L'Europa è destinata a un futuro di vassallaggio?
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
Nel dibattito pubblico europeo è tornata centrale la domanda se l’Europa stia scivolando in un ruolo di vassallaggio verso gli Stati Uniti o se possa affermarsi come polo autonomo sulla scena globale. L’espressione “vassallo” suggerisce una relazione di subordinazione politica, militare ed economica: un tema emerso già nel secondo dopoguerra con la presenza di basi USA in Europa e riaffiorato ciclicamente, ad esempio quando leader europei come Emmanuel Macron ribadiscono che “essere alleati non significa essere uno Stato vassallo” e invocano maggiore indipendenza strategica. La recente evoluzione geopolitica ha riacceso la polemica. Il ritorno di un’amministrazione statunitense nazionalista e assertiva – definita “Trump 2.0” – ha portato Washington a dettare condizioni unilaterali su commercio e difesa: dai dazi punitivi alla richiesta che gli alleati europei portino la spesa militare al 5% del PIL. Nel dicembre 2025, la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale USA ha persino ventilato l’intenzione di “aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria”, frase letta da molti in Europa come una licenza di interferire nelle politiche interne dell’UE.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
La difesa europea poggia sul sostegno americano tramite la NATO, lasciando l’UE senza autonomia strategica e subordinata alle decisioni di Washington.
Il legame UE-USA è un partenariato fra democrazie, basato su interessi comuni. Definirlo “vassallaggio” è propaganda che ignora la volontarietà dell’alleanza.
L’UE accetta accordi squilibrati e sanzioni imposte dagli USA, sacrificando i propri interessi pur di mantenere l’ombrello americano.
L’UE sta rafforzando difesa, tecnologie e integrazione politica per emanciparsi. L’Europa non accetta un futuro da subordinata.
Washington condiziona le scelte europee, sostenendo partiti nazionalisti e sfruttando le divisioni interne dell’UE per piegare le politiche comunitarie ai propri scopi.
Con un mercato unico di 450 milioni di persone, l’UE influenza standard globali e sa difendere i propri interessi, anche divergendo dalla linea di Washington.
Leader europei spesso assecondano la linea USA, mostrando un atteggiamento remissivo definito da alcuni analisti “vassallaggio volontario”.
La gran parte dei governanti UE rifiuta l’idea di un’Europa docile agli USA, rivendicando la dignità e sovranità decisionale europea.
Dalla presenza di basi e armi USA in Europa fino alle crisi recenti, il continente ha un rapporto di dipendenza dagli Stati Uniti, eredità mai davvero superata.
Storia recente mostra casi in cui l’Europa ha resistito alle pressioni americane (accordo con l’Iran, rapporti con Cina, regolamentazione Big Tech), segno che non è un mero esecutore di ordini USA.
L’Europa, per la difesa, è dipendente dagli USA
L’argomento principale a sostegno dell’idea di un “vassallaggio europeo” riguarda la dipendenza militare e di sicurezza dell’UE dagli Stati Uniti. Fin dalla creazione della NATO nel 1949, i Paesi europei hanno delegato una quota significativa della propria difesa all’alleato d’oltreoceano, accettando la presenza di basi, truppe e armamenti USA sul suolo europeo. Ancora oggi circa 10-15 mila militari statunitensi sono di stanza in Italia, con decine di testate nucleari tattiche a loro disposizione, mentre in Germania e altre nazioni la presenza americana è parimenti radicata. Questa realtà – conseguenza storica della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda – ha creato uno squilibrio strutturale: l’Europa, pur economicamente potente, rimane un protettorato militare degli USA, incapace di difendersi autonomamente da minacce maggiori senza l’intervento di Washington.
La dipendenza è emersa con forza durante la guerra in Ucraina. L’UE e i suoi Stati membri hanno fornito aiuti militari significativi a Kiev, ma hanno rapidamente esaurito le scorte di armi e munizioni, evidenziando la propria debolezza industrial-militare. Allo stesso tempo, l’Ucraina è sopravvissuta grazie all’ingente supporto bellico e finanziario americano. Questa situazione ha fatto dire al vicepresidente USA J.D. Vance (esponente di un’amministrazione Trump fortemente critica verso l’Europa) che “l’intera infrastruttura di sicurezza europea, per tutta la mia vita, è stata sovvenzionata dagli Stati Uniti d’America”. Vance ha notato come la maggior parte dei Paesi europei non possieda forze armate sufficienti a una difesa credibile, con poche eccezioni (Regno Unito, Francia, Polonia). Ciò significa che, in pratica, gli europei dipendono dagli USA per la loro sicurezza nazionale, in misura che egli ritiene eccessiva e nociva per gli stessi interessi europei. Anche analisti indipendenti lo riconoscono: finché l’Europa non colmerà il “vuoto militare” lasciato da decenni di sotto-investimento, resterà sotto l’ombrello di Washington.
Questa subordinazione militare comporta un automatismo politico: quando scoppiano crisi di sicurezza, l’Europa guarda a Washington in attesa di direttive. Ad esempio, allo scoppio della crisi ucraina nel 2022, l’UE si è allineata strettamente alla strategia americana di sostegno all’Ucraina con forniture di armi e sanzioni alla Russia. Se gli USA cambiassero postura – come avvenuto con il ritorno di Trump, più freddo verso Kyiv – gli europei resterebbero spiazzati e vulnerabili. Proprio questa eventualità è diventata realtà nel 2025: la nuova Casa Bianca ha ridotto o condizionato gli aiuti all’Ucraina, chiedendo agli europei di finanziare la continuazione dello sforzo bellico. Il risultato, secondo osservatori cinesi, è stato un “evidente senso di impotenza strategica” in Europa, con governi divisi tra il timore di restare senza protezione americana e l’incapacità di subentrare efficacemente nel ruolo di garanti della sicurezza regionale. Tale situazione supporta la tesi che l’Europa sia, di fatto, un vassallo in ambito militare: non solo dipende dagli Stati Uniti per la deterrenza (specialmente nucleare e missilistica), ma adegua le proprie politiche estere e di difesa alle priorità di Washington, avendo un margine di manovra limitato.
Le conseguenze di questa dipendenza si notano anche nel peso politico dell’Europa nelle crisi. Negoziati cruciali – per esempio colloqui di pace sulla guerra russo-ucraina – vedono l’UE relegata a ruoli secondari o esclusa del tutto, mentre Washington tratta direttamente con Mosca (o con Pechino). Come sintetizzato dall’editoriale di “El Mundo”, “da ora in poi spetterà all’UE garantire la propria sicurezza… le luci [americane] si stanno spegnendo”, segno che gli Stati Uniti intendono ridimensionare il proprio impegno difensivo in Europa, lasciando il Vecchio Continente a fare i conti con le proprie insufficienze. In questa nuova realtà, se l’Europa non riuscirà a colmare il gap militare, finirà per accettare qualunque condizione pur di mantenere la protezione USA, a costo di confermare esattamente quel rapporto “sovrano-vassallo” che si vorrebbe evitare. È, dunque, un circolo vizioso: meno l’Europa investe in difesa autonoma, più diventa militarmente subalterna; e più è subalterna, meno è in grado di prendere decisioni indipendenti, consolidando uno status di vassallaggio nei fatti se non nel nome.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
Tra UE e USA c’è un’alleanza tra pari, non una relazione feudale
Chi si oppone alla visione di un’Europa vassalla degli USA sostiene innanzitutto che il legame transatlantico vada interpretato come un’alleanza volontaria tra nazioni sovrane, fondata su interessi e valori condivisi, e non come un rapporto di subordinazione forzata. Questa tesi insiste sul concetto di partenariato: Europa e Stati Uniti cooperano strettamente per mutua convenienza e difesa comune, ma l’Europa non è “sottomessa” in senso proprio, avendo margini di scelta e dignità paritaria nei consessi internazionali. In sostanza, UE e USA sono alleati, non signore e vassallo.
Un argomento chiave è che il termine stesso “vassallo” è inappropriato: evoca epoche medievali di soggezione coercitiva che nulla hanno a che vedere con le attuali relazioni diplomatiche. L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono entrambi attori democratici, legati da trattati liberamente sottoscritti – come il Trattato NATO – e da un patrimonio valoriale comune (democrazia, diritti umani, economia di mercato). Definire l’Europa un vassallo suggerirebbe che gli europei subiscono contro la propria volontà un dominio straniero, ma la realtà è che gli europei hanno scelto di allearsi con Washington fin dal 1949, perché ciò corrispondeva e corrisponde ai loro interessi di sicurezza e prosperità. Il politologo Mario Giro osserva che fa “sorridere” la recente retorica sul vassallaggio: durante le presidenze di Barack Obama o Joe Biden, nessuno in Europa parlava di essere colonia o servo degli USA. Questo perché quando l’amministrazione americana è percepita come amica e rispettosa, l’alleanza atlantica funziona su basi paritarie e nessuno la vive come oppressiva. Semmai è riemersa con Donald Trump, che con il suo stile ruvido ha messo in discussione questa percezione. Ma anche allora, sottolinea Giro, la soluzione non è piangersi addosso: l’Europa deve far valere le proprie ragioni in modo maturo, “è l’ora della responsabilità, non della lagna”. Questo implica concepire l’UE non come vittima inerme, ma come partner attivo che può contrattare all’interno dell’alleanza.
Dal punto di vista formale, gli Stati europei mantengono piena sovranità. Possono decidere di aderire o meno a iniziative guidate dagli USA. Ad esempio, nel 2003 Francia e Germania si opposero alla guerra in Iraq – e nessuno poté obbligarle a parteciparvi. Allo stesso modo, diversi Paesi UE non hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, nonostante la pressione americana dopo il 2017. Questi casi dimostrano che gli alleati europei hanno voce in capitolo e capacità di dissenso, anche su dossier strategici. Un vassallo, per definizione, non ha questa facoltà: deve obbedire e basta. Invece la NATO, ad esempio, funziona per consenso: il Segretario generale Jens Stoltenberg ha spesso ribadito che le decisioni dell’Alleanza vengono prese all’unanimità dagli Stati membri, non imposte dagli USA. Se un Paese europeo fosse contrario a un’azione NATO, potrebbe porre il veto. Questo equilibrio orizzontale è uno degli argomenti centrali per confutare la metafora feudale: l’Unione Europea siede al tavolo con gli USA nelle sedi multilaterali (NATO, G7, G20) con pari dignità e diritto di parola.
Inoltre, chi respinge l’idea di vassallaggio ricorda che gli USA traggono beneficio dall’alleanza quanto gli europei. Non siamo di fronte a un rapporto di sfruttamento unilaterale: l’Europa fornisce basi, legittimità e mercati agli Stati Uniti, che in cambio garantiscono sicurezza e cooperazione economica. È uno scambio reciproco, non un prelievo predatorio. Ad esempio, durante la Guerra fredda, gli USA hanno sì protetto l’Europa, ma l’Europa ha offerto la prima linea di contenimento contro l’URSS e un massiccio appoggio (anche finanziario) nelle guerre di Corea e del Vietnam, indirettamente. Oggi, l’Europa contribuisce con circa la metà delle spese NATO non-USA e con truppe in missioni comuni. Parlare di vassallaggio ignorerebbe queste responsabilità condivise. Non c’è dubbio che Washington abbia un peso maggiore, ma questo riflette la diversa potenza oggettiva, non un rapporto gerarchico imposto. Emmanuel Macron, pur critico verso alcune politiche USA, ha sottolineato proprio questo concetto: “Gli Stati Uniti resteranno un alleato storico, con cui condividiamo rischi e operazioni complicate. Essere alleati però non significa essere uno stato vassallo”. Macron indica la distinzione: l’Europa partecipa attivamente (rischi e operazioni condivisi) e ciò la qualifica come alleato, non subordinato. Per non essere vassalli – aggiungeva – “dobbiamo essere indipendenti anche dagli alleati”, cioè, dotarci di capacità proprie. Ma questo è un invito a rafforzare l’alleanza in termini più equilibrati, non certo a dipingerla come dominazione.
Va poi considerato l’aspetto valoriale e identitario. Europa e Stati Uniti fanno parte di quella che è stata chiamata “comunità occidentale”: condividono l’adesione ai valori democratici e liberali. Questo crea un senso di affinità naturale che trascende il mero calcolo di potere. Gli europei non percepiscono gli americani come “padroni stranieri”, bensì come amici e spesso come modelli (basti pensare alla diffusione di cultura, cinema, tecnologia USA in Europa). Laurent Marchand su “Ouest-France” sottolinea che bisogna evitare reazioni emotive e ricordare che la “nostra risposta” alle strategie USA conta quanto quelle strategie: l’Europa può decidere di non diventare vassalla e ha gli strumenti diplomatici per farlo. D’altronde, se la retorica di Trump appare quella di chi considera l’UE un vassallo, quella di Joe Biden è stata opposta: Biden ha più volte definito l’Europa “il nostro partner indispensabile” e ha consultato gli alleati europei nelle principali decisioni (dalla revoca delle sanzioni su Nord Stream 2 al ritiro dall’Afghanistan, sebbene con esiti controversi). Questo dimostra che il rapporto cambia a seconda delle amministrazioni: un vassallaggio vero non cambierebbe, mentre un’alleanza può avere fasi più simmetriche di altre. Con Biden la relazione transatlantica 2021-2024 è stata di grande sintonia, con l’Europa che ha anche influito su alcune politiche USA (si pensi al coordinamento sulle sanzioni alla Russia, dove le preoccupazioni europee sono state ascoltate). Insomma, ridurre tutto all’immagine di un servo e un padrone è fuorviante: gli equilibri interni all’alleanza sono dinamici e l’Europa ha margini di influenza.
Inoltre, gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa forte e stabile, e lo riconoscono. Non mirano – strutturalmente – a indebolire o sfruttare l’Europa. Uno dei pilastri della strategia USA, da Roosevelt in poi, è stata un’Europa unita e prospera, capace di contribuire alla sicurezza globale. Questo perché un’Europa forte è un moltiplicatore della potenza e influenza occidentale. Nel 2022, in risposta all’aggressione russa, gli USA hanno lavorato a stretto contatto con l’UE, definendo l’unità transatlantica “più solida che mai”. Se l’Europa fosse percepita come un mero vassallo, Washington non la includerebbe come partner nelle sanzioni finanziarie, né la coinvolgerebbe nelle decisioni NATO: semplicemente detterebbe ordini. Invece, anche sotto Trump, gli USA hanno comunque dovuto negoziare con i partner (si pensi al tira e molla sulle spese NATO: Trump ha dovuto accettare compromessi). Questo testimonia che c’è un processo dialettico: un vassallo non negozia col re, l’Europa sì.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
L’Europa vive una sudditanza economica e commerciale rispetto agli interessi USA
L’Europa si è progressivamente assoggettata alle pressioni economiche degli Stati Uniti, rinunciando a difendere pienamente la propria sovranità in ambito commerciale, energetico e tecnologico. I sostenitori di questa tesi elencano diversi episodi emblematici in cui l’UE avrebbe accettato diktat economici americani pur di evitare conflitti con Washington, anche a costo di sacrificare interessi europei.
Un caso eclatante riguarda la vicenda dei dazi USA minacciati da Trump nel 2025 su varie esportazioni europee. Per scongiurare una guerra commerciale, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha negoziato in estate un accordo lampo con la Casa Bianca, definito da alcuni osservatori come una “capitolazione commerciale”. Il commentatore Gilles Gressani, sulle pagine del “Financial Times”, ha descritto quell’intesa come “una volontaria sottomissione della più grande potenza commerciale mondiale al leader USA”, evidenziando come Trump sia riuscito ad approfittare delle “vulnerabilità strutturali” dell’Unione. L’accordo, annunciato a fine luglio in Scozia, ha inferto “un duro colpo alla reputazione globale” dell’UE, dando l’immagine di un’Europa ridotta a “vassallo felice di Washington”, priva di autonomia di fronte ai ricatti economici. In pratica Bruxelles, pur di ottenere il mantenimento dell’appoggio americano su altri fronti (ad esempio il sostegno all’Ucraina), avrebbe concesso vantaggi unilaterali agli USA: dall’aumento delle importazioni di gas liquido e prodotti agricoli statunitensi, fino all’attenuazione di normative digitali europee invise alla Silicon Valley. Il risultato, notano fonti cinesi, è un accordo “né equo né bilanciato” che esponenti stessi dell’UE (come la vicepresidente dell’Europarlamento Kathleen Van Brempt) hanno criticato apertamente.
Questo episodio si inserisce in un pattern più ampio. L’Europa ha spesso mostrato riluttanza a contrapporsi agli USA in materia economica, anche quando ne aveva gli strumenti. Ad esempio, di fronte alle sanzioni secondarie americane contro l’Iran (dopo il recesso unilaterale di Trump dal JCPOA nel 2018), l’UE non è riuscita a proteggere efficacemente le proprie imprese: il meccanismo finanziario alternativo INSTEX si è rivelato inefficace e col tempo Francia, Germania e Italia si sono allineate al regime sanzionatorio di Washington. In quell’occasione, il ministro francese Bruno Le Maire aveva tuonato che l’Europa non doveva accettare di essere un “vassallo economico” degli Stati Uniti, chiedendo misure per affermare la sovranità economica europea. Eppure, malgrado le dichiarazioni bellicose, nessuna sanzione europea di blocco è mai realmente stata applicata contro le penali USA: colossi come Total, Siemens, Airbus si sono ritirati dall’Iran per non incorrere nelle ire di Washington. Questo ha mandato un segnale chiaro: il dollaro e il mercato americano restano dominanti, e l’UE – pur contraria – finisce per adeguarsi alle regole dettate dagli Stati Uniti, anche quando violano gli interessi europei (in Iran, l’UE aveva interesse a mantenere aperti canali commerciali e di sicurezza, ma ha ceduto).
Un altro ambito delicato è l’energia. Per decenni molti Paesi UE (Germania in primis) hanno importato gas russo a buon mercato, perseguendo una strategia energetica autonoma. Gli USA hanno a lungo osteggiato questa dipendenza dalla Russia, spingendo per la vendita del proprio gas naturale liquefatto (LNG) in Europa. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di gas per l’Europa, spesso a prezzi elevati. Sergey Lavrov ha commentato in modo tagliente che “gli USA stanno imponendo all’UE il costoso gas liquefatto americano”, approfittando della crisi per guadagnare mentre “mandano in rovina i loro vassalli europei”. Al di là della propaganda russa, è un dato che l’Europa abbia accettato senza proteste significative l’aumento delle importazioni di LNG dagli USA, benché ciò abbia causato un rincaro dei costi energetici interni. In parallelo, l’UE si è vista costretta – per contesto bellico e pressioni alleate – a rinunciare “a tutto ciò che è russo” in campo energetico, subendo però impatti economici notevoli (industria energivora in difficoltà, inflazione). Questa dinamica, in cui l’Europa appare quasi eterodiretta nelle sue scelte energetiche strategiche, viene letta da alcuni come un’ulteriore prova di subalternità: in altri termini, l’UE avrebbe sacrificato il proprio vantaggio competitivo (energia a basso costo russa) adeguandosi alle priorità geopolitiche di Washington e pagando essa stessa il prezzo delle sanzioni.
Infine, c’è il capitolo tecnologico e normativo. Quando l’UE ha cercato di regolamentare i colossi del web (perlopiù americani) tramite strumenti come il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act, la reazione statunitense è stata molto dura. La nuova amministrazione USA ha accusato l’Europa di voler “controllare internet” e, caso senza precedenti, nel dicembre 2025 ha negato il visto d’ingresso a Thierry Breton (artefice del DSA) e ad altri 4 funzionari europei, additandoli come “censori”. Questa mossa – definita da Bruxelles un atto intimidatorio “maccartista” – ha suscitato scalpore. L’episodio mostra fino a che punto Washington sia pronta a spingersi per piegare la linea europea ai propri interessi tecnologici. Anche qui, la reazione UE è stata inadeguata: al di là delle proteste verbali (“difenderemo la nostra democrazia”, ha comunicato la Commissione), non sono seguite contromisure forti. L’insieme di questi elementi porta a concludere che sul piano economico-commerciale l’Europa agisce spesso più come zona di influenza statunitense che come attore sovrano. La paura di rappresaglie USA (sanzioni, dazi, esclusione dall’intelligence dei Five Eyes ecc.) indurrebbe l’UE a evitare qualsiasi rottura, anche a andando a proprio discapito. Come sintetizzato dall’economista francese Gilles Gressani, l’Europa di fronte a Trump si è dimostrata “riluttante e incapace di impegnarsi in una lotta di potere per difendere i propri interessi”, accettando di fatto un ruolo subordinato.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
L’Europa si sta muovendo verso un’autonomia strategica europea
Gli oppositori della tesi del vassallaggio sottolineano che l’Europa non è affatto destinata a rimanere dipendente, evidenziando i numerosi sforzi intrapresi negli ultimi anni per costruire un’autonomia strategica in campo militare, tecnologico ed economico. Secondo questa visione, l’UE ha piena consapevolezza dei propri ritardi e vulnerabilità e ha già avviato un percorso per colmare il divario con gli Stati Uniti e poter agire in modo più indipendente. Lungi dall’essere un vassallo inerme, l’Europa starebbe quindi “prendendo in mano il proprio destino”, come dichiarò Angela Merkel nel 2017, lavorando per emanciparsi almeno parzialmente dal tutore americano. Un esempio chiave è la crescente attenzione alla difesa comune europea. Dopo decenni di appelli rimasti lettera morta, dal 2016 (in seguito alla Brexit e ai dubbi su Trump) l’UE ha lanciato iniziative concrete: la PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente) per sviluppare congiuntamente capacità militari, il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) per finanziare progetti industriali bellici comuni, e più di recente la Bussola Strategica UE (marzo 2022). Questi passi indicano che gli europei stanno investendo di più nella propria difesa. Gli eventi recenti hanno accelerato il processo: l’invasione russa dell’Ucraina ha spinto Paesi come Germania e Italia ad aumentare massicciamente i bilanci militari, rompendo vecchi tabù. La Germania ha stanziato un fondo speciale da 100 miliardi di euro per modernizzare la Bundeswehr e ha assunto l’impegno del 2% del PIL per la difesa. La Polonia addirittura mira al 5% del PIL. Questi impegni riducono il gap con la spesa USA e segnalano che l’Europa non vuole più dipendere interamente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. Come ha affermato Emmanuel Macron nel suo discorso del 2026, “ciò che siamo riusciti a fare va nella direzione giusta: più autonomia strategica, meno dipendenza dagli Stati Uniti così come dalla Cina”. Macron ha citato come esempio i passi avanti dell’industria europea (droni, difesa informatica) e la volontà di dotarsi di forze d’intervento rapide entro il 2025. Queste misure, per quanto iniziali, dimostrano che la tesi del “vassallo inerme” non tiene conto della dinamica evolutiva: l’Europa sta cambiando, lenta ma decisa, verso una maggior capacità di provvedere alla propria sicurezza.
Ma non solo difesa: il concetto di “autonomia strategica” copre anche l’ambito economico e tecnologico. L’UE ha lanciato strategie per ridurre la dipendenza da fornitori esteri (non solo USA, anche Cina) in settori critici: si pensi al CHIPS Act europeo per sviluppare una filiera dei semiconduttori in Europa, o alle iniziative sulle batterie elettriche e sull’energia pulita. Nel 2023 la Commissione ha presentato l’European Chips Act investendo miliardi per avere microchip di produzione UE, così da non dipendere esclusivamente da tecnologia statunitense o asiatica. Analogamente, sul fronte energetico, la crisi del gas russo ha portato l’Europa a diversificare le forniture e ad accelerare sulle rinnovabili, con l’obiettivo di assicurarsi autonomia energetica a medio termine. La presidente Ursula von der Leyen, nel discorso sullo stato dell’Unione 2025, ha dichiarato che “l’indipendenza dell’Europa poggia sulla capacità di rimanere competitivi in tempi volatili”, annunciando investimenti massicci in digitale e tecnologie pulite e affrontando i colli di bottiglia su energia e materie prime.
Un altro sviluppo importante è l’integrazione politica rafforzata dell’UE in risposta a crisi geopolitiche. Di fronte alla guerra in Ucraina, l’Unione ha mostrato una coesione mai vista: ha varato 10 pacchetti di sanzioni contro la Russia all’unanimità (nonostante le divergenze interne) e ha persino finanziato l’invio di armi all’Ucraina attraverso il Fondo per la Pace. Questo livello di unità e assertività era impensabile pochi anni prima. Certo, c’è voluta una guerra ai confini, ma l’Europa ha dimostrato di sapersi compattare e agire quando davvero necessario, contraddicendo chi la vede eternamente divisa e impotente. La stessa Svezia e la Finlandia hanno deciso di entrare nella NATO, segno che l’Europa si sta ricompattando sul fronte della difesa, chiudendo falle che avrebbero potuto indebolirla. Paradossalmente, il ritorno di Trump ha ulteriormente spinto gli europei a parlarsi di più e cercare soluzioni senza attendere l’America: a fine 2025, ad esempio, Macron, Scholz e altri leader UE hanno incontrato il presidente ucraino Zelensky e il premier britannico Starmer a Londra, delineando strategie di sicurezza per l’Ucraina anche senza gli USA. Questo è un segnale di maturazione: gli europei sanno che l’impegno americano potrebbe vacillare e quindi iniziano a organizzarsi per colmare il vuoto. L’editorialista Laurent Marchand ha apprezzato l’idea di un summit europeo straordinario per reagire alla dottrina Trump e definire la propria rotta.
Sul fronte diplomatico, l’UE sta ampliando la propria autonomia stringendo rapporti diretti con attori globali: la formula del “triangolo” con Cina e USA promossa da Macron ne è un esempio (l’Europa che dialoga con Pechino senza mediatori). L’UE ha poi un Servizio Europeo di Azione Esterna e un Alto Rappresentante (attualmente Josep Borrell) che la rappresentano unitariamente. Ciò significa che oggi l’Europa dispone di canali propri di politica estera. Può ad esempio trattare con l’Iran sul nucleare, mantenendo la porta aperta al dialogo nonostante la linea dura USA. Quando Trump uscì dall’accordo, l’Europa non lo seguì: cercò invece di tenerlo in vita (purtroppo senza successo totale). Il ministro Bruno Le Maire espresse con forza questo concetto: “Non accettiamo che gli USA siano il gendarme economico del pianeta”, invocando strumenti per proteggere l’UE dalle sanzioni extraterritoriali.
Anche in altri campi l’UE ha portato avanti linee indipendenti: pensiamo alla regolamentazione digitale (GDPR, DSA), dove ha fissato standard che Big Tech americani devono rispettare, nonostante le lamentele di Washington. Nel 2023 Elon Musk (proprietario di X/Twitter) ha minacciato di ritirarsi dall’Europa in polemica con il DSA e il commissario Thierry Breton ha risposto fermamente che la legge europea va rispettata “da tutti, grandi e piccoli”. Questa fermezza normativa smentisce l’idea di un’Europa passiva verso gli USA: al contrario, spesso è l’UE a fare da apripista su questioni come privacy online, tassazione dei giganti digitali, norme antitrust contro Google, Apple ecc., spingendo poi gli USA a rincorrere. Dunque, in alcuni ambiti, c’è un’Europa leader, non follower.
Thierry Breton ha affermato: “bisogna dire le cose come stanno: siamo circondati da potenze imperiali… per quanto ci riguarda il nostro progetto non è farci vassallizzare”. Questa affermazione indica che la leadership europea non intende affatto accettare un futuro da vassallo.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
L’Europa subisce l’influenza politica USA e manca di autonomia decisionale
Gli Stati Uniti esercitano una forte influenza politica sulle decisioni europee, approfittando anche delle divisioni interne all’UE per indirizzare la politica del continente a proprio vantaggio. In questa prospettiva, l’Europa non solo è dipendente in modo passivo, ma è attivamente “orientata” da Washington tramite pressioni diplomatiche, ingerenze e sostegno a forze politiche favorevoli alla linea americana. Un elemento chiave è la fragilità dell’unità europea. L’Unione conta 27 Stati sovrani, spesso divisi su questioni di politica estera. Gli USA, consapevoli di ciò, hanno storicamente coltivato relazioni bilaterali privilegiate con alcuni Paesi per esercitare una sorta di divide et impera. Ad esempio, l’amministrazione Trump ha mostrato una spiccata preferenza per governi nazionalisti ed euroscettici all’interno dell’UE, percependoli come leve per indebolire la coesione europea. “El Mundo” ha riportato che la nuova strategia USA ammette esplicitamente di voler sostenere “partiti patriottici europei” “per aiutare il vecchio continente a correggere la sua rotta”. Questo significa che Washington intende appoggiare forze politiche interne all’Europa che siano più allineate con la visione americana e critiche verso Bruxelles. È un fatto senza precedenti: gli Stati Uniti, tradizionalmente garanti dell’integrazione occidentale, ora sotto Trump incoraggiano chi vuole indebolire l’UE dall’interno. Ciò suggerisce che Washington vede l’Europa non come partner paritetico ma come entità da plasmare a proprio uso, arrivando a influenzare elezioni e governi. Le anticipazioni di stampa europea hanno interpretato passaggi del documento strategico USA come una “licenza di interferire nelle elezioni europee e nelle politiche interne”. Del resto, già in passato esponenti americani come Steve Bannon hanno apertamente cercato di unire i movimenti sovranisti europei in funzione anti-UE. Il fatto nuovo è che questa linea pare essere entrata nell’azione di governo USA: l’America supporta “i nostri amici nazionalisti in Europa” per contrastare l’establishment europeista. È facile vedere in ciò un approccio da padrone che sceglie e sostiene i vassalli locali più graditi.
Ciò si è visto in Ungheria e Polonia. Questi Paesi, guidati da governi nazional-conservatori, hanno sfidato più volte Bruxelles su stato di diritto, sanzioni alla Russia e altri dossier. L’amministrazione Trump ha manifestato aperta simpatia verso Viktor Orbán (Ungheria) e Mateusz Morawiecki (Polonia), lodandone le politiche e offrendo cooperazione bilaterale privilegiata. Ciò ha incoraggiato Budapest e Varsavia a mantenere veti e posizioni rigide in sede UE, sapendo di poter contare su un appoggio a Washington. In pratica, la strategia USA ha sfruttato i “freni interni” dell’UE per impedirle di agire compatta. Fonti cinesi sottolineano come nel 2025 il modello decisionale UE sia andato in stallo: aiuti all’Ucraina bloccati dai veti ungheresi, sanzioni attenuate dalle resistenze slovacche ecc., in un momento in cui l’unità sarebbe stata cruciale. Questo stallo “ha ripetutamente ostacolato l’azione collettiva” dell’Europa. Dietro le quinte gli USA incoraggino tali fratture: un’Europa paralizzata dalle proprie spaccature dipende inevitabilmente dall’intervento americano come risolutore esterno. Un’Europa politicamente debole e frammentata finisce per essere malleabile: non avendo una propria linea unitaria, tende ad adottare la linea del “fratello maggiore” oltreoceano come compromesso minimo accettabile.
Al di là delle divisioni intra-UE, pesa la tradizionale influenza diplomatica statunitense sulle capitali europee. Washington dispone di un apparato diplomatico e di intelligence capillare, con un accesso privilegiato ai leader europei tramite consultazioni NATO, G7, accordi di cooperazione. Nei momenti decisivi, la Casa Bianca è in grado di orientare le scelte europee facendo valere la propria leadership. Ad esempio, durante la crisi in Medio Oriente del 2025, i Paesi UE hanno faticato a esprimere una posizione autonoma e molti hanno di fatto allineato le proprie dichiarazioni a quelle statunitensi, per non indebolire il fronte occidentale. Quando un conflitto coinvolge interessi strategici USA (Medio Oriente, Indo-Pacifico), l’Europa tende storicamente a “seguire il leader”. Questa dinamica è stata stigmatizzata da Loretta Napoleoni, che parla di “incapacità d’azione” europea e di riflesso quasi pavloviano nel seguire Washington. L’autrice sottolinea come, al cambio di direzione americana, l’Europa appaia “tragicomicamente” incapace di decidere da sé e resti in attesa di nuove istruzioni, come “un vassallo che, tradito dal suo signore in guerra, si affretta a giurare fedeltà al signore rivale”, pur di non doversi difendere da solo. Quest’analogia medievale rende l’idea di un’Europa priva di autonomia volitiva: dopo aver puntato tutto sull’alleanza con Biden contro la Russia, alcuni leader UE nel 2025 si sono affrettati ad accreditarsi presso Trump (il “signore rivale” subentrato) pur di non assumersi da soli oneri e rischi della sicurezza.
Gli USA intervengono direttamente per plasmare politiche europee chiave. L’episodio della sanzione personale a Thierry Breton menzionato sopra ne è un esempio in ambito digitale. In altri casi, Washington ha esercitato pressioni fortissime sull’Europa: ad esempio per bloccare il progetto 5G di Huawei (riuscendoci in buona parte), per far slittare l’introduzione della web tax sui colossi digitali USA (minacciando dazi), o per dissuadere l’UE da una politica troppo morbida con la Cina (attraverso continui moniti diplomatici). Quando l’Europa ha mostrato tentazioni di autonomia ha incontrato aspre reazioni negli ambienti atlantici. L’America considera l’Europa come “sfera di influenza” stabile degli Stati Uniti – in pratica, una regione alleata ma subordinata in cui ammesse divergenze troppo marcate vengono viste come destabilizzanti e da scoraggiare.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
L’UE ha peso economico e potere di negoziazione
L’UE ha un peso economico e normativo che la rende un attore troppo grande e influente per essere ridotto a semplice vassallo. L’UE è la terza maggior economia mondiale (considerando il PIL aggregato) e il principale blocco commerciale: questo le conferisce un potere contrattuale che bilancia, in parte, l’egemonia statunitense. Inoltre, l’UE ha sviluppato nel tempo una capacità unica di fissare standard regolamentari globali (“Brussels effect”), esercitando una soft power che spesso condiziona anche le imprese e le politiche USA. Questi fattori contraddicono l’immagine di un’Europa supina: al contrario, l’UE può – e in diversi casi ha saputo – far valere il proprio “hard power” economico per perseguire i propri interessi, anche divergendo dagli Stati Uniti.
Con circa 450 milioni di consumatori ad alto reddito, l’Unione Europea rappresenta un mercato unico di dimensioni paragonabili a quello statunitense. Le aziende americane, per prosperare, non possono ignorare l’Europa. Questo conferisce a Bruxelles un’influenza notevole: decisioni prese dalle istituzioni UE in materia di regolamentazione spesso vengono adottate dalle multinazionali come standard globale, perché non adeguarsi significherebbe perdere l’accesso a un mercato chiave. Un esempio lampante è il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) del 2018: l’UE ha imposto severe norme sulla privacy online, e giganti come Google, Facebook e Apple hanno dovuto conformarsi in tutto il mondo, elevando gli standard di tutela dei dati anche per i cittadini americani. Questo fenomeno – noto come “effetto Bruxelles” – dimostra che l’UE può guidare l’agenda globale in certi campi, costringendo persino gli Stati Uniti ad adeguarsi o comunque a tenere conto delle scelte europee. Un vero vassallo non detterebbe mai la linea al sovrano. E invece l’Europa, almeno in ambiti regolatori, l’ha fatto e continua a farlo (si pensi alle normative antitrust UE contro i monopoli tech, che hanno inflitto multe miliardarie a colossi USA: la Commissione Vestager ha multato Google per 4,3 miliardi di euro nel 2018, suscitando le ire di Trump, ma mantenendo il punto). Dunque, l’UE si comporta da attore assertivo nella tutela dei propri consumatori e della concorrenza, dimostrando che su questi fronti non è affatto al traino americano.
Inoltre, non sempre l’Europa cede nelle dispute economiche: esistono casi in cui ha resistito con successo alle pressioni USA. Uno di questi riguarda la politica commerciale con la Cina. Mentre gli USA hanno spinto per un decoupling (disaccoppiamento) economico da Pechino, l’Europa ha adottato un approccio diverso, definito di “de-risking” (riduzione dei rischi), continuando però a mantenere forti legami commerciali con la Cina. Nel 2020 la UE ha persino firmato con Pechino un accordo di principio sugli investimenti (CAI), spiazzando Washington (l’accordo è poi rimasto in sospeso per ragioni). Questo indica che l’UE non allinea ciecamente la sua politica commerciale a quella americana: valuta caso per caso i propri interessi. Lo stesso Bruno Le Maire, nel contesto delle sanzioni Iran 2018, diceva: “Voglio un’Europa sovrana, non vassalla: ciò significa strumenti finanziari totalmente indipendenti”. L’UE intrattiene accordi di libero scambio con decine di Paesi nel mondo (Giappone, Canada, Mercosur in fase negoziale ecc.), costruendo reti commerciali globali anche senza gli USA. Un vassallo economico, al contrario, resterebbe isolato e vincolato al mercato del dominus. L’UE invece commercia più intensamente con la Cina (nel 2022, ~860 mld € interscambio) che con gli USA (~800 mld €): questo pluralismo di partner contraddice l’idea di un’Europa asservita unicamente a Washington in campo economico.
Un altro segnale di forza contrattuale europea si è visto nel negoziato sul clima. L’UE ha continuato a portare avanti l’Accordo di Parigi sul clima anche quando Trump si è ritirato (2017), e con la vittoria di Biden ha trovato sponda per rilanciarlo. In quegli anni, l’Europa si è posta come leader globale della lotta al cambiamento climatico, varando politiche avanzate (Green Deal europeo) e finanziando la transizione verde internazionale. Gli USA di Trump erano isolati su questo dossier, a dimostrazione che l’Europa può guidare coalizioni internazionali anche senza l’America. Lontano dall’essere un vassallo, in quel frangente l’UE era il capofila morale di un movimento globale, spingendo poi l’amministrazione Biden a rientrare nell’Accordo nel 2021.
Sul piano finanziario, l’euro si è affermato come seconda valuta di riserva mondiale. Sebbene il dollaro resti dominante, circa il 20% delle riserve globali è in euro. Ciò fornisce all’Europa un grado di autonomia monetaria notevole. Dopo l’introduzione dell’euro, molti Paesi hanno iniziato a denominare scambi e contratti in euro anziché in dollari (specie nel vicinato europeo). Questo ha creato un cuscinetto che in parte protegge l’Europa dalle fluttuazioni o pressioni legate al dollaro. Nel pacchetto di misure per fronteggiare l’Inflation Reduction Act (legge americana con sussidi verdi giudicati distorsivi), l’UE sta studiando meccanismi finanziari europei per sovvenzionare la propria industria evitando guerre commerciali, il tutto in euro. Insomma, l’UE ha strumenti economici e monetari propri con cui rispondere agli USA se necessario. Non li usa in modo aggressivo perché preferisce la cooperazione, ma li possiede. Un esempio concreto di uso della leva economica europea a proprio vantaggio è stata la risposta alle minacce di dazi di Trump nel 2018-2019. Quando l’amministrazione USA impose dazi sull’acciaio e alluminio europei, l’UE replicò con controdazi mirati su prodotti simbolo americani (bourbon, moto Harley-Davidson, jeans Levi’s) colpendo gli Stati elettoralmente sensibili per Trump. Questa contromossa calibrata contribuì a far rimuovere poi quelle tariffe sotto Biden. Anche riguardo ai dazi auto minacciati da Trump, la Commissione Juncker preparò una lista di ritorsioni per 300 mld $ di importazioni USA, segnale che l’Europa non avrebbe subito passivamente. In ultima analisi, i dazi auto non entrarono in vigore. Questo episodio evidenzia che l’UE sa “alzare la voce” e che la sua economia è talmente rilevante da poter esercitare ritorsioni efficaci.
L’Europa ha un notevole potere negoziale verso gli Stati Uniti: il rapporto non è a senso unico. Negli accordi commerciali l’UE riesce spesso a spuntare concessioni.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
L’Europa assume un atteggiamento remissivo di vassallaggio volontario
Oltre agli aspetti strutturali fin qui discussi (difesa, economia, influenza esterna), i sostenitori del concetto di vassallaggio europeo sottolineano un elemento meno tangibile ma significativo: l’atteggiamento psicologico e politico remissivo delle classi dirigenti europee nei confronti degli Stati Uniti. L’Europa sarebbe in qualche misura consenziente nel proprio ruolo subordinato, mostrando una forma di “vassallaggio volontario”. Questo argomento si fonda sull’osservazione che, anche quando avrebbero la possibilità di dissentire o affermare un indirizzo autonomo, molti leader europei scelgono di allinearsi alla posizione americana, interiorizzando la logica per cui “gli USA guidano e l’Europa segue”.
Un caso lampante riguarda la gestione della guerra in Ucraina. Nel 2022-2024 l’Europa ha sostenuto unanimemente l’Ucraina contro l’invasione russa ma, secondo i critici, lo ha fatto “senza una strategia propria”, limitandosi a eseguire la linea decisa a Washington. Questo avrebbe portato ad alcune forzature: ad esempio, un crescente coinvolgimento militare (invio di armi avanzate, addestramento truppe ucraine, aumento spesa bellica) senza parallelamente sviluppare un piano politico europeo per una soluzione diplomatica. Si è scelta, come afferma Napoleoni, “una gigantesca scommessa bellica senza via d’uscita”, confondendo la solidarietà con Kyiv con una strategia a lungo termine. Quando poi gli USA hanno iniziato a defilarsi (con Trump), l’Europa si è trovata spiazzata e “completamente disorientata”, confermando la mancanza di un pensiero strategico proprio e la dipendenza dalle decisioni altrui. Ancora più emblematiche sono state le parole di figure europee come l’ex premier italiano Giuseppe Conte, il quale nel dicembre 2025 ha dichiarato: “lasciamo che a condurre il negoziato [di pace] siano gli Stati Uniti”. Questa frase – evidenzia Napoleoni – non è solo un’ammissione di fallimento europeo, ma un vero “atto di resa politica”. Invece di reagire al disimpegno/tradimento americano elaborando una risposta europea, Conte e altri suggeriscono di affidarsi di nuovo agli USA, anche se questa volta su posizioni differenti (più filorusse).
Questa tendenza a “seguire il capo” si è vista anche su altri fronti. Quando Trump nel 2018 minacciò dazi e attaccò frontalmente l’UE (definendola “nemica” sul commercio), molti governi europei evitarono di rispondergli a tono, temendo di inasprire lo scontro. I critici vedono un certo servilismo diplomatico.
Alcuni analisti parlano esplicitamente di “vassallaggio felice”. L’espressione, usata ironicamente dal politologo Gilles Gressani sulle pagine del “Financial Times”, allude a un’Europa che si autocompiace della protezione americana, al punto da sacrificare orgoglio e interesse pur di mantenerla. Secondo Gressani, l’accordo commerciale del 2025 citato nella tesi precedente è emblematico: Bruxelles ha accettato condizioni svantaggiose convinta che fossero “un passo necessario per mantenere il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina”. L’Europa pare quasi grata a Washington per l’aiuto, e per timore di perderlo è disposta a pagare qualunque prezzo. Questo atteggiamento rinunciatario è stato definito “riluttante e incapace di impegnarsi in una lotta di potere”. In sostanza, l’Europa non ha nemmeno provato davvero a resistere alle imposizioni USA. Il politologo francese Laurent Marchand, pur contrario a rassegnarsi al vassallaggio, ha riconosciuto che la reazione europea alle mosse di Trump finora è stata fiacca: “È importante mantenere la calma – ma non reagire affatto sarebbe imbarazzante”. Il sottinteso è che sinora l’UE ha reagito troppo poco, rischiando di cadere proprio nell’immobilismo remissivo di un vassallo. Anche Mario Giro sottolinea come faccia “sorridere” l’improvvisa scoperta di essere vassalli: “ai tempi di Biden o Obama non si diceva”.
Alcuni citano il concetto di “auto-vassallizzazione” coniato in alcuni ambienti accademici e mediatici. L’agenzia cinese “Xinhua”, ad esempio, ha osservato che “temendo di antagonizzare Washington mentre fronteggia una Russia aggressiva, l’Europa ha mostrato segni di auto-vassallizzazione”. Ciò significa che nessuno costringe formalmente l’Europa a certi comportamenti; è l’Europa stessa che, per paura o inerzia, si mette nella posizione subordinata. Un riscontro è la mancanza di un piano B europeo: se domani gli USA si disimpegnassero del tutto dall’Europa (scenario non impossibile con Trump), l’UE non avrebbe preparato alcuna strategia alternativa.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
I leader europei sono uniti nel rifiuto del vassallaggio
Esiste un fronte comune di dichiarazioni e posizioni ufficiali dei leader europei che respingono esplicitamente qualsiasi ruolo da subordinati degli Stati Uniti. Le massime cariche dei Paesi UE e delle istituzioni comunitarie hanno in più occasioni affermato l’indipendenza decisionale europea, segnalando chiaramente che la prospettiva di un’Europa-vassallo non è accettata né politicamente né simbolicamente. Questa coralità di voci istituzionali suggerisce che l’UE, lungi dall’inginocchiarsi a Washington, rivendica il proprio status paritario nell’alleanza. Un esempio lampante è la presa di posizione di Emmanuel Macron nel corso degli ultimi anni. Oltre alle già citate frasi “essere alleati non significa essere vassalli” e “rifiutiamo la vassalizzazione”, Macron ha dato concretezza a queste parole: ha promosso progetti di difesa europea (Iniziativa Europea di Intervento, con 14 Paesi), ha insistito per l’“autonomia strategica” in ogni vertice UE e si è fatto portavoce di un approccio europeo “equidistante” nella rivalità USA-Cina. Nell’aprile 2023, di ritorno da Pechino, Macron disse chiaramente che l’Europa non deve farsi “trascinare in conflitti che non sono i suoi” tra USA e Cina, come su Taiwan. Invitò gli europei a “non essere vassalli” di nessuno e a “diventare il terzo polo di potenza” globale. Queste parole causarono polemiche, ma segnarono una pietra miliare: il presidente della seconda potenza militare UE stava pubblicamente delineando una via europea autonoma, persino rischiando attriti con Washington. Pur con toni diversi, anche altri leader hanno espresso concetti analoghi. L’allora cancelliera tedesca Angela Merkel, nel maggio 2017, dopo il G7 di Taormina (in cui Trump aveva deluso gli alleati), dichiarò davanti a un pubblico bavarese: “I tempi in cui potevamo contare completamente sugli altri in parte sono finiti. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani”. Questa frase fu un messaggio inequivocabile: la Germania (tradizionale pilastro filo-USA) riconosceva la necessità di emanciparsi parzialmente dall’America e di non seguirla a occhi chiusi. Merkel, nota per la prudenza, stava di fatto preparando l’opinione pubblica tedesca all’idea di una maggiore indipendenza: un netto rifiuto della visione di un’Europa subalterna e priva di scelta. L’eco di quelle parole risuonò in tutta Europa. In seguito, Merkel, Macron e altri leader emisero dichiarazioni congiunte, come quella nel 2019 sul 70° anniversario NATO, in cui affermavano che “l’unità europea e un’equa condivisione di responsabilità rafforzano l’alleanza transatlantica”, sottintendendo che l’Europa intende farsi valere come partner equo.
Significativa è anche la posizione dei Paesi dell’Europa orientale, a volte percepiti come più allineati a Washington. Anche da lì giunge l’eco del rifiuto di uno status servile. Per esempio, in Polonia – tra i paesi più atlantisti – il presidente (ed ex presidente Consiglio UE) Donald Tusk nel 2025 ha affermato polemicamente: “Com’è possibile che 500 milioni di europei stiano implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi incapaci di sconfiggere 50 milioni di ucraini?”. Questa frase, riportata in un saggio di Arnould, esprime frustrazione per l’eccessiva dipendenza europea e sprona a fare di più. Venendo dalla Polonia, indica che anche i Paesi più legati agli USA capiscono la necessità di rafforzare la difesa autonoma (e in effetti la Polonia sta investendo massicciamente in armamenti, diventando uno degli eserciti più potenti d’Europa).
A livello di istituzioni UE, i vertici hanno assunto posizioni simili. Ursula von der Leyen, benché vicina agli Stati Uniti, ha parlato di “sovranità europea” in settori come i semiconduttori e l’energia e di recente ha negoziato da pari a pari con Washington sulle esenzioni per l’Europa nell’Inflation Reduction Act. Josep Borrell, Alto Rappresentante UE, ha pubblicato un blog in cui spiega che l’Europa dev’essere un “player” e non un “playground” nella competizione USA-Cina, evidenziando la ferma intenzione di evitare di essere terreno di scontro passivo. Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, ha dichiarato che l’UE vuole essere “meno dipendente e più influente”, sintetizzando l’obiettivo strategico condiviso dai 27. Insomma, dal Consiglio alla Commissione al Parlamento europeo, il discorso pubblico europeo ripudia all’unisono l’idea di vassallaggio.
Secondo Eurobarometro e vari sondaggi, la maggioranza dei cittadini UE vede positivamente l’alleanza con gli USA, ma al contempo vuole un’UE più attiva e capace in difesa e politica estera. Ciò dà mandato politico ai governi per agire in tal senso. La retorica di leader esterni come Sergey Lavrov che chiamano gli europei “vassalli degli americani” è percepita come offensiva e strumentale persino in ambienti non atlantisti: viene rigettata perché fa il gioco di potenze avverse.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
Continuità storica: dall’egemonia postbellica al presente
A corroborare la visione di un’Europa destinata a un ruolo subalterno vi è anche un ragionamento di continuità storica. I sostenitori di questa tesi argomentano che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, l’Europa occidentale non si è mai pienamente emancipata dall’egemonia statunitense e che le strutture di dipendenza create nel dopoguerra permangono, adattandosi ai nuovi contesti ma senza alterare la sostanza del rapporto. In pratica, l’Europa sarebbe nata vassalla nell’ordine bipolare USA-URSS e continuerebbe a esserlo nell’attuale ordine unipolare o multipolare con gli USA come potenza preminente.
Dopo il 1945, gli Stati dell’Europa occidentale dovettero affidare la propria sicurezza agli USA di fronte alla minaccia sovietica. Il Piano Marshall e la NATO cementarono un patto: protezione americana in cambio di allineamento politico. Paesi come la Germania Federale rinunciarono a un esercito indipendente per decenni, integrandosi totalmente nella struttura di comando NATO guidata dagli americani. Questo creò una mentalità atlantica nelle élite europee, per cui l’America era il “leader del mondo libero” e l’Europa il socio minore leale. Al contempo, gli USA incoraggiarono l’integrazione europea (CECA, CEE, poi UE) proprio in funzione antisovietica, mantenendo però sempre un ruolo di supervisione. Anche dopo il 1991, con la fine dell’URSS, la NATO non si è sciolta – anzi si è allargata – e la presenza militare USA in Europa è rimasta significativa (circa 100 mila truppe in varie basi negli anni ’90). Sul piano economico, il dollaro è rimasto la valuta dominante negli scambi e nelle riserve europee fino all’introduzione dell’euro e tuttora circa la metà delle riserve delle banche centrali UE è in dollari. Questo retaggio implica che l’Europa ha sempre vissuto all’ombra di una potenza tutelare, sviluppando una dipendenza quasi “strutturale” difficile da invertire.
Ci sono stati tentativi di affrancamento, certo, ma tutti parziali o rientrati. Il caso più famoso è quello della Francia di Charles de Gaulle: negli anni ’60 De Gaulle criticò apertamente l’egemonia USA, ritirò la Francia dal comando militare integrato della NATO (1966) e promosse un’“Europa europea” indipendente. Eppure, nonostante la forte impronta gaullista, la Francia rimase nell’Alleanza Atlantica e di fatto sotto l’ombrello nucleare USA. Il gesto di De Gaulle restò isolato; anzi, negli stessi anni altri Paesi europei (come la Germania Ovest) rinsaldarono ancora di più il legame con gli USA. Con la fine del gaullismo, la Francia stessa è progressivamente rientrata nei ranghi (fino al pieno rientro nel comando NATO nel 2009). Questo indica che l’ordine di dipendenza è resiliente: figure come De Gaulle o più di recente Macron possono denunciarlo, ma il sistema spinge per ritornare allo status quo atlantico.
Anche sul piano politico-culturale, l’Europa post-’45 ha spesso accettato un ruolo gregario rispetto agli Stati Uniti. Durante la Guerra Fredda, ad esempio, molti governi europei seguirono gli USA in interventi controversi (dall’appoggio implicito a colpi di Stato anticomunisti in America Latina all’installazione degli euromissili in funzione anti-Urss negli anni ’80) mettendo in secondo piano opinioni pubbliche spesso contrarie. Dopo il 1991, l’Europa ha affiancato gli Stati Uniti in varie operazioni militari extraeuropee (Kosovo 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003 in parte, Libia 2011, anti-ISIS 2014 ecc.), talora con riluttanza ma comunque seguendone la leadership. In particolare, l’invasione dell’Iraq del 2003 viene citata come esempio di divisione “feudale”: mentre Francia e Germania (allora guidate da Chirac e Schroeder) scelsero di non partecipare, altri Paesi come Regno Unito, Italia, Spagna, Polonia seguirono gli USA nell’intervento. L’allora Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld parlò di “vecchia Europa” vs “nuova Europa”, lodando i membri filoamericani. Questo mostrò che Washington era perfettamente in grado di spezzare il fronte europeo e trascinare una parte consistente di esso dietro di sé, isolando i recalcitranti. Alla fine, anche Francia e Germania – pur contrarie alla guerra – subirono le conseguenze dell’avventura irachena senza poter influire. L’episodio Iraq è istruttivo: evidenzia che, quando l’America decide una linea, l’Europa non riesce ad opporvisi in modo coeso ed efficace, confermando un rapporto gerarchico latente.
Storicamente, gli USA hanno considerato l’Europa alla stregua di un protettorato benvoluto: una regione da aiutare e prosperare, ma pur sempre sotto la loro tutela. Emblematico il detto attribuito a Henry Kissinger: “When I want to talk to Europe, what number do I call?”, a indicare che gli USA preferivano trattare con le capitali singole (Londra, Parigi, Berlino) mantenendo un ruolo di arbitro. Questa mentalità da “primo tra gli alleati” è rimasta costante nella diplomazia americana. Anche presidenti multilaterali come Barack Obama hanno parlato dell’Europa come del “nostro partner più stretto”, ma allo stesso tempo hanno insistito perché l’UE “facesse la sua parte” seguendo l’agenda USA (in Afghanistan, nel contenere la Russia dopo il 2014 ecc.). In pratica, l’Europa veniva pubblicamente elogiata e consultata, ma raramente considerata un decisore alla pari. Ad esempio, nella gestione della crisi ucraina 2014-15, furono gli accordi di Minsk (con Francia e Germania) a cercare di risolvere il conflitto; eppure, nel 2019 Trump poté trattare direttamente con Zelensky a proprio modo, lasciando Macron e Merkel ai margini. Ciò sottolinea come, malgrado i tentativi europei, l’ultima parola spetti spesso a Washington.
In tempi più recenti, la presidenza Donald Trump (2017-2021, poi dal 2025) ha semplicemente reso esplicito ciò che per decenni era implicito: e cioè che gli USA si aspettano dall’Europa fedeltà e un seguito quasi automatico, pena l’abbandono. Trump ha definito la NATO “obsoleta” e minacciato di non difendere gli alleati “inadempienti”; ha trattato l’UE più come un competitore economico da stroncare (dazi) che come un alleato paritetico; ha persino ventilato l’idea di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, come se le piccole nazioni europee fossero pedine con cui fare accordi sopra le loro teste. Tutto ciò non ha fatto che portare alla luce un substrato di rapporti di forza preesistente. Emmanuel Macron, commentando il comportamento di Trump, ha parlato di “aggressività neocoloniale” degli USA e di un’America che “si svincola dalle regole internazionali”, mentre “si allontana progressivamente dagli alleati storici”. L’Europa, dal canto suo, non ha strumenti per costringere gli USA a rispettare regole o impegni reciproci, esattamente come un vassallo non può imporsi sul signore.
L’Europa è da oltre 70 anni in posizione subordinata e questo destino appare consolidato: la fine della Guerra fredda non l’ha emancipata, anzi la NATO allargata l’ha estesa a quasi tutto il continente. Inoltre, nell’attuale contesto multipolare, l’Europa rischia di diventare ancor più dipendente: di fronte a potenze assertive come Cina e Russia, i Paesi europei tendono a rifugiarsi ancor di più sotto l’ombrello americano. Thierry Breton ha espresso plasticamente il concetto: “siamo circondati da potenze dalla logica imperiale… [ma] in ogni caso la finalità [del progetto europeo] non è farci vassallizzare”. Il fatto stesso che un alto funzionario europeo senta il bisogno di dirlo nel 2025 indica che il rischio concreto c’è, e se ne discute ai massimi livelli.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026
L’Europa ha la capacità di agire indipendentemente dagli USA
A smentire ulteriormente l’idea di un’Europa vassalla vi sono numerosi esempi storici e recenti in cui l’Europa ha adottato linee d’azione autonome rispetto agli Stati Uniti, dimostrando di saper dire “no” o di sapersela cavare anche senza l’intervento diretto americano. L’UE, pur alleata fedele, non è un mero esecutore delle volontà di Washington: quando le circostanze lo richiedono, l’Europa ha preso iniziative indipendenti, talora in contrasto con le preferenze statunitensi, e ha gestito situazioni di crisi nel proprio vicinato senza un comando americano. Ciò suggerisce che l’Europa dispone di agenzia e margini decisionali propri, incompatibili con lo status di vassallo privo di autonomia.
Un caso emblematico fu la gestione delle guerre nei Balcani negli anni ’90. Inizialmente gli USA esitarono a intervenire nel conflitto in ex-Jugoslavia, considerandolo un problema europeo. Fu l’Europa – in particolare attraverso l’ONU e con missioni come la EUFOR – a intervenire per prima, sebbene con molte difficoltà. L’accordo di pace di Dayton (1995), che pose fine alla guerra in Bosnia, vide un ruolo primario dell’Europa (Francia, UK) accanto agli USA. Successivamente, nella crisi del Kosovo (1999), furono gli europei a spingere la NATO all’intervento militare. Pur sotto comando NATO, fu chiaramente un’operazione richiesta e sostenuta dall’Europa (in quell’occasione gli USA guidarono militarmente, ma risposero a un appello europeo). Ciò mostra come, nelle questioni di sicurezza del proprio continente, l’Europa non sia mera spettatrice, ma possa determinare la linea di condotta occidentale. Anche la successiva presenza in Kosovo e Bosnia è stata affidata a missioni UE, segno che l’Europa ha saputo prendersi carico della stabilizzazione a lungo termine.
Un altro esempio più recente è la risposta europea alla crisi finanziaria del 2008-2012 e a quella del debito sovrano. Mentre gli USA avevano la Fed e un bilancio federale per, l’Europa dovette strutturarsi autonomamente: creò il Fondo salva-Stati (ESM), rafforzò la BCE, impose riforme e sostenne Paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo con programmi guidati più da Berlino/Bruxelles che da Washington. In quell’ambito gli Stati Uniti furono poco coinvolti. L’Europa ha quindi dimostrato di sapersi muovere indipendentemente per salvaguardare la propria economia, senza aspettare direttive o aiuti americani (che non sarebbero comunque arrivati). Alla fine, l’euro fu salvo non per intervento USA, ma per decisioni europee (celebre il “whatever it takes” di Mario Draghi). Questo è un chiaro segnale di sovranità funzionale dell’UE in ambito economico-finanziario.
In campo diplomatico, vale la pena rimarcare il ruolo dell’UE in accordi internazionali spesso in parallelo o a prescindere dagli USA. Uno su tutti: l’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 2015. Questo patto fu negoziato da 3 Paesi del continente europeo (Francia, Germania, UK) insieme a USA, Cina e Russia, con l’Alto Rappresentante UE come coordinatore. È stato un esempio di diplomazia europea efficace: senza l’iniziativa e l’insistenza europea, difficilmente Obama si sarebbe impegnato in quel negoziato. Quando poi Trump ha abbandonato l’accordo nel 2018, l’Europa non si è accodata: ha cercato di mantenerlo vivo e fino all’ultimo (2022) ha provato una mediazione per farvi rientrare gli USA. In un pezzo sul “Guardian”, il diplomatico iraniano Seyed Araghchi ha riconosciuto che “una volta l’Europa cercava di moderare un’America bellicosa, oggi l’Europa ne asseconda gli eccessi”, ma ha anche ammesso che inizialmente l’UE era “al cuore” dello sforzo diplomatico e ha cercato di resistere alle sanzioni USA. Ciò dimostra che l’Europa ha tentato di portare avanti una propria agenda di politica estera, mantenere l’accordo con Teheran, anche contro la volontà di Washington, per ragioni di sicurezza regionale. Non ci è riuscita, ma il tentativo stesso segnala autonomia di giudizio e azione.
Si possono citare altri casi di divergenza: l’embargo a Cuba, ad esempio, dove l’UE non ha mai seguito la linea dura statunitense, preferendo il dialogo e condannando le sanzioni extraterritoriali USA. Oppure la questione Gerusalemme: quando Trump riconobbe Gerusalemme capitale di Israele (2017), gli alleati europei (eccetto forse la sola Ungheria in tono minore) non lo imitarono, anzi ribadirono che lo status va deciso nei negoziati. L’Europa quindi ha la capacità di prendere posizioni indipendenti su temi sensibili, senza timore reverenziale. Anche nella recente crisi israelo-palestinese (2023-2024), l’UE ha mantenuto una linea propria, a tratti più sfumata di quella USA, chiedendo pause umanitarie e sostenendo la soluzione a due Stati con voce autonoma.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026