Le guerre future saranno dominate da droni di cielo, terra e mare?
PRO O CONTRO?
La tesi secondo cui le guerre future saranno dominate da droni di cielo, terra e mare non nasce più soltanto da esercitazioni o scenari teorici. Si basa sempre di più su conflitti reali e recenti, nei quali i sistemi senza pilota sono passati da strumenti marginali a presenza stabile sul campo di battaglia. Il caso più citato è quello dell’Ucraina, dove l’uso dei droni si è distinto per intensità, innovazione e continuità. Già nel 2024 Kyiv ha creato una forza dedicata ai sistemi senza pilota, sottolineando la loro efficacia in tutti i domini: terra, aria e mare. Tra il 2025 e il 2026, il dibattito si è spostato: non si discute più solo dell’utilità dei droni, ma del loro possibile ruolo centrale nel modo di fare la guerra. La questione, quindi, non è più se i droni siano importanti, ma cosa significhi davvero dire che “dominano” una guerra.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Dalla ricognizione all’attacco, i sistemi senza conducente stanno organizzando ritmo, visibilità e logoramento del fronte.
I droni alzano attrito e trasparenza del campo, ma non sostituiscono automaticamente fuochi, fanteria e comando.
Piattaforme usa e getta da migliaia di euro costringono difese che costano molto di più e si esauriscono prima.
Autonomia, navigazione e ingaggio affidabile sono molto più complessi per robot terrestri e droni navali.
NATO e Army non testano solo nuovi mezzi: aggiornano manuali, range e procurement.
Controllo umano, civili, proporzionalità e accountability restano nodi aperti della futura guerra dronica.
Il rapporto costo-effetto spingono verso la centralità dei droni
La tesi favorevole più forte sostiene che i droni tenderanno a dominare le guerre future perché combinano tre fattori oggi decisivi: grande quantità, precisione sufficiente e costi relativamente bassi. Michael C. Horowitz parla di “precise mass” per descrivere un’epoca in cui Stati e attori non statali possono usare sensori e sistemi d’attacco in grandi numeri e a costi molto inferiori rispetto alle armi tradizionali. Anche il Council on Foreign Relations, analizzando il caso ucraino, parla di una “era della massa”, in cui milioni di droni possono trasformare il campo di battaglia e mettere fuori gioco mezzi molto più costosi. In questa prospettiva, il vantaggio dei droni non è fare tutto meglio di carri armati, missili o aerei, ma permettere operazioni continue: osservare, colpire, correggere il tiro e logorare il nemico, obbligandolo a difendersi costantemente e a spendere di più.
Il caso ucraino rafforza questa idea perché dimostra che questo modello non riguarda solo lo spazio aereo. Il Ministero della Difesa di Kyiv collega l’aumento della produzione di droni a un cambiamento più ampio nel modo di combattere: si è passati da poche migliaia di unità nel 2022 a circa 4 milioni nel 2025, con l’obiettivo di superare i 7 milioni nel 2026. Parallelamente è cresciuto anche il numero di aziende coinvolte nella produzione. Il progetto “Drone Line” rappresenta un esempio concreto di questa trasformazione: i droni creano zone di controllo, supportano le truppe e colpiscono una parte significativa degli obiettivi in prima linea. La guerra viene così concepita sempre meno come una serie di scontri isolati e sempre più come una rete continua di osservazione e attacco. In questo contesto, studi come quelli del RUSI sottolineano il concetto di “massa sacrificabile”: droni abbastanza economici da poter essere persi e sostituiti rapidamente, con aggiornamenti tecnologici molto più veloci rispetto ai sistemi tradizionali.
Anche il dominio marittimo rafforza questa visione. Le analisi sul Mar Nero mostrano che i droni navali e subacquei possono mettere in difficoltà flotte più potenti, costringendo le navi a cambiare strategia, spostare le basi o limitare le operazioni. In questo modo, anche una marina superiore può trovarsi sotto pressione costante. Se mezzi relativamente economici riescono a influenzare in modo così significativo il comportamento di forze tradizionali, il concetto di “dominanza” dei droni non riguarda più solo il cielo, ma tutti i domini. In questo scenario, i droni non sostituiscono completamente gli altri strumenti militari, ma ne condizionano l’uso, imponendo nuovi ritmi, costi e modalità operative. Ed è proprio questa capacità di influenzare l’intero sistema della guerra che, secondo i sostenitori della tesi, li rende destinati a un ruolo dominante nel futuro.
Madeleine Maresca, 23 aprile 2026
La centralità dei droni non elimina la dipendenza da contromisure e guerra combinata
La tesi contraria più solida parte da una distinzione importante: i droni possono essere centrali, senza per questo essere dominanti in senso esclusivo. L’European Union Institute for Security Studies osserva che il loro impatto sul piano tattico è evidente, ma quello strategico resta ancora oggetto di discussione. Inoltre, ricorda che in Ucraina l’artiglieria continua a giocare un ruolo fondamentale e che l’efficacia dei droni dipende molto dalle difese disponibili. Questo punto è rilevante, perché il dibattito pubblico tende spesso a interpretare cambiamenti rapidi come trasformazioni già complete. In realtà, molti dei risultati ottenuti con i droni dipendono dalla loro integrazione con altri strumenti: artiglieria, intelligence, guerra elettronica, difesa aerea e logistica. Se una tecnologia ha bisogno di tutto questo per essere efficace, allora contribuisce a organizzare il campo di battaglia, ma non lo domina da sola.
Anche le analisi tecniche rafforzano questa posizione. Il Center for Strategic and International Studies sottolinea che i droni completamente autonomi non sono ancora una realtà operativa diffusa e che, soprattutto al di fuori del dominio aereo, restano sfide molto complesse. “IEEE Spectrum”, pur descrivendo i progressi verso sciami e maggiore autonomia, evidenzia limiti concreti: qualità dei sensori, capacità di elaborazione, costi e difficoltà nel riconoscere obiettivi in ambienti complessi. I sistemi che funzionano in condizioni controllate non sempre garantiscono le stesse prestazioni contro bersagli mobili, mimetizzati o in contesti urbani. Anche il Royal United Services Institute richiama un limite spesso trascurato: molti droni richiedono ancora un operatore dedicato o quasi. Questo significa che il vero limite non è il numero di droni disponibili, ma il numero di operatori e la capacità organizzativa. Senza un’evoluzione significativa in software e gestione, la “massa” non cresce in modo proporzionale.
La tesi contraria sottolinea inoltre che la guerra è sempre un processo di adattamento reciproco. Con la diffusione dei droni, si diffondono anche le contromisure: disturbo delle comunicazioni, inganni elettronici, sistemi radar, armi anti-drone, protezioni fisiche e nuove tattiche di dispersione. Il NATO Defense College descrive un campo di battaglia sempre più trasparente, dove è difficile nascondere movimenti o concentrare forze. Ma questo non significa che i droni decidano da soli l’esito dei conflitti: significa piuttosto che obbligano tutti gli attori ad adattarsi. In questa prospettiva, il futuro non è una guerra “solo di droni”, ma una guerra in cui i droni sono indispensabili, ma anche sempre più contrastati. A fare la differenza sarà la capacità di integrare sistemi senza pilota con mezzi tradizionali, contromisure efficaci e una solida base industriale.
Madeleine Maresca, 23 aprile 2026
Le istituzioni stanno già riorganizzando dottrina, acquisizione e forze
Un secondo argomento a favore della tesi non riguarda tanto l’efficacia sul campo, quanto il modo in cui le istituzioni militari stanno cambiando. Una tecnologia diventa davvero dominante quando non produce solo risultati operativi, ma costringe eserciti e alleanze a modificare struttura, addestramento, acquisti e dottrina. Da questo punto di vista, i segnali sono numerosi e coerenti. L’Ucraina, ad esempio, ha istituito nel 2024 una forza armata dedicata ai sistemi senza pilota e ha avviato progetti come “Drone Line” e programmi di intelligenza artificiale per coordinare droni aerei, terrestri e marittimi all’interno di un unico sistema operativo. Il significato è che se un esercito crea unità, procedure e logistica specifiche per i droni, questi non sono più una componente marginale, ma una parte centrale della struttura militare.
Lo stesso processo è visibile anche nei Paesi occidentali. La NATO ha aperto in Lettonia un centro di sperimentazione dedicato ai droni e alle contromisure, includendo anche sistemi marittimi e subacquei autonomi. L’esercito statunitense, dal canto suo, ha avviato nuove modalità di acquisto per accelerare l’introduzione di droni e ha iniziato ad aggiornare la dottrina operativa, riconoscendo che il campo di battaglia moderno è costantemente osservato e che il primo contatto avviene spesso tramite sensori e sistemi senza pilota. Questi cambiamenti non sono solo tecnici: influenzano il rapporto con l’industria, i tempi di innovazione, le modalità di sperimentazione e la formazione delle unità. In altre parole, i droni stanno entrando nel modo stesso in cui si pensa e si prepara la guerra.
Anche sul piano strategico emergono segnali simili. Analisi del NATO Defense College indicano che anche la Russia, dopo il 2022, sta adattando la propria visione del conflitto a un ambiente sempre più ricco di sensori e droni, cercando nuove soluzioni per mantenere capacità di manovra. Se tutti i principali attori stanno riorganizzando le proprie forze intorno alla presenza dei sistemi senza pilota, il tema non è più l’adozione di una nuova arma, ma una trasformazione più ampia dell’intero sistema militare.
Per i sostenitori della tesi, questo è l’argomento più forte: le guerre future saranno dominate dai droni non solo perché sono efficaci, ma perché stanno cambiando il modo in cui gli eserciti si organizzano, si addestrano e combattono. In altre parole, i droni non sono solo uno strumento in più, ma stanno diventando il riferimento attorno a cui si costruiscono le forze armate del futuro.
Madeleine Maresca, 23 aprile 2026
Terra e mare restano ambienti più difficili e meno maturi dell’aria
Un secondo argomento contrario riguarda le differenze tra i vari domini operativi. Molte analisi e narrazioni giornalistiche parlano di droni di cielo, terra e mare come se il loro livello di sviluppo fosse simile. Le fonti, però, mostrano una realtà più disomogenea. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) sottolinea che i maggiori progressi si sono verificati nel dominio aereo, mentre l’estensione a terra, in mare e sott’acqua incontra difficoltà tecniche molto più complesse. In aria, infatti, i droni operano in un ambiente relativamente più semplice: meno ostacoli, maggiore visibilità e condizioni più prevedibili. Al contrario, su terra e mare aumentano le difficoltà: ostacoli fisici, interferenze, problemi di segnale e maggiore incertezza nel riconoscere gli obiettivi. Questo significa che l’espressione “droni di cielo, terra e mare” descrive una tendenza reale, ma rischia di nascondere differenze importanti nel livello di maturità operativa.
Anche “IEEE Spectrum” evidenzia questa disparità. L’articolo osserva che i robot terrestri in Ucraina sono già utilizzati in modo significativo, soprattutto per compiti logistici, evacuazioni e alcune funzioni di supporto armato. Tuttavia, sottolinea anche i limiti nel passaggio verso sistemi realmente autonomi e affidabili: il terreno complica la navigazione, riduce la capacità dei sensori e rende più difficile coordinare più unità. Per quanto riguarda il dominio marittimo, la situazione è più sfumata. Le analisi sul Mar Nero mostrano che i droni navali hanno avuto un impatto concreto, costringendo una flotta tradizionale a cambiare comportamento. Tuttavia, questo non significa che abbiano sostituito il ruolo di altri strumenti, come missili, intelligence, fattori geografici o supporto alleato.
La tesi contraria invita quindi alla cautela. Ciò che si osserva in Ucraina può indicare una direzione futura, ma non può essere automaticamente applicato a tutti i contesti. I risultati più evidenti dipendono spesso da condizioni specifiche: il tipo di territorio, l’avversario, il livello tecnologico e la capacità di adattamento. Di conseguenza, è probabile che i droni diventino sempre più importanti in tutti i domini, ma parlare di “dominanza” rischia di semplificare troppo una realtà complessa. Soprattutto se si proietta nel breve periodo un livello di autonomia e affidabilità che, secondo molte analisi tecniche, non è ancora stato raggiunto.
Madeleine Maresca, 23 aprile 2026
Dall’Ucraina al Golfo, la guerra dei droni sta diventando un modello esportabile
Un terzo argomento a favore della tesi riguarda la diffusione dei droni. Per capire se influenzeranno davvero le guerre future, non basta guardare a un solo conflitto: bisogna verificare se le esperienze si stanno trasferendo in altri contesti. Le fonti più recenti indicano proprio questa tendenza. Il presidente ucraino Zelenskyy ha presentato il “Drone Deal” come un programma pluriennale che coinvolge Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, con possibili estensioni ad altre aree del Medio Oriente e del Caucaso. Secondo “Reuters” e “Defense News”, i Paesi del Golfo sono interessati non solo ai droni, ma anche a tecnologie correlate come radar, sistemi di intercettazione e competenze operative sviluppate in Ucraina. Il ragionamento è diretto: l’esperienza maturata contro attacchi massivi e nell’uso di droni marittimi può essere applicata anche in regioni già esposte a minacce simili.
Questo passaggio è importante perché trasforma il drone da soluzione legata a uno specifico conflitto a modello più generale. Michael C. Horowitz osserva che anche le campagne iraniane hanno evidenziato un problema simile: il rapporto costi-benefici tende a sfavorire chi difende, perché droni economici possono mettere sotto pressione sistemi difensivi molto più costosi. Se questa dinamica si manifesta in contesti diversi, dall’Europa orientale al Medio Oriente, fino al Mar Nero, allora il drone non è più solo lo strumento di attori con risorse limitate, ma una tecnologia adottata trasversalmente da Stati e alleanze. Anche l’European Union Institute for Security Studies segnala che i droni si stanno diffondendo ben oltre il caso ucraino, mentre l’esperienza nel Mar Nero mostra come stiano cambiando anche le strategie navali e la sicurezza delle infrastrutture costiere.
Un ulteriore elemento a favore della tesi riguarda l’industria. Il Ministero della Difesa ucraino collega la crescita della produzione di droni alla possibilità di accumulare dati reali di combattimento, migliorare rapidamente i sistemi e adattarli sul campo. Questo tipo di esperienza è difficile da replicare nei contesti di addestramento tradizionali. Quando questi cicli di innovazione diventano esportabili e condivisibili con altri Paesi, i droni non rappresentano più solo una tecnologia, ma un intero sistema fatto di produzione, aggiornamento continuo e integrazione operativa. In questa prospettiva, la “dominanza” dei droni non dipende solo da chi li utilizza meglio, ma anche da chi riesce a diffondere standard, competenze e modelli organizzativi. È questo ecosistema, più ancora della singola piattaforma, a costituire il vero vantaggio nelle guerre future.
Madeleine Maresca, 23 aprile 2026
Diritto, civili e responsabilità pongono un limite politico alla dominanza dei droni
Una terza obiezione sposta l’attenzione dal piano operativo a quello giuridico e politico. Anche se i droni dovessero diventare centrali nelle guerre future, la loro “dominanza” potrebbe essere limitata dai vincoli normativi e dalle conseguenze umane del loro impiego, soprattutto quando aumenta il livello di autonomia. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ricorda che i droni armati non sono vietati, ma devono rispettare le stesse regole di ogni altro mezzo bellico: distinguere tra civili e combattenti, evitare danni sproporzionati e adottare tutte le precauzioni possibili. Inoltre, segnala che la presenza costante di droni sopra aree civili può generare paura, stress, limitazioni alla vita quotidiana e, in alcuni casi, spostamenti forzati della popolazione. Sistemi molto diffusi ed economici, come i droni FPV o quelli “usa e getta”, possono aumentare i rischi per i civili, anche a causa della qualità limitata delle immagini e delle difficoltà nel verificare correttamente i bersagli. In questo senso, la loro diffusione può entrare in tensione con la legittimità del loro utilizzo.
Il problema diventa ancora più complesso quando entrano in gioco funzioni autonome. Il position paper dell’ICRC del 2026 e il rapporto di Human Rights Watch del 2025 evidenziano criticità rilevanti. Secondo l’ICRC, l’uso combinato di intelligenza artificiale, sciami di droni e processi decisionali poco trasparenti può ridurre il controllo umano e rendere più difficile prevedere e comprendere gli effetti delle operazioni. Human Rights Watch sottolinea invece i rischi legati alla responsabilità: delegare decisioni di vita o di morte a sistemi automatizzati pone interrogativi su chi risponde degli errori, sulla possibilità di discriminare correttamente i bersagli e sul rispetto della dignità umana e del diritto alla vita.
In questo contesto, il dibattito sulle guerre future non riguarda solo l’efficacia o il costo dei droni, ma anche la loro compatibilità con i principi giuridici e politici. Se gli Stati adotteranno un approccio prudente o introdurranno limiti più stringenti, la diffusione dei droni potrebbe incontrare un freno non tecnico, ma normativo.
La tesi contraria, quindi, non nega l’importanza crescente dei droni. Piuttosto, mette in discussione l’idea che possano diventare l’elemento dominante in modo assoluto. Più i sistemi senza pilota si diffondono, più emergono questioni legate a responsabilità, limiti d’uso, impatto sui civili e controllo umano delle decisioni. In una prospettiva di dibattito, questo è il punto centrale: si può riconoscere che la guerra sta diventando sempre più “dronica”, ma sostenere allo stesso tempo che proprio questa evoluzione porterà a nuovi vincoli giuridici, etici e politici, capaci di limitarne una dominanza piena e senza restrizioni.
Madeleine Maresca, 23 aprile 2026