Trump pubblica gli x-file sugli UFO come strumento di consenso MAGA
PRO O CONTRO?
Il dibattito sulla decisione di Donald Trump di rendere pubblici gli “X-File” sugli UFO non riguarda soltanto gli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, cioè fenomeni anomali non identificati) in senso stretto, ma coinvolge contemporaneamente quattro dimensioni: la comunicazione politica, il diritto della segretezza e della declassificazione, la fiducia nelle istituzioni e la cultura del complotto. Un punto di svolta recente è stato il 19 febbraio 2026, quando Trump ha annunciato su Truth Social di aver dato istruzione al segretario competente e ad altre agenzie federali di “iniziare il processo” di identificazione e pubblicazione dei documenti governativi riguardanti “alien and extraterrestrial life”, UAP e UFO (Unidentified Flying Objects, oggetti volanti non identificati). Il giorno successivo, gran parte della stampa statunitense ha evidenziato due aspetti complementari dell’iniziativa. Da una parte, il messaggio è stato presentato come una risposta al “tremendous interest shown” dell’opinione pubblica; dall’altra, numerosi osservatori lo hanno interpretato come un gesto dal forte valore simbolico per un elettorato conservatore particolarmente sensibile ai temi del segreto di Stato, del cosiddetto “deep State” e della promessa di trasparenza contro le élite amministrative tradizionali.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
La disclosure rafforza l’immagine di Trump come leader che “apre i dossier” negati dalle élite burocratiche.
Critici interni ed esterni leggono il rilascio come “shiny object” rispetto a Iran, Epstein e altre crisi.
I favorevoli parlano di spazi aerei sensibili, whistleblower e controllo del Congresso, non solo di alieni.
Le fonti ufficiali restano prudenti: molti casi sono prosaici, altri irrisolti, nessuno prova tecnologia extraterrestre.
In un GOP sempre più MAGA, i file UAP funzionano anche come gesto identitario e anti-establishment.
Declassificare può informare, ma anche politicizzare il segreto e far crescere ulteriore sfiducia.
La disclosure è prova della rottura anti-establishment di Trump
Per i sostenitori dell’operazione, il punto centrale non è dimostrare immediatamente l’esistenza di visitatori extraterrestri, bensì mostrare che un presidente eletto è disposto ad aprire archivi che altri governi avrebbero mantenuto segreti. In questa prospettiva, il messaggio pubblicato da Donald Trump il 19 febbraio 2026 su Truth Social non viene interpretato come un’iniziativa estemporanea, ma come l’ennesima applicazione di una strategia politica già utilizzata in altri dossier simbolici, come quelli relativi agli assassinii di John F. Kennedy (JFK), Robert F. Kennedy (RFK) e Martin Luther King Jr. (MLK). L’idea di fondo è politicamente potente: permettere ai cittadini di accedere a informazioni che, secondo questa narrazione, l’apparato federale avrebbe tenuto nascoste per decenni.
La forza di questa cornice interpretativa emerge chiaramente dalle reazioni che hanno seguito l’annuncio. Esponenti dell’amministrazione, deputati repubblicani come Tim Burchett ed Eric Burlison, insieme a numerosi influencer vicini al mondo MAGA (“Make America Great Again”), hanno accolto l’iniziativa come la dimostrazione di una reale volontà di trasparenza e non come una semplice operazione folkloristica legata agli UFO. In un contesto politico caratterizzato da una diffusa sfiducia verso le agenzie federali, i servizi di intelligence e la burocrazia permanente, la scelta di “aprire i file” assume un valore che va oltre il contenuto dei documenti stessi: diventa il segnale di un allineamento tra il leader politico e la propria base elettorale.
Questo argomento acquista ulteriore rilevanza se viene letto alla luce dei dati sul Partito Repubblicano e della letteratura accademica che interpreta il MAGA come un movimento fondato anche sul riconoscimento dello status sociale e culturale dei suoi sostenitori. Secondo un’analisi del Brookings Institution pubblicata il 4 giugno 2026, circa il 62% degli elettori repubblicani si identifica ormai con il movimento MAGA. Parallelamente, lo studio di Koenig e Mendelberg sostiene che il trumpismo si alimenti non soltanto di preferenze politiche o economiche, ma anche del bisogno di riconoscimento simbolico di gruppi che si percepiscono svalutati o marginalizzati dalle istituzioni culturali, mediatiche e governative.
In questo quadro, la pubblicazione dei file sugli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, fenomeni anomali non identificati) assume una funzione che va oltre la semplice diffusione di informazioni. Essa diventa un gesto di riconoscimento politico. Il messaggio implicito non è soltanto “fidatevi di me”, ma piuttosto “vi mostro ciò che altri vi hanno negato”. La disclosure, cioè la divulgazione di documenti precedentemente classificati, si trasforma così in uno strumento di appartenenza e di legittimazione reciproca tra leader e sostenitori.
Da questo punto di vista, il contenuto specifico dei documenti passa in secondo piano rispetto al significato del gesto. Ciò che conta è la rappresentazione di una rottura con il monopolio informativo dell’apparato statale. La promessa di rendere pubblici i dossier sugli UAP diventa quindi particolarmente efficace all’interno dell’universo MAGA perché traduce in un simbolo concreto alcuni temi centrali della sua identità politica: la lotta contro il segreto, la sfida agli intermediari istituzionali e la restituzione di una forma di dignità conoscitiva al “popolo” contro le élite.
A rafforzare questa interpretazione contribuisce anche la continuità del linguaggio politico utilizzato dall’amministrazione. La Casa Bianca aveva già fatto ricorso ai concetti di “transparency and truth” (“trasparenza e verità”) in relazione ai grandi dossier storici declassificati. Nel caso degli UFO e degli UAP, la stessa logica viene semplicemente trasferita su un terreno più ricco di immaginario collettivo, più capace di generare attenzione mediatica e particolarmente adatto alla comunicazione diretta attraverso i social network.
Per i sostenitori dell’iniziativa, quindi, la questione fondamentale non è stabilire se ogni documento pubblicato contenga una rivelazione definitiva o una prova conclusiva dell’esistenza di vita extraterrestre. Ciò che conta è che l’insieme dell’operazione dimostri una volontà politica di aprire un ambito che per decenni è rimasto confinato all’interno di circuiti tecnici, militari e classificati.
In questa prospettiva, la disclosure sugli UFO viene interpretata come una promessa mantenuta. Un presidente parla direttamente a un elettorato già convinto che il governo possieda più informazioni di quelle che rende pubbliche e trasforma tale convinzione in un’azione concreta di governo. Per chi guarda con favore a questa scelta, l’iniziativa non rappresenta quindi un capriccio o una distrazione politica, ma una coerente manifestazione di trasparenza anti-establishment e di sfida all’opacità percepita delle istituzioni federali.
Nina Celli, 12 giugno 2026
La tempistica e la messa in scena fanno pensare a un diversivo
La prima critica all’operazione non nasce dall’analisi dei documenti pubblicati, ma dalla tempistica. Per i detrattori, il problema fondamentale non è tanto ciò che i file contengono, quanto il momento e le modalità con cui vengono resi pubblici. Fin dall’annuncio del 20 febbraio 2026, infatti, diversi osservatori hanno sostenuto che la promessa di divulgare i dossier sugli UFO e sugli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, fenomeni anomali non identificati) fosse funzionale a spostare l’attenzione pubblica da questioni politicamente più delicate per l’amministrazione Trump.
Il giornalista Brendan Rascius ha documentato come il deputato repubblicano Thomas Massie definisse l’iniziativa una vera e propria “ultimate weapon of mass distraction”, cioè un’arma definitiva di distrazione di massa. L’accusa è tornata con forza anche nei mesi successivi. Nel maggio 2026, Katie Hawkinson ha raccolto le critiche di figure influenti dell’ecosistema conservatore e trumpiano, tra cui Marjorie Taylor Greene e Joe Rogan, che hanno descritto il rilascio dei file come uno “shiny object”, un oggetto luccicante capace di catturare l’attenzione dell’opinione pubblica e allontanarla da temi più controversi, come il caso Jeffrey Epstein, l’aumento dei prezzi dell’energia o il coinvolgimento statunitense nei conflitti internazionali.
L’aspetto politicamente più significativo di queste contestazioni è la loro provenienza. Non si tratta infatti soltanto di critiche formulate da media liberal o da oppositori democratici. Al contrario, una parte rilevante dello scetticismo proviene da personalità che appartengono, o hanno a lungo appartenuto, allo stesso universo politico e mediatico vicino a Trump. Questo elemento rende l’obiezione particolarmente rilevante: la discussione non oppone semplicemente sostenitori e avversari del presidente, ma attraversa lo stesso campo conservatore.
Anche la copertura giornalistica delle principali agenzie internazionali ha registrato questa interpretazione. Nel servizio dedicato alla pubblicazione della prima tranche di documenti, “Reuters” ha evidenziato che diversi osservatori consideravano la disclosure sugli UFO una strategia utile a distogliere l’attenzione da difficoltà politiche più immediate, comprese le tensioni legate alla campagna militare contro l’Iran e le richieste di ulteriore trasparenza sui documenti riguardanti Jeffrey Epstein. Analogamente, un articolo dell’“Associated Press” del 4 maggio 2026 riportava le valutazioni dell’ex direttore dell’AARO (All-domain Anomaly Resolution Office), Sean Kirkpatrick, secondo il quale le promesse di grandi rivelazioni sugli UFO rischiavano di funzionare come uno “shiny object” capace di deviare il dibattito pubblico da questioni geopolitiche più urgenti.
In questa prospettiva, il punto centrale non riguarda l’esistenza o meno del materiale pubblicato. Ciò che viene contestato è il modo in cui tale materiale è stato inserito nel ciclo mediatico. L’intera operazione presenta infatti caratteristiche tipiche delle strategie contemporanee di agenda-setting: un annuncio iniziale diffuso attraverso i social network, mesi di anticipazioni e dichiarazioni suggestive, promesse di rivelazioni imminenti, apparizioni in contesti politicamente favorevoli e, infine, la pubblicazione progressiva dei documenti attraverso tranche successive. Ogni fase genera aspettativa, discussione e copertura giornalistica, mantenendo costantemente alta l’attenzione sul tema.
Secondo questa lettura, la forza comunicativa della disclosure non dipende dalla presenza di prove definitive. Al contrario, deriva proprio dall’impossibilità di chiudere il dibattito. Gli UFO rappresentano infatti un argomento particolarmente efficace dal punto di vista mediatico perché combinano diversi elementi ad alto potenziale narrativo: il mistero, il segreto di Stato, la sfida alle élite burocratiche, il sospetto di informazioni occultate e la promessa di una verità ancora da rivelare. Si tratta di ingredienti che favoriscono la viralità e alimentano il coinvolgimento del pubblico indipendentemente dall’effettivo contenuto dei documenti.
Da questo punto di vista, il consenso MAGA non sarebbe una conseguenza indiretta dell’operazione, bensì uno dei suoi principali obiettivi politici. La disclosure funzionerebbe come un dispositivo permanente di mobilitazione identitaria: non richiede una prova conclusiva, ma la continua possibilità di una nuova scoperta, di un nuovo documento o di un nuovo video destinato a essere pubblicato in futuro. La promessa della rivelazione diventa così più importante della rivelazione stessa.
Per i critici, è proprio questo meccanismo a rendere l’operazione particolarmente efficace come strumento di distrazione politica. Una narrazione che rimane costantemente aperta può essere riattivata ogni volta che si rende necessario occupare il centro del dibattito pubblico, spostando l’attenzione collettiva verso un tema emotivamente coinvolgente e altamente polarizzante. In quest’ottica, la tempistica, la costruzione mediatica e la scenografia della disclosure assumono un peso maggiore rispetto al contenuto effettivo dei file pubblicati, rendendo plausibile l’interpretazione secondo cui il rilascio dei documenti sugli UFO abbia funzionato soprattutto come strumento di consenso e di gestione dell’agenda politica.
Nina Celli, 12 giugno 2026
La disclosure rafforza trasparenza, controllo democratico e sicurezza
Una seconda argomentazione favorevole sostiene che interpretare la pubblicazione dei file UAP esclusivamente come una questione legata agli UFO o alla possibile esistenza di vita extraterrestre sia riduttivo e in parte fuorviante. Il cuore della questione non riguarderebbe gli alieni, bensì il rapporto tra trasparenza istituzionale, controllo democratico e sicurezza nazionale. La documentazione ufficiale prodotta dal Congresso degli Stati Uniti e dalla Task Force on the Declassification of Federal Secrets mostra infatti come gli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, fenomeni anomali non identificati) vengano inquadrati anzitutto come una questione di interesse pubblico e di sicurezza operativa. L’audizione della House Oversight Committee del 9 settembre 2025, significativamente intitolata Restoring Public Trust Through UAP Transparency and Whistleblower Protection, collega direttamente il tema alla ricostruzione della fiducia nelle istituzioni, alla trasparenza amministrativa e alla protezione dei whistleblower, ossia dei funzionari che segnalano irregolarità o informazioni di interesse pubblico.
Lo stesso approccio emerge dalle iniziative della deputata repubblicana Anna Paulina Luna. Nella lettera e nel comunicato diffusi il 1° aprile 2026, Luna sostiene che la presenza di fenomeni non identificati in prossimità di installazioni militari e spazi aerei strategici rappresenti una questione concreta per la prontezza operativa delle forze armate. In questa prospettiva, il problema non è stabilire se tali fenomeni abbiano un’origine extraterrestre, ma comprendere se esistano situazioni che potrebbero interferire con la sicurezza nazionale o con il funzionamento delle infrastrutture militari.
Anche i documenti ufficiali dell’AARO (All-domain Anomaly Resolution Office), l’ufficio del Dipartimento della Difesa incaricato di raccogliere e analizzare le segnalazioni di anomalie osservate nei diversi domini operativi, vengono utilizzati a sostegno di questa interpretazione. Il rapporto annuale consolidato relativo all’anno fiscale 2024 esclude l’esistenza di prove riguardanti attività extraterrestri, ma registra comunque centinaia di segnalazioni, numerosi casi non risolti per insufficienza di dati e alcuni episodi considerati rilevanti dal punto di vista della sicurezza del volo. Per i sostenitori della disclosure, questi elementi sono sufficienti a giustificare un interesse pubblico legittimo e una maggiore accessibilità delle informazioni.
La pubblicazione dei file non rappresenterebbe dunque una concessione al sensazionalismo, bensì una forma di controllo democratico sugli apparati dello Stato. L’obiettivo non sarebbe alimentare speculazioni sugli extraterrestri, ma verificare come le istituzioni raccolgono, classificano e gestiscono informazioni che possono avere implicazioni per la sicurezza collettiva. In altre parole, la questione riguarda il principio secondo cui agenzie governative, strutture militari e organismi di intelligence non dovrebbero detenere informazioni di interesse pubblico senza adeguate forme di supervisione da parte del Congresso e dei cittadini.
Questa lettura trova conferma anche nella copertura giornalistica più prudente. L’“Associated Press”, nel maggio 2026, ha osservato che l’esistenza stessa dell’AARO dimostra come il governo federale consideri il fenomeno UAP meritevole di monitoraggio sistematico, raccolta dati e processi di declassificazione controllata. Analogamente, “Reuters” ha evidenziato che la prima tranche di documenti pubblicati non conteneva prove dell’esistenza di vita extraterrestre, ma mostrava comunque l’ampiezza e la continuità dell’attività governativa di raccolta e archiviazione di informazioni su fenomeni non identificati.
In questa stessa direzione si collocano le osservazioni dell’astrofisico Avi Loeb, che ha sottolineato come i documenti resi pubblici confermino innanzitutto l’esistenza di un patrimonio documentale governativo dedicato agli UAP. Per Loeb, il dato significativo non consiste nella dimostrazione di un’origine aliena dei fenomeni osservati, ma nel riconoscimento dell’esistenza di registrazioni, analisi e osservazioni che meritano di essere studiate e rese disponibili alla comunità scientifica e all’opinione pubblica.
I sostenitori della disclosure ritengono quindi che l’operazione possa svolgere una funzione ordinatrice. Per decenni il tema UAP è rimasto sospeso tra indiscrezioni, fughe di notizie, teorie del complotto, materiale classificato e ricostruzioni mediatiche spesso difficili da verificare. Rendere pubblici documenti ufficiali consentirebbe invece di trasferire il dibattito in un quadro più trasparente, nel quale i dati disponibili possano essere valutati, contestualizzati e discussi sulla base di fonti identificabili.
La disclosure si collega così ai principi classici delle democrazie contemporanee: accountability delle istituzioni, controllo parlamentare, tutela dei segnalanti, accesso alle informazioni e riduzione della distanza tra cittadini e apparati amministrativi. Anche l’eventuale consenso politico che Trump può ottenere attraverso questa iniziativa non viene considerato necessariamente un indice di manipolazione. Al contrario, può essere interpretato come la conseguenza naturale di una misura percepita da una parte dell’elettorato come coerente con la richiesta di maggiore trasparenza e minore opacità governativa. La pubblicazione dei file può infatti risultare politicamente vantaggiosa per Trump e, allo stesso tempo, essere considerata legittima e utile dal punto di vista del controllo democratico sugli apparati pubblici. In questa lettura, trasparenza e convenienza politica non si escludono necessariamente a vicenda: una misura può produrre benefici elettorali e, contemporaneamente, rafforzare i meccanismi di controllo e responsabilità istituzionale.
Nina Celli, 12 giugno 2026
I file diffusi non dimostrano l’ipotesi extraterrestre
Una delle principali obiezioni all’operazione riguarda il divario tra le aspettative generate dalla disclosure e il contenuto effettivo dei documenti pubblicati. Al di là dell’impatto mediatico e del clamore politico, i file diffusi fino a oggi non forniscono infatti una conferma dell’esistenza di tecnologie extraterrestri o di visitatori provenienti da altri mondi.
La prima tranche di documenti resa pubblica nel maggio 2026 è emblematica sotto questo profilo. “Reuters” ha riferito che il pacchetto comprendeva circa 160 file tra immagini, video, rapporti e materiale documentale, in parte già noto e in parte inedito. Tuttavia, la stessa agenzia ha precisato che nessuno degli elementi pubblicati offriva prove conclusive dell’esistenza di vita extraterrestre o di tecnologie non umane. Numerose testate che hanno seguito il rilascio sono giunte alla stessa conclusione: i documenti confermano che il governo statunitense ha raccolto nel tempo informazioni su fenomeni aerei non identificati, ma non consentono di stabilire quale sia l’origine di tali fenomeni.
Per i critici, questa distinzione è fondamentale. L’esistenza di UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, fenomeni anomali non identificati) non equivale automaticamente all’esistenza di veicoli extraterrestri. Un fenomeno può essere classificato come “non identificato” semplicemente perché le informazioni disponibili sono insufficienti per una spiegazione definitiva. Confondere l’assenza di una spiegazione immediata con la prova di un’origine aliena significa compiere un salto logico che le evidenze attualmente disponibili non consentono di sostenere.
Le stesse fonti istituzionali richiamate nel dibattito invitano alla prudenza. Il rapporto storico pubblicato dall’AARO (All-domain Anomaly Resolution Office) nel 2024 conclude di non aver trovato evidenze di tecnologie extraterrestri né di programmi governativi segreti dedicati alla retroingegneria di materiali provenienti da altri mondi. Analogamente, il rapporto annuale relativo all’anno fiscale 2024 evidenzia che centinaia di segnalazioni sono state successivamente spiegate come palloni, droni, satelliti, uccelli, fenomeni atmosferici o aeromobili convenzionali. Lo stesso documento ribadisce che, fino a oggi, l’AARO non ha identificato prove di esseri extraterrestri, attività non umane o tecnologie di origine aliena.
Anche la NASA aveva adottato una posizione analoga già nel 2023. Il gruppo indipendente incaricato di valutare il fenomeno UAP aveva concluso che il problema dovesse essere affrontato come una sfida scientifica e metodologica, non come una questione ideologica. Secondo il rapporto, servono dati migliori, sensori più avanzati, procedure standardizzate e una maggiore disponibilità di informazioni verificabili. La ricerca scientifica, in altre parole, richiede raccolta sistematica delle evidenze e non inferenze basate sull’assenza di spiegazioni immediate.
Un richiamo simile emerge dai protocolli aggiornati pubblicati il 5 giugno 2026 dall’International Academy of Astronautics (IAA) nell’ambito delle attività SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence). Il documento riafferma un principio consolidato nella pratica scientifica: affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Tale esigenza appare ancora più importante in un ecosistema informativo caratterizzato dalla diffusione di contenuti virali, immagini manipolate, deepfake e informazioni difficili da verificare.
Per i sostenitori della tesi contraria, il problema non consiste dunque nell’inesistenza del dossier UAP. Al contrario, nessuno nega che esistano documenti, segnalazioni e casi che meritano attenzione. Ciò che viene contestato è il passaggio dall’esistenza di fenomeni non spiegati alla conclusione secondo cui essi costituirebbero una prova della presenza extraterrestre. Questo passaggio, allo stato delle conoscenze disponibili, non trova conferma nelle fonti ufficiali consultate.
A questa cautela di natura empirica si aggiunge una considerazione sociologica. Una ricerca pubblicata su “Humanities and Social Sciences Communications” ha mostrato come le narrazioni complottiste legate agli UFO ricorrano frequentemente all’autorità di presunti esperti, ex funzionari o figure tecniche per conferire credibilità a ipotesi che dispongono di una base probatoria limitata. L’autorevolezza della fonte viene così utilizzata come sostituto dell’evidenza, producendo un effetto di legittimazione che può risultare persuasivo anche in assenza di dati sufficienti.
Secondo questa interpretazione, una declassificazione molto ampia ma accompagnata da comunicazioni politiche particolarmente enfatiche rischia di amplificare proprio questo meccanismo. Se il linguaggio utilizzato per presentare i documenti suggerisce più di quanto i documenti stessi dimostrino, il risultato potrebbe non essere una maggiore chiarezza, bensì l’espansione di una zona grigia interpretativa nella quale fatti verificati, ipotesi speculative e convinzioni pregresse finiscono per sovrapporsi. La critica, quindi, colpisce l’operazione nel punto in cui essa rivendica la propria forza: la produzione di conoscenza pubblica. Senza processi di verifica indipendente, senza dati aggiuntivi e senza elementi capaci di chiarire in modo definitivo i casi più controversi, la semplice pubblicazione di materiale classificato non garantisce automaticamente una migliore comprensione dei fenomeni osservati. In alcuni casi potrebbe persino produrre l’effetto opposto, moltiplicando le interpretazioni possibili e alimentando nuove aspettative.
Pertanto, la disclosure non ha finora dimostrato l’ipotesi extraterrestre. Paradossalmente, può contribuire a prolungare proprio quell’incertezza che dichiara di voler superare. Invece di chiudere il dibattito, una declassificazione ampia ma ambigua rischia di alimentare un mercato politico, mediatico e culturale fondato sull’indeterminatezza permanente, nel quale il mistero continua a essere più influente delle prove disponibili.
Nina Celli, 12 giugno 2026
Una politica della rivelazione può consolidare fiducia e partecipazione democratica
Una terza argomentazione favorevole concentra l’attenzione non tanto sul contenuto dei documenti pubblicati quanto sugli effetti sociali e politici della loro divulgazione. Secondo questa prospettiva, il valore della disclosure non dipende dall’esistenza di una prova definitiva dell’origine extraterrestre degli UAP, ma dalla sua capacità di ridurre la distanza tra cittadini e istituzioni in un contesto caratterizzato da una profonda sfiducia verso il governo federale.
I dati disponibili suggeriscono infatti che il tema degli UFO occupa da tempo uno spazio rilevante nell’immaginario pubblico statunitense. Un sondaggio “YouGov” pubblicato il 25 novembre 2025 mostra che il 73% degli americani ritiene probabile che il governo, qualora disponesse di prove sugli UFO, le terrebbe nascoste all’opinione pubblica. Quasi tre cittadini su quattro condividono quindi l’idea che possa esistere una discrepanza tra ciò che le istituzioni sanno e ciò che decidono di comunicare.
In un simile contesto, la decisione di pubblicare documenti relativi agli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, fenomeni anomali non identificati) può essere interpretata dai sostenitori come un tentativo di affrontare direttamente questa frattura di fiducia. La questione, in questa lettura, non riguarda l’esistenza di una “smoking gun”, cioè di una prova definitiva capace di risolvere il mistero. Ciò che conta è il messaggio politico trasmesso dall’operazione: la presidenza riconosce che il tema interessa milioni di cittadini e decide di non liquidarlo come irrilevante o fantasioso. Si tratta di un passaggio importante. In una fase storica in cui una parte crescente dell’elettorato diffida delle istituzioni, degli apparati burocratici e delle agenzie federali, rendere accessibili documenti precedentemente classificati può rappresentare una forma di riconoscimento della domanda di trasparenza proveniente dalla società. Non viene chiesto ai cittadini di accettare passivamente la versione ufficiale dei fatti; viene invece offerta loro la possibilità di esaminare materiale, rapporti e registrazioni che per lungo tempo erano rimasti fuori dal dibattito pubblico.
Questa interpretazione trova un sostegno parziale anche nella letteratura accademica più recente. Lo studio di Bastos e Duarte dedicato alle comunità online che discutono di UFO e UAP suggerisce che le iniziative di disclosure ufficiale possano contribuire, almeno in alcuni contesti, a limitare l’erosione della fiducia istituzionale alimentata dalle narrazioni cospirative. Gli autori non sostengono che la pubblicazione di documenti elimini automaticamente il complottismo o risolva tutte le controversie. Tuttavia, osservano che la presenza diretta delle istituzioni nel dibattito costringe la discussione a confrontarsi con dati, cronologie e documenti pubblici, riducendo lo spazio occupato esclusivamente da indiscrezioni, speculazioni o ricostruzioni non verificabili.
Da questo punto di vista, la disclosure possiede una funzione comunicativa precisa. Un archivio incompleto ma accessibile viene considerato preferibile a una situazione di totale opacità, nella quale l’assenza di informazioni alimenta inevitabilmente il sospetto che il governo stia nascondendo qualcosa. Per i favorevoli, la trasparenza non richiede necessariamente di avere tutte le risposte; richiede piuttosto che le informazioni disponibili possano essere esaminate e discusse pubblicamente.
L’argomento assume inoltre una particolare rilevanza se viene collocato all’interno della trasformazione del Partito Repubblicano e della crescita del movimento MAGA. Secondo una ricerca del Brookings Institution pubblicata nel giugno 2026, circa il 62% degli elettori repubblicani si identifica ormai con il progetto politico “Make America Great Again”. Parallelamente, lo studio di Koenig e Mendelberg descrive il MAGA come un movimento che si alimenta anche di una domanda di riconoscimento simbolico e di partecipazione da parte di gruppi che percepiscono una distanza crescente rispetto alle istituzioni politiche, culturali e mediatiche dominanti. In questo contesto, la disclosure sui file UAP svolgerebbe una duplice funzione. Da una parte è informativa, perché mette in circolazione materiali precedentemente classificati, consentendo a giornalisti, ricercatori, parlamentari e cittadini di esaminarli direttamente. Dall’altra è identitaria, perché permette al leader politico di dimostrare pubblicamente di condividere la richiesta di trasparenza avanzata dalla propria base elettorale.
Nina Celli, 12 giugno 2026
La trasparenza senza procedure può indebolire le istituzioni
Una terza critica non si concentra sul contenuto dei documenti pubblicati né sull’esistenza dei fenomeni UAP, ma sulla qualità istituzionale della trasparenza prodotta dalla disclosure. Secondo questa prospettiva, il problema centrale non è stabilire se sia opportuno rendere pubbliche determinate informazioni, bensì comprendere attraverso quali procedure ciò avvenga e quali effetti produca sul rapporto tra potere esecutivo, istituzioni e opinione pubblica.
Le analisi giuridiche più recenti invitano infatti a distinguere tra il potere di declassificare e il buon uso di tale potere. Brian O’Neill, in un contributo pubblicato da “Just Security”, definisce l’autorità presidenziale in materia di declassificazione una “double-edged sword”, un’arma a doppio taglio. Il presidente dispone di ampi margini di intervento, ma proprio questa ampiezza rende possibile un utilizzo orientato non soltanto all’interesse pubblico, bensì anche alla convenienza politica del momento. Analogamente, Nick Dunard, sulle pagine della “Catholic University Law Review”, sottolinea che la declassificazione non è un potere illimitato e che la sua legittimità dipende dalla capacità di inserirsi all’interno di procedure, controlli e cornici istituzionali riconoscibili.
Considerate insieme, queste riflessioni suggeriscono una distinzione fondamentale. Una cosa è che un presidente promuova il rilascio di documenti precedentemente classificati; altra cosa è sostenere che ogni rilascio ottenuto in questo modo coincida automaticamente con una forma efficace e credibile di trasparenza. Per i critici, la trasparenza non consiste semplicemente nell’apertura di archivi, ma nella presenza di procedure verificabili, criteri chiari di selezione dei materiali e meccanismi di controllo che consentano al pubblico di comprendere perché determinate informazioni vengano diffuse e altre restino riservate. Quando il messaggio politico prevale sulle cautele procedurali, il rischio è che la disclosure si trasformi soprattutto in una dimostrazione di potere esecutivo.
Questa preoccupazione assume maggiore rilevanza se si osserva la continuità tra il dossier UFO/UAP e la più ampia strategia di declassificazione promossa dall’amministrazione Trump. L’ordine esecutivo del 23 gennaio 2025 sui documenti relativi agli assassinii di John F. Kennedy, Robert F. Kennedy e Martin Luther King Jr. aveva già fatto ricorso a una retorica fondata sulla contrapposizione tra “truth” e “transparency” da un lato e decenni di riservatezza istituzionale dall’altro. In quel contesto, la declassificazione era stata presentata come una forma di restituzione della verità ai cittadini.
Trasferita al terreno degli UAP, la stessa logica produce però effetti più complessi. Il tema degli UFO è infatti storicamente associato a miti, sospetti di cover-up, teorie della cospirazione e aspettative di rivelazioni epocali. Quando una materia così carica di significati simbolici viene gestita attraverso una comunicazione fortemente personalizzata, centrata sulla figura del presidente e costruita attraverso annunci, anticipazioni e promesse di nuove rivelazioni, la trasparenza rischia di assumere la forma di un rapporto diretto tra leader e pubblico. Proprio qui che emerge il problema istituzionale più profondo. In una democrazia consolidata, la fiducia pubblica dovrebbe poggiare principalmente su archivi, procedure amministrative, organismi tecnici indipendenti, verifiche parlamentari e meccanismi permanenti di controllo. Quando invece il presidente viene percepito come il principale garante dell’accesso alla verità, il ruolo di queste istituzioni intermedie tende a ridursi. La trasparenza smette di apparire come il risultato di regole condivise e viene interpretata come una concessione personale del leader politico. Il rischio non consiste soltanto nella politicizzazione della disclosure, ma anche nell’indebolimento della cultura istituzionale che dovrebbe sostenerla. Il pubblico potrebbe imparare a fidarsi non delle procedure che producono informazione verificabile, ma della singola figura politica che promette il prossimo rilascio di documenti. La conseguenza sarebbe una forma di trasparenza carismatica, dipendente dalla volontà del leader e non dalla robustezza delle istituzioni.
A rendere ancora più complesso il quadro contribuiscono le ricerche recenti sul concetto stesso di disclosure. Lo studio di Bastos e Duarte riconosce che l’intervento diretto delle istituzioni può effettivamente attenuare alcune dinamiche complottiste presenti nelle comunità online. Tuttavia, gli autori sottolineano anche che la nozione di “disclosure” è intrinsecamente influenzata da fattori politici e ideologici. Ciò significa che la pubblicazione di documenti non produce automaticamente fiducia: molto dipende dal contesto comunicativo e dalle aspettative che accompagnano il rilascio.
Questo elemento appare particolarmente importante se viene messo in relazione con il quadro fornito da AARO (All-domain Anomaly Resolution Office) e dalla NASA. Entrambe le istituzioni descrivono un panorama caratterizzato da decenni di indagini, numerosi casi irrisolti, dati spesso incompleti e nessuna prova positiva dell’esistenza di tecnologie o attività extraterrestri. In una situazione del genere, ogni rilascio presentato come una possibile svolta definitiva ma incapace di produrre conclusioni condivise rischia di generare un effetto paradossale: invece di ridurre la sfiducia, può alimentarla. Se il pubblico viene continuamente incoraggiato ad attendere una rivelazione decisiva che non arriva mai, l’assenza di conferme può essere interpretata non come una normale conseguenza dell’incertezza scientifica, ma come la prova che esistano ancora informazioni nascoste. La trasparenza spettacolarizzata rischia così di alimentare la stessa cultura del sospetto che dichiara di voler contrastare.
Per i sostenitori della tesi contraria, è proprio questa promessa permanente di nuove rivelazioni a rappresentare il punto più problematico dell’intera operazione. La disclosure sugli UFO può essere politicamente efficace perché mantiene vivo l’interesse dell’opinione pubblica e rafforza il legame tra leadership e base elettorale. Tuttavia, sul piano istituzionale, essa rischia di produrre una forma di attesa continua, nella quale vengono pubblicati abbastanza documenti da suggerire che “ci sia qualcosa”, ma non abbastanza elementi da consentire una conclusione condivisa e verificabile.
Nina Celli, 12 giugno 2026