Proteste in Albania contro l’Isola Kushner
PRO O CONTRO?
Il dibattito pubblico attorno alla cosiddetta “Isola Kushner” riguarda in realtà due progetti strettamente collegati: il resort di lusso previsto sull’isola di Sazan e il più ampio sviluppo turistico nell’area costiera di Zvërnec–Vjosa–Narta, nel sud-ovest dell’Albania. Tra il 3 e il 13 giugno 2026 le proteste si sono intensificate fino a diventare le più grandi mai registrate contro l’iniziativa, mentre il governo guidato dal primo ministro Edi Rama ha ribadito la volontà di proseguire, sostenendo che l’operazione può favorire la transizione del Paese verso un turismo di fascia alta e attrarre nuovi capitali internazionali.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Se ben regolato, il progetto può spostare l’Albania dal turismo low-cost a un’offerta premium con capitali, lavoro e infrastrutture.
Le aree coinvolte sono protette o sensibili; Bruxelles e ONG avvertono che le scorciatoie procedurali possono costare molto.
Sazan non è un santuario intatto: è un sito con bunker, tunnel e rischi residui che può essere rifunzionalizzato.
Proteste, terreni contestati e procedure percepite come opache hanno trasformato il resort in un caso di fiducia pubblica.
Gli atti parlano di partecipazione pubblica e partnership, non solo di privatizzazione lineare del bene.
L’isola non è solo “real estate”: concentra storia militare, posizione strategica e patrimonio comune del Mediterraneo.
Sazan può essere una leva per il salto di qualità dell’economia turistica
I sostenitori del progetto Sazan–Zvërnec presentano l'iniziativa come uno strumento di trasformazione economica e di riposizionamento internazionale dell'Albania. Nelle dichiarazioni rilasciate all'“Associated Press” il 9 giugno 2026, il primo ministro Edi Rama ha sostenuto che il progetto dimostra come il Paese sia passato dall'essere una destinazione turistica periferica e sottovalutata a una realtà capace di attrarre grandi capitali e investitori globali. Nello stesso periodo, “Reuters” ha riportato la posizione del governo secondo cui l'Albania non dovrebbe costruirsi la reputazione di un Paese ostile agli investimenti esteri.
Gli atti del Comitato per gli Investimenti Strategici attribuiscono all'operazione una dimensione economica significativa: un investimento previsto di circa 1,4 miliardi di euro, la creazione di circa 1.000 posti di lavoro e la realizzazione, in tre fasi, di un complesso comprendente strutture ricettive, servizi e una marina turistica. Per i favorevoli, si tratta di un intervento che va oltre la semplice iniziativa immobiliare privata e che rientra piuttosto in una strategia nazionale di sviluppo del settore turistico. In un'economia che occupa ancora una posizione marginale rispetto ai principali poli turistici del Mediterraneo, un investimento di questa scala viene visto come una forma di politica industriale orientata al turismo.
Questa impostazione si inserisce in una tendenza più ampia. Secondo il “Guardian”, l'Albania ha accolto circa 12 milioni di visitatori nel 2025, confermando una crescita che dura da diversi anni. I sostenitori del progetto ritengono che tale espansione debba ora entrare in una seconda fase, nella quale al turismo accessibile e a basso costo si affianchi un segmento di fascia alta, capace di generare maggiore valore aggiunto, occupazione qualificata e ricadute fiscali più consistenti.
Anche la comunicazione dei promotori riflette questa logica. “Reuters” riporta le dichiarazioni di Asher Abehsera, presidente di Sazan Real Estate Development LLC, che descrive il progetto come un esempio di gestione responsabile del territorio, creazione di opportunità occupazionali e produzione di valore di lungo periodo per le comunità locali. Pur trattandosi di una fonte direttamente interessata all'operazione, tali affermazioni consentono di comprendere il linguaggio con cui il fronte favorevole cerca di legittimare l'intervento: non un semplice resort di lusso, ma la trasformazione di un sito unico in una destinazione in grado di competere con altri poli turistici del Mediterraneo.
Non vengono ignorate le criticità ambientali e sociali, ma si tende a considerarle questioni di regolazione piuttosto che motivi sufficienti per bloccare il progetto. In questa prospettiva, il fatto che la procedura formale di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) non sia ancora stata avviata viene interpretato non come una mancanza, bensì come un'opportunità per introdurre prescrizioni, misure compensative e meccanismi di controllo prima dell'approvazione definitiva. L'argomento centrale non è che qualsiasi forma di sviluppo sia accettabile, ma che un investimento considerato strategico possa essere sottoposto a regole rigorose senza essere escluso in linea di principio.
Anche il quadro normativo del Parco Nazionale Marino Karaburun-Sazan viene richiamato a sostegno di questa posizione. I documenti di gestione del parco non contrappongono infatti in modo assoluto conservazione e turismo, ma puntano a conciliare tutela della biodiversità, valorizzazione del patrimonio culturale e utilizzo sostenibile delle risorse naturali. Da questo punto di vista, la domanda non sarebbe se realizzare o meno un resort, bensì quale tipo di sviluppo consentire, entro quali limiti e con quali benefici effettivi per la collettività.
Il progetto viene interpretato anche come un segnale di affidabilità internazionale. L'Albania è impegnata nel percorso di adesione all'Unione europea e, parallelamente, cerca di rafforzare i rapporti con investitori occidentali e mediorientali. In tale contesto, un investimento associato a figure di primo piano del mondo politico e finanziario statunitense è visto dai sostenitori come una conferma della crescente rilevanza del Paese nello spazio mediterraneo. Il rischio non consisterebbe soltanto nell'eccesso di sviluppo edilizio, ma anche nell'incapacità di cogliere opportunità di investimento che altri Paesi costieri promuovono con maggiore decisione.
La questione di Sazan diventa così, nella prospettiva favorevole, un banco di prova della capacità dell'Albania di evolvere da destinazione a basso costo a economia turistica a più alto valore aggiunto, mantenendo al tempo stesso il controllo pubblico sulle regole, sugli standard ambientali e sulle scelte strategiche che riguardano il proprio territorio.
Madeleine Maresca, 17 giugno 2026
Un ecosistema protetto non è il luogo adatto a un mega-resort
Per i contrari, il dibattito su Sazan e Zvërnec non riguarda un investimento ordinario, bensì la trasformazione di territori caratterizzati da un elevato valore ambientale, storico e strategico, sottoposti a forme di tutela giuridica rafforzata. Il punto centrale non è l'opposizione allo sviluppo economico in quanto tale, ma la convinzione che alcuni luoghi possiedano caratteristiche tali da richiedere standard di cautela particolarmente elevati.
La Commissione europea, nel Rapporto Albania 2025, ha osservato che le modifiche introdotte nel 2024 alla normativa sulle aree protette hanno indebolito alcuni strumenti di tutela ambientale e che la qualità delle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e dei processi di partecipazione pubblica continua a presentare criticità. A queste osservazioni si aggiungono le analisi di organizzazioni come EuroNatur e BirdLife International, che nel 2026 hanno richiamato l'attenzione sulla presenza nell'area di habitat di rilevanza internazionale, tra cui praterie di Posidonia oceanica, corridoi ecologici per numerose specie marine, aree frequentate dalla foca monaca mediterranea e importanti zone umide utilizzate dagli uccelli migratori. Secondo il “Guardian”, il delta del Vjosa e il complesso lagunare di Narta ospitano una parte significativa dell'avifauna acquatica svernante dell'Albania e centinaia di specie animali e vegetali, molte delle quali considerate vulnerabili o minacciate.
Questo progetto non si svilupperebbe in un contesto neutro o già urbanizzato, ma all'interno di un sistema ecologico particolarmente delicato. Marina turistica, nuove infrastrutture, traffico nautico, reti di servizio e aumento della pressione antropica vengono interpretati non come interventi isolati, ma come elementi capaci di produrre effetti cumulativi su ecosistemi già sottoposti a molteplici pressioni.
L'obiezione ambientalista assume inoltre una dimensione istituzionale europea. Il 9 giugno 2026 la Commissione europea ha invitato l'Albania ad astenersi da iniziative che possano compromettere gli obiettivi ambientali collegati al processo di adesione all'Unione europea e ad adottare misure correttive senza ritardo. Parallelamente, la Convenzione di Berna del Consiglio d'Europa aveva già espresso preoccupazioni per altri grandi interventi nella stessa area costiera, in particolare per il progetto dell'aeroporto di Valona. Per molti critici, il problema non consiste quindi nel singolo resort, ma nell'accumulo di progetti infrastrutturali e turistici concentrati all'interno dello stesso sistema costiero. In questo quadro, il timore è che l'eccezione diventi la regola e che la pianificazione territoriale venga progressivamente subordinata alle esigenze degli investimenti strategici.
Un ulteriore elemento riguarda il carattere potenzialmente irreversibile delle trasformazioni previste. Le infrastrutture necessarie a un resort di grandi dimensioni non producono soltanto un impatto edilizio diretto, ma modificano nel lungo periodo le modalità di accesso al territorio, i flussi di visitatori, la pressione sulle risorse idriche, i sistemi di smaltimento dei reflui, la navigazione costiera e gli equilibri ecologici locali. Per questo motivo molte organizzazioni ambientaliste insistono non tanto sull'estensione delle aree edificate, quanto sugli effetti sistemici e cumulativi che tali opere possono generare nel tempo. Anche chi riconosce che l'area non sia completamente incontaminata sostiene che proprio il suo valore derivi dal fatto di essere rimasta relativamente meno compromessa rispetto ad altre porzioni del Mediterraneo. Da qui la conclusione secondo cui il cosiddetto "salto di qualità" turistico rischierebbe di consumare la stessa risorsa naturale che intende valorizzare.
Nel caso di Sazan, inoltre, il dibattito assume una dimensione ulteriore legata alla memoria storica e alla funzione strategica dell'isola. Situata all'ingresso della baia di Valona e del Canale d'Otranto, Sazan ha rappresentato per secoli uno dei punti di controllo più importanti delle rotte tra Adriatico e Ionio. La sua rilevanza non dipende dalle dimensioni territoriali, ma dalla posizione geografica: chi controlla Sazan dispone di un osservatorio privilegiato su uno dei principali corridoi marittimi del Mediterraneo orientale.
Per questa ragione l'isola è stata contesa da diverse potenze e, durante il periodo comunista, trasformata in una vera e propria fortezza militare, dotata di bunker, gallerie sotterranee, batterie costiere, radar e infrastrutture difensive. Ancora oggi molte di queste strutture sono presenti e costituiscono una testimonianza materiale della storia strategica dell'Adriatico. I critici del progetto ritengono che tale eredità non debba essere necessariamente convertita in un complesso turistico di lusso. Al contrario, potrebbe costituire la base per modelli alternativi di valorizzazione fondati sulla conservazione pubblica, sulla ricerca storica, sulla musealizzazione diffusa e su forme di fruizione controllata compatibili con la tutela ambientale.
Il confronto, dunque, non oppone sviluppo e immobilismo. La questione riguarda piuttosto il tipo di sviluppo ritenuto appropriato per un luogo che concentra contemporaneamente valore naturalistico, patrimonio storico-militare e rilevanza geopolitica. Per il fronte contrario, la domanda fondamentale non è se Sazan debba rimanere immutata, ma se un resort di lusso rappresenti davvero la destinazione più coerente per uno dei siti più sensibili e simbolicamente significativi dell'intero spazio adriatico-mediterraneo.
Madeleine Maresca, 17 giugno 2026
La riconversione di un'ex fortezza militare può favorire recupero e valorizzazione
Nel dibattito internazionale Sazan viene spesso descritta come un'isola incontaminata e pressoché intatta. Tuttavia, le fonti storiche, militari e amministrative restituiscono un quadro più articolato. Per gran parte del Novecento l'isola è stata una delle aree più militarizzate dell'Albania e dell'intero Adriatico meridionale. Un rapporto congiunto della Central Intelligence Agency (CIA) e della U.S. Navy del 1959 descriveva Sazan come una postazione strategica dotata di batterie costiere, radar, infrastrutture portuali, depositi sotterranei e sistemi difensivi destinati al controllo dell'accesso alla baia di Valona e al Canale d'Otranto. Fonti più recenti, tra cui National Geographic, documenti governativi albanesi e studi storici, confermano che bunker, gallerie, tunnel e altre opere militari sono ancora oggi presenti sull'isola. Anche “Balkan Insight” ha segnalato la presenza di ordigni inesplosi e di aree che richiedono ulteriori interventi di messa in sicurezza.
Per i sostenitori del progetto, questo elemento modifica profondamente il significato della discussione. La questione non riguarderebbe infatti l'introduzione dell'attività umana in un ambiente completamente vergine, bensì la scelta di quale futuro assegnare a un'ex fortezza militare rimasta per decenni chiusa al pubblico, scarsamente accessibile e gravata da significativi costi di manutenzione e sicurezza. In questa prospettiva, Sazan non rappresenterebbe un ecosistema intatto minacciato per la prima volta dall'intervento umano, ma un territorio già profondamente trasformato dalla storia militare del Novecento.
Questa interpretazione trova un riscontro negli stessi atti amministrativi. Il provvedimento del 30 dicembre 2024 che riconosce il progetto come investimento strategico richiama espressamente la precedente funzione dell'isola quale area di addestramento e tiro navale e sottolinea la necessità di interventi preliminari di bonifica, inventariazione e messa in sicurezza. Il documento prevede inoltre che il Ministero della Difesa effettui una ricognizione dettagliata dei bunker, delle infrastrutture esistenti e degli altri asset presenti sul territorio. Tali attività non vengono considerate aspetti secondari, ma condizioni indispensabili per qualsiasi futura utilizzazione dell'isola.
Il vero problema, dunque, non sarebbe l'eccesso di sviluppo, bensì la sostenibilità economica del recupero. Bonificare un territorio interessato per decenni da attività militari, mettere in sicurezza le aree potenzialmente contaminate, conservare le infrastrutture storiche e garantire l'accessibilità pubblica richiede investimenti molto consistenti. Secondo questa lettura, soltanto un progetto dotato di adeguate risorse finanziarie e di una prospettiva pluridecennale sarebbe in grado di sostenere tali costi. In assenza di capitali rilevanti, il rischio non sarebbe la conservazione integrale del sito, ma il suo progressivo abbandono e degrado.
A sostegno di questa posizione viene spesso richiamata la stessa evoluzione delle politiche pubbliche albanesi. Già nel 2015 il governo aveva avviato un processo di apertura controllata dell'isola ai visitatori, presentando l'iniziativa come la trasformazione di un'ex base militare in una destinazione turistica e culturale. Analogamente, il Piano di Gestione del Parco Nazionale Marino Karaburun-Sazan individua il turismo sostenibile come una delle attività compatibili con la tutela ambientale e con la valorizzazione del patrimonio storico. Per i sostenitori, il conflitto non sarebbe quindi tra un'isola chiusa e un'isola aperta al turismo, ma tra differenti modelli di fruizione: escursionismo limitato, turismo culturale e naturalistico oppure sviluppo più strutturato e integrato.
L'argomento assume una particolare rilevanza anche sotto il profilo storico-militare. Sazan occupa una posizione strategica all'ingresso della baia di Valona e del Canale d'Otranto, uno dei principali passaggi tra Adriatico e Ionio. Per secoli l'isola è stata utilizzata come presidio navale e punto di controllo delle rotte marittime regionali. Proprio questa funzione ha lasciato sul territorio una notevole quantità di infrastrutture, testimonianze materiali e manufatti storici. I sostenitori del progetto ritengono che la conservazione di tale patrimonio non possa essere garantita automaticamente dal semplice mantenimento dello status quo. Quindi, la valorizzazione economica può diventare uno strumento di tutela indiretta del patrimonio storico. National Geographic ha definito Sazan una sorta di "capsula del tempo" della Guerra fredda, ma ha anche evidenziato lo stato di deterioramento di molte strutture militari. Un intervento soggetto a vincoli paesaggistici, archeologici e museali potrebbe, secondo questa impostazione, contribuire alla conservazione di bunker, tunnel e installazioni storiche meglio di quanto non faccia l'assenza di qualsiasi progetto di recupero.
La scelta, quindi, non è necessariamente tra tutela e sviluppo. Se sottoposta a controlli rigorosi e a prescrizioni stringenti, la riconversione di un'ex area militare potrebbe consentire contemporaneamente la bonifica del territorio, la conservazione di parte del patrimonio storico, l'apertura al pubblico di spazi oggi difficilmente accessibili e la creazione di nuove risorse economiche per la gestione dell'isola. In questa prospettiva, il resort non rappresenterebbe soltanto un investimento turistico, ma uno dei possibili strumenti attraverso cui trasformare una storica infrastruttura militare del Mediterraneo in un bene nuovamente integrato nella vita civile ed economica del Paese.
Madeleine Maresca, 17 giugno 2026
Trasparenza, partecipazione e fiducia pubblica prima dell'investimento
Per molti oppositori, il nodo centrale della vicenda Sazan–Zvërnec non riguarda soltanto ciò che verrà costruito, ma il modo in cui le decisioni vengono assunte. La questione è prima di tutto procedurale e democratica. Anche un progetto economicamente rilevante e formalmente conforme alla legge può incontrare una forte resistenza sociale se una parte significativa della popolazione percepisce di non essere stata adeguatamente informata, consultata o coinvolta nei processi decisionali.
“Reuters”, il 13 giugno 2026, ha raccolto le testimonianze di diversi residenti di Zvërnec che hanno esibito titoli di proprietà, documentazione fiscale e atti relativi a controversie fondiarie ancora aperte. L'agenzia ha precisato di non avere individuato prove di comportamenti illeciti riconducibili a Jared Kushner o ai soggetti promotori del progetto e di non essere stata in grado di stabilire in modo definitivo la fondatezza delle rispettive rivendicazioni. Tuttavia, proprio questa incertezza viene considerata dai critici uno degli aspetti più problematici della vicenda. In un Paese dove la questione della proprietà della terra continua a essere influenzata dalle confische del periodo comunista, dai complessi processi di restituzione e dalla presenza di registrazioni catastali incomplete o contestate, la trasparenza delle procedure assume un'importanza particolarmente elevata.
Il problema non consiste esclusivamente nella correttezza formale degli atti amministrativi, ma nella fiducia che tali atti riescono a generare. Quando una parte dei residenti percepisce di essere stata esclusa dal processo decisionale o di trovarsi di fronte a cambiamenti già avviati sul territorio senza adeguata informazione preventiva, il conflitto sociale tende a svilupparsi prima ancora che si apra il confronto sugli aspetti ambientali o economici del progetto. Le recinzioni installate nell'area, la presenza di guardie private e l'avvio di attività preliminari sono stati interpretati da molti abitanti come segnali di una trasformazione già in corso, indipendentemente dall'esito delle procedure autorizzative.
Le critiche investono anche la struttura organizzativa e finanziaria dell'operazione. Nel corso del 2026 diverse ricostruzioni giornalistiche hanno descritto il progetto facendo riferimento, a seconda dei casi, a Jared Kushner, alla società Sazan Real Estate Development LLC, ad Affinity Partners e ad altri soggetti coinvolti nell'investimento. “Reuters” ha riportato che, secondo un portavoce del progetto, gli investitori parteciperebbero a titolo personale e non attraverso Affinity Partners, precisando però di non essere stata in grado di verificare autonomamente questa affermazione. Per i contrari, tali differenze narrative non costituiscono semplici dettagli comunicativi. In interventi di grande rilevanza territoriale, la chiarezza sulla titolarità degli investimenti, sulla struttura societaria, sulle responsabilità operative e sui rapporti con le istituzioni pubbliche rappresenta una componente essenziale della legittimazione democratica.
Anche la sequenza delle procedure è oggetto di contestazione. Il governo albanese ha sostenuto che la procedura formale di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) non sia ancora iniziata perché il progetto definitivo non sarebbe stato completato. Tuttavia, “Reuters”, “Associated Press”, “The Guardian” e numerose organizzazioni non governative hanno documentato la presenza di recinzioni, attività preliminari e interventi sul territorio. Per gli oppositori emerge così una contraddizione di fondo: se il progetto è ancora in fase preliminare, perché alcune trasformazioni percepite come propedeutiche all'investimento risultano già visibili? La critica non è esclusivamente giuridica, ma riguarda il rapporto tra istituzioni e cittadini. In uno Stato di diritto, sostengono i contestatori, le consultazioni pubbliche, le valutazioni indipendenti e le autorizzazioni dovrebbero precedere gli interventi materiali sul territorio, soprattutto quando si tratta di aree protette o di beni di rilevanza nazionale.
Questa riflessione assume un peso ancora maggiore nel caso di Sazan. L'isola non è infatti soltanto un potenziale sito turistico, ma un luogo che possiede una forte valenza simbolica, storica e strategica. Per oltre un secolo ha svolto funzioni militari legate al controllo della baia di Valona e del Canale d'Otranto, uno dei passaggi marittimi più importanti tra Adriatico e Ionio. Proprio perché si tratta di un bene che appartiene alla memoria collettiva e alla storia strategica dell'Albania, molti ritengono che qualsiasi decisione sul suo futuro richieda livelli particolarmente elevati di trasparenza e consenso pubblico.
Il dibattito supera dunque i confini del singolo progetto turistico. Balkan Investigative Reporting Network (BIRN), “The Guardian” e altre testate hanno evidenziato come le proteste abbiano progressivamente assunto il significato di una contestazione più ampia, legata alla percezione di squilibri di potere tra cittadini, investitori e istituzioni. Temi come la corruzione, l'accesso alle risorse pubbliche, la partecipazione democratica e la distribuzione dei benefici economici sono entrati nel dibattito accanto alle questioni ambientali.
La conclusione del fronte contrario è che la legittimità di un progetto non dipende soltanto dalla sua conformità alle norme, ma anche dalla qualità del processo che lo produce. Anche qualora tutte le autorizzazioni risultassero formalmente valide, la vicenda avrebbe già evidenziato una crisi di fiducia tra parte della popolazione e le istituzioni. In un territorio dotato di forte valore simbolico, ambientale e strategico, tale deficit di legittimazione rischia di compromettere la sostenibilità sociale dell'intervento. Da questa prospettiva, Sazan e Zvërnec sono diventati molto più di una controversia urbanistica: rappresentano, per una parte dell'opinione pubblica albanese, un test sulla qualità della governance democratica e della gestione dei beni comuni nel Paese.
Madeleine Maresca, 17 giugno 2026
Non una svendita ma una partnership con presenza dello Stato
Uno degli argomenti più frequentemente utilizzati dagli oppositori del progetto è la presunta “vendita” dell'isola di Sazan a interessi privati stranieri. I sostenitori dell'iniziativa contestano però questa rappresentazione, ritenendola una semplificazione che non riflette il contenuto degli atti ufficiali. Il provvedimento adottato dal Comitato per gli Investimenti Strategici il 30 dicembre 2024 non prevede infatti una cessione pura e semplice dell'isola a un soggetto privato, ma delinea un modello di cooperazione nel quale lo Stato mantiene un ruolo diretto attraverso organismi pubblici quali la Albanian Investment Corporation e la Albanian Seaports Development Company. L'attuazione del progetto è inoltre subordinata alla definizione di accordi successivi, all'approvazione di specifici piani operativi e al rispetto delle procedure previste dalla normativa sugli investimenti strategici.
Questi elementi suggeriscono che il tema centrale non sia la perdita della sovranità pubblica, bensì la modalità attraverso cui essa viene esercitata. In questa interpretazione, lo Stato non si ritira dall'operazione, ma ridefinisce il proprio ruolo passando da gestore esclusivo a soggetto regolatore e partner istituzionale. La questione non sarebbe quindi se il pubblico scompaia, ma quanto efficacemente riesca a mantenere capacità di indirizzo, controllo e verifica durante l'intero ciclo dell'investimento.
Questo argomento assume particolare rilevanza nel caso di Sazan per la natura eccezionale del bene interessato. L'isola non è assimilabile a un normale terreno edificabile o a una comune area costiera. Per decenni è stata sottoposta all'autorità del Ministero della Difesa e ha svolto funzioni direttamente connesse alla sicurezza nazionale. Gli atti amministrativi ricordano che il territorio ospita ancora bunker, gallerie, strutture militari e aree derivanti dalla precedente destinazione a zona di addestramento e tiro navale. Lo stesso provvedimento strategico sottolinea che sull'isola non risultano nemmeno aree formalmente riconosciute come stabilimenti balneari, proprio a causa della sua lunga storia militare.
I sostenitori osservano che qualsiasi ipotesi di riutilizzo richiede inevitabilmente un forte coinvolgimento delle istituzioni pubbliche. Prima ancora di discutere la realizzazione di strutture turistiche, occorre infatti procedere alla riclassificazione delle aree, all'inventariazione dei beni esistenti, alla definizione dei vincoli di tutela, alla messa in sicurezza delle infrastrutture residue e al coordinamento con il Parco Nazionale Marino Karaburun-Sazan. In altre parole, Sazan rappresenta un bene strategico dello Stato e proprio per questo il suo futuro non può essere determinato esclusivamente dalle dinamiche di mercato.
La stessa posizione geografica dell'isola rafforza questo ragionamento. Situata all'ingresso della baia di Valona e del Canale d'Otranto, Sazan occupa uno dei punti più sensibili dell'intero Adriatico meridionale. Per secoli ha svolto una funzione di controllo delle rotte marittime tra Adriatico e Ionio e, durante il Novecento, è stata utilizzata come presidio militare da diversi attori statali. Per i favorevoli, proprio questa rilevanza storica e strategica rende poco plausibile l'idea di una semplice alienazione del bene: qualsiasi trasformazione dell'isola continua inevitabilmente a coinvolgere lo Stato, sia sul piano amministrativo sia su quello della sicurezza e della pianificazione territoriale.
Anche le dichiarazioni del governo e dei promotori si collocano in questa cornice. Edi Rama ha presentato il progetto come un segnale della crescente capacità dell'Albania di attrarre investimenti internazionali, non come una rinuncia all'interesse nazionale. Allo stesso modo, Reuters ha riportato le dichiarazioni di Asher Abehsera, che ha descritto l'iniziativa in termini di responsabilità gestionale, creazione di occupazione e sviluppo di lungo periodo. Pur trattandosi di posizioni direttamente interessate all'investimento, esse mostrano come il progetto venga comunicato non come un'acquisizione speculativa, ma come una forma di collaborazione tra capitale privato e interesse pubblico.
Naturalmente, questa impostazione non elimina le critiche. I favorevoli riconoscono che il successo del modello dipenderà dalla qualità delle clausole negoziali, dalla trasparenza delle procedure e dall'effettiva capacità delle istituzioni di far rispettare gli impegni assunti. Tuttavia, sostengono che gli atti disponibili non consentano di descrivere il progetto come una semplice cessione di sovranità o una privatizzazione integrale dell'isola. Al contrario, la documentazione esistente suggerisce l'esistenza di un modello di partenariato nel quale il ruolo dello Stato rimane centrale.
Madeleine Maresca, 17 giugno 2026
Sazan non è solo “sviluppo”: è memoria storica e soglia strategica del Mediterraneo
Per i contrari, la questione di Sazan va oltre il turismo, l'ambiente e persino la pianificazione territoriale. Il punto centrale riguarda il significato storico e geopolitico dell'isola e il rischio che un luogo con una funzione strategica eccezionale venga progressivamente reinterpretato esclusivamente attraverso una logica economica e immobiliare.
Le principali fonti storiche e strategiche convergono nel riconoscere la rilevanza geografica di Sazan. National Geographic, gli studi dell'ammiraglio e storico navale Artur Meçollari e il rapporto congiunto della Central Intelligence Agency (CIA) e della U.S. Navy del 1959 descrivono l'isola come uno dei punti più importanti dell'Adriatico meridionale. Situata all'ingresso della baia di Valona e del Canale d'Otranto, Sazan occupa infatti la soglia marittima che collega il Mar Adriatico al Mar Ionio e, attraverso quest'ultimo, al Mediterraneo orientale. Meçollari osserva che il controllo di Sazan ha storicamente significato il controllo del Canale d'Otranto e dell'accesso alla baia di Valona; il rapporto statunitense del 1959 la definiva addirittura una posizione in grado di "comandare" l'ingresso dal mare Adriatico verso la costa albanese.
La trasformazione dell'isola in un resort di lusso non rappresenterebbe soltanto un cambiamento urbanistico o funzionale. Essa costituirebbe una vera e propria ridefinizione simbolica di uno spazio che per secoli è stato percepito come una soglia strategica del Mediterraneo. Per i critici, il tema non è conservare una funzione militare ormai superata, bensì interrogarsi sul significato pubblico che un luogo del genere dovrebbe mantenere nel XXI secolo.
La storia stessa di Sazan rafforza questa argomentazione. Nel corso dei secoli l'isola è passata sotto il controllo di potenze diverse – dall'Impero romano a quello ottomano, dall'Italia alle occupazioni della Seconda guerra mondiale fino all'Albania comunista – proprio a causa della sua posizione geografica. Ognuna di queste fasi ha lasciato tracce materiali e culturali ancora oggi visibili: fortificazioni, infrastrutture portuali, batterie costiere, bunker, gallerie sotterranee, postazioni radar e sistemi difensivi. L'isola non è quindi soltanto un sito naturale, ma un archivio storico stratificato che racconta secoli di competizione geopolitica nel Mediterraneo e nei Balcani.
Questa eredità produce obblighi di tutela particolari. Non perché ogni trasformazione debba essere esclusa, ma perché il valore del luogo non può essere ridotto alla sua redditività economica. Il problema non consiste nell'apertura al pubblico o nella valorizzazione turistica in quanto tali, bensì nel tipo di fruizione che si intende promuovere. Un modello fondato prevalentemente sull'ospitalità di fascia alta rischierebbe infatti di subordinare la memoria storica, il patrimonio culturale e il significato pubblico dell'isola alle esigenze di un prodotto turistico destinato a una platea relativamente ristretta.
Anche gli stessi documenti amministrativi mostrano come la transizione di Sazan sia ancora incompleta. Il provvedimento strategico del 30 dicembre 2024 richiama il ruolo del Ministero della Difesa, la presenza di bunker e tunnel, il rischio derivante da residuati militari e il recente trasferimento dell'isola fuori dal sistema di dislocazione delle Forze Armate albanesi. Tali elementi dimostrano che il destino dell'isola non è stato ancora pienamente definito e che il passaggio da ex zona militare a destinazione turistica non dovrebbe essere considerato un esito automatico.
Sarebbe dunque necessario un confronto pubblico più ampio sul futuro di Sazan. Le questioni da affrontare non riguarderebbero soltanto l'impatto ambientale di un resort, ma anche il rapporto tra memoria e sviluppo, la conservazione delle infrastrutture storiche, l'accessibilità pubblica, l'integrazione con il Parco Nazionale Marino Karaburun-Sazan e il ruolo culturale che l'isola potrebbe svolgere all'interno del patrimonio nazionale albanese. Il rischio percepito è che una discussione complessa venga semplificata in una scelta tra investimento e immobilismo, trascurando alternative fondate sulla ricerca, sulla musealizzazione, sul turismo storico-culturale e sulla valorizzazione pubblica del sito.
Vi è inoltre una considerazione più ampia, legata all'evoluzione delle coste mediterranee. Negli ultimi decenni numerose aree costiere sono state trasformate in destinazioni turistiche e immobiliari, spesso con una progressiva riduzione degli spazi accessibili e delle funzioni pubbliche. Per molti oppositori, Sazan appartiene a quella categoria sempre più rara di luoghi in cui continuano a convivere valore ecologico, memoria storica e rilevanza strategica. Proprio questa eccezionalità costituirebbe la sua principale ricchezza.
Madeleine Maresca, 17 giugno 2026