Nr. 472
Pubblicato il 13/06/2026
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Mondiali di calcio 2026: eccesso securitario degli Stati Uniti?

PRO O CONTRO?

I Mondiali di calcio 2026 sono iniziati l’11 giugno 2026 in un contesto inedito per scala, distribuzione geografica e cornice politico-giuridica. È il primo torneo maschile a 48 squadre e il primo co-organizzato da tre Paesi; gli Stati Uniti ospitano la parte largamente prevalente delle partite e, proprio per questo, il dibattito pubblico sul loro modello di sicurezza incide in modo diretto sull’immagine complessiva dell’evento. Sul piano simbolico, la tensione è evidente: da un lato la retorica FIFA dell’apertura globale e dell’universalità del calcio; dall’altro un contesto statunitense segnato da travel ban, screening rafforzati, controllo documentale intensivo e conflitto politico interno sulle politiche migratorie. Amnesty International e Human Rights Watch hanno sostenuto che il torneo si svolge dentro una crisi dei diritti che investe visitatori, giornalisti, tifosi, lavoratori e comunità locali; il Centre for Sport and Human Rights ha aggiunto che il quadro dei rischi è cambiato radicalmente rispetto alla fase di candidatura, rendendo più difficile attuare le tutele originariamente previste.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Universalità sportiva e travel ban restano difficili da conciliare

Se tifosi, ufficiali e delegazioni restano fuori, l’evento resta sportivo ma diventa meno universale.

02 - Un torneo di questa scala nasce in un ambiente di rischio reale

Droni, cyberattacchi, estremismo e ordine pubblico rendono prevedibile un apparato eccezionale.

03 - Il problema non è una sola misura, ma il loro cumulo

Screening social, cauzioni, ispezioni ai telefoni e controlli aeroportuali producono un effetto deterrente più ampio del mero divieto.

04 - Più che chiusura totale, emerge una securitizzazione selettiva

A Los Angeles le autorità hanno escluso enforcement migratorio civile durante partite ed eventi.

 
01

Universalità sportiva e travel ban restano difficili da conciliare

PRO

La tesi dell’“eccesso securitario” si fonda anzitutto su una questione di coerenza simbolica e giuridica. I Mondiali di calcio, per loro natura, non costituiscono soltanto una competizione tra squadre nazionali, ma implicano la mobilità transnazionale di tifosi, ufficiali di gara, giornalisti, fotografi, sponsor, dirigenti e lavoratori coinvolti nell’organizzazione dell’evento. La FIFA ha formalizzato questa visione all’interno del proprio quadro normativo, prima attraverso la Human Rights Policy del 2017 e successivamente mediante il Human Rights Framework del 2024. Entrambi i documenti richiedono ai comitati organizzatori e ai Paesi ospitanti di operare in conformità con i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, predisponendo misure concrete in materia di inclusione, tutela dei diritti e accesso a meccanismi di ricorso. In questa prospettiva, se il torneo ambisce a “unire il mondo”, la condizione minima non consiste soltanto nel consentire l’ingresso delle squadre partecipanti, ma anche nel garantire condizioni ragionevoli di accesso a tutti coloro che contribuiscono a rendere effettiva la dimensione globale dell’evento.
È proprio sotto questo profilo che le restrizioni introdotte dagli Stati Uniti vengono considerate, da alcuni osservatori, eccedenti rispetto alle esigenze di sicurezza. Il quadro normativo federale consolidatosi tra il 4 giugno e il 16 dicembre 2025 mantiene infatti specifiche eccezioni per atleti, allenatori e personale ritenuto indispensabile allo svolgimento della competizione, ma lascia al tempo stesso escluse o sottoposte a una significativa incertezza altre categorie considerate essenziali per l’esperienza mondiale del torneo. Il Council on Foreign Relations ha evidenziato che quattro Paesi qualificati risultano interessati da divieti o restrizioni tali da limitare o addirittura impedire la presenza dei rispettivi tifosi negli Stati Uniti. Organizzazioni come l’American Civil Liberties Union (ACLU) e Amnesty International hanno inoltre sostenuto che il problema non riguarda esclusivamente i cittadini dei Paesi formalmente colpiti dalle misure restrittive. A loro avviso, la criticità principale risiede nella discrezionalità esercitata dalle autorità di frontiera, poiché né il possesso di un visto né quello di un’autorizzazione ESTA (Electronic System for Travel Authorization) garantiscono l’ammissione definitiva nel Paese. Da questa prospettiva, il travel ban non rappresenta una misura isolata, ma costituisce l’elemento centrale di un modello di accesso ritenuto incompatibile con l’idea del Mondiale come spazio di incontro e partecipazione globale.
Il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan è divenuto il simbolo più evidente di questa contraddizione. Non si trattava infatti di un semplice tifoso, bensì di un arbitro FIFA già selezionato per il torneo, in possesso di un visto regolarmente rilasciato e destinato a diventare il primo somalo a dirigere una partita di un Mondiale. Il suo fermo all’aeroporto di Miami il 6 giugno 2026, seguito dalla conferma della sua esclusione dal torneo da parte della FIFA il 9 giugno 2026, ha mostrato in modo particolarmente evidente come il controllo di frontiera possa prevalere persino sulle valutazioni tecnico-sportive effettuate dall’organizzazione della competizione. Dinamiche analoghe, sebbene con conseguenze differenti, si sono manifestate nel trattenimento dell’attaccante iracheno Aymen Hussein, nel respingimento del fotografo ufficiale della nazionale irachena Talal Salah, nelle difficoltà incontrate da diversi membri della delegazione iraniana e, più recentemente, nel mancato rilascio del visto a Jibril Rajoub, presidente della Federazione calcistica palestinese. Secondo i sostenitori della tesi dell’eccesso securitario, quando il controllo statale delle frontiere finisce per determinare chi possa rappresentare, raccontare o seguire il torneo, la stessa nozione di evento globale risulta inevitabilmente ridimensionata.
Questa interpretazione trova ulteriore sostegno nel confronto tra gli impegni formalmente assunti dalla FIFA e le pratiche effettivamente osservate durante il torneo. Human Rights Watch ha affermato che il Mondiale si è aperto in un “clima di paura”, mentre il Centre for Sport and Human Rights ha evidenziato come il contesto operativo del 2026 sia diventato significativamente più critico rispetto a quello esistente al momento dell’assegnazione dell’evento e della predisposizione dei relativi piani organizzativi. La studiosa Daniela Heerdt ha inoltre richiamato il rischio che gli impegni assunti dalla FIFA si riducano a semplici paper commitments, ossia a dichiarazioni formali prive di adeguati strumenti di tutela di fronte alle scelte sovrane del Paese ospitante. In questa prospettiva, l’“eccesso” non consiste nell’esistenza di controlli di sicurezza in quanto tali, bensì nel fatto che il sistema statunitense di gestione degli ingressi continui a operare secondo una logica di selezione securitaria talmente incisiva da entrare in tensione con l’universalismo e l’inclusività che il Mondiale dichiara di voler promuovere.

Madeleine Maresca, 13 giugno 2026

 
02

Un torneo di questa scala nasce in un ambiente di rischio reale

CONTRO

Il livello di sicurezza predisposto dagli Stati Uniti deve essere valutato alla luce del contesto di rischio concreto nel quale si stanno svolgendo i Mondiali di calcio del 2026. Secondo “Reuters”, il Federal Bureau of Investigation (FBI), la principale agenzia investigativa federale statunitense, considera il torneo una delle più grandi sfide di sicurezza della propria storia. L’evento coinvolge infatti 48 nazionali, 11 città ospitanti negli Stati Uniti, 36 centri base delle squadre, milioni di visitatori internazionali, numerose delegazioni governative e un sistema logistico altamente interconnesso. A ciò si aggiunge un ampio spettro di minacce potenziali, che comprende terrorismo, criminalità organizzata, cyberattacchi, utilizzo illecito di droni, proteste di massa e fenomeni di violenza opportunistica. L’“Associated Press” ha documentato il rafforzamento delle misure anti-drone e l’implementazione, nelle città ospitanti, di specifiche capacità di risposta e neutralizzazione. In questa prospettiva, una postura di sicurezza più rigorosa rispetto agli standard ordinari non rappresenterebbe una scelta ideologica, bensì una conseguenza operativa della complessità e dell’esposizione del torneo.
Anche il quadro giuridico viene richiamato a sostegno di questa interpretazione. Con la sentenza Trump v. Hawaii del 2018, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto all’Esecutivo un ampio margine di discrezionalità nel limitare l’ingresso di cittadini stranieri quando vengono invocate esigenze di sicurezza nazionale. Le proclamazioni presidenziali adottate nel 2025 si collocano all’interno di questo perimetro giuridico e, secondo i loro sostenitori, non trascurano le esigenze specifiche degli eventi sportivi internazionali. Sia il provvedimento del 4 giugno 2025 sia quello del 16 dicembre 2025 prevedono infatti deroghe esplicite per atleti, allenatori, membri dello staff ritenuti indispensabili e familiari diretti impegnati in competizioni quali i Mondiali di calcio o le Olimpiadi. Questa architettura normativa verrebbe quindi interpretata come il tentativo di distinguere tra gli obiettivi di sicurezza nazionale e la necessità di garantire il regolare svolgimento della competizione sportiva. Da tale punto di vista, il fatto che molti dei casi più discussi riguardino fotografi, dirigenti federali, tifosi o altri soggetti non sempre ricompresi nelle eccezioni previste costituirebbe una prova del carattere selettivo e circoscritto delle misure, piuttosto che della loro natura indiscriminata.
I sostenitori della tesi contraria all’idea di un eccesso securitario sottolineano inoltre che alcuni degli episodi più citati nel dibattito pubblico non dimostrano automaticamente l’esistenza di arbitrarietà amministrativa o di discriminazioni sistematiche. Il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan è spesso richiamato come esempio emblematico, ma resta il fatto che, nel sistema statunitense, il rilascio di un visto non comporta un diritto automatico all’ingresso nel Paese. La decisione finale spetta infatti alle autorità di frontiera, che possono effettuare ulteriori verifiche e negare l’ammissione qualora emergano elementi ritenuti problematici. La stessa American Civil Liberties Union (ACLU), pur criticando l’impianto generale delle restrizioni, riconosce che né il possesso di un visto né quello di un’autorizzazione ESTA (Electronic System for Travel Authorization) garantiscono l’accesso definitivo al territorio statunitense. Nel caso di Artan, le autorità hanno motivato il diniego con generiche vetting concerns, ossia problematiche emerse durante le procedure di verifica e controllo. Analogamente, nel caso della nazionale iraniana, un funzionario del Dipartimento di Stato ha dichiarato a “Reuters” che erano stati rilasciati tutti i visti necessari affinché la squadra potesse partecipare al torneo, compresi quelli destinati agli atleti e al personale considerato indispensabile. Anche la decisione di escludere le operazioni di controllo dell’immigrazione civile dalle immediate vicinanze degli stadi di Los Angeles viene interpretata come un tentativo di mantenere separati, almeno in parte, la sicurezza dell’evento sportivo e le più ampie politiche migratorie federali. In questa prospettiva, la presenza di controlli severi non costituirebbe di per sé una prova dell’esistenza di un eccesso, ma potrebbe riflettere una strategia di gestione selettiva di minacce considerate credibili dalle autorità competenti.
Tra coloro che respingono l’etichetta di “eccesso securitario” richiamano la natura stessa dei grandi eventi sportivi contemporanei. I Mondiali di calcio non sono più soltanto competizioni sportive, ma vere e proprie piattaforme globali ad altissima esposizione politica, mediatica e tecnologica. Un’inchiesta di “Reuters” dedicata alle dichiarazioni del direttore dell’FBI Kash Patel evidenzia, ad esempio, come le partite dell’Iran nell’area di Los Angeles abbiano richiesto misure di sicurezza aggiuntive per il rischio di proteste, tensioni politiche e possibili disordini. La stessa fonte segnala inoltre che la somiglianza visiva tra alcuni dispositivi di sicurezza e le operazioni delle autorità migratorie può generare confusione e alimentare percezioni negative tra il pubblico. Tuttavia, secondo questa interpretazione, molte delle misure contestate non rappresenterebbero una deriva securitaria, bensì la conseguenza quasi inevitabile di un evento che concentra in un unico spazio pubblico milioni di persone, rilevanti interessi economici, infrastrutture sensibili e conflitti geopolitici provenienti da diverse aree del mondo. Più che negare l’esistenza di costi civili e sociali associati a questo approccio, tale posizione sostiene che essi debbano essere valutati alla luce della straordinaria densità di rischi che le autorità dichiarano di dover affrontare e mitigare.

Madeleine Maresca, 13 giugno 2026

 
03

Il problema non è una sola misura, ma il loro cumulo

PRO

La tesi dell’“eccesso securitario” non si fonda tanto sull’esistenza di un singolo travel ban, quanto sull’accumulazione di una pluralità di strumenti di controllo che operano contemporaneamente. Alle proclamazioni presidenziali che limitano l’ingresso di cittadini provenienti da determinati Paesi si affiancano infatti procedure rafforzate di verifica e controllo (expanded screening and vetting), l’analisi della presenza online di molte categorie di richiedenti visto, sistemi di cauzione economica per alcuni ingressi, controlli documentali approfonditi alla frontiera, possibili ispezioni dei dispositivi elettronici personali e un ampio margine di discrezionalità attribuito agli agenti nei punti d’ingresso. Considerati singolarmente, questi strumenti possono essere descritti come misure legali, tecniche o circoscritte. Considerati nel loro insieme, però, delineano secondo i critici un regime di accesso nel quale il visitatore del Mondiale non viene trattato anzitutto come spettatore di un evento sportivo internazionale, ma come un soggetto da verificare, classificare e, in alcuni casi, potenzialmente scoraggiare.
Il Dipartimento di Stato statunitense ha formalizzato ulteriormente questo approccio il 25 marzo 2026, estendendo la revisione della presenza online a ulteriori categorie di richiedenti visto e invitando gli interessati a rendere pubblici i propri profili sui social media per consentire controlli più approfonditi. Successivamente, il 13 maggio 2026, l’amministrazione ha parzialmente alleggerito il sistema, sospendendo per alcuni tifosi provenienti da Paesi qualificati e per parte del personale sportivo il meccanismo che prevedeva cauzioni fino a 15.000 dollari. Per i critici, tuttavia, proprio questo intervento correttivo dimostra che la barriera esisteva e che il suo impatto era sufficientemente gravoso da rendere necessario un aggiustamento specifico. Da questa prospettiva, in un torneo che dovrebbe favorire e incentivare la mobilità internazionale, l’accesso al Paese sarebbe stato concepito come un’eccezione subordinata a numerose condizioni, piuttosto che come una presunzione di apertura, con inevitabili conseguenze in termini di tempi, costi e percezione del rischio da parte dei partecipanti.
I casi emersi durante il torneo rafforzano, secondo questa interpretazione, la lettura cumulativa del fenomeno. L’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per diverse ore all’arrivo negli Stati Uniti; il fotografo ufficiale della nazionale irachena Talal Salah è stato respinto dopo ulteriori verifiche; l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan ha ottenuto regolarmente il visto ma è stato successivamente dichiarato inammissibile all’ingresso; la nazionale iraniana ha ricevuto i visti per i giocatori soltanto a ridosso dell’esordio nel torneo, mentre diversi membri della delegazione non hanno ottenuto l’autorizzazione a entrare nel Paese. Il problema non è soltanto giuridico, ma anche organizzativo e reputazionale. L’eccezione prevista per gli eventi sportivi, pur formalmente esistente, apparirebbe infatti applicata in modo discontinuo e non sarebbe sufficiente a evitare ritardi, controlli invasivi e situazioni di incertezza che incidono direttamente sullo svolgimento dell’evento.
A rafforzare questa percezione contribuisce anche la difficoltà di distinguere chiaramente tra misure di sicurezza legate al torneo e politiche di controllo dell’immigrazione. In città come Los Angeles, le autorità hanno ritenuto necessario diffondere rassicurazioni pubbliche specifiche sul fatto che l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale responsabile dell’applicazione delle norme sull’immigrazione, non avrebbe svolto operazioni di controllo migratorio civile nelle immediate vicinanze degli impianti sportivi durante le partite. Per i critici, il semplice fatto che sia stato necessario fornire tali garanzie dimostra che la possibilità di un intreccio tra sicurezza dell’evento ed enforcement migratorio fosse percepita come concreta e sistemica da una parte significativa dell’opinione pubblica e dei soggetti coinvolti nel torneo.
La nozione di “eccesso” viene utilizzata in termini prevalentemente qualitativi e non soltanto quantitativi. I critici non sostengono che gli Stati Uniti avrebbero dovuto rinunciare a predisporre misure straordinarie di sicurezza per un evento delle dimensioni dei Mondiali. Si ritiene piuttosto che la combinazione di travel ban, controlli digitali, verifiche rafforzate, discrezionalità di frontiera e incertezza amministrativa finisca per oltrepassare il semplice obiettivo di proteggere stadi, delegazioni e spettatori, incorporando il torneo all’interno di una più ampia strategia di selezione e controllo migratorio. È questo il punto evidenziato, con accenti differenti, dall’American Civil Liberties Union (ACLU), da Amnesty International, da Human Rights Watch (HRW) e dal Centre for Sport and Human Rights. Secondo tali organizzazioni, quando l’effetto combinato delle misure di sicurezza produce un impatto dissuasivo sulla partecipazione di tifosi, operatori dei media, dirigenti e altri soggetti coinvolti, il Mondiale non diventa soltanto un evento altamente sorvegliato: diventa anche meno accessibile e potenzialmente meno coerente con i principi di universalità e inclusione che ne costituiscono il fondamento dichiarato.

Madeleine Maresca, 13 giugno 2026

 
04

Più che chiusura totale, emerge una securitizzazione selettiva

CONTRO

Non siamo in presenza di un “eccesso securitario” in senso assoluto, bensì di un sistema di securitizzazione selettiva caratterizzato da eccezioni operative, adattamenti locali e correttivi progressivamente introdotti per limitare gli effetti più gravosi delle misure di controllo. La fonte ufficiale più significativa in tal senso è la pagina del Dipartimento di Stato statunitense dedicata al programma dei visa bonds (cauzioni sui visti), aggiornata il 13 maggio 2026. Pur confermando l’esistenza di un regime potenzialmente oneroso per i cittadini di alcuni Paesi, il documento prevede espressamente l’esenzione dalla cauzione per atleti, membri delle squadre, personale ritenuto indispensabile e, a determinate condizioni, anche per i tifosi provenienti da Paesi qualificati in possesso di un biglietto FIFA e registrati nel sistema PASS. Parallelamente, le proclamazioni presidenziali non determinano la revoca automatica dei visti già rilasciati e mantengono la possibilità di concedere deroghe individuali qualora ciò sia ritenuto conforme all’interesse nazionale. Per i sostenitori di questa posizione, un sistema realmente orientato alla chiusura indiscriminata non avrebbe previsto simili meccanismi di flessibilità e adattamento.
Anche l’operato delle autorità sul territorio viene interpretato come indice di una strategia di calibrazione delle misure piuttosto che di un blocco generalizzato. A Los Angeles, ad esempio, le autorità federali hanno chiarito pubblicamente che non sarebbero state effettuate operazioni di controllo dell’immigrazione civile in occasione delle partite e degli eventi collegati al torneo. Nel caso della nazionale iraniana, “Reuters” ha riferito che tutti i calciatori hanno ottenuto il visto necessario per partecipare alla competizione e che le principali controversie hanno riguardato componenti della delegazione non considerati “necessari” dalle autorità statunitensi ai fini dello svolgimento dell’evento. Il dispositivo di sicurezza, dunque, non opererebbe come un divieto generalizzato, ma distinguerebbe tra soggetti ritenuti indispensabili al regolare svolgimento della competizione e categorie che restano sottoposte alle ordinarie procedure di ammissione. Dal punto di vista giuridico, tale impostazione non rappresenterebbe una contraddizione, bensì una manifestazione della tradizionale prerogativa sovrana degli Stati nel controllo delle proprie frontiere.
Anche la comunicazione istituzionale della FIFA si è collocata, almeno in parte, all’interno di questo schema interpretativo. Il presidente della federazione, Gianni Infantino, pur riconoscendo l’esistenza di difficoltà e controversie, ha sottolineato che in eventi di tale portata le frizioni consolari e i problemi legati ai controlli di frontiera non sono fenomeni eccezionali e che la FIFA non dispone del potere di sostituirsi ai governi nazionali o alle autorità di sicurezza. Tale posizione è stata criticata da numerose organizzazioni per i diritti umani, che ritengono la federazione corresponsabile delle condizioni di accesso al torneo. Tuttavia, essa richiama una distinzione fondamentale: la FIFA può negoziare con gli Stati ospitanti, esercitare pressioni politiche e promuovere standard di tutela, ma non può eliminare la competenza esclusiva degli Stati in materia di controllo dell’ingresso sul proprio territorio. Da questo punto di vista, parlare di una “contraddizione insanabile” tra Mondiale e politiche migratorie rischierebbe di attribuire alla federazione sportiva un potere che non ha mai posseduto pienamente e di trascurare il fatto che ogni edizione del torneo si svolge inevitabilmente all’interno dell’ordinamento giuridico del Paese ospitante.
Il nodo centrale del dibattito non sarebbe tanto l’esistenza di misure di sicurezza rafforzate, quanto la loro percezione pubblica e la loro compatibilità con gli standard di apertura generalmente associati a una manifestazione sportiva globale. Gli Stati Uniti possono certamente essere criticati per il grado di rigidità di alcune procedure, per l’estensione dei controlli preventivi o per l’impatto reputazionale di determinati episodi. Tuttavia, tali elementi non sarebbero sufficienti a qualificare automaticamente l’intero impianto come “eccessivo” in senso tecnico, giuridico o amministrativo. Le fonti ufficiali e le cronache delle settimane precedenti e successive all’inizio del torneo delineano infatti un quadro più articolato: da un lato travel ban, procedure di vetting rafforzato e controlli approfonditi; dall’altro deroghe sportive, esenzioni economiche, margini di flessibilità amministrativa e adattamenti operativi adottati per garantire lo svolgimento della competizione. In questa prospettiva, la questione centrale non è stabilire se vi sia stata sicurezza rafforzata, bensì valutare se la selettività del sistema sia rimasta entro limiti ragionevoli e proporzionati rispetto ai rischi dichiarati.

Madeleine Maresca, 13 giugno 2026

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