La leadership di Putin si sta indebolendo?
PRO O CONTRO?
Putin è ancora al potere? La risposta fattuale è ovvia: Vladimir Putin resta il centro del sistema politico russo, siede al Cremlino dal 1999-2000 e, dopo il voto del marzo 2024, ha inaugurato un nuovo mandato che lo proietta almeno fino al 2030. Il quadro costituzionale uscito dalla riforma del 2020 gli ha inoltre consentito di azzerare il conteggio precedente dei mandati, tenendo aperta anche la prospettiva del 2036. Il dibattito, quindi, non riguarda la sua permanenza al potere, ma se la sua leadership stia entrando in una fase di indebolimento relativo: cioè una riduzione del consenso, della capacità di gestire le élite e del controllo sulla società, pur mantenendo una posizione dominante.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
I sondaggi restano alti, ma il calo simultaneo di VTsIOM, FOM e Levada alimenta l’idea che qualcosa si stia muovendo sotto la superficie.
Anche in calo, il presidente mantiene livelli di fiducia elevati e controlla media, sicurezza, istituzioni e competizione politica.
Blackout, app rallentate, inflazione e stanchezza di guerra trasformano costi diffusi in un malcontento più concreto e meno gestibile.
La crescita rallenta, ma non c’è collasso: il Cremlino continua a correggere rotta, spostare risorse e assorbire gli shock.
Vesna, Memorial e nuove incriminazioni mostrano un apparato che stringe il controllo perché teme aperture, disallineamenti e crepe.
Le frizioni interne e la censura possono indicare fragilità, ma anche una capacità ancora intatta di disciplinare élite e società.
Il calo del consenso segnala una crepa nuova, non irrilevante
I numeri di Putin non sono crollati, ma stanno scendendo in modo abbastanza visibile da alimentare un dibattito che fino a pochi mesi fa era molto più marginale. Il Centro Levada colloca l’approvazione presidenziale all’80% in marzo 2026, ma segnala una flessione di 7 punti da settembre 2025; il VTsIOM registra il 17 aprile 2026 il 66,7% di approvazione e il 72% di fiducia; Meduza, leggendo i dati dei sondaggisti statali, evidenzia che la soglia del 70% è stata violata e che siamo al livello più basso dalla vigilia dell’invasione del 2022. Presi isolatamente, questi valori descrivono ancora un capo molto forte; presi insieme e letti in serie, descrivono però una perdita di smalto che il sistema non può ignorare. RFE/RL osserva che il fenomeno non equivale a una crisi di regime, ma proprio per questo lo rende politicamente più interessante: non siamo davanti a una rottura plateale, bensì a un lento scioglimento del surplus di consenso accumulato con guerra, mobilitazione patriottica e monopolio mediatico.
Il punto decisivo, per chi sostiene che la leadership si stia indebolendo, è che questa erosione non nasce da un unico shock ma da un accumulo di fattori. La guerra è entrata nel suo quinto anno senza la vittoria rapida promessa dal Cremlino; gli attacchi ucraini all’interno della Russia hanno reso il conflitto più vicino; l’inflazione e le tasse sono diventate più sensibili per famiglie e piccole imprese; le restrizioni su Telegram, VPN e internet mobile hanno trasformato il controllo politico in disagio pratico. Quando l’insoddisfazione incide su aspetti concreti della vita quotidiana – pagamenti, spostamenti, comunicazioni, lavoro – tende a superare le sole nicchie politicizzate e a diffondersi più ampiamente nella società. Secondo analisi di Carnegie e Chatham House, il punto critico non è tanto la protesta aperta, che resta limitata e gestibile, quanto il fatto che la “normalità amministrata” su cui si fonda il sistema perde credibilità. In questa prospettiva, l’erosione del consenso non si traduce immediatamente in opposizione organizzata, ma restringe il margine con cui il potere può imporre nuovi costi alla popolazione.
Questa lettura non sostiene che Putin sia prossimo alla caduta. Propone piuttosto una valutazione più circoscritta: il suo capitale politico non è più in fase espansiva. Anche strumenti chiave del sistema – come i sondaggi orientati, i partiti integrati, il controllo dei media e la narrazione di guerra – sembrano produrre risultati meno efficaci rispetto al passato. Il fatto che il Cremlino osservi attentamente questi segnali e incanali anche le critiche entro forme “consentite” suggerisce che la questione è riconosciuta ai vertici. Nel dibattito pubblico, questo quadro viene definito come un indebolimento relativo: non una perdita del controllo, ma una riduzione della capacità di adattamento e di gestione flessibile del consenso.
Nina Celli, 28 aprile 2026
Putin resta il perno del sistema e non esiste un’alternativa organizzata
Il concetto stesso di “indebolimento” rischia di essere fuorviante se applicato a un sistema iper-personalizzato come quello russo. I sondaggi recenti mostrano un arretramento, ma non la perdita del primato. Il Centro Russo per lo Studio dell'Opinione Pubblica (VTsIOM) rileva ancora il 72% di fiducia e il 66,7% di approvazione; Levada registra l’80% di approvazione in marzo. In una democrazia competitiva, valori del genere sarebbero eccezionali; in un’autocrazia, vanno letti con cautela metodologica, ma non possono neppure essere liquidati come insignificanti. RFE/RL sostiene che la flessione non segnala una crisi politica e Putin resta il leader senza rivali del paese. Il punto è che i dati più discussi mostrano un’erosione del super-consenso, non un’evaporazione del consenso, utile al governo del sistema.
A questo si aggiunge un elemento strutturale: l’assenza di un’alternativa organizzata. Le opposizioni indipendenti sono state in gran parte smantellate, esiliate o incarcerate; i partiti presenti in Parlamento restano inseriti nella cosiddetta “democrazia gestita”; anche le critiche che emergono online, come osservato dalla testata “Meduza”, vengono spesso assorbite e reindirizzate in forme controllate, senza tradursi in una reale competizione politica. In questo senso, il sistema non si limita a reprimere gli avversari, ma tende a svuotare gli spazi in cui potrebbe nascere una vera alternativa. Analisi come quelle del Foreign Policy Research Institute sottolineano che un eventuale “dopo-Putin” potrebbe presentare forti elementi di continuità, perché élite, cultura politica e assetti sociali costruiti in oltre venticinque anni non si trasformano rapidamente. In questa prospettiva, parlare di indebolimento della leadership può avere senso sul piano del clima politico, ma non necessariamente su quello del funzionamento complessivo del sistema.
La contro-lettura richiama inoltre una considerazione di ordine storico: un regime può diventare più rigido, più reattivo e più costoso da sostenere senza per questo perdere efficacia. Già nel 2023 Andrei Kolesnikov evidenziava come la società russa mostrasse una notevole capacità di adattamento, spesso sottovalutata dagli osservatori esterni; analogamente, analisi più recenti dell’Atlantic Council parlano di pressioni in aumento, ma escludono un collasso imminente. L’argomento centrale è che il sistema putiniano non si fonda soltanto sul carisma personale del leader, bensì su un insieme di fattori: inerzia sociale, dipendenza economica dal centro, uso selettivo della repressione e gestione amministrativa del dissenso. Finché questi meccanismi continuano a funzionare, è possibile che la leadership si logori senza che il sistema nel suo complesso perda stabilità.
Nina Celli, 28 aprile 2026
Economia di guerra e costi diffusi erodono il vecchio patto sociale
Per circa due anni la Russia è riuscita a contenere molte previsioni occidentali di collasso, grazie a una combinazione di fattori: forte spesa militare, sostituzione delle importazioni, riorientamento dei flussi commerciali e tenuta delle entrate energetiche. Nel 2026, tuttavia, il dibattito si è spostato: non si tratta più di stabilire se il sistema possa reggere, ma a quali costi riesca a farlo. Il 15 aprile 2026 Putin ha riconosciuto che il PIL si era contratto dell’1,8% tra gennaio e febbraio; la Banca di Russia prevede per l’anno una crescita dell’1,0% e un’inflazione al 5,5%; la Banca mondiale stima una crescita ancora più contenuta, allo 0,8%. Questi dati assumono rilievo non solo per il loro valore assoluto, ma perché arrivano dopo una fase in cui la guerra contribuiva a rafforzare la percezione di stabilità economica. Se il patto implicito era “meno libertà in cambio di ordine e redditi”, un rallentamento prolungato tende a indebolirne la base materiale.
Un elemento particolarmente rilevante riguarda la distribuzione dei costi della guerra. Questi non si manifestano più soltanto a livello macroeconomico, ma incidono sempre più sulla percezione sociale. Secondo il Levada Center, circa due terzi degli intervistati preferirebbero l’avvio di negoziati di pace, pur continuando a sostenere simbolicamente l’esercito. Questo doppio atteggiamento suggerisce che il consenso alla guerra diventa più condizionato: può restare come riferimento identitario, ma si accompagna a un crescente desiderio di conclusione del conflitto, percepito come lungo e costoso in termini umani. In questo quadro, il sostegno al leader non coincide necessariamente con l’accettazione di una guerra prolungata. Inoltre, con margini fiscali più limitati, salari reali e credito in rallentamento e una quota crescente del bilancio destinata alla spesa militare, il sistema deve investire più risorse per mantenere lo stesso livello di stabilità sociale.
È vero che alcuni fattori esterni hanno temporaneamente migliorato la posizione economica della Russia. La crisi energetica legata al conflitto mediorientale nella primavera 2026 ha aumentato i ricavi da idrocarburi, offrendo un margine di sollievo. Tuttavia, come osservato da Timothy Ash, questo beneficio arriva dopo una fase in cui sanzioni e meccanismi di price cap sembravano iniziare a incidere in modo più significativo su entrate e volumi di export. In questa prospettiva, la stabilità economica russa appare sempre più legata a condizioni esterne favorevoli, piuttosto che a una solidità interna strutturale. Una leadership che dipende da tali fattori può mantenere il controllo, ma risulta al tempo stesso più esposta a variazioni del contesto internazionale.
Nina Celli, 28 aprile 2026
Il sistema ha mostrato capacità di adattamento, non solo vulnerabilità
Molti dei dati utilizzati per sostenere l’idea di un indebolimento della leadership possono essere interpretati anche in modo diverso, come segnali di adattamento del sistema russo. L’economia mostra un rallentamento, ma continua a crescere, seppur marginalmente; la banca centrale mantiene strumenti di intervento; il Cremlino riconosce le difficoltà e prova a gestirle. Il sondaggio macroeconomico della Banca di Russia non descrive una situazione fuori controllo, ma un quadro di crescita debole e comunque governabile. In questa prospettiva, anche il rallentamento ammesso da Putin il 15 aprile 2026 può essere letto non come segno di debolezza, ma come parte di una strategia di gestione pubblica: il regime espone i problemi perché ritiene di avere ancora la capacità di contenerli.
Il settore energetico offre un esempio significativo. Timothy Ash osserva che le sanzioni occidentali avevano iniziato a incidere in modo concreto sulle entrate russe, ma evidenzia anche come l’evoluzione del contesto internazionale possa restituire a Mosca margini di manovra inattesi. Questo non elimina le fragilità, ma suggerisce che il sistema dispone ancora di strumenti di compensazione, sia interni sia esterni. Un discorso analogo vale per la guerra: i dati Levada indicano una forte preferenza per negoziati di pace, ma anche un sostegno ancora elevato alle azioni dell’esercito. Per la contro-lettura, questa ambivalenza è centrale: mostra che la società può desiderare una riduzione del conflitto senza tradurre questa posizione in un rifiuto del leader. In altri termini, la richiesta di normalizzazione non implica automaticamente una domanda di cambiamento politico.
Anche le tensioni all’interno delle élite vanno interpretate con cautela. Pertsev segnala un dissenso insolito sul tema delle restrizioni a Telegram, ma un episodio di questo tipo non equivale a una competizione per la successione. La politica russa, secondo questa lettura, presenta spesso dinamiche che all’esterno appaiono come segnali di frattura, ma che internamente funzionano come meccanismi di regolazione controllata. Analisi come quelle di “Meduza” indicano che alcune forme di critica, anche provenienti da attori del sistema, possono essere tollerate o persino incoraggiate, perché utili a sondare l’opinione pubblica o a redistribuire consenso tra gruppi subordinati. In questa prospettiva, parte del “disordine” osservato non indica un indebolimento della verticale del potere, ma un suo adattamento a una società più stanca e meno facilmente governabile con gli strumenti utilizzati nelle fasi iniziali del conflitto.
Nina Celli, 28 aprile 2026
L’inasprimento repressivo suggerisce un vertice meno sicuro di sé
Un ulteriore argomento favorevole riguarda il tema della repressione. Nelle autocrazie, l’uso della coercizione non è di per sé indice di debolezza, ma può rappresentare una modalità ordinaria di esercizio del potere. Tuttavia, quando la repressione si intensifica e si estende a settori sempre più ampi – organizzazioni storiche, attivismo giovanile, memoria delle repressioni passate, spazi digitali e forme limitate di pluralismo – molti osservatori tendono a interpretarla come segnale di una crescente insicurezza. Nell’aprile 2026 si sono registrati diversi episodi in questa direzione: le condanne agli attivisti di Vesna, le denunce degli esperti ONU sull’uso delle norme su terrorismo ed estremismo e la messa al bando di Memorial, descritta da Human Rights Watch e Amnesty come un ulteriore passo nella criminalizzazione del lavoro per i diritti umani. In questa lettura, il rafforzamento del controllo non riflette tanto una posizione di forza, quanto la percezione che anche spazi limitati di autonomia possano rappresentare un rischio.
La dimensione digitale rafforza questo argomento. Analisi di Chatham House e Carnegie sottolineano come il controllo di internet sia ormai un punto di convergenza tra sicurezza interna, gestione della guerra e governo della società. Misure come il blocco di Telegram o i blackout dell’internet mobile non hanno solo una funzione tecnica, ma incidono direttamente sull’esperienza quotidiana degli utenti. Quando queste restrizioni generano insofferenza anche tra gruppi generalmente leali, il potere si trova di fronte a un trade-off: aumentare la sorveglianza oppure limitare il malcontento sociale. Alcuni osservatori segnalano anche tensioni interne tra apparati politici e di sicurezza, interpretate come segnali di contraddizioni emergenti. In questa prospettiva, la leadership si indebolisce non perché perde il controllo, ma perché deve ricorrere a strumenti sempre più onerosi per mantenerlo.
A rafforzare la tesi favorevole interviene infine il piano della legittimità internazionale. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale il 17 marzo 2023 non ha prodotto effetti diretti sull’equilibrio interno del potere, ma ha inciso sulla posizione internazionale di Putin, ridefinendone il profilo da interlocutore controverso a leader formalmente incriminato. Per alcuni analisti, questo passaggio non è solo simbolico: la leadership di Putin si è storicamente alimentata anche di riconoscimento e ruolo sulla scena globale. L’indebolimento di questa dimensione non determina automaticamente una perdita di controllo interno, ma contribuisce a rendere più visibili eventuali segnali di logoramento.
Nina Celli, 28 aprile 2026
La debolezza del leader non coincide con il collasso del regime
Alcuni osservatori invitano a distinguere tra la figura di Putin e il sistema che si è consolidato intorno a lui. Anche ammettendo che il presidente possa apparire oggi meno popolare, meno flessibile e più dipendente dagli apparati rispetto al passato, questo non implica automaticamente un indebolimento dell’intera struttura di potere. Secondo analisi del Foreign Policy Research Institute, una Russia “dopo Putin” potrebbe presentare forti elementi di continuità con quella attuale; già nel 2023 Andrei Kolesnikov sottolineava che una eventuale transizione non comporterebbe necessariamente caos o disgregazione. In questa prospettiva, la variabile decisiva non è tanto il livello di consenso personale del leader, quanto la capacità del sistema di riprodursi. Sotto questo profilo, la Russia continua a mostrare caratteristiche di stabilità: istituzioni allineate, forte dipendenza delle regioni dal centro, controllo dei media e una società poco abituata a forme di competizione politica aperta.
Anche la repressione può essere interpretata in questa chiave. Se da un lato organizzazioni internazionali come ONU, Human Rights Watch e Amnesty International segnalano un peggioramento significativo delle condizioni dei diritti civili, dall’altro il fatto che lo Stato riesca a imporre sanzioni severe, chiudere spazi civici e colpire organizzazioni consolidate indica che gli strumenti coercitivi restano pienamente operativi. In questo senso, una maggiore contestazione — se confinata a livelli privati o non organizzati — non si traduce necessariamente in una perdita di capacità di controllo da parte del vertice. Finché non emergono fratture nell’apparato coercitivo, parlare di indebolimento può riferirsi più a una percezione di maggiore tensione che a un cambiamento sostanziale nei rapporti di forza.
Anche la dimensione internazionale presenta limiti nel produrre effetti interni. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale nel 2023 ha inciso sulla reputazione e sulla libertà di movimento diplomatica di Putin, ma non ha alterato in modo significativo il suo ruolo all’interno del sistema russo. A distanza di anni, il presidente resta al centro del potere decisionale, dalla gestione del conflitto alla politica economica e alla repressione interna. Da qui una conclusione prudente: è possibile parlare di una leadership più sotto pressione, con margini più ridotti e un consenso meno ampio rispetto al passato; tuttavia, allo stato attuale, non vi sono elementi sufficienti per affermare che questo indebolimento abbia raggiunto un livello tale da tradursi in una perdita effettiva di controllo.
Nina Celli, 28 aprile 2026