Nr. 443
Pubblicato il 24/03/2026
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Vittoria del No al referendum sulla giustizia: voto politico?

PRO O CONTRO?

Il referendum costituzionale confermativo del 22–23 marzo 2026 ha chiamato gli elettori italiani a pronunciarsi su una legge di revisione costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e sull’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare, approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale nell’ottobre 2025. In base all’art. 138 della Costituzione, si tratta di un referendum senza quorum: la legge non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Il quesito è stato riformulato e “precisato” a febbraio 2026, includendo l’elenco degli articoli costituzionali interessati dalla revisione (tra cui 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110).
L’obiettivo della riforma, come indicato nel testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, era articolato su tre punti principali: separare a livello costituzionale le carriere dei magistrati giudicanti e requirenti; istituire due distinti Consigli superiori della magistratura (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri), con una composizione in parte definita tramite sorteggio; trasferire la competenza disciplinare a una nuova Alta Corte dedicata.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - La campagna referendaria è stata polarizzata, il No è stato un voto politico

Esito letto come bocciatura politica dell’esecutivo e della sua agenda, non come giudizio tecnico sulla legge.

02 - Il No è un voto di merito: la riforma aveva contenuti controversi

È una consultazione confermativa ex art. 138: il governo resta in carica e le motivazioni di voto possono essere plurali.

03 - La vittoria del No è un segnale strategico

Se il governo guida la campagna, il voto tende a polarizzarsi su pro/antigoverno, come mostrano analisi storiche.

04 - Il risultato di un referendum senza quorum ha motivazioni plurali

Sondaggi e analisi pre-voto segnalano conoscenza non omogenea: le scelte possono seguire scorciatoie non solo politiche.

 
01

La campagna referendaria è stata polarizzata, il No è stato un voto politico

PRO

La tesi secondo cui la vittoria del No vada letta principalmente come voto politico parte da un dato di contesto: nei referendum confermativi su riforme costituzionali, la discussione pubblica spesso trascende il testo normativo e tende a trasformarsi in una valutazione dell’indirizzo politico e della leadership che sponsorizza la riforma. La letteratura sul caso italiano del 2016 evidenzia che, quando il governo assume la leadership del processo referendario, i fattori che spiegano il voto possono riorganizzarsi lungo un asse pro/antigoverno, con una dinamica “plebiscitaria” che fa da scorciatoia cognitiva per molti elettori. In parallelo, analisi territoriali sul 2016 hanno discusso quanto il voto referendario possa sovrapporsi a un “voto politico” (nelle elezioni nazionali) proprio perché i fronti referendari aggregano coalizioni partitiche eterogenee ma riconoscibili e perché l’elettore usa l’appartenenza politica come bussola.
Nel 2026, diversi segnali pubblici hanno alimentato questa interpretazione. Le prime reazioni post-scrutinio mostrate da agenzie e quotidiani indicano una competizione narrativa immediata: da un lato l’opposizione parla di “messaggio politico” e di “maggioranza alternativa”; dall’altro componenti del governo invitano a non leggere l’esito come voto politico. Il fatto stesso che una parte significativa del discorso pubblico si sia concentrata su cosa significhi il risultato “per Meloni”, più che su come riscrivere puntualmente gli articoli costituzionali, è uno degli indizi tipici di una consultazione percepita come “test” di consenso.
Un ulteriore elemento richiamato dai sostenitori della lettura “politica” è la gestione preventiva del contesto comunicativo da parte dell’esecutivo: prima del voto, la premier ha esplicitamente separato l’esito referendario dal destino del governo (nessuna dimissione in caso di No), cioè ha trattato come plausibile – e politicamente rilevante – l’interpretazione “referendum = giudizio sul governo”, provando a neutralizzarla ex ante sul piano comunicativo. Dopo lo scrutinio, i resoconti riportano dichiarazioni della premier incentrate sulla prosecuzione del mandato (“andiamo avanti”) e sul rispetto del voto, tipiche di un esito percepito come politicamente significativo anche sul piano simbolico.
L’interpretazione del risultato come “voto politico” trova riscontro anche nelle analisi pre-referendarie sulla polarizzazione dell’elettorato. Il CISE evidenzia come la scelta tra Sì e No tenda a dipendere in misura significativa dal posizionamento politico degli elettori e dalla loro percezione dei rapporti di forza tra magistratura e politica, cioè da fattori che vanno oltre una valutazione puramente tecnica del testo.
In questa prospettiva, la vittoria del No può essere letta come il rafforzamento – o la riattivazione – di linee di frattura politico-identitarie. Non solo quindi un rifiuto della riforma nel merito, ma un “No” inserito in una dinamica più ampia, che riguarda chi debba guidare il cambiamento istituzionale del Paese e con quale legittimazione politica.

Nina Celli, 24 marzo 2026

 
02

Il No è un voto di merito: la riforma aveva contenuti controversi

CONTRO

Definire la vittoria del No come “voto politico” rischia di semplificare eccessivamente una decisione che aveva un oggetto normativo concreto e controverso. Il referendum confermativo, per struttura, chiedeva un giudizio su un testo che interveniva direttamente su istituti costituzionali: separazione delle carriere; assetto dell’autogoverno della magistratura mediante due Consigli distinti; meccanismi di selezione in parte affidati al sorteggio; spostamento della disciplina a una Alta Corte dedicata. Per molti elettori e per molti attori sociali, il No può essere stato una risposta a questi contenuti, indipendentemente dalla valutazione sull’operato complessivo dell’esecutivo.
Questa lettura “di merito” trova riscontro nelle posizioni espresse da soggetti non direttamente riconducibili ai partiti o che rivendicano una propria autonomia. L’Associazione Nazionale Magistrati, ad esempio, ha promosso un comitato con l’obiettivo dichiarato di informare l’opinione pubblica sui possibili rischi della riforma e sulla necessità di preservare l’attuale sistema di garanzie, collocando il confronto principalmente sul piano della tutela costituzionale e dei diritti, più che su quello dello scontro politico.
Dall’altro lato, una parte dell’avvocatura penalista ha sostenuto il Sì richiamando la necessità di rafforzare la terzietà del giudice e di rendere più coerente il sistema con un modello accusatorio. Questo evidenzia come il dibattito non si sia sviluppato esclusivamente lungo linee partitiche, ma abbia coinvolto anche diverse professioni giuridiche e differenti orientamenti teorici sul funzionamento della giustizia.
Inoltre, diverse analisi giuridiche di contesto evidenziano come il dibattito italiano sulla separazione delle carriere abbia carattere storico e ricorrente, riemergendo soprattutto nei momenti di tensione tra potere politico e magistratura. Ciò non implica, tuttavia, che esso si riduca a una dinamica plebiscitaria: può configurarsi contemporaneamente come confronto politico e come discussione sull’assetto dello Stato di diritto.
In questa prospettiva, alcuni nodi specifici – come il ricorso al sorteggio nella composizione degli organi di autogoverno e il possibile impatto sulla loro rappresentatività e competenza – rappresentano questioni tecniche rilevanti. Tali aspetti possono orientare verso un voto contrario anche elettori non necessariamente motivati da una posizione critica nei confronti del governo, ma sensibili alle implicazioni istituzionali della riforma.
Un ulteriore elemento di contesto è rappresentato dal quadro europeo sullo stato di diritto. Nel suo monitoraggio, la Commissione europea ha rilevato sia l’avanzamento di riforme complessive nel sistema giudiziario, sia la presenza di riserve e preoccupazioni riguardo alla separazione delle carriere e al ridisegno degli organi di autogoverno. Ciò indica che le questioni al centro del referendum sono oggetto di valutazione anche sul piano istituzionale, e non soltanto elettorale.
In questa prospettiva, la domanda “voto politico?” va in parte ridimensionata. Pur essendo evidente il tentativo della politica di attribuire al risultato del No un significato in chiave di consenso o dissenso verso il governo, la consultazione ha coinvolto anche scelte di fondo sul modello istituzionale. Tali scelte possono contribuire a spiegare il comportamento degli elettori senza ricorrere, come chiave interpretativa prevalente, a una logica di fiducia o sfiducia nei confronti dell’esecutivo.

Nina Celli, 24 marzo 2026

 
03

La vittoria del No è un segnale strategico

PRO

Il merito della riforma non è irrilevante, ma l’effetto politico del No – e la sua interpretazione pubblica – è strutturalmente centrale in un referendum confermativo su una riforma d’iniziativa governativa, specialmente quando riguarda l’architettura dei poteri. Anche se la domanda sulla scheda riguarda articoli costituzionali specifici, la competizione politica tende a trasformare l’esito in un segnale strategico sul rapporto di forza tra blocchi politici e sulla capacità dell’esecutivo di “portare a casa” riforme identitarie.
Nel caso 2026, l’oggetto della riforma (separazione delle carriere, due Consigli superiori, Alta Corte disciplinare) comportava modifiche dirette a snodi percepiti come “sensibili” nella distribuzione dei poteri, e dunque idonei a innescare la dinamica politica della mobilitazione. In questa cornice, è comprensibile che gli attori politici – soprattutto le opposizioni – abbiano tentato di convertire l’esito in capitale politico: l’agenzia “Adnkronos” registra dichiarazioni che interpretano la vittoria del No come “bocciatura” e come prova dell’esistenza di un elettorato maggioritario alternativo. Anche nei resoconti giornalistici del giorno dopo, la discussione si sposta rapidamente su cosa “deve fare” il governo dopo il No e quale traiettoria assumerà la maggioranza, evidenziando come la partita sul significato politico continui oltre il voto.
Un indicatore ulteriore è la contesa sul senso stesso del referendum subito dopo l’esito. Nel resoconto de “Il Foglio”, il ministro Nordio prende atto del risultato e dichiara di non voler attribuire un significato politico al voto: formulazione che, implicitamente, riconosce l’esistenza di una disputa interpretativa e la necessità di posizionarsi rispetto a essa. Quando una competizione ruota su “che cosa significa” il risultato, non solo su “quale articolo cambia”, la consultazione entra tipicamente nel registro delle conseguenze politiche e dell’agenda-setting.
Nel dibattito pubblico italiano, l’idea del referendum come “voto politico” si alimenta anche della memoria di precedenti consultazioni costituzionali fortemente polarizzate. Le analisi sul referendum del 2016, ad esempio, hanno evidenziato una significativa sovrapposizione tra il voto per il No e le preferenze espresse nelle elezioni politiche, suggerendo che quella consultazione abbia funzionato, almeno in parte, anche come un voto “sul governo” e sugli schieramenti.
Sul piano teorico, diversi studi accademici sostengono inoltre che quando è il governo a promuovere direttamente una riforma, la dinamica pro/antigoverno tende a intensificarsi, influenzando il comportamento elettorale.
In questa prospettiva, la vittoria del No nel 2026 può essere interpretata anche come un segnale politico: da un lato, per la maggioranza, in termini di difficoltà nel costruire consenso attorno a riforme costituzionali; dall’altro, per le opposizioni, come indicazione di una capacità – seppur non necessariamente stabile – di convergere su un obiettivo comune.

Nina Celli, 24 marzo 2026

 
04

Il risultato di un referendum senza quorum ha motivazioni plurali

CONTRO

Alcuni non negano che esista una componente politica, ma parlare di “voto politico” come spiegazione principale è fragile, perché il referendum confermativo è un istituto con regole proprie e con incentivi diversi dalle elezioni politiche. In base all’art. 138, l’esito produce un effetto giuridico preciso (promulgazione o non promulgazione della legge), senza meccanismi di decadenza del governo e senza quorum: ciò rende logicamente improprio dedurre automaticamente “governo bocciato” dall’esito, anche se questa deduzione può essere comunicativamente efficace.
Anche la campagna ha visto una disputa esplicita sulla cornice interpretativa: prima del voto, la premier ha pubblicamente separato il referendum dal tema delle dimissioni (“il governo non si dimette” in caso di No), cioè ha proposto agli elettori un frame “in base al merito” (si vota sulla giustizia, non sulla politica). Dopo il voto, secondo i resoconti de “Il Foglio”, il ministro della Giustizia ha affermato che non è intenzione del governo attribuire al voto un significato politico, invitando dunque a non trasformare l’esito in un verdetto politico univoco. Al di là del giudizio sulla sincerità o efficacia di questa linea, il punto analitico è che la lettura “voto politico” non è un fatto oggettivo: è una interpretazione in un contesto competitivo.
Inoltre, la componente informativa pesa in maniera notevole. Ipsos Doxa, a ridosso del voto, descrive un elettorato non uniformemente coinvolto e segnala un livello di informazione non massimo su contenuti e poste in gioco; è un contesto in cui gli elettori possono scegliere per ragioni diverse e talvolta attraverso scorciatoie (fiducia/sfiducia verso istituzioni, paura di conseguenze, orientamenti valoriali), non necessariamente riconducibili a un giudizio sul governo. La Confederazione Italiana Sviluppo Economico (CISE), dal canto suo, richiama i limiti strutturali dei sondaggi referendari e la difficoltà di misurare con precisione – prima del voto – quanta parte dell’elettorato stia votando “di merito” e quanta “di schieramento”, mostrando che l’incertezza è parte del fenomeno e che l’interpretazione ex post è campo di disputa.
Il fatto stesso che la consultazione sia stata accompagnata da tensioni procedurali di natura istituzionale – come la riformulazione del quesito su impulso della Corte di Cassazione e le successive polemiche politiche – indica che una parte del confronto si è spostata sul piano della “meta-politica”. Si tratta, cioè, di questioni legate alle regole del gioco, alla legittimità dei passaggi istituzionali e ai rapporti tra i poteri dello Stato, che non coincidono né con il merito della riforma né con il giudizio sul governo.
In questa prospettiva, definire l’esito come “voto politico” rappresenta una possibile chiave di lettura, ma non è sufficiente a esaurire la complessità del fenomeno. Il risultato può infatti derivare da motivazioni diverse e sovrapposte. Ridurlo a un referendum sul governo rischia quindi di oscurare sia la dimensione istituzionale del quesito sia la pluralità dei comportamenti elettorali.

Nina Celli, 24 marzo 2026

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