington tratta rivali strategici come Cina, Russia o Iran, ma il modo in cui vengono gestite le relazioni con organizzazioni e istituzioni che gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a creare nel secondo dopoguerra. Se anche tali strutture vengono trasformate in strumenti di pressione politica unilaterale, allora l'obiettivo non sarebbe semplicemente ottenere vantaggi su singoli dossier, ma ridurre il ruolo delle regole e dei vincoli che limitano l'esercizio del potere.
Questa interpretazione trova ulteriore sostegno in una parte della letteratura strategica che individua nel trumpismo una combinazione di assertività regionale, pressione sugli alleati e impulsi di natura neo-imperiale. Charles A. Kupchan, del Council on Foreign Relations, pur sottolineando la presenza di tendenze neoisolazioniste, osserva che la retorica dell'“America First” contiene anche una componente definibile come neo-imperialist. Secondo questa lettura, il rifiuto di alcuni impegni multilaterali non coincide necessariamente con un ripiegamento internazionale, ma può accompagnarsi alla volontà di esercitare maggiore libertà d'azione e maggiore capacità di imposizione nei confronti di altri attori.
Anche il forum del Brookings Institution dedicato al ritorno delle sfere d'influenza registra valutazioni che, pur diverse tra loro, convergono sull'esistenza di una crescente enfasi sulla coercizione. Diversi studiosi parlano di imperialistic posture (“postura imperialistica”), di ricerca della primazia regionale e di ricorso alla pressione economica, diplomatica e strategica come principale linguaggio delle relazioni internazionali. Pur non condividendo tutti la formula del “dominio globale”, questi autori descrivono un modello nel quale gli Stati Uniti cercano sempre più spesso deferenza, riallineamento o conformità da parte di altri attori non attraverso istituzioni condivise, ma attraverso rapporti asimmetrici di forza.
È proprio qui che i sostenitori della tesi favorevole collocano il nucleo della loro argomentazione. A loro avviso, il concetto di “dominio dispotico globale” non deve essere inteso nel senso tradizionale di conquista territoriale o di instaurazione di un impero mondiale formalizzato. Nel contesto del XXI secolo, esso assumerebbe una forma diversa: la costruzione di un sistema internazionale sempre più gerarchico, nel quale il potere si esercita attraverso la capacità di imporre decisioni, orientare comportamenti e ridurre gli spazi di autonomia degli altri attori senza la necessità di un controllo diretto dei territori.

Madeleine Maresca, 24 giugno 2026

 
04

I contrappesi istituzionali non sono spariti e continuano a incidere

CONTRO

Anche ammettendo l'esistenza di una volontà di ampliare il raggio d'azione dell'esecutivo, il sistema politico e costituzionale statunitense continua a produrre ostacoli concreti e operativi. Il punto non è stabilire se Donald Trump tenti di estendere la propria capacità decisionale, ma verificare se disponga realmente degli strumenti per trasformare tale aspirazione in una forma di potere sostanzialmente illimitata. Secondo i sostenitori della posizione contraria, le evidenze disponibili suggeriscono che questi limiti continuano a funzionare. La vicenda del Minnesota rappresenta uno degli esempi più significativi. Nel giugno 2026 il giudice federale Patrick Schiltz ha bloccato le subpoenas rivolte ai vertici istituzionali dello Stato, ritenendo che il loro scopo prevalente fosse esercitare pressione politica e utilizzare impropriamente il procedimento del grand jury (la giuria incaricata di valutare l'opportunità di avviare un procedimento penale). La decisione non ha soltanto criticato l'operato dell'amministrazione: ha concretamente impedito che l'iniziativa producesse gli effetti desiderati. Per i contrari, questo episodio dimostra che il sistema giudiziario mantiene la capacità di intervenire contro gli eccessi dell'esecutivo.
Un monitoraggio realizzato da Just Security documenta quotidianamente il vasto numero di ricorsi, sospensioni e contestazioni giudiziarie rivolte agli atti dell'amministrazione. L'elevata litigiosità istituzionale non viene interpretata come un segno di irrilevanza dei controlli, bensì come la prova del loro funzionamento. Se numerosi provvedimenti vengono impugnati, sospesi o modificati dai tribunali, significa che il potere esecutivo continua a operare all'interno di un sistema nel quale altri soggetti possono intervenire e limitarne l'azione.
Anche sul piano economico e commerciale emergono esempi analoghi. Il Brookings Institution ha ricordato nel giugno 2026 che la Corte Suprema ha limitato l'utilizzo dell'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), la legge che attribuisce al presidente ampi poteri economici in situazioni di emergenza nazionale, impedendone l'impiego come fondamento generale per l'imposizione di dazi su larga scala. Di conseguenza, l'amministrazione è stata costretta a ricorrere a basi giuridiche alternative. Anche in questo caso, il risultato non è quello di un potere assoluto, ma di un esecutivo aggressivo che deve continuamente confrontarsi con giudici, procedure, ricorsi e vincoli normativi. La presenza di tali limiti appare ancora più evidente se si considera la struttura costituzionale degli Stati Uniti. Il National Constitution Center ricorda che il XXII Emendamento della Costituzione vieta a Donald Trump di essere eletto per un terzo mandato presidenziale. Pur essendo state avanzate speculazioni teoriche su possibili percorsi indiretti o eccezionali, il principio generale rimane invariato: la permanenza personale al vertice dell'esecutivo incontra un limite costituzionale esplicito e difficilmente aggirabile.
Anche gli indicatori internazionali sulla qualità democratica, pur segnalando criticità significative, non descrivono gli Stati Uniti come un regime autoritario consolidato. Freedom House, nel rapporto del marzo 2026, registra un peggioramento importante e attribuisce agli Stati Uniti un punteggio di 81 su 100, ma continua a classificarli nella categoria dei Paesi “Free”. Questo dato non esclude l'esistenza di tendenze problematiche, ma suggerisce che le principali caratteristiche di una democrazia competitiva continuano a essere operative.
La combinazione di elezioni contendibili, federalismo, pluralismo giudiziario, stampa indipendente, organizzazioni non governative attive e opposizioni territoriali rappresenta un insieme di contrappesi che rende improprio parlare di una trasformazione già avvenuta verso una forma di potere pienamente dispotica. L'idea di una possibile “aspirazione” può essere discussa come ipotesi interpretativa; molto più controverso è sostenere che esista già un processo sufficientemente avanzato da rendere plausibile un dominio globale consolidato.
Paradossalmente, perfino alcune delle fonti più critiche nei confronti dell'amministrazione forniscono argomenti in questa direzione. Il Brennan Center for Justice sottolinea che numerosi tentativi di modificare o condizionare il sistema elettorale sono stati fermati dai tribunali. L'“Associated Press” documenta l'intervento di giudici federali contro iniziative ritenute impropriamente motivate. Organizzazioni come Freedom House, Human Rights Watch, Amnesty International e Just Security continuano a pubblicare rapporti dettagliati e analisi critiche senza subire una soppressione sistematica delle proprie attività.

Madeleine Maresca, 24 giugno 2026

 
05

L’obiettivo non è il mondo intero, ma svuotare i vincoli che limitano la superpotenza americana

PRO

Il punto decisivo non è stabilire se Donald Trump aspiri a esercitare un controllo territoriale diretto sull'intero pianeta. La questione centrale riguarda il rapporto tra il potere della principale potenza mondiale e i vincoli istituzionali, giuridici e multilaterali che ne limitano l'azione. L'ambizione attribuita al trumpismo non consiste nel governare ogni Paese, ma nel ridurre progressivamente la capacità delle regole internazionali di condizionare le decisioni della Casa Bianca. Da qui l'importanza attribuita alla retorica antiglobalista e alla critica delle istituzioni multilaterali. Quando il presidente degli Stati Uniti non si limita a privilegiare gli interessi nazionali, ma mette in discussione il valore stesso delle regole comuni, dei forum internazionali e dei meccanismi di coordinamento multilaterale, non propone semplicemente un diverso equilibrio di potenza. Propone una visione delle relazioni internazionali nella quale il rapporto di forza tende a prevalere sulle regole condivise.
In questo contesto viene spesso richiamato il discorso pronunciato dalla Casa Bianca alle Nazioni Unite il 23 settembre 2025. Nel testo, la contrapposizione tra “sovranità” e “globalismo” viene presentata come una riaffermazione del diritto degli Stati a perseguire autonomamente i propri interessi. I sostenitori della tesi favorevole, tuttavia, leggono questa impostazione in modo diverso. A loro avviso, tale linguaggio costituisce la cornice ideologica di un progetto volto a liberare Washington da vincoli giuridici, obblighi politici e forme di controllo internazionale percepite come limitazioni alla libertà d'azione della superpotenza americana.
Una lettura analoga emerge dalle analisi dedicate alla National Security Strategy (NSS, Strategia di Sicurezza Nazionale) pubblicata nel dicembre 2025. Rebecca Lissner e altri studiosi del Council on Foreign Relations (CFR) hanno evidenziato come il documento si distingua nettamente dalle precedenti strategie di sicurezza nazionale, risultando più polemico che strategico e attribuendo maggiore enfasi alla superiorità americana nell'emisfero occidentale rispetto alle tradizionali categorie dell'ordine internazionale liberale. Per i sostenitori della tesi favorevole, questa impostazione riflette una trasformazione più profonda: il passaggio da una leadership esercitata all'interno di un sistema di regole a una leadership che rivendica una crescente libertà rispetto a quelle stesse regole.
Alcuni osservatori indipendenti collegano direttamente questa evoluzione alla qualità della democrazia e della governance. Freedom House ha sottolineato il rapporto tra deterioramento delle libertà interne e indebolimento dell'ordine internazionale fondato su norme condivise. Il V-Dem Institute (Varieties of Democracy Institute) colloca gli Stati Uniti all'interno di una più ampia dinamica di democratic backsliding, ossia di arretramento democratico. Amnesty International e Human Rights Watch hanno evidenziato il nesso tra concentrazione del potere esecutivo, restringimento dello spazio del dissenso e crescente impatto transnazionale delle scelte dell'amministrazione. Un esecutivo meno vincolato all'interno avrebbe maggiore capacità di agire all'esterno senza dover sottostare a limiti politici, giuridici o diplomatici. La riduzione dei controlli domestici e l'indebolimento delle regole multilaterali rappresenterebbero quindi due aspetti della stessa dinamica.
Anche il rapporto pubblicato da Chatham House sul cosiddetto Trump shock viene spesso citato in questa chiave. Il documento osserva che numerosi Paesi stanno iniziando a progettare strumenti economici, commerciali e diplomatici capaci di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Per i sostenitori della tesi favorevole, questo fenomeno è significativo perché segnala un cambiamento nella percezione internazionale del ruolo americano. Se altri Stati non cercano più soltanto di adattarsi all'ordine guidato da Washington, ma iniziano a costruire alternative per proteggersi dall'incertezza generata da Washington stessa, significa che gli Stati Uniti vengono percepiti sempre meno come garanti di un sistema e sempre più come un attore disposto a pretendere conformità senza offrire la prevedibilità e la reciprocità che avevano caratterizzato l'ordine precedente.

Madeleine Maresca, 24 giugno 2026

 
06

Trump cerca la primazia americana, non un dominio globale personale

CONTRO

La chiave interpretativa del trumpismo non risiede nella costruzione di un ordine mondiale fondato sul dominio personale del leader statunitense, bensì nella ricerca del massimo vantaggio negoziale possibile per gli Stati Uniti. Molte delle iniziative più controverse dell'amministrazione possono essere interpretate come espressioni di una strategia di primazia nazionale aggressiva, senza che ciò implichi necessariamente l'esistenza di un progetto di dominio globale.
La fonte primaria più significativa in questo senso è il discorso pronunciato dalla Casa Bianca alle Nazioni Unite il 23 settembre 2025. In quell'occasione, Donald Trump ha contrapposto il concetto di “sovranità” a quello di “globalismo”, presentando la propria visione come una cooperazione tra nazioni indipendenti impegnate a difendere i propri interessi e a contrastare minacce comuni. I sostenitori della tesi contraria osservano che il messaggio centrale del discorso non consiste nell'abolizione delle sovranità nazionali, ma al contrario nella loro riaffermazione. La critica al multilateralismo viene quindi interpretata come rifiuto di vincoli percepiti come eccessivi, non come proposta di una struttura politica mondiale subordinata a
Washington.
Una lettura analoga viene applicata all'ordine esecutivo del 2 giugno 2026 sull'intelligenza artificiale. Sebbene il documento utilizzi l'espressione “global AI dominance” (“dominanza globale nell'intelligenza artificiale”), tale obiettivo viene collocato all'interno di una competizione tra Stati per la leadership tecnologica e strategica. Per i contrari, il termine dominance descrive il desiderio di prevalere sui concorrenti internazionali, non quello di superare o cancellare la sovranità degli altri Paesi. L'obiettivo sarebbe quindi rafforzare la posizione relativa degli Stati Uniti, non sostituire l'attuale sistema internazionale con un ordine personale diretto dalla Casa Bianca.
Anche il dibattito promosso dal Brookings Institution sul ritorno delle sfere d'influenza va nella stessa direzione. Pur registrando preoccupazioni per l'aumento della coercizione internazionale, i contributi raccolti descrivono prevalentemente una logica di primazia regionale, negoziazione aggressiva (hard bargaining) ed espansione selettiva dell'influenza americana. Il quadro che emerge è quello di una potenza che cerca di rafforzare la propria posizione relativa, non quello di un attore impegnato nella costruzione di un sistema di dominio globale formalizzato.
Un ulteriore argomento riguarda la capacità effettiva degli Stati Uniti di imporre obbedienza in un sistema internazionale sempre più frammentato e multipolare. Diverse analisi suggeriscono che il potere americano, pur restando enorme, incontra limiti crescenti. Chatham House ha ipotizzato la formazione di un “terzo polo” geopolitico capace di operare indipendentemente sia da Washington sia da Pechino. Carnegie Europe ha documentato il deterioramento della fiducia di numerosi alleati europei nei confronti degli Stati Uniti. Lo stesso Brookings Institution rileva che molte potenze regionali stanno cercando di costruire strumenti economici e diplomatici che riducano la dipendenza dall'egemonia americana. Questi sviluppi sono rilevanti perché mostrano che il resto del mondo non si limita a subire passivamente le decisioni di Washington. Molti attori reagiscono, si adattano, cercano alternative o costruiscono forme di autonomia strategica. Questa dinamica può certamente indicare una crisi dell'ordine liberale internazionale, ma non dimostra che gli Stati Uniti siano in grado di sostituirlo con un sistema di dominio personale stabile e operativo.

Madeleine Maresca, 24 giugno 2026

 

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