Nr. 483
Pubblicato il 09/07/2026
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Gli USA sono il Paese più guerrafondaio dell'era moderna

PRO O CONTRO?

Sostenere che gli Stati Uniti siano il paese più guerrafondaio dell'era moderna significa riassumere in una formula polemica tre questioni distinte ma collegate: la frequenza con cui Washington ricorre alla forza militare, l'ampiezza della sua infrastruttura militare globale e il modo in cui questo impiego della forza viene giustificato, contestato o limitato sul piano giuridico e politico. Il dibattito pubblico contemporaneo, soprattutto dopo gli sviluppi del 2026 relativi all'Iran, ruota proprio attorno a questa triplice distinzione. La questione non riguarda soltanto il numero di conflitti che gli Stati Uniti hanno combattuto o sostenuto, ma anche se la loro postura militare sia strutturalmente più interventista rispetto a quella di altri Stati e se questo interventismo possa essere definito, di per sé, "guerrafondaismo".


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Gli USA fanno dell’intervento militare uno strumento ordinario di governo internazionale

Gli USA uniscono spesa record, primato nell’export di armi e rete globale di basi: tre indizi di militarizzazione strutturale.

02 - L’accusa di guerrafondaismo è troppo ampia e poco comparabile

Senza un criterio univoco (guerre, interventi, vittime, annessioni, durata) la formula resta più polemica che scientifica.

03 - L’attacco all’Iran nel 2026 conferma il modello aggressivo

Raid, cessate il fuoco, nuovi raid e voto del Senato: la crisi iraniana riporta al centro la tentazione americana della forza rapida.

04 - Il sistema USA produce anche forti anticorpi

Congresso, giudizi giuridici, think tank, media e opinione pubblica contestano apertamente l’uso della forza, segno di pluralismo interno.

 
01

Gli USA fanno dell’intervento militare uno strumento ordinario di governo internazionale

PRO

Nel 2025 Washington ha speso 954 miliardi di dollari in campo militare, pari a circa un terzo della spesa globale; sul mercato delle grandi armi ha detenuto il 42% delle esportazioni mondiali nel quinquennio 2021-2025; e continua a sostenere una rete di almeno 128 basi oltremare in almeno 51 Paesi. Nessun altro attore moderno somma, nello stesso momento, queste tre dimensioni: potenza di fuoco, infrastruttura globale e ruolo di fornitore sistemico di armamenti. Per questo, gli USA non sono soltanto “molto armati”: sono il principale organizzatore materiale della guerra contemporanea.
L’argomento si rafforza se si passa dall’istantanea alla serie storica. La ricerca di Hägerdal, Kushi e Toft basata sul Military Intervention Project colloca il caso statunitense dentro un arco molto lungo e mostra che la fine della Guerra fredda non ha prodotto la prevista “normalizzazione” del ricorso americano alla forza; al contrario, l’era unipolare è stata associata a una maggiore frequenza degli interventi. Questo dato non prova da solo che gli USA sono “i più guerrafondai” in assoluto, ma sostiene che la superpotenza americana ha trasformato l’intervento militare in uno strumento ordinario di governo dell’ordine internazionale, ben oltre i soli casi di guerra formalmente dichiarata. Il problema non è soltanto il numero di conflitti ad alta intensità, ma la normalizzazione di dimostrazioni di forza, azioni militari, presenze avanzate, missioni di contenimento e deterrenza armata.
La centralità militare americana non va misurata solo quando gli USA combattono direttamente. Il peso degli Stati Uniti passa anche dall’architettura di alleanze, logistica, intelligence, basi e mercato degli armamenti che rende possibile, accelera o prolunga crisi regionali. L’analisi di Bertina Kudrin su “Lawfare” è significativa proprio per questo: mostra che le basi permanenti USA in paesi terzi complicano perfino il diritto di neutralità, perché la presenza militare americana è così integrata nelle infrastrutture ospitanti da trasformare la proiezione di forza in una condizione permanente, non episodica. In altri termini, la guerra non sarebbe solo un evento, ma una possibilità continuamente incorporata nel dispositivo geopolitico statunitense. È questo carattere strutturale, più ancora del singolo presidente o del singolo teatro, a fondare l’accusa di “guerrafondaismo” sistemico.
Tale struttura produce anche costi economici, umani e politici che si protraggono ben oltre la durata dei singoli conflitti. I ricercatori del progetto Costs of War della Brown University sostengono che l'impatto dell'attivismo militare statunitense non si esaurisca nelle spese sostenute dal Dipartimento della Difesa o nelle operazioni di combattimento, ma si estenda alle conseguenze di lungo periodo: vittime civili, spostamenti forzati di popolazione, instabilità economica e politica nelle aree interessate e tensioni geopolitiche persistenti. Qui s’inserisce anche il rapporto dell'economista Linda J. Bilmes, che stima tra 9,65 e 12,07 miliardi di dollari il costo delle attività militari statunitensi nel Medio Oriente allargato tra il 7 ottobre 2023 e il settembre 2025, senza includere gli aiuti militari a Israele. A ciò si aggiungono le ricerche dello stesso progetto Costs of War, secondo cui almeno 37 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni nei principali teatri di guerra in cui gli Stati Uniti hanno lanciato o sostenuto operazioni militari dopo l'11 settembre 2001. Questi dati indicano che il ricorso alla forza rappresenta uno strumento ricorrente della politica estera statunitense e produce conseguenze strutturali che vanno ben oltre il campo di battaglia. Dunque, se per "guerrafondaio" s’intende il paese che, più di ogni altro, ha costruito e mantenuto nel tempo una capacità globale, permanente e ripetuta di condurre, sostenere o preparare operazioni militari, allora gli Stati Uniti costituiscono il principale candidato dell'era moderna.

Madeleine Maresca, 9 luglio 2026

 
02

L’accusa di guerrafondaismo è troppo ampia e poco comparabile

CONTRO

Il primo argomento del fronte contrario riguarda il significato stesso dell'espressione "il paese più guerrafondaio dell'era moderna". Perché un'affermazione di questo tipo possa essere dimostrata, sarebbe necessario individuare un criterio di confronto univoco e condiviso. Il giudizio, infatti, cambia sensibilmente a seconda del parametro adottato: si considera il numero delle guerre combattute, la frequenza degli interventi militari, la durata dei conflitti, il numero delle vittime, il ricorso alla forza offensiva senza mandato internazionale, le annessioni territoriali, la spesa militare, il volume delle esportazioni di armi oppure l'estensione della rete di basi all'estero? Ogni indicatore restituisce classifiche diverse e mette in luce aspetti differenti della politica di sicurezza di uno Stato.
Anche il Congressional Research Service (CRS), il servizio di ricerca del Congresso degli Stati Uniti, sottolinea questa difficoltà. Nei suoi rapporti distingue infatti tra guerre, interventi militari, operazioni, dispiegamenti di forze e altre forme di uso della forza, evidenziando come gli impieghi delle forze armate statunitensi siano stati centinaia nel corso della storia, ma estremamente eterogenei per intensità, durata, obiettivi e base giuridica. Proprio questa varietà rende problematica qualsiasi graduatoria assoluta: la definizione di "paese più guerrafondaio" risulta quindi più efficace come formula interpretativa o slogan politico che come affermazione rigorosamente dimostrabile.
Altro elemento contestabile è il significato del termine "guerrafondaio". Una cosa è affermare che gli Stati Uniti rappresentano la maggiore potenza militare del mondo e il principale attore interventista del secondo dopoguerra; un'altra è sostenere che siano il paese più incline alla guerra dell'intera era moderna. Una simile affermazione richiederebbe infatti un confronto con realtà storiche profondamente diverse, come gli imperi coloniali europei, il militarismo giapponese, il Terzo Reich, l'Unione Sovietica in alcune fasi della Guerra fredda o, più recentemente, la Russia impegnata nella guerra contro l'Ucraina. Inoltre, una parte significativa dell'attività militare statunitense si svolge nell'ambito di alleanze internazionali, missioni di deterrenza, garanzie di sicurezza collettiva o operazioni dichiaratamente finalizzate alla difesa di Stati alleati o alla tutela delle principali rotte marittime. Ciò non esclude che tali interventi possano essere criticati, ma rende più difficile sostenere una graduatoria assoluta senza adottare criteri selettivi.
Un ulteriore argomento riguarda il rapporto tra capacità militare e propensione alla guerra. I dati relativi alla spesa per la difesa, alle esportazioni di armamenti o alla presenza di basi militari all'estero dimostrano l'eccezionale capacità di proiezione della forza degli Stati Uniti, ma non provano automaticamente una volontà di ricorrere alla guerra come fine in sé. Nel 2026 la Casa Bianca ha presentato sia l'operazione contro l'Iran sia il successivo accordo con Teheran come esempi di una strategia di deterrenza e di diplomazia sostenuta dalla forza, sostenendo che la pressione militare fosse finalizzata a prevenire un conflitto più ampio e a favorire un'intesa negoziale. Nella Statement of Administration Policy relativa alla risoluzione del Senato sui war powers, l'amministrazione ha inoltre giustificato l'azione militare richiamando la necessità di proteggere il personale statunitense, gli interessi nazionali e la stabilità regionale. Questa interpretazione è contestata da numerosi studiosi, giuristi e organizzazioni internazionali, ma rappresenta comunque una posizione che deve essere considerata nel dibattito. Un paese dotato di un'estesa capacità militare non può essere definito automaticamente "guerrafondaio" se una parte significativa delle sue istituzioni e della sua cultura strategica interpreta l'uso della forza come strumento di deterrenza, contenimento o difesa avanzata.
Va inoltre considerata la straordinaria trasparenza e documentazione del caso statunitense. Negli Stati Uniti ogni impiego della forza è generalmente accompagnato da documenti ufficiali, dibattiti parlamentari, ricorsi giudiziari, rapporti di think tank, inchieste giornalistiche e analisi delle organizzazioni non governative. Questo rende le operazioni militari americane molto più visibili, tracciabili e contestabili rispetto a quelle condotte da molti altri Stati, dove il controllo pubblico è più limitato. L'interventismo statunitense può apparire più continuo e pervasivo anche perché è incomparabilmente più documentato. Non si vuole quindi negare l'eccezionale peso militare degli Stati Uniti né la frequenza del loro ricorso alla forza, ma l'espressione "il paese più guerrafondaio dell'era moderna" va oltre ciò che le fonti consentono di affermare con sicurezza. Una formulazione ritenuta più aderente ai dati disponibili sarebbe quella che descrive gli Stati Uniti come la principale potenza militare globale e il paese con la maggiore capacità di intervento e proiezione della forza nel mondo contemporaneo, senza attribuire loro, in termini assoluti e incontrovertibili, il primato del "guerrafondaismo".

Madeleine Maresca, 9 luglio 2026

 

 
03

L’attacco all’Iran nel 2026 conferma il modello aggressivo

PRO

Gli sviluppi del 2026 relativi all'Iran non rappresentano un episodio isolato, ma confermano una tendenza consolidata della politica estera statunitense. In presenza di crisi internazionali ad alta intensità, gli Stati Uniti continuerebbero infatti a privilegiare il ricorso alla forza militare anche quando il quadro giuridico, diplomatico e politico risulta ancora oggetto di discussione. La sequenza degli eventi viene indicata come significativa: dopo l'operazione militare contro l'Iran e il conseguente dibattito costituzionale, il 23 giugno 2026 il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione volta a limitare le ostilità nei confronti di Teheran; pochi giorni dopo, il 2 luglio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) si è riunito in seduta d'urgenza per chiedere l'attuazione dell'accordo di pace e scongiurare una nuova escalation; tuttavia, il 7 e l'8 luglio, gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi aerei in risposta a nuovi incidenti verificatisi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. Questa successione di eventi mostra che il ricorso alla forza continua a rappresentare una delle principali opzioni della politica estera americana, anche quando sono ancora aperti canali diplomatici, cessate il fuoco o forti contestazioni da parte del Congresso.
La questione non riguarda soltanto l'opportunità politica delle operazioni militari, ma anche il loro inquadramento giuridico. Il centro di analisi Just Security ha sostenuto che l'amministrazione avrebbe esteso i propri poteri oltre i limiti previsti dalla War Powers Resolution e dalla Costituzione degli Stati Uniti, ricorrendo alla forza senza una specifica autorizzazione del Congresso. Parallelamente, le analisi pubblicate da “Lawfare” hanno evidenziato come il conflitto abbia riaperto numerosi interrogativi giuridici: l'applicabilità dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che disciplina il diritto di autodifesa; il confine tra autodifesa e guerra preventiva; il ruolo delle comunicazioni che il presidente è tenuto a trasmettere al Congresso; i criteri con cui stabilire quando un conflitto possa considerarsi realmente concluso. Qui, il dato più rilevante è che l'apparato statunitense continua a operare ai limiti delle proprie basi giuridiche o addirittura oltre i suoi limiti, segnalando una cultura strategica nella quale il ricorso rapido alla forza viene considerato uno strumento ordinario di gestione delle crisi internazionali.
Questa interpretazione trova ulteriore sostegno nelle valutazioni formulate da organizzazioni internazionali e organizzazioni per i diritti umani. L'Office of the High Commissioner for Human Rights (OHCHR) delle Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch hanno espresso nel 2026 forti preoccupazioni riguardo all'impatto dei raid statunitensi sulla popolazione civile iraniana, alla limitata trasparenza sulle modalità di selezione degli obiettivi militari e alla necessità di svolgere indagini indipendenti sulle possibili violazioni del diritto internazionale umanitario. In particolare, Amnesty International ha denunciato quello che definisce un attacco illegale contro una scuola, nel quale sarebbero morti numerosi bambini; Human Rights Watch ha chiesto chiarimenti sui criteri di individuazione degli obiettivi (targeting), sulle misure adottate per proteggere i civili e sui meccanismi di accertamento delle responsabilità (accountability). Gli esperti delle Nazioni Unite hanno invece collegato gli attacchi al deterioramento della situazione umanitaria e dei diritti umani in Iran. Il punto non è soltanto la frequenza con cui gli Stati Uniti ricorrono alla forza, ma il fatto che tali interventi continuano a generare contestazioni ricorrenti riguardo alla loro legalità, proporzionalità e compatibilità con gli obblighi di tutela della popolazione civile. L'accusa di "guerrafondaismo" non deriverebbe da una valutazione ideologica, bensì dall'osservazione di una sequenza ripetuta di crisi nelle quali l'intervento militare precede, accompagna o condiziona il processo diplomatico.
Il caso iraniano viene inoltre interpretato come l'espressione di una più ampia dipendenza della politica estera statunitense dagli strumenti coercitivi. La Casa Bianca ha presentato l'accordo raggiunto con Teheran come un esempio della strategia di "peace through strength" ("pace attraverso la forza") e ha sostenuto che la pressione militare abbia reso possibile il negoziato. Tuttavia, questa argomentazione non rappresenta una confutazione, bensì un'ulteriore conferma della loro lettura. Se la diplomazia statunitense ricorre con regolarità a bombardamenti, dispiegamenti militari, basi avanzate e minacce credibili per raggiungere risultati negoziali, allora la forza armata diventa parte integrante del modo in cui gli Stati Uniti esercitano la propria influenza internazionale. Da questo punto di vista, gli eventi del 2026 non costituirebbero un'eccezione, ma il riemergere di una modalità d'azione già osservabile in numerose crisi precedenti e considerata da molti una caratteristica strutturale della politica estera americana.

Madeleine Maresca, 9 luglio 2026

 
04

Il sistema USA produce anche forti anticorpi

CONTRO

Se si parla degli USA nel loro complesso, non è sufficiente considerare l'azione della Casa Bianca, del Pentagono o dell'apparato di sicurezza nazionale: occorre includere anche il Congresso, il sistema giudiziario, i media, le università, le organizzazioni della società civile e l'opinione pubblica. Da questa prospettiva, il 2026 offre un elemento significativo di riflessione. Dopo l'operazione militare contro l'Iran, il 23 giugno 2026 il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione volta a limitare il coinvolgimento delle forze armate nelle ostilità contro Teheran, evidenziando un dissenso istituzionale rilevante rispetto all'iniziativa dell'esecutivo. Parallelamente, centri di ricerca giuridica come Just Security hanno contestato la legittimità costituzionale dell'intervento, mentre numerose organizzazioni non governative hanno chiesto maggiore trasparenza, il rispetto del diritto internazionale e l'accertamento delle eventuali responsabilità. Un paese nel quale il ricorso alla forza genera un confronto così acceso tra poteri dello Stato, studiosi, organizzazioni civiche e opinione pubblica difficilmente può essere descritto come una comunità politica uniformemente orientata alla guerra.
Questa interpretazione trova ulteriore sostegno nei dati sull'opinione pubblica. Un'indagine del Pew Research Center, pubblicata nel 2026, ha rilevato che la maggioranza degli statunitensi disapprovava l'azione militare contro l'Iran e riteneva sbagliata la decisione di ricorrere alla forza. Analogamente, un sondaggio del Chicago Council on Global Affairs ha mostrato che gli americani tendono a sostenere l'impiego delle forze armate soprattutto in funzione difensiva, per proteggere il territorio nazionale o gli alleati, mentre esprimono un consenso molto più limitato verso interventi offensivi o finalizzati all'espansione dell'influenza statunitense. Questi dati non mettono in discussione il ruolo centrale degli Stati Uniti nel sistema internazionale, ma suggeriscono che l'etichetta di "paese più guerrafondaio" rischi di attribuire all'intera collettività un orientamento che riguarda principalmente alcuni settori dell'apparato statale e della classe dirigente. In questa prospettiva, è possibile parlare di uno Stato fortemente militarizzato senza identificare automaticamente l'intero paese con una cultura politica favorevole alla guerra.
Anche sul piano delle percezioni internazionali emerge un quadro più articolato di quanto suggerisca una definizione assoluta. Un rapporto del Pew Research Center, pubblicato il 23 giugno 2026, mostra che molti intervistati, sia negli Stati Uniti sia in altri paesi, considerano Washington un attore che interviene frequentemente negli affari di altri Stati. Allo stesso tempo, una quota significativa degli americani continua a ritenere che il proprio paese contribuisca alla pace e alla stabilità internazionale, pur con livelli di consenso inferiori rispetto al 2023. Questa duplice percezione riflette una realtà complessa: per alcuni osservatori la presenza militare americana costituisce un elemento di deterrenza che contribuisce a proteggere gli alleati e a prevenire conflitti più estesi; per altri, la stessa presenza alimenta escalation, dipendenze strategiche e instabilità regionale. Il giudizio dipende inevitabilmente dai criteri adottati e dagli effetti che si ritengono prevalenti. La formula "il paese più guerrafondaio dell'era moderna", invece, tende a semplificare questa pluralità di interpretazioni, trasformando una questione controversa in un'affermazione categorica.
In conclusione, non si nega l'eccezionale capacità militare degli Stati Uniti né la frequenza con cui Washington è ricorsa alla forza nel secondo dopoguerra. Si sostiene però che identificare l'intero paese con il suo apparato militare rappresenti una semplificazione concettuale e politica. Gli Stati Uniti possono essere descritti come la principale superpotenza militare contemporanea e come uno degli attori più interventisti del sistema internazionale. Tuttavia, sono anche tra i paesi nei quali l'uso della forza è costantemente oggetto di controllo parlamentare, ricorsi giudiziari, analisi accademiche, inchieste giornalistiche, mobilitazione della società civile e dibattito pubblico. Proprio questa persistente dialettica interna rende discutibile la definizione di "paese più guerrafondaio dell'era moderna", poiché essa trascura la pluralità di posizioni e i meccanismi di contestazione che caratterizzano il sistema democratico americano.

Madeleine Maresca, 9 luglio 2026

 

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