Nr. 479
Pubblicato il 01/07/2026
​

Vannacci è un pericolo per la democrazia

PRO O CONTRO?

Il dibattito su Roberto Vannacci ha cambiato scala. Non riguarda più soltanto il successo editoriale del libro Il mondo al contrario o la sua trasformazione da contestato ufficiale dell'Esercito a leader politico. Oggi il confronto si concentra soprattutto sulla possibilità che il suo linguaggio, il repertorio di temi che propone e la sua capacità di influenzare l'agenda della destra italiana possano produrre effetti sul funzionamento della democrazia.
A riaccendere il dibattito sono stati diversi sviluppi recenti. Nel corso dell’Assemblea costituente di Futuro Nazionale, svoltasi il 13 e 14 giugno 2026, Vannacci si è definito esponente della "destra autentica", rilanciando proposte come la "remigrazione", utilizzando il termine "deportati" per riferirsi ai migranti irregolari e riproponendo slogan identitari quali "L’Italia agli italiani". A questi elementi si è accompagnata una crescita del consenso registrata dai sondaggi. L'agenzia “Reuters” ha descritto l'evento come un passaggio potenzialmente in grado di modificare gli equilibri del centrodestra di governo, mentre “Sky TG24” e “RaiNews” hanno evidenziato come il progetto politico di Futuro Nazionale colleghi immigrazione, identità nazionale, critica al cosiddetto politically correct e contestazione di alcune categorie giuridiche e culturali affermatesi negli ultimi anni.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - La normalizzazione di un lessico escludente può erodere la democrazia

Quando “deportazione”, “feccia” e “Italia agli italiani” diventano agenda politica, il confine del dicibile si sposta e la soglia democratica si abbassa.

02 - In democrazia il radicalismo politico non coincide automaticamente con un pericolo

Un leader radicale che fonda un partito, prende voti e viene contestato pubblicamente resta dentro il perimetro della competizione democratica.

03 - La pressione su media e corpi intermedi è un segnale d’allarme

Quando i giornalisti diventano bersaglio simbolico, il tema non è l’opinione forte ma la delegittimazione del controllo pubblico.

04 - I vincoli costituzionali e istituzionali riducono la portata effettiva delle sue proposte

Media, magistratura amministrativa, ordini professionali e opposizioni hanno risposto senza che il sistema abbia smesso di funzionare.

05 - Anche senza governare, Vannacci può spostare l’equilibrio verso una destra illiberale

Anche con percentuali limitate, Vannacci condiziona coalizioni, riforme e linguaggio dei partiti maggiori.

06 - Vannacci è il prodotto di una crisi più profonda

La sua ascesa segnala vuoti di rappresentanza, leadership personali e strutture deboli più che un imminente collasso democratico.

 
01

La normalizzazione di un lessico escludente può erodere la democrazia

PRO

Vannacci può essere considerato un pericolo per la democrazia non perché egli sia fuori dall’ordine costituzionale o perché persegua formalmente la soppressione delle elezioni. Il punto è che alcune democrazie si indeboliscono non solo quando vengono abolite le regole, ma quando si normalizzano discorsi che restringono simbolicamente chi appartiene al “noi” legittimo della comunità politica. Nel giugno 2026 Vannacci ha rilanciato in forme esplicite slogan e formule ad alta intensità divisiva: la “remigrazione” come programma, la “deportazione” degli irregolari verso paesi terzi sicuri, il target del 4% di popolazione straniera, la cifra polemica contro categorie come femminicidio e omofobia, fino ai richiami identitari dell’assemblea di Futuro Nazionale, dove ricorrono espressioni come “L’Italia agli italiani” e “feccia”. Questi elementi non sono scivoloni occasionali: sono stati presentati come l’ossatura di una proposta politica organizzata. 
Il problema democratico emerge poiché questo lessico produce due effetti simultanei. Il primo consiste nel trasformare minoranze, migranti o persone considerate non conformi in categorie percepite come corpi estranei alla comunità nazionale, tollerate più che pienamente incluse. Il secondo riguarda lo spostamento dell'asse del dibattito pubblico: la discussione non si concentra più su come integrare e governare il pluralismo e il conflitto, ma su fino a che punto sia legittimo limitare diritti, riconoscimenti e forme di appartenenza. La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI – European Commission against Racism and Intolerance), nel rapporto sull'Italia pubblicato nel 2024, osserva che il dibattito pubblico è diventato più xenofobo e conflittuale, in particolare nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo, migranti, comunità Rom e persone LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali). Il rapporto rileva inoltre che i discorsi d'odio (hate speech) pronunciati da esponenti politici di alto profilo spesso non vengono contrastati in modo adeguato. Anche Amnesty International, affrontando i temi della criminalizzazione del dissenso e della crescita dei discorsi d'odio, descrive un contesto nel quale la riduzione del pluralismo non deriva soltanto da provvedimenti formali, ma anche dalla progressiva costruzione di un clima di intimidazione simbolica e di isolamento delle persone e dei gruppi maggiormente vulnerabili.
Il caso Vannacci, qui, non viene considerato un episodio isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia già rilevata e monitorata da autorevoli organismi nazionali e internazionali.
A rafforzare la tesi secondo cui Vannacci potrebbe rappresentare un rischio per la democrazia vi è anche il tema della praticabilità giuridica delle sue proposte più emblematiche. TG La7, attraverso un'analisi del costituzionalista Marco Benvenuti, evidenzia come il concetto di "remigrazione" sia intrinsecamente ambiguo e ricorda che termini quali "espulsione", "deportazione" e "rimpatrio" hanno significati giuridici distinti e non possono essere utilizzati come sinonimi. Nella stessa direzione, “Linkiesta” osserva che i rimpatri sono disciplinati dal diritto nazionale e internazionale e dipendono da accordi bilaterali, dal riconoscimento dello Stato di destinazione e da valutazioni effettuate caso per caso, non dalla sola volontà politica di un governo.
Il problema, dunque, non riguarda esclusivamente l'eventuale attuazione concreta di tali proposte, ma anche il modo in cui esse incidono sul dibattito pubblico. Quando una leadership costruisce consenso attorno a obiettivi dal forte impatto emotivo ma la cui realizzabilità appare limitata dai vincoli costituzionali e internazionali, può contribuire a diffondere l'idea che i principi di legalità, uguaglianza davanti alla legge e tutela dei diritti individuali rappresentino ostacoli arbitrari imposti da giudici, tecnici o presunte élite, anziché garanzie proprie di uno Stato di diritto. A tal ragione, ci si domanda se il linguaggio e l'impostazione del discorso politico di Vannacci possano rendere più debole, nell'opinione pubblica, la concezione della democrazia costituzionale come sistema in cui l'esercizio del potere è sottoposto ai limiti e alle garanzie previste dal diritto.
Se un leader riesce a rendere stabilmente premianti nel dibattito pubblico parole d'ordine e cornici narrative che collegano sicurezza, identità nazionale e volontà della maggioranza a una riduzione della cittadinanza sostanziale riconosciuta ad altri gruppi, finisce per influenzare l'intero sistema politico. Non è necessario che conquisti autonomamente il potere o disponga di una maggioranza assoluta: è sufficiente che riesca a modificare i termini entro i quali si sviluppa il confronto pubblico, inducendo gli altri attori politici a confrontarsi con la propria agenda o ad adottarne, almeno in parte, il lessico e le priorità.
Il principale impatto della retorica di Vannacci non risiede tanto nelle singole proposte politiche, quanto nella capacità di rendere progressivamente più accettabile una concezione della democrazia meno inclusiva.

Nina Celli, 1° luglio 2026

 
02

In democrazia il radicalismo politico non coincide automaticamente con un pericolo

CONTRO

È necessario distinguere radicalità di opinioni e minaccia alla democrazia. Vannacci può essere divisivo, provocatorio, persino sistematicamente orientato alla polarizzazione, ma questo non basta a qualificarlo come pericolo democratico. Si muove infatti dentro il perimetro della competizione legale: è stato eletto al Parlamento europeo, ha fondato un partito, partecipa al confronto televisivo, rilascia interviste, viene criticato da media, opposizioni e associazioni. Nella sua prima intervista a Otto e mezzo ha negato l’etichetta di estrema destra e ha rivendicato di collocarsi in un’area che considera “destra autentica”; pochi giorni dopo, a Sky TG24, ha presentato la crescita del suo partito come il risultato di un lavoro politico e non come una scorciatoia antisistema.
Definire “pericolo per la democrazia” un leader che non propone la sospensione del voto, che non governa l’apparato coercitivo dello Stato e che agisce sotto incessante scrutinio pubblico rischia di produrre un cortocircuito. Le democrazie liberali non funzionano selezionando solo idee moderate o gradevoli; funzionano perché permettono anche l’espressione di idee dure, salvo contrastarle sul piano del diritto, del giornalismo, della cultura politica e delle elezioni. Proprio il caso Vannacci mostra che tali contropoteri esistono: l’Ordine dei giornalisti interviene, le associazioni reagiscono, i politologi discutono il fenomeno, i costituzionalisti ne smontano i punti deboli, le opposizioni contestano, la maggioranza prende le distanze. Se tutto ciò accade apertamente, si può sostenere che il sistema democratico stia funzionando, non che stia cedendo. 
Esiste poi il rischio della sovra-demonizzazione. La rivista “Il Mulino” mostra come repertori vittimisti e anti-egemonici siano parte strutturale della destra contemporanea: trasformare Vannacci nel nemico assoluto può rafforzare la stessa narrazione che lo sostiene, cioè l’idea di essere l’unico leader che dice ciò che “non si può dire”. Presentarlo come pericolo eccezionale, anziché come avversario politico da battere sul terreno del merito e del consenso, può consolidarne il rapporto con elettori che si percepiscono culturalmente esclusi. Anche la lettura politologica riportata da “El País” va in questa direzione: Vannacci cresce dove esiste uno spazio lasciato scoperto dalla moderazione della destra di governo. Una diagnosi eccessivamente moralizzata può finire per occultare le cause sociali e rappresentative della sua ascesa. 
Questo punto di vista non vuole assolvere Vannacci, ma proporre un criterio più restrittivo per usare la categoria di “pericolo per la democrazia”. Secondo questo criterio, un attore politico diventa davvero pericoloso quando non riconosce il pluralismo, non accetta i limiti legali o tenta di monopolizzare coercitivamente lo spazio pubblico. Finché siamo nel campo della competizione elettorale, per quanto aspra, il compito della democrazia non è dichiarare l’avversario fuori campo, ma dimostrare di saperlo fronteggiare. 

Nina Celli, 1° luglio 2026

 
03

La pressione su media e corpi intermedi è un segnale d’allarme

PRO

Vannacci rappresenta un pericolo per la democrazia anche per il rapporto che instaura con i corpi intermedi e con quei soggetti che, nelle democrazie liberali, svolgono la funzione di limitare la concentrazione e la personalizzazione del potere. Tra questi rientrano la stampa, gli ordini professionali, la magistratura, le autorità indipendenti e le associazioni della società civile. La questione non riguarda il diritto di Vannacci a esprimere le proprie opinioni, bensì il modo in cui vengono qualificati coloro che lo criticano e l'idea di conflitto pubblico che emerge dal suo linguaggio politico.
Un episodio significativo è la presa di posizione dell'Ordine dei giornalisti, che il 15 giugno 2026 ha criticato la logica delle cosiddette "liste di proscrizione", definendola un metodo intimidatorio nei confronti degli operatori dell'informazione e incompatibile con la libertà di stampa. Il rilievo di questo intervento risiede soprattutto nel fatto che proviene da un'istituzione professionale e non da un soggetto politico di opposizione. La presa di posizione viene quindi interpretata come il segnale che il problema non sia l'esistenza di un giornalismo critico, bensì la tendenza a presentarlo come un ostacolo illegittimo o come uno strumento di propaganda ostile. Quando il controllo esercitato dai media viene sistematicamente rappresentato come una forma di persecuzione politica, si rischia di indebolire uno dei principali meccanismi di accountability, ossia di controllo e responsabilizzazione del potere al di fuori del momento elettorale.
Il caso Vannacci, inoltre, si inserisce in un contesto caratterizzato da precedenti tensioni con le istituzioni. Nel 2023 il Ministero della Difesa ha avviato un procedimento disciplinare ritenendo che le opinioni espresse nel libro Il mondo al contrario potessero compromettere il principio di terzietà e neutralità delle Forze armate. Successivamente, nel 2024, il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio ha confermato la sospensione disciplinare di undici mesi, ritenendo legittimo il bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e le esigenze di neutralità, coesione interna e prestigio dell'istituzione militare. Tali decisioni non affermano che Vannacci non possa svolgere attività politica, ma mostrano che le istituzioni hanno valutato il suo comportamento come potenzialmente idoneo a entrare in tensione con i principi di imparzialità e responsabilità richiesti a chi ricopre funzioni pubbliche.
Questa dinamica viene ricondotta anche alle analisi elaborate da organismi internazionali che monitorano lo stato dei diritti e della democrazia. La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI – European Commission against Racism and Intolerance), nel rapporto sull'Italia pubblicato nel 2024, descrive un dibattito politico caratterizzato da una crescente polarizzazione, segnala critiche rivolte alla magistratura impegnata nelle questioni migratorie e rileva la diffusione di narrazioni che possono ostacolare i processi di inclusione dei migranti. Amnesty International, da una prospettiva più generale, evidenzia come la delegittimazione del dissenso possa contribuire alla formazione di un clima nel quale misure restrittive o limitazioni delle libertà risultano più facilmente accettabili dall'opinione pubblica.
La possibile minaccia per la democrazia non risiederebbe, dunque, solo nelle singole proposte avanzate da Vannacci, ma soprattutto nel modo in cui il suo discorso pubblico potrebbe modificare il rapporto tra leadership politica, mezzi di informazione, magistratura e società civile. Se ogni forma di controllo istituzionale viene descritta come un atto politico ostile e ogni critica viene presentata come una censura della volontà popolare, la democrazia continua formalmente a funzionare, ma rischia di indebolire quella cultura della limitazione reciproca dei poteri che costituisce uno dei presupposti delle democrazie liberali.
A questa analisi si aggiunge infine una dimensione simbolica. “Reuters” ha raccontato il congresso fondativo di Futuro Nazionale richiamando l'immagine di Vannacci come una sorta di "Giulio Cesare" contemporaneo. Più che un elemento folcloristico, questo riferimento viene interpretato come un esempio della crescente personalizzazione della leadership politica. Nelle democrazie contemporanee, infatti, una forte personalizzazione del conflitto tende a privilegiare il rapporto diretto tra il leader e un popolo rappresentato come unitario, riducendo il ruolo di partiti, corpi intermedi e altre forme di mediazione istituzionale. In questo quadro, l'uso ricorrente di espressioni come "feccia", "figli di nessuno" o "sporca dozzina", unito alla rappresentazione del leader come unico interprete degli esclusi e della volontà popolare, contribuirebbe a costruire un rapporto di tipo plebiscitario. È proprio in questa progressiva svalutazione dei soggetti che mediano tra il leader e i cittadini che si anniderebbe il principale rischio democratico.

Nina Celli, 1° luglio 2026

 
04

I vincoli costituzionali e istituzionali riducono la portata effettiva delle sue proposte

CONTRO

Molte delle proposte simbolicamente più forti di Vannacci incontrano limiti giuridici, amministrativi e politici che ne riducono drasticamente la traducibilità in azione di governo. L’esempio più evidente è la remigrazione. L’approfondimento di TG La7 con Marco Benvenuti mostra che il diritto distingue con precisione tra espulsione, rimpatrio e deportazione, e che il ritorno forzato di persone immigrate o dei loro discendenti nel paese d’origine non è un concetto disponibile come semplice leva politica. “Linkiesta” aggiunge che i rimpatri dipendono da accordi con i Paesi di origine, identificazione delle persone, lasciapassare consolari, decisioni individualizzate e costi di esecuzione. Ciò significa che una parte rilevante della piattaforma vannacciana funziona come messaggio politico più che come programma immediatamente implementabile. 
L’argomento è rafforzato da un dato istituzionale: quando Vannacci ha operato in un contesto fortemente regolato, come quello militare, il sistema ha saputo reagire. L’inchiesta formale avviata nel 2023 e la conferma della sospensione da parte del Tar nel 2024 dimostrano che lo Stato dispone di anticorpi e di sedi di bilanciamento. Anche da politico, resta soggetto a mediazione parlamentare, diritto europeo, Corte costituzionale, amministrazione e coalizioni. Non è un leader che controlla già il governo, e neppure un capo di maggioranza: è il leader di una forza in crescita, ma ancora collocata su percentuali limitate.
C’è poi il vincolo della coalizione. “El País” segnala che l’ascesa di Vannacci genera tensione, ma anche forti resistenze dentro la destra istituzionale; le sue parole sulle alleanze, riportate da Sky TG24 il 20 giugno 2026, confermano che il rapporto con il centrodestra è conflittuale e condizionato da “linee rosse”. Questo quadro suggerisce che, almeno allo stato attuale, la sua capacità di incidere sul governo dipenda da una trattativa complessa e da convenienze reciproche che ne attenuano la carica più radicale. Più che un pericolo diretto per la democrazia, Vannacci può essere letto come un fattore di pressione, rilevante ma non decisivo finché resta privo degli strumenti per tradurre integralmente il proprio repertorio in norme. 
Sotto questo punto di vista, Vannacci non sarebbe un “pericolo”, ma una sorta di “stress test”: stressa il sistema, ne verifica i margini, ne esaspera i conflitti, ma proprio il fatto che incontri continuamente contropoteri suggerisce che l’architettura democratica non è sospesa.

Nina Celli, 1° luglio 2026

 
05

Anche senza governare, Vannacci può spostare l’equilibrio verso una destra illiberale

PRO

Vannacci non deve diventare presidente del Consiglio per rappresentare un pericolo per la democrazia: può bastare che il suo peso elettorale e mediatico costringa i partiti di governo a ristrutturare agenda, linguaggio e alleanze inseguendo la sua retorica. “Reuters” ha registrato il sorpasso di Futuro Nazionale sulla Lega nel sondaggio YouTrend del 18 giugno 2026, mentre “El País” riferisce che il partito dispone già di otto deputati e di una capacità di attrazione che inquieta l’intera coalizione di destra. Il rischio democratico non è il colpo frontale alle istituzioni, ma la trazione esercitata dall’esterno su chi governa. Quando una forza minoritaria ma dinamica diventa l’interprete più rumoroso di identità, sicurezza, ostilità verso il Green Deal e diffidenza verso l’assetto europeo, i concorrenti hanno un incentivo a spostarsi nella sua direzione. 
La letteratura sul caso, anche nelle sue versioni giornalistiche più serie, insiste proprio su questo. “El País” riporta Giovanni Orsina: quando una destra di governo si modera, si apre fisiologicamente uno spazio più radicale alla sua destra. La rivista “Il Mulino”, con Diletti e Mazzonis, colloca Vannacci dentro “kit” discorsivi collaudati in Occidente, capaci di condensare vittimismo della maggioranza, anti-woke, culto del buon senso e polemica contro l’egemonia culturale. Tradotto nel linguaggio del dibattito italiano: Vannacci può essere meno importante come costruttore di istituzioni che come acceleratore di una sintassi politica. Se questa sintassi diventa vincente, l’intero campo conservatore tende a ridefinire le proprie priorità in senso più duro, più antagonista, più identitario. 
Anche la vicenda della riforma elettorale va letta in questa chiave. La discussione parlamentare di giugno 2026, con norme interpretate come penalizzanti per nuovi soggetti come Futuro Nazionale sul terreno della raccolta firme, dimostra che il solo peso potenziale di Vannacci condiziona le regole del gioco. Questo produce un circolo politico classico: più il sistema lo teme e prova a contenerlo, più egli può presentarsi come il bersaglio di un establishment che vuole difendere se stesso; più questa narrativa funziona, più cresce il suo potere di ricatto competitivo nei confronti del centrodestra. Una democrazia può reggere formalmente un attore simile, ma diventare più fragile nel suo equilibrio sostanziale se l’intera competizione si organizza intorno alla rincorsa o al contenimento di un singolo soggetto. 
Il profilo geopolitico accentua questo rischio. “Reuters” ha evidenziato che Futuro Nazionale parla a un’area sensibile a pulsioni anti-UE e a un atteggiamento più benevolo verso la Russia, cioè proprio ai punti sui quali Meloni ha lavorato per rendere più compatibile la destra italiana con il quadro euro-atlantico. Il pericolo democratico, per chi sostiene questa tesi, è dunque doppio: internamente, la polarizzazione può rendere più accettabili opzioni illiberali; esternamente, la ricomparsa di una destra meno integrata nelle coordinate europee può indebolire il posizionamento italiano e la credibilità delle istituzioni. Anche qui, non serve una vittoria totale: basta una forza capace di spostare il baricentro del sistema. 

Nina Celli, 1° luglio 2026

 
06

Vannacci è il prodotto di una crisi più profonda

CONTRO

Definire Vannacci un "pericolo per la democrazia" rischia di attribuire a una singola figura politica responsabilità che derivano invece da trasformazioni più ampie del sistema politico e sociale. Il fenomeno che ne ha favorito l'ascesa viene ricondotto a processi già in corso da tempo, quali la crisi dei partiti tradizionali, l'indebolimento della rappresentanza politica, la crescente personalizzazione della leadership, il ruolo dell'ecosistema mediatico fondato sulla polarizzazione e sull'indignazione e la diffusione su scala internazionale di repertori retorici incentrati su identità, sovranità e contrapposizione culturale.
Nell'analisi pubblicata dalla rivista “Il Mulino”, Marco Diletti e Stefano Luconi Mazzonis interpretano il "caso Vannacci" come l'espressione di "kit discorsivi" ormai diffusi nelle democrazie occidentali, utilizzati da leader politici capaci di trasformare l'attenzione mediatica e la polarizzazione in consenso elettorale. Già nel 2023 anche l'Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani aveva evidenziato come la forza comunicativa del libro Il mondo al contrario risiedesse nella costruzione retorica dell'inversione: il ribaltamento dei rapporti tra maggioranza e minoranze, tra normalità e anomalia e tra ciò che viene presentato come buonsenso e ciò che viene invece descritto come imposizione culturale.
Vannacci non è l'origine del fenomeno, ma una delle sue manifestazioni più recenti e visibili. Il successo del suo messaggio è spiegabile solo alla luce di dinamiche politiche e culturali che lo precedono e che continuerebbero a esistere anche in sua assenza.
Una lettura analoga emerge anche nell'analisi del quotidiano spagnolo “El País”, secondo cui la crescita di Vannacci è favorita dall'esistenza di uno spazio politico alla destra della coalizione di governo. Tale spazio si sarebbe ampliato a seguito del progressivo posizionamento su linee più moderate del governo guidato da Giorgia Meloni e della crisi attraversata dalla Lega. Vannacci, così, non sarebbe il principale artefice della polarizzazione politica, ma piuttosto uno dei soggetti che hanno saputo intercettare e rappresentare una domanda politica già presente nell'elettorato.
Se questa diagnosi è corretta, concentrarsi esclusivamente sulla figura di Vannacci rischia di oscurare le condizioni che rendono possibile l'affermazione di leadership di questo tipo. Tra i fattori più frequentemente richiamati dagli studiosi figurano il senso di insicurezza economica e sociale, la crescente domanda di appartenenza identitaria, la sfiducia nei confronti delle istituzioni e dei corpi intermedi, il progressivo indebolimento organizzativo dei partiti tradizionali e un ecosistema mediatico nel quale il conflitto simbolico tende a essere permanente. Anche la possibilità per Vannacci di presentarsi come espressione di una "destra autentica" presupporrebbe l'esistenza di un segmento dell'elettorato già predisposto ad accogliere un'offerta politica costruita attorno a quei temi e a quel linguaggio.
La questione democratica non riguarderebbe tanto la figura di Vannacci in sé, quanto la capacità del sistema politico di rispondere alle trasformazioni economiche, sociali e culturali che hanno favorito l'emergere di questo tipo di leadership. Attribuire il problema esclusivamente al leader rischierebbe quindi di personalizzare un fenomeno che ha invece radici strutturali e che interessa numerose democrazie occidentali.
Questa lettura trova un riscontro anche nel lavoro di Amnesty. Il Barometro dell’odio del 2024 non descrive il deterioramento del dibattito come effetto di un solo leader, ma come trasformazione strutturale del discorso pubblico italiano: crescita dei contenuti problematici, triplicazione dell’hate speech più grave, delegittimazione del dissenso, focalizzazione mediatica sugli “effetti collaterali” delle proteste più che sulle ragioni. In altre parole, il terreno era già predisposto e Vannacci non è tanto il motore unico della crisi democratica quanto il sintomo visibile di una democrazia già impoverita nei suoi canali di rappresentanza e nella qualità del suo spazio pubblico. 

Nina Celli, 1° luglio 2026

Loading…
Loading…
Loading…
Grazie per la tua opinione
Condividi e fai conoscere la tua opinione
Loading…