Referendum giustizia 2026
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
Il prossimo 22–23 marzo gli elettori italiani saranno chiamati a votare per un referendum costituzionale sulla riforma della Magistratura proposta dal governo Meloni-Nordio. Il disegno di legge (DDL 1917), approvato dal Parlamento (18 ottobre 2025 alla Camera, 30 ottobre al Senato) introduce la separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti, sdoppia l’attuale CSM in due organi distinti (uno per i giudici, uno per i pm) e prevede la selezione per sorteggio di gran parte dei loro componenti. Poiché il testo non ha ottenuto la maggioranza qualificata di due terzi in Parlamento, è stato necessario il referendum confermativo/oppositivo. Si tratta di un referendum negativo (oppositivo, senza quorum): il “Sì” confermerebbe la riforma, il “No” la respingerebbe.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Separare giudici e pm assicura che chi giudica rimanga terzo rispetto agli accusatori, rafforzando la fiducia nel processo.
La riforma divide et impera: con due CSM separati e i membri sorteggiati, la magistratura perde coesione e potere contrattuale.
Sono necessari limiti formali all’autorità togata per proteggere le libertà civili.
Il referendum è una distrazione dalle emergenze concrete, come le lungaggini e il precariato.
La Costituzione prevede un giudice terzo imparziale. La riforma recepisce tardivamente questo principio.
Sostituire l’elezione con l’estrazione a sorte dei togati umilia la partecipazione attiva dei magistrati. Il sorteggio indebolisce il principio di rappresentanza elettiva.
Sdoppiare il CSM significa raddoppiare struttura e burocrazie, con costi quasi triplicati. Aumenterebbero rivalità e confusione nelle decisioni interne.
Con la riforma si rafforzano terzietà e fiducia nella Magistratura
I sostenitori della riforma ritengono che il suo fulcro sia assicurare la terzietà del giudice nel processo penale. Attualmente, tutti i magistrati italiani seguono lo stesso percorso formativo e possono cambiare funzione solo una volta (Cartabia 2022), ma mantengono una sorta di famiglia unica dell’ordine giudiziario. Con la separazione delle carriere, invece, chi sceglie di fare il magistrato inquirente (pm) non potrà più diventare giudice, e viceversa. Questo, secondo i sostenitori del Sì, rispecchia il codice di procedura penale voluto da Vassalli (1969) e la stessa Costituzione (art.111, co.2) che prevede giudice terzo imparziale. Si tratterebbe di dare finalmente attuazione – con valore costituzionale – al principio che il magistrato che accusa deve essere su un piano diverso da quello che decide la pena. In quest’ottica, anche lo sdoppiamento del CSM e il sorteggio dei togati servono a consolidare questa separazione, eliminando interferenze di carriera e raggruppamenti di interessi interni.
Secondo figure come Nordio o il prof. Mannino, senza la separazione rimane un’“ambiguità nella relazione fra chi accusa e chi giudica”, che alimenta la sfiducia nell’operato dei magistrati. La riforma viene presentata come un segnale per i cittadini: chi vota Sì manda un messaggio che la giustizia deve essere più imparziale e autorevole, non più “piegata alla politica” o alle logiche di correnti interne. Inoltre, l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare esterna (composta anch’essa in parte per sorteggio) viene giustificata come una garanzia aggiuntiva: i magistrati che sbagliano non saranno giudicati dai colleghi strettamente legati ai gruppi di potere, ma da un organo terzo e più oggettivo.
I favorevoli sottolineano che un CSM unificato con elezioni interne ha prodotto l’autogoverno corporativo delle toghe, a volte criticato per favoritismi. Una pluralità di togati con ruoli bloccati crea un clima in cui nessuno può cambiare campo per opportunismo: il Sì significherebbe quindi anche un freno alle correnti politiche interne alla magistratura, che ritenevano i magistrati troppo legati alla propria corrente e non al processo stesso. I promotori della riforma affermano che il risultato finale sarebbe una magistratura più libera, “autonoma e indipendente” dall’influenza politicizzante delle correnti (parole dello stesso Nordio). Dunque, il Sì viene tratteggiato come una scelta in difesa della terzietà, equiparata al rafforzamento della fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario.
Nina Celli, 7 febbraio 2026
La riforma è un attacco all’autonomia della Magistratura
I contrari accusano la riforma di rovesciare la gerarchia costituzionale. Mettono in guardia che lo sdoppiamento del CSM creerà due entità più deboli e contrapposte: i giudici (votati 2/3 dal corrente “vecchio” CSM) e i pm (2/3 dal nuovo CSM requirente), che nella nuova composizione elettiva non si consulterebbero più. Questo, dicono, permette al “divide et impera” di dominare, rendendo ogni corpo più facilmente manipolabile da influenze esterne. In particolare, secondo oppositori (come sostiene Maruotti sul “Mulino”) l’autonomia fin qui garantita da un unico CSM si ridurrebbe: al governo basterebbe puntare su un consiglio o l’altro per spingere determinate riforme, poiché la riforma stessa li rende “sovrapponibili per caratteri e funzioni”.
Sul piano pratico, si teme che la nuova Alta Corte disciplinare, secondo l’argomentazione No, sia in realtà una leva di pressione: i magistrati sarebbero giudicati da un organo cui il Ministero ha accesso diretto (per un terzo eletto da un elenco del Parlamento), aumentando il rischio di controllo politico. In diversi interventi si sottolinea che la cultura della giurisdizione rischierebbe di essere indebolita: il pubblico ministero, infatti, sarebbe sottoposto a regole esterne più stringenti e, restando vincolato alla propria funzione, non potrebbe più “contaminarsi” con la logica del giudizio.
I sostenitori del No ribattono però che, ancora oggi, la promessa di imparzialità non risulta compromessa. A sostegno citano un dato: nei cinque anni considerati, solo lo 0,83% dei pubblici ministeri è passato alla funzione di giudice, a dimostrazione della scarsa rilevanza del problema.
Nina Celli, 7 febbraio 2026
La riforma introduce controlli esterni contro le correnti
A favore della riforma viene citata la novità del sorteggio dei togati (2/3 degli eletti dei due nuovi CSM) e la creazione di una nuova Alta Corte disciplinare. I favorevoli sostengono che questi meccanismi esternalizzano parte del reclutamento e della disciplina dei magistrati, rendendo il sistema meno autoreferenziale. Per esempio, il sorteggio temperato per i membri laici (nominati da un elenco parlamentare) è visto come un modo per disinnescare le lobby interne ai tribunali, garantendo che la designazione sia casuale e non dipenda dal meccanismo delle liste di corrente.
Nordio stesso (intervistato da “Il Dubbio”) ha posto l’accento sul fatto che l’ANM teme non tanto la separazione delle carriere quanto la fine delle vecchie correnti: “Ciò che terrorizza i magistrati è la perdita del potere”, ha detto, perché “regnava la giustizia domestica”: ora il sorteggio “li libererà da questa prigione”. Analogamente, l’inserimento di una Corte disciplinare indipendente serve, secondo i sostenitori, a combattere l’impunità. Fino a oggi, essi evidenziano, pochissimi magistrati venivano sanzionati per errori gravi (si parla di decine su migliaia di casi), obbligando spesso lo Stato a pagare risarcimenti in caso di malagiustizia. La nuova Alta Corte è presentata come un organo imparziale che giudica più severamente i magistrati disonesti, allontanandoli da ogni potenziale pressione del CSM tradizionale.
In chiave politica, i pro ritengono che la riforma sposti l’attenzione dalle solite accuse alle carceri piene o ai tempi lunghi dei processi verso questioni di etica istituzionale. Nell’articolo pubblicato su “Lettera150”, il professor Mannino auspica che, a urne aperte, si voti “sulla riforma nel suo complesso”. Si sofferma in particolare su due punti cardine: da un lato, ricorda che il costituente ha già previsto il principio del giusto processo; dall’altro, sostiene che la riforma collegherebbe le criticità attuali alle carenze del passato.
Dal punto di vista giuridico, il Sì viene presentato come una scelta di bilanciamento attivo tra i poteri: pur mantenendo i magistrati all’interno dello stesso ordine giudiziario, la riforma mirerebbe a contrastare le dinamiche interne di carattere partitico e ad affrontare le sfide contemporanee poste dal modello accusatorio.
Nina Celli, 7 febbraio 2026
La riforma è una distrazione dai problemi concreti della giustizia
Un tema centrale delle tesi contrarie è che la riforma non risolve i veri mali del sistema giudiziario. Il Comitato No composto di magistrati e avvocati evidenzia che gli effetti sui tempi dei processi sono nulli (Nordio stesso ammette che il referendum “non ha nulla a che fare” con efficienza e lentezze). Critici come Castelli e altri rimarcano che negli ultimi anni (grazie a PNRR, risorse aggiuntive, Ufficio per il processo) i ritardi giudiziari sono in forte calo e le pendenze penali si sono ridotte del 35%. Perciò, denunciano che concentrarsi su una riforma costituzionale di questo tipo è propaganda, un “fenomeno solo per spostare l’attenzione”, mentre rimane urgente assumere 2000 magistrati, ridurre il precariato e modernizzare gli uffici.
La CGIL e le opposizioni sostengono che per rendere davvero efficiente la giustizia basterebbe investire nelle risorse (giudici e personale), nell’informatizzazione e nell’edilizia giudiziaria, non cambiare la Costituzione. Denunciano pure un ulteriore onere per la spesa pubblica: sdoppiare il CSM aumenterà i costi complessivi (oggi il singolo CSM costa ~45 milioni/anno, con la riforma si prospetta il raddoppio) senza alcuna garanzia di benefici in termini di rapidità processuale. In questo filone si sottolinea: “Se il problema della giustizia sono i tempi, la riforma non spende un euro per assumere personale, ma vorrebbe pagare un CSM in più” (firmato 117 costituzionalisti). Di conseguenza, i No affermano che il Sì trasformerebbe il referendum in un voto ideologico, enfatizzando un principio astratto piuttosto che proporre soluzioni concrete a eccessi di carico processuale e inefficienza giudiziaria.
Nina Celli, 7 febbraio 2026
La riforma implica il rispetto dei princìpi fondamentali
Dai promotori si sottolinea la coerenza con valori costituzionali già esistenti. Si fa notare che il sistema accusatorio italiano (introdotto nel 1988 ma parzialmente applicato) imponeva l’equivalenza sostanziale tra difesa e accusa: uno stesso magistrato non avrebbe dovuto svolgere entrambi i ruoli. La riforma approvata segue questo percorso storico, dando finalmente “atto costituzionale” al principio del processo imparziale. Inoltre, si ricorda che l’elezione del CSM fu decisa dai padri costituenti proprio per proteggere i magistrati da interferenze: tuttavia, con il tempo le correnti “da almeno 50 anni” hanno distorto quel meccanismo. Secondo molti giuristi favorevoli, si passerebbe dunque da un sistema di autogestione fortemente politicizzato a un modello in cui una parte della rappresentanza verrebbe affidata al sorteggio, con una verifica parlamentare sui candidati. In questo modo, sostengono, si otterrebbe un riequilibrio dell’attuale status quo. Un documento del Sì sottolinea che in alcuni paesi con separazione delle carriere (come USA) il giudice eletto localmente è svincolato dalle trattative interne, suggerendo un modello meno corporativo.
Nina Celli, 7 febbraio 2026
L’introduzione del sorteggio non è democratica
Un nodo delicato è il metodo di selezione dei componenti dei nuovi CSM. L’unione delle Camere Penali osserva che estrarre a sorte i togati infrange i principi costituzionali di elettività. Dal fronte del No si contesta duramente che il sorteggio spoglierebbe i magistrati del loro elettorato attivo/passivo, affidando buona parte delle nomine a un meccanismo non collegiale. Si mette in rilievo che anche gli estensori stessi – politici e giuristi favorevoli – hanno definito la scelta come “umiliazione delle regole democratiche”. Sul piano costituzionale, quindi, il No accusa il governo di aver inserito un elemento autoritativo: la composizione per sorteggio renderebbe i due nuovi consigli meno rappresentativi del corpo magistratuale. La legge Riforma originale precisava che i due CSM sarebbero “esattamente sovrapponibili”: i No temono che, al di là delle parole, la sorte nasconda un meccanismo di controllo politico sul reclutamento dei magistrati.
Nina Celli, 7 febbraio 2026
La riforma introdurrebbe conflitti e oneri superflui
I contrari avvertono che la frammentazione del sistema produce paradossi interni. Nel nuovo assetto, i pubblici ministeri avranno due terzi dei membri nel proprio CSM (e gestiranno assunzioni, trasferimenti e incarichi solo al loro interno), creando possibili tensioni con la compagine giudicante, la quale diventerà minoritaria nel proprio organo. Una simile doppia struttura potrebbe generare conflitti: le delibere di un CSM potrebbero essere contraddette dall’altro, aggravando l’incertezza. Dal punto di vista economico, si prevede quasi il triplo dei costi di gestione: la creazione di un’Alta Corte comporta un organico ad hoc; i due CSM dovranno coprire funzioni oggi aggregate. I No sottolineano che queste risorse potrebbero invece andare a investimenti concreti. In sostanza, il fronte contrario definisce il referendum una scelta “ideologica e divisiva” piuttosto che pragmatica, prefigurando un’accresciuta politicizzazione della magistratura, costi più alti e disorganizzazione del sistema giudiziario.
Nina Celli, 7 febbraio 2026