Nr. 462
Pubblicato il 19/05/2026
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Ritiro delle truppe USA dalle basi in Italia

PRO O CONTRO?

Il tema del ritiro delle truppe statunitensi dalle basi in Italia non è più soltanto una questione storica o di principio. È tornato al centro del dibattito pubblico in seguito a una serie ravvicinata di eventi politici e militari. Il 2026 ha segnato una nuova fase della discussione. Il 31 marzo l’Italia ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base di Sigonella per il transito di velivoli diretti verso il Medio Oriente; il 7 aprile il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riferito alla Camera sostenendo che il rispetto degli accordi sulle basi USA non equivale a un coinvolgimento italiano in guerra; il 30 aprile il presidente Donald Trump, rispondendo a una domanda sull’eventuale ritiro di truppe da Italia e Spagna, ha dichiarato “probably”; l’8 maggio il segretario di Stato Marco Rubio ha precisato che la decisione finale spetta al presidente. Il confronto si è quindi riacceso contemporaneamente sul piano giuridico, strategico e politico.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Senza truppe USA, più sovranità e meno zone grigie operative

Il diniego del 2026 mostra che il controllo politico sulle basi resta incompleto e contestato.

02 - Le basi in Italia restano un nodo della deterrenza NATO

Ridurre la presenza USA indebolirebbe un nodo operativo chiave tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.

03 - Meno basi significa meno rischio di trascinamento bellico

Chi sostiene il ritiro vede nelle basi un canale di coinvolgimento indiretto in guerre non decise da Roma.

04 - Un disimpegno rapido scaricherebbe il costo sui territori

Vicenza, Aviano e Sigonella temono ricadute su lavoro, consumi, scuole e servizi locali.

05 - Le minacce di Washington mostrano che la dipendenza è troppo alta

Le minacce di ritiro sono lette come prova di una subordinazione troppo esposta agli umori di Washington.

06 - La presenza USA dà all’Italia più voce, non meno

L’Italia conta di più se regola la presenza USA, non se la azzera.

 
01

Senza truppe USA, più sovranità e meno zone grigie operative

PRO

Chi sostiene il ritiro delle truppe USA dalle basi in Italia parte da un dato politico preciso: il caso Sigonella del 31 marzo 2026 ha dimostrato che la disponibilità delle installazioni italiane non è, né può essere, automatica. Se il governo italiano ha ritenuto di poter negare agli Stati Uniti l’autorizzazione al transito di velivoli diretti verso il Medio Oriente, significa che la sovranità nazionale non è soltanto formale. Allo stesso tempo, però, questo episodio mostra anche quanto il sistema sia esposto a richieste improvvise, pressioni diplomatiche e controversie interpretative che emergono soprattutto nei momenti di crisi. Per i favorevoli al ritiro, il problema centrale è proprio questo: finché il territorio italiano rimane parte integrante della logistica militare di una grande potenza, Roma si trova costretta a gestire in condizioni d’emergenza questioni che riguardano guerra, neutralità, responsabilità internazionale e controllo parlamentare. Il fatto che, dopo il diniego su Sigonella, sia stato necessario un passaggio urgente in Parlamento viene interpretato come la prova che il quadro politico e giuridico non sia realmente stabilizzato.
Questo argomento viene rafforzato dal quadro normativo che disciplina la presenza militare statunitense in Italia. Il NATO SOFA del 19 giugno 1951 non attribuisce agli Stati Uniti un controllo pieno e autonomo delle basi, ma regola la presenza delle forze alleate attraverso accordi separati tra gli Stati membri. In questo contesto si inserisce il Memorandum of Understanding del 2 febbraio 1995, che disciplina l’utilizzo delle installazioni italiane tramite accordi tecnici specifici per ciascuna base. Nelle ricostruzioni di Antonio Bonanata e soprattutto del giurista Alessandro Giorgetta emerge un punto considerato decisivo dai sostenitori del ritiro: le basi non sono extraterritoriali e gli Stati Uniti non possiedono un diritto generale a utilizzare il territorio italiano per qualsiasi operazione militare. Secondo Giorgetta, il consenso dello Stato ospitante rappresenta il limite fondamentale alla liceità dell’uso delle basi e, di conseguenza, il rifiuto opposto dall’Italia nel caso Sigonella costituisce un atto pienamente legittimo di sovranità nazionale. I favorevoli al ritiro trasformano questa interpretazione giuridica in una tesi politica più ampia: se la decisione finale spetta comunque all’Italia, allora la presenza permanente di migliaia di militari stranieri produce più ambiguità che vantaggi, perché obbliga il governo a negoziare continuamente il confine tra cooperazione militare e coinvolgimento operativo nei conflitti.
In questa prospettiva, il ritiro delle truppe USA non viene necessariamente presentato come una rottura improvvisa o come un abbandono delle alleanze occidentali, ma come una ridefinizione della sovranità nazionale. L’obiettivo dichiarato sarebbe ridurre le cosiddette “zone grigie”: meno basi straniere permanenti significherebbe meno controversie su cosa debba essere considerato semplice supporto logistico e cosa possa invece configurare una partecipazione indiretta a operazioni militari. Significherebbe anche ridurre la necessità di autorizzazioni urgenti e decisioni prese sotto pressione in contesti di crisi internazionale. Questa posizione non implica necessariamente l’uscita dell’Italia dalla NATO né la fine della cooperazione con Washington; implica piuttosto che tale cooperazione venga regolata attraverso strumenti più trasparenti, deliberati apertamente e sottoposti a un controllo più chiaro da parte del Parlamento e dell’opinione pubblica. In un contesto già reso instabile dalle dichiarazioni di Donald Trump e dalle tensioni emerse nel corso del 2026, i favorevoli al ritiro sostengono quindi che la vera anomalia non sia ridurre la presenza militare americana, ma continuare a gestire un tema tanto delicato attraverso un intreccio di accordi, prassi operative e interpretazioni giuridiche che tornano al centro del dibattito solo nei momenti di maggiore tensione internazionale.

Madeleine Maresca, 19 maggio 2026

 
02

Le basi in Italia restano un nodo della deterrenza NATO

CONTRO

Chi si oppone al ritiro delle truppe statunitensi dall’Italia considera la presenza militare americana una componente strutturale della deterrenza occidentale, soprattutto sul fianco sud della NATO. Non si tratta soltanto dei numeri (circa 12.662 militari USA presenti nel Paese alla fine del 2025) ma soprattutto della funzione strategica delle infrastrutture coinvolte: Napoli come centro di comando, Sigonella come hub operativo per il Mediterraneo allargato, Vicenza come nodo del dispositivo terrestre e Aviano come piattaforma di proiezione aerea. Secondo questa interpretazione, tali installazioni non sono facilmente sostituibili né ridondanti. La NATO ha definito il Joint Force Command Naples “assolutamente critico” per la sicurezza del quadrante meridionale dell’Alleanza; un servizio di “RaiNews” ha descritto Sigonella come uno dei principali centri statunitensi di ricognizione e supporto operativo nel Mediterraneo; un’analisi di “Euronews” sottolinea inoltre che un’eventuale chiusura di Sigonella o una drastica riduzione della presenza americana non significherebbero soltanto il trasferimento di uomini e mezzi, ma la perdita di una parte essenziale dell’architettura di comando, sorveglianza e coordinamento costruita nel corso dei decenni.
Questa posizione si rafforza alla luce degli sviluppi più recenti sul piano europeo. L’“Associated Press” ha documentato che il Pentagono sta già riportando la propria presenza militare in Europa verso livelli precedenti al 2022, cancellando alcune rotazioni previste in Germania e Polonia. Per i contrari al ritiro, un ulteriore ridimensionamento in Italia non rappresenterebbe quindi una semplice riorganizzazione amministrativa, ma un ulteriore segnale di indebolimento della postura strategica statunitense nel continente proprio in una fase in cui la NATO si trova a gestire contemporaneamente la guerra in Ucraina, l’instabilità in Medio Oriente e il deterioramento della sicurezza marittima nel Mediterraneo e nel Mar Rosso. In questa prospettiva, l’Italia non è considerata una periferia dell’Alleanza, ma il baricentro mediterraneo di una rete strategica che collega Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Anche Guido Crosetto, pur ribadendo che l’Italia non è parte diretta dei conflitti in corso, ha difeso la continuità degli accordi bilaterali con Washington come espressione di una politica coerente con gli impegni assunti all’interno della NATO.
I contrari al ritiro sostengono inoltre che la deterrenza non possa essere valutata soltanto sulla base delle capacità militari immediatamente visibili, ma anche in termini di credibilità e prevedibilità delle alleanze. Una chiusura o un forte ridimensionamento delle basi americane in Italia verrebbe interpretato come un segnale di instabilità politica e strategica all’interno del sistema NATO, riducendo la fiducia reciproca tra gli alleati e diminuendo la capacità di risposta rapida nel Mediterraneo allargato. Da questo punto di vista, il rischio principale non sarebbe soltanto operativo, ma anche politico: un indebolimento della presenza statunitense potrebbe alimentare la percezione di un progressivo disimpegno americano dall’Europa proprio mentre la sicurezza regionale appare più fragile. Per questa tesi, l’errore consiste nel confondere la legittima esigenza di controllo democratico sulle operazioni militari con la convenienza strategica del ritiro. La prima, sostengono i contrari, può essere affrontata attraverso procedure parlamentari più rigorose, maggiore trasparenza sugli accordi e una definizione più chiara delle autorizzazioni operative; il secondo, invece, produrrebbe un vuoto strategico difficilmente colmabile nel breve periodo. In questa lettura, il caso Sigonella non dimostra che le basi statunitensi siano superflue, ma semmai che sia necessario chiarire meglio le regole politiche e giuridiche che governano un’infrastruttura considerata ancora essenziale per la sicurezza euro-atlantica.

Madeleine Maresca, 19 maggio 2026

 
03

Meno basi significa meno rischio di trascinamento bellico

PRO

Alcuni sostenitori del ritiro delle truppe statunitensi collegano direttamente questa scelta alla necessità di ridurre il rischio di un coinvolgimento indiretto dell’Italia in conflitti non decisi autonomamente da Roma. In questa prospettiva, la sequenza degli eventi del 2026 viene interpretata come una dimostrazione concreta del problema: prima l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, poi la richiesta americana di utilizzare la base di Sigonella e infine il diniego italiano motivato dal mancato rispetto delle procedure autorizzative previste. Per chi sostiene il ritiro, non è decisivo soltanto il fatto che l’Italia abbia negato l’autorizzazione; ciò che conta maggiormente è che quella richiesta sia stata avanzata e abbia costretto il governo a prendere, in tempi rapidi, una decisione ad altissima intensità politica e diplomatica. La Rete Italiana Pace e Disarmo ha espresso questa posizione in modo esplicito, chiedendo di vietare l’utilizzo di basi, porti e aeroporti italiani alle forze statunitensi coinvolte nelle operazioni contro l’Iran. In questa lettura, il ritiro delle truppe non rappresenta soltanto un gesto simbolico o ideologico, ma una misura preventiva: una minore presenza militare americana sul territorio ridurrebbe il rischio che l’Italia venga percepita come piattaforma operativa o come co-belligerante di fatto in conflitti decisi altrove.
A questa interpretazione si aggiunge una forte dimensione territoriale e sociale. A Vicenza, il movimento legato all’esperienza No Dal Molin continua a descrivere le basi americane come elementi integrati nella logistica delle guerre globali; in Sicilia, un reportage di “Le Monde” ha raccontato come la crisi con l’Iran, l’attività dei droni di Sigonella e perfino l’atterraggio di elicotteri statunitensi in un’area protetta abbiano riattivato il linguaggio della “militarizzazione” dell’isola e della “sovranità limitata”. In questo ambito, il sostegno al ritiro nasce spesso dall’intreccio tra istanze pacifiste, tutela ambientale e critica alla subordinazione geopolitica dell’Italia rispetto agli Stati Uniti. Le basi non vengono percepite soltanto come infrastrutture di un Paese alleato, ma come dispositivi che espongono i territori a rischi di escalation, a tensioni diplomatiche e a una crescente percezione di vulnerabilità. Secondo questa visione, la presenza di installazioni militari strategiche può trasformare alcune aree del Paese in obiettivi sensibili in caso di crisi internazionale, alimentando un senso di insicurezza che si aggiunge ai costi ambientali e sociali già denunciati da anni dai movimenti locali. Anche il forte aumento della preoccupazione degli italiani per i conflitti armati, registrato da Ipsos nel 2026, viene interpretato come il segnale di un’opinione pubblica sempre meno disponibile ad accettare un ruolo, anche indiretto, dell’Italia nelle operazioni militari occidentali.
In questa prospettiva, la riduzione della presenza militare americana viene proposta come una forma di de-escalation territoriale e politica. I favorevoli al ritiro non sostengono necessariamente che la chiusura delle basi eliminerebbe ogni rischio internazionale, ma ritengono che contribuirebbe almeno a ridurre tre elementi centrali: la probabilità di richieste urgenti di supporto operativo da parte degli Stati Uniti, il rischio che il territorio italiano venga associato a campagne militari contestate e il costo politico interno derivante dalla gestione di crisi decise altrove. Da questo punto di vista, la formula utilizzata dal governo – “l’Italia non è in guerra” – viene considerata insufficiente a dissipare le ambiguità. Secondo questa tesi, se il governo è costretto a intervenire ripetutamente per chiarire quali attività siano consentite nelle basi e chi debba autorizzarle, il problema non è soltanto comunicativo ma strutturale. La riduzione o la chiusura della presenza permanente delle truppe USA viene quindi interpretata come un tentativo di riallineare la politica estera e di difesa italiana all’articolo 11 della Costituzione, al principio della soluzione diplomatica delle controversie internazionali e a una postura internazionale meno esposta alle dinamiche dell’escalation militare.

Madeleine Maresca, 19 maggio 2026

 
04

Un disimpegno rapido scaricherebbe il costo sui territori

CONTRO

Alcuni contrari al ritiro delle truppe statunitensi spostano il centro della discussione dal piano strettamente geopolitico a quello sociale ed economico. In questa prospettiva, il ridimensionamento delle basi USA in Italia non sarebbe un evento astratto o limitato alle relazioni internazionali, ma una trasformazione con effetti immediati su occupazione, indotto economico, servizi e stabilità finanziaria dei territori coinvolti. Il TGR Veneto segnala che a Vicenza lavorano circa 800 dipendenti italiani nelle due principali installazioni militari statunitensi e ricorda come siano ancora in corso investimenti immobiliari americani per centinaia di milioni di dollari. Il TGR Friuli Venezia Giulia descrive invece il peso della presenza americana ad Aviano non soltanto in termini militari, ma anche commerciali e sociali: la comunità statunitense incide sui consumi locali, sulle scuole, sugli affitti e sull’occupazione, coinvolgendo direttamente almeno 724 lavoratori italiani. Un servizio della trasmissione Agorà ha inoltre evidenziato il legame tra la base di Sigonella, l’economia del territorio e le attività operative connesse alla sicurezza del Mediterraneo. Per chi si oppone al ritiro, trascurare questi elementi significherebbe affrontare una questione geopolitica scaricandone i costi soprattutto sulle comunità locali.
Secondo questa lettura, inoltre, i territori interessati non reagiscono in modo uniforme alla prospettiva di una riduzione della presenza americana. Esistono certamente movimenti, comitati e cittadini favorevoli a una diminuzione delle basi militari, ma le cronache locali mostrano anche diffuse preoccupazioni tra sindacati, amministratori pubblici, commercianti e famiglie. Ad Aviano, ad esempio, la base viene spesso descritta come parte integrante dell’equilibrio economico e urbano della zona; a Vicenza, le organizzazioni sindacali ricordano che i lavoratori italiani hanno già attraversato anni di incertezza legati a minacce di ridimensionamento, shutdown federali statunitensi e riorganizzazioni militari. I contrari al ritiro non negano la legittimità di un dibattito sul futuro delle basi, ma sostengono che un ritiro rapido o totale produrrebbe uno shock economico e sociale senza che esista, almeno allo stato attuale, un piano pubblico credibile di riconversione civile delle aree coinvolte o di sostituzione delle funzioni economiche oggi garantite dalla presenza americana. Nel dibattito pubblico, questo argomento viene considerato particolarmente forte perché combina prudenza sociale, tutela occupazionale e realismo amministrativo.
Per questa ragione, molti contrari al ritiro preferiscono distinguere tra revisione degli accordi e rottura del sistema esistente. Maggiore trasparenza, più controllo democratico e una definizione più chiara degli utilizzi consentiti delle basi sono considerati obiettivi legittimi e necessari. Diverso sarebbe invece trasformare una crisi specifica, come quella emersa nel 2026 intorno a Sigonella, in una scelta generale di ritiro delle truppe statunitensi. Secondo questa posizione, il rischio è che una decisione presa in risposta a tensioni contingenti finisca per produrre conseguenze permanenti soprattutto sulle comunità locali che, nel corso di decenni, hanno costruito parte del proprio equilibrio economico attorno alla presenza americana. La presenza USA, in questa lettura, non rappresenta soltanto un elemento della deterrenza NATO, ma anche una realtà socioeconomica profondamente radicata nei territori. Per questo motivo, i contrari ritengono che la risposta più realistica non sia una chiusura drastica delle basi, bensì l’introduzione di strumenti di compensazione economica, monitoraggio ambientale, dialogo istituzionale e maggiore coinvolgimento delle comunità locali nelle decisioni che riguardano il futuro delle installazioni militari.

Madeleine Maresca, 19 maggio 2026

 
05

Le minacce di Washington mostrano che la dipendenza è troppo alta

PRO

La terza tesi favorevole al ritiro delle truppe statunitensi non nega il valore strategico delle basi presenti in Italia; proprio per questo, però, ne mette in discussione la sostenibilità politica nel lungo periodo. Il ragionamento è che, se la Casa Bianca può evocare il ritiro delle forze americane come strumento di pressione politica nei confronti degli alleati, allora la presenza militare statunitense non rappresenta soltanto una garanzia di sicurezza, ma anche una possibile leva di condizionamento. Il 30 aprile 2026 Donald Trump ha dichiarato di considerare “probabile” un ritiro delle truppe anche da Italia e Spagna; l’8 maggio il segretario di Stato Marco Rubio ha confermato che la decisione finale dipende direttamente dal presidente; il 16 maggio l’“Associated Press” ha inoltre documentato che il ridimensionamento della presenza americana in Europa è già iniziato concretamente attraverso il blocco di alcuni dispiegamenti verso Germania e Polonia. Per i favorevoli al ritiro, questa sequenza dimostra che costruire una parte rilevante della propria architettura di sicurezza e dell’equilibrio economico dei territori sulla presenza di una potenza straniera significa accettare un livello elevato di dipendenza dalle oscillazioni della politica interna statunitense.
In questa prospettiva, il tema del ritiro viene collegato direttamente al concetto di autonomia strategica italiana ed europea. Secondo questa tesi, il problema non riguarda soltanto la cooperazione militare con Washington, ma il carattere sempre più “transactional” del rapporto tra Stati Uniti ed Europa. I sostenitori del ritiro osservano che territori come Vicenza, Aviano e Sigonella hanno sviluppato negli anni equilibri economici, occupazionali e commerciali fortemente dipendenti dalle decisioni della politica americana, mentre il governo italiano continua a dover dimostrare di poter autorizzare o negare operazioni che non controlla completamente. In questo quadro, la presenza delle basi viene vista come un fattore che limita la capacità dell’Italia di definire una strategia autonoma nel Mediterraneo e nelle relazioni internazionali. Il ritiro delle truppe USA viene quindi interpretato come uno shock potenzialmente necessario per costringere sia l’Italia sia l’Europa a investire maggiormente nelle proprie capacità di difesa, nella cooperazione europea e in strumenti di sicurezza meno esposti ai cambiamenti politici di Washington. Anche l’aumento della preoccupazione degli italiani per i conflitti armati, rilevato da Ipsos nel 2026, e la riattivazione delle mobilitazioni anti-base vengono letti come segnali di una parte dell’opinione pubblica disposta ad accettare i costi di una transizione in cambio di una maggiore autonomia decisionale.
Il fronte favorevole al ritiro delle truppe statunitensi, dunque, non rappresenterebbe un segnale di isolamento internazionale, ma il tentativo di ridefinire il ruolo dell’Italia da semplice hub logistico dipendente a soggetto strategico più autonomo. Questa posizione non ignora le difficoltà economiche, operative e diplomatiche che una simile trasformazione comporterebbe; sostiene però che la vera fragilità consista nel continuare a fondare una parte della sicurezza nazionale su una presenza militare che la stessa Washington utilizza, almeno potenzialmente, come strumento negoziale nei confronti degli alleati. In un’Europa in cui il ridisegno del dispositivo americano appare già avviato, attendere che siano gli Stati Uniti a decidere unilateralmente tempi e modalità di un eventuale disimpegno significherebbe subire il cambiamento invece di governarlo. Per questo motivo, i favorevoli ritengono preferibile una riduzione negoziata, graduale e politicamente gestita dall’Italia e dall’Unione Europea, piuttosto che una dipendenza prolungata che diventa evidente solo quando la controparte minaccia di ritirarsi.

Madeleine Maresca, 19 maggio 2026

 
06

La presenza USA dà all’Italia più voce, non meno

CONTRO

I fatti del 2026 mostrano, secondo i contrari al ritiro, che l’Italia possiede già margini concreti di decisione proprio perché opera all’interno dell’architettura degli accordi con gli Stati Uniti e con la NATO, non al di fuori di essa. Il governo italiano ha potuto negare l’utilizzo della base di Sigonella in un caso specifico; successivamente Guido Crosetto ha rivendicato davanti alla Camera che il rispetto degli accordi bilaterali non equivale a un coinvolgimento automatico dell’Italia in guerra. Parallelamente, diverse analisi giuridiche e giornalistiche hanno ricordato che le basi statunitensi in Italia non godono di extraterritorialità automatica e che il consenso dello Stato italiano resta necessario, pur all’interno di regole differenti a seconda del tipo di missione o attività operativa. Per chi si oppone al ritiro, questa sequenza non dimostra una perdita di sovranità, ma il contrario: mostra che l’Italia è in grado di esercitare la propria autonomia decisionale anche restando pienamente dentro il sistema delle alleanze occidentali. In questa prospettiva, la sovranità non si rafforza necessariamente attraverso l’espulsione delle truppe straniere, ma può essere esercitata mediante procedure più chiare, maggiore coordinamento istituzionale e un controllo politico più rigoroso sulle autorizzazioni operative. Uscire da questo quadro non aumenterebbe automaticamente l’autonomia italiana; potrebbe invece ridurre la capacità di incidere concretamente sulle modalità d’uso delle basi e sugli equilibri strategici del Mediterraneo.
A questo argomento si aggiunge il tema del peso negoziale internazionale dell’Italia. Un’analisi di “Euronews” sottolinea l’interdipendenza tra presenza militare statunitense, cooperazione industriale e relazioni politiche bilaterali. La visita a Roma del segretario di Stato Marco Rubio ha inoltre mostrato come il dossier relativo alle truppe americane resti strettamente connesso agli equilibri della NATO e al rapporto politico tra Washington e Roma. In questa lettura, l’Italia trae parte della propria rilevanza strategica dal ruolo di interlocutore logistico e militare centrale nel Mediterraneo. Ospitare infrastrutture considerate strategiche consente a Roma di partecipare ai circuiti di interoperabilità dell’Alleanza, mantenere un rapporto privilegiato con Washington e disporre di uno spazio di contrattazione politica superiore rispetto a quello di altri alleati meno centrali. Per i contrari al ritiro, una chiusura totale delle basi, soprattutto se maturata come risposta polemica alle dichiarazioni di Donald Trump, rischierebbe quindi di trasformare una discussione sulla sovranità in una perdita concreta di influenza diplomatica, industriale e strategica. In questo modo, la presenza americana non viene interpretata soltanto come un vincolo, ma anche come una leva che permette all’Italia di mantenere un ruolo significativo negli equilibri euro-atlantici.
I contrari al ritiro sostengono inoltre che il vero problema non sia la presenza delle basi in sé, ma il modo in cui questa presenza viene regolata e gestita politicamente. Se l’obiettivo è evitare un coinvolgimento automatico dell’Italia in guerre controverse, la risposta più proporzionata non sarebbe il ritiro delle truppe, bensì una definizione più rigorosa delle procedure decisionali. In questa direzione, propongono un maggiore coinvolgimento del Parlamento, una chiarificazione dei rapporti tra Presidenza del Consiglio, Ministero della Difesa e autorità militari, oltre a una maggiore trasparenza nei casi considerati più controversi. Il NATO SOFA e il Memorandum of Understanding del 1995 vengono citati proprio come prova del fatto che la presenza delle forze straniere si fonda su accordi politici e giuridici che possono essere aggiornati, reinterpretati o irrigiditi senza necessariamente arrivare alla chiusura delle basi. Per questa tesi, scegliere il ritiro totale significherebbe abbandonare uno strumento considerato imperfetto ma governabile per entrare in una fase di incertezza strategica molto più ampia. La soluzione ritenuta più utile non è quindi mandare via le truppe, ma un sistema caratterizzato da più regole, più controllo democratico e meno automatismi nelle decisioni operative.

Madeleine Maresca, 19 maggio 2026

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