Nr. 480
Pubblicato il 02/07/2026
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Guerra USA-Iran: colloqui di pace sono un fallimento

PRO O CONTRO?

Sui colloqui di pace USA-Iran ci si domanda se esista un’intesa e quale sia la natura dell’intesa stessa: si tratta di un vero processo di pace oppure di una tregua precaria, utile a congelare il conflitto senza scioglierne le cause? Gli sviluppi più recenti hanno alimentato entrambe le letture. “Reuters” ha riferito che il più recente round di colloqui indiretti svoltosi a Doha si è chiuso “senza segnali” di avanzamento verso una pace duratura, con il confronto rimasto inchiodato a Hormuz e agli incentivi finanziari per Teheran; l’“Associated Press”, nello stesso arco temporale, ha però parlato di “progressi positivi” e di decisione comune a proseguire i contatti, pur confermando che i nodi su Stretto di Hormuz e Libano restano aperti. In altri termini, le trattative non si sono interrotte, ma non hanno ancora trasformato la tregua in una pace stabile.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Il negoziato appare già fallito perché ha smesso di risolvere il conflitto e si limita a gestirne i sintomi

Le ultime riunioni hanno gestito Hormuz e fondi congelati, rinviando ancora il nodo nucleare.

02 - Definire falliti i colloqui vuol dire ignorare che hanno già impedito il ritorno alla guerra totale

Ceasefire, memorandum e mediazione hanno evitato finora un ritorno alla guerra totale.

03 - I nodi strutturali su Hormuz, nucleare e Libano mostrano che il compromesso non è realmente maturato

Sovranità, rotte e pedaggi sullo stretto continuano a bloccare il salto verso un’intesa stabile.

04 - La diplomazia ha già prodotto risultati parziali, verificabili e non solo simbolici

Qatar e Pakistan hanno creato gruppi di lavoro, canali diretti e una scansione di 60 giorni.

05 - Senza legittimità, controllo democratico e responsabilità per i civili, la pace negoziata non regge

Le dispute su war powers, Carta ONU e danni ai civili riducono la fiducia politica nel negoziato.

06 - Chi parla di fallimento confonde un negoziato a tappe con un accordo che non era ancora previsto

Molti accordi complessi partono da intese parziali, poi passano a fasi tecniche e verifiche.

 
01

Il negoziato appare già fallito perché ha smesso di risolvere il conflitto e si limita a gestirne i sintomi

PRO

L’ultimo round di colloqui a Doha non ha affrontato davvero il cuore del contenzioso. “Reuters” ha riferito che i due giorni di colloqui indiretti del 1° luglio 2026 si sono concentrati sul traffico nello Stretto di Hormuz e sugli incentivi finanziari a favore dell’Iran, cioè proprio su quei punti che l’accordo di giugno avrebbe dovuto aver già chiarito almeno in linea di principio. Nello stesso articolo si precisa che il programma nucleare non è entrato nella discussione. Anche “AP” conferma che le divergenze su Hormuz e Libano restano ampie e che l’avanzamento verso una pace “permanente” è tutt’altro che acquisito. Se il tavolo continua a discutere le premesse, e non la sostanza della pace, il processo può essere letto come diplomaticamente esaurito prima ancora di approdare al suo obiettivo dichiarato.
A rafforzare questa lettura interviene la dinamica delle violazioni e delle contestazioni successive alla firma del memorandum. Il 29 giugno 2026il Ministero degli Esteri iraniano ha denunciato raid statunitensi contro strutture di sorveglianza costiera e li ha qualificati come violazione sia della Carta ONU sia del memorandum di cessazione della guerra. Nella stessa finestra temporale, Teheran ha ribadito che una vera intesa finale non può esistere senza cessazione delle operazioni israeliane in Libano e ritiro delle forze dai territori occupati, trasformando così il negoziato USA-Iran in un processo condizionato da un secondo conflitto regionale. Per chi sostiene la tesi del fallimento, questi elementi dimostrano che la tregua non ha prodotto fiducia reciproca né delimitato chiaramente il perimetro del contenzioso: ha solo rinviato e complicato la disputa.
Il problema non è solo la mancanza di un accordo finale: è che il negoziato sembra aver accettato di non trattare ancora l’oggetto principale della guerra. La fonte ufficiale iraniana del 30 giugno 2026 dice esplicitamente che non si è ancora entrati nella fase negoziale dell’accordo definitivo e che la priorità è l’attuazione delle clausole su petrolio e asset congelati. Brookings, già il 23 aprile 2026, descriveva i colloqui come “in un limbo” e osservava che un cessate il fuoco indefinito permetteva all’Iran di continuare a esercitare pressione economica sul sistema globale. L’ISPI, sul versante europeo, parlava già a maggio di un negoziato fragile, stretto fra sfiducia, linee rosse iraniane, interessi israeliani e opposizioni interne a Washington. Se già le analisi di contesto convergevano sul fatto che il processo fosse vulnerabile prima dell’intesa di giugno, il mancato salto di qualità registrato a Doha rafforza l’idea che i colloqui non stiano più “costruendo la pace”, ma amministrando una sospensione instabile del conflitto.
Chi sostiene che i colloqui siano falliti osserva che, nel corso del tempo, il criterio con cui se ne misura il successo si è progressivamente ridimensionato. Inizialmente l'obiettivo dichiarato era individuare una soluzione complessiva al conflitto; successivamente il traguardo è diventato la semplice cessazione delle ostilità, poi la riapertura dello Stretto di Hormuz, quindi la gestione degli incidenti e dello sblocco degli asset finanziari congelati. Nell'ultimo ciclo negoziale, infine, è stato considerato un risultato positivo persino il fatto che le delegazioni abbiano accettato di continuare a incontrarsi.
Secondo questa interpretazione, assumere la mera prosecuzione del dialogo come principale indicatore di successo significa confondere la sopravvivenza del processo negoziale con la sua effettiva efficacia. La semplice esistenza del tavolo negoziale, infatti, non dimostra di per sé che esso stia producendo risultati sostanziali. Se un processo di pace non riesce ad affrontare e risolvere le questioni che ne hanno reso necessaria l'apertura, definirlo un “fallimento” non implica necessariamente che i colloqui si siano interrotti. Significa piuttosto sostenere che, almeno fino a questo momento, essi non sono stati in grado di costruire un assetto politico e di sicurezza più stabile di quello che erano chiamati a sostituire.

Nina Celli, 2 luglio 2026

 
02

Definire falliti i colloqui vuol dire ignorare che hanno già impedito il ritorno alla guerra totale

CONTRO

È necessario distinguere fra pace finale e funzione immediata della diplomazia. Se il criterio di giudizio è la capacità di bloccare la spirale militare, allora il negoziato non può essere liquidato come un fallimento. Le Nazioni Unite hanno accolto l’accordo di metà giugno come un passo critico verso la composizione pacifica del conflitto; il Qatar lo ha definito una base solida per la fase successiva; Qatar e Pakistan, nel comunicato del 22 giugno 2026, hanno certificato l’avvio di un meccanismo stabile fatto di comitato politico, gruppi tecnici, linea di comunicazione e dispositivo di de-confliction. Anche la Casa Bianca, nel testo inviato al Congresso il 23 giugno 2026, sostiene che le ostilità iniziate a febbraio 2026 siano cessate e che sia stato avviato uno sforzo per una pace durevole. Queste fonti non dimostrano che la pace sia compiuta, ma dimostrano che esiste un effetto concreto della diplomazia: l’assenza di un ritorno alla guerra totale su larga scala.
L’argomento è rafforzato dai fatti più recenti. L’“AP”, pur segnalando divergenze su Hormuz e Libano, riferisce che le parti hanno accettato di continuare i colloqui e che i mediatori hanno parlato di progressi positivi. In una dinamica di conflitto ad alta intensità, il semplice proseguimento di riunioni separate, indirette e mediate non è un elemento banale: indica che gli attori ritengono ancora il tavolo preferibile all’escalation. Anche “Reuters”, che utilizza toni molto più scettici, non segnala una rottura definitiva né un abbandono del processo, bensì un round inconcludente e limitato. Per il fronte contrario, questo dettaglio è decisivo: un negoziato inconcludente non coincide automaticamente con un negoziato fallito, soprattutto quando resta operativo in un contesto in cui l’alternativa plausibile è la ripresa delle ostilità.
Inoltre, nei processi che nascono da un cessate il fuoco anziché da una vittoria piena, una parte di ambiguità è fisiologica. Il comunicato congiunto Qatar-Pakistan mostra che i mediatori hanno costruito la trattativa come sequenza per fasi: prima stabilizzazione, poi canali di comunicazione, infine gruppi di lavoro su nucleare, sanzioni e dispute. La scelta non equivale a una resa della diplomazia; riflette piuttosto la convinzione che questioni come il nucleare, le sanzioni e la sicurezza di Hormuz non possano essere chiuse nello stesso tempo e con lo stesso formato con cui si negozia l’arresto delle ostilità.
La tesi contraria, dunque, non nega la fragilità del quadro: la assume come dato e proprio per questo rifiuta la parola “fallimento”. In un conflitto che ha coinvolto dossier nucleare, commercio energetico globale, sicurezza marittima e Libano, evitare la ripresa immediata della guerra, ricreare mediazione attiva e mantenere almeno un minimo di disciplina procedurale costituisce già un risultato politico. Non risolutivo, non definitivo, ma reale. Parlare di fallimento assoluto significherebbe allora cancellare il fatto più tangibile prodotto finora dai colloqui: aver trasformato una guerra aperta in un processo negoziale ancora imperfetto, ma tuttora esistente.

Nina Celli, 2 luglio 2026

 
03

I nodi strutturali su Hormuz, nucleare e Libano mostrano che il compromesso non è realmente maturato

PRO

L’attuale processo di pace è inchiodato a tre dossier strutturali che non si sono avvicinati a una soluzione condivisa: Hormuz, il programma nucleare e il fronte libanese. Sul primo punto, “Reuters” riferisce che l’Iran punta ancora a ottenere un riconoscimento internazionale del proprio controllo sullo stretto e continua a evocare l’imposizione di pedaggi dopo la finestra gratuita prevista dall’intesa iniziale; l’“AP” conferma che Teheran vuole regolamentare le rotte e successivamente far pagare il transito, mentre Washington e diversi Stati del Golfo rifiutano questa impostazione. Si tratta di una divergenza che non riguarda un dettaglio tecnico, ma la definizione della sovranità e della libertà di navigazione in uno dei chokepoint più sensibili del sistema energetico mondiale. Se la parte più urgente del compromesso resta contestata proprio sulla sua interpretazione, allora il negoziato può apparire già entrato in una fase di stallo sostanziale.
Sul nucleare, il problema è speculare ma non meno grave: il dossier è decisivo, eppure continua a essere differito. Il rapporto del Direttore generale dell’AIEA del 4 giugno 2026 e la risoluzione del Board del 10 giugno 2026 attestano che le questioni di salvaguardia e cooperazione aperte con l’Iran restano tutt’altro che superate. La stessa Casa Bianca, nel documento del 23 giugno 2026 contro la risoluzione congressuale H. Con. Res. 86, collega la flessibilità militare del presidente alla necessità di impedire che Teheran ottenga un’arma nucleare. Ne deriva una contraddizione evidente: ciò che Washington considera la ragione principale del conflitto non è stato ancora riportato al centro del tavolo in modo operativo. Per chi sostiene la tesi del fallimento, questa sospensione è il sintomo più chiaro che il processo non sta convergendo verso una pace, ma verso un rinvio della decisione più difficile.
Il terzo nodo è il Libano. L’Iran non tratta più il cessate il fuoco USA-Iran come separabile dalla cessazione delle operazioni israeliane contro Hezbollah e dal ritiro dai territori occupati in Libano meridionale. Questa impostazione amplia il negoziato oltre il rapporto bilaterale e lo lega a un terreno in cui Washington non controlla interamente tutte le variabili. Anche “AP” sottolinea che il Libano resta una questione “thorny”, spinosa, perché Teheran insiste sulla fine dei combattimenti e sul ritiro israeliano mentre Israele rivendica la necessità di mantenere posizioni e libertà d’azione. L’ISPI aveva già osservato che l’universalità della tregua costituiva uno dei punti chiave e più fragili dell’intero impianto negoziale. In questa chiave, il processo non è soltanto lungo: è potenzialmente sovraccarico di condizioni esterne che lo rendono poco controllabile e quindi poco credibile come vera piattaforma di pace.
In questa situazione, il fallimento non si misura dall’assenza di contatti diplomatici, ma dall’assenza di una gerarchia condivisa dei problemi. Ogni parte continua a leggere come “prioritari” dossier diversi: per Teheran asset, Libano e riconoscimento del nuovo equilibrio a Hormuz; per Washington libertà di navigazione e contenimento nucleare; per i mediatori la stessa sopravvivenza procedurale del tavolo. Quando un negoziato non ordina le priorità ma le accumula, il rischio è che la road map di 60 giorni diventi un calendario politico privo di contenuti convergenti.

Nina Celli, 2 luglio 2026

 
04

La diplomazia ha già prodotto risultati parziali, verificabili e non solo simbolici

CONTRO

Il processo in corso non ha generato soltanto dichiarazioni, ma anche effetti concreti, sebbene incompleti. Il Ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato il 30 giugno 2026 che gli Stati Uniti avevano già rilasciato le necessarie autorizzazioni sul versante delle esportazioni petrolifere e che era in corso l’attuazione delle clausole relative agli asset congelati, con una delegazione tecnica iraniana attesa a Doha per seguirne l’implementazione. Qatar e mediatori, dal canto loro, hanno parlato di meccanismi di monitoraggio, working groups e canali permanenti fra le parti. Queste fonti fanno riferimento a processi tecnici e materiali già avviati, non soltanto a intenzioni politiche.
Anche sul terreno economicamente più sensibile, i colloqui hanno prodotto un effetto misurabile: una riapertura, almeno parziale, della prospettiva di transito attraverso Hormuz. “Reuters” parla di traffico in graduale ripresa, pur caotico e incompleto, e segnala che il commento più distensivo di Donald Trump ha contribuito a spingere il petrolio ai minimi da quattro mesi. Brookings, nella sua analisi del 25 giugno 2026, conferma che l’accordo ha previsto 60 giorni di passaggio senza pedaggi e che proprio questa finestra temporanea ha modificato le aspettative sulla navigazione e sul mercato energetico, pur senza normalizzare ancora il quadro. Per il fronte contrario, questi elementi mostrano che il negoziato ha già inciso sul comportamento degli attori economici e sulla gestione del passaggio marittimo: poco per chiamarla pace, ma troppo per chiamarla “fallimento”.
Lo stesso vale per il piano politico-istituzionale. Il memorandum di metà giugno è stato accolto positivamente dal Qatar e dall’ONU non come traguardo finale, ma come infrastruttura di una fase successiva. Questo significa che il successo, in quel momento, non era definito come soluzione di tutte le controversie, bensì come creazione di un contenitore capace di evitare incidenti, fissare tempi, distribuire temi e coordinare le parti. Se si adotta questo metro, tipico delle diplomazie di contenimento e stabilizzazione, i colloqui hanno ottenuto alcuni risultati: istituzionalizzato la mediazione, reso continuativo il contatto indiretto, agganciato la tregua a impegni concreti su navigazione e risorse e riconosciuto la necessità di sedi tecniche specializzate.
Il termine “fallimento” risulta quindi eccessivo perché cancella la differenza tra un processo che non ha ancora raggiunto il proprio esito massimo e un processo che non ha prodotto nulla. Il contesto documentato dalle fonti mostra invece l’opposto: sono emersi compromessi limitati, meccanismi procedurali, effetti sul traffico e sul quadro energetico, oltre a un consenso minimo sul fatto che il tavolo resti aperto. Il giudizio può essere severo sulla sua incompletezza; meno fondato appare, alla luce delle fonti disponibili, un giudizio che lo definisca già del tutto fallito.

Nina Celli, 2 luglio 2026

 
05

Senza legittimità, controllo democratico e responsabilità per i civili, la pace negoziata non regge

PRO

Secondo Scott R. Anderson, in un'analisi pubblicata su “Lawfare”, l'intervento militare statunitense del 2026 ha portato al limite sia le argomentazioni fondate sul diritto internazionale sia quelle basate sul diritto costituzionale degli Stati Uniti, utilizzate dall'amministrazione per giustificarne la legittimità. L'autore osserva inoltre che la questione dell'applicazione della War Powers Resolution (la legge federale che disciplina i poteri del presidente nell'impiego delle forze armate senza preventiva autorizzazione del Congresso) non sarebbe stata realmente risolta. Il problema sarebbe stato piuttosto superato sul piano politico attraverso la tesi dell'amministrazione secondo cui le ostilità erano ormai terminate.
Una posizione analoga emerge dal documento diffuso dalla Casa Bianca il 23 giugno 2026, predisposto per opporsi a una risoluzione del Congresso volta a imporre il ritiro delle forze statunitensi. Nel testo l'amministrazione sostiene che non esistano più "present hostilities" (ostilità in corso) e che le operazioni militari precedenti si siano concluse con il cessate il fuoco. Secondo il fronte critico, questa impostazione non rafforza la credibilità del processo negoziale. Al contrario, alimenta il rischio che i colloqui vengano percepiti come fondati su una base giuridica contestata e su un rapporto problematico tra potere esecutivo e Congresso, con possibili ripercussioni sulla loro legittimità politica e istituzionale.
Sul piano internazionale, il dissenso è altrettanto netto. La lettera pubblicata da “Just Security” e firmata da oltre cento esperti di diritto internazionale qualifica i raid iniziali come contrari alla Carta ONU e solleva anche il rischio di violazioni del diritto dei conflitti armati. Su un registro ancora più secco, Marko Milanovic su “EJIL:Talk!” sostiene che né gli Stati Uniti né Israele potevano ragionevolmente invocare l’autodifesa ai sensi dell’articolo 51, in assenza di un attacco armato attuale o realmente imminente. In una parte del dibattito pubblico, questa cornice ha un effetto preciso: se la guerra da cui nascono i colloqui è considerata giuridicamente viziata, anche il processo che dovrebbe “chiuderla” rischia di essere percepito come un accomodamento di forza e non come una composizione credibile e verificabile del conflitto.
La dimensione umanitaria rafforza ulteriormente questa obiezione. Human Rights Watch ha chiesto risposte pubbliche e indagini credibili sulle vittime civili in Iran; l’inchiesta di “AP” del 1° luglio 2026 sul bombardamento della scuola di Minab descrive un vero vuoto di responsabilità, con risultati investigativi non ancora pubblicati, forte politicizzazione e famiglie senza chiarimenti definitivi. In questo quadro, la pace negoziata rischia di scontare non solo l’assenza di fiducia tra Stati, ma anche quella tra istituzioni e opinione pubblica. Una trattativa che non sia accompagnata da trasparenza sui costi civili e sulle responsabilità belliche può apparire come una sospensione tattica del conflitto priva delle condizioni minime per diventare ordine legittimo.
Qui non si vuole affermare che la diplomazia sia inutile in sé, ma che, in assenza di tre elementi: una base giuridica meno controversa, un controllo democratico più chiaro e meccanismi visibili di attribuzione di responsabilità, il negoziato non riesce a consolidare i propri risultati. La pace, in questa lettura, non è soltanto un testo firmato o una serie di incontri indiretti: è anche la capacità di produrre regole credibili, definizioni condivise delle violazioni e fiducia nella verifica dei fatti. Se invece continuano a convivere guerra contestata, tregua contestata e investigazioni contestate, la formula del “fallimento” diventa una descrizione del deficit di legittimità del processo prima ancora che del suo esito diplomatico.

Nina Celli, 2 luglio 2026

 
06

Chi parla di fallimento confonde un negoziato a tappe con un accordo che non era ancora previsto

CONTRO

Le fonti ufficiali dei mediatori mostrano che la logica dei colloqui non è mai stata quella di un’unica conferenza risolutiva, ma di una serie di fasi ordinate: memorandum, cessazione delle operazioni, working groups, definizione di roadmap, poi negoziato tecnico su nucleare, sanzioni e monitoraggio. Anche il Council on Foreign Relations, nel suo quadro riassuntivo del 17 giugno 2026, tratta l’intesa come un testo che fissa nodi e passaggi più che come un trattato già compiuto. Dire oggi che i colloqui sono “un fallimento” equivale a giudicare fallita un’opera perché il cantiere esiste ancora, senza chiedersi se il progetto fosse mai destinato a chiudersi in pochi giorni.
La ragione di questa gradualità emerge soprattutto dal dossier nucleare. Il rapporto AIEA del 4 giugno 2026 e la risoluzione del 10 giugno 2026 attestano che restano aperte questioni complesse di salvaguardie, accesso, cooperazione e conformità. Non si tratta di aspetti che possano essere sciolti solo con un’intesa politica generale: richiedono verifiche, parametri tecnici, calendari, capacità di monitoraggio e, soprattutto, una sequenza di reciprocità credibili. Da questo punto di vista, rinviare il nucleare a gruppi di lavoro dedicati non è necessariamente un segno di vuoto, può essere il segno che le parti e i mediatori riconoscono la complessità del tema e cercano di separarlo dal livello puramente emergenziale del cessate il fuoco.
Anche le analisi più prudenti non sostengono sempre che il negoziato sia già morto. L’ISPI descrive un processo fragile e incerto, ma al tempo stesso ribadisce che i costi di una contrapposizione permanente sono elevati per tutti. “AP”, nel resoconto del 2 luglio 2026, parla di decisione a continuare i colloqui; il Qatar continua a presentare il memorandum come base di lavoro e non come formula esaurita. Persino le fonti più scettiche, come “Reuters”, descrivono soprattutto un avanzamento insufficiente, non una rottura conclamata. Il punto è che nel lessico diplomatico “insufficiente”, “fragile”, “rinviato” e “fallito” non sono sinonimi, soprattutto quando un processo è ancora operativo.
In ultima analisi, sarebbe lecito chiedersi non se i colloqui hanno già prodotto la pace, ma se hanno creato condizioni più favorevoli di quelle esistenti durante la guerra aperta. Se la risposta è sì, allora il termine “fallimento” rischia di essere analiticamente improprio. Più corretto, in questa lettura, sarebbe parlare di processo incompleto, reversibile e ad alto rischio. Non di un esito già definitivamente negativo.

Nina Celli, 2 luglio 2026

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