Nr. 445
Pubblicato il 28/03/2026

Sentenza contro Google e Meta per la dipendenza da social

PRO O CONTRO?

Il 25 marzo 2026 una giuria a Los Angeles ha ritenuto responsabili Meta (Instagram) e Google/YouTube in una causa “pilota” (bellwether) nella quale la giovane attrice in giudizio, identificata come K.G.M., ha sostenuto che l’uso precoce e prolungato delle piattaforme – combinato con specifiche scelte di progettazione – abbia contribuito a una forma di uso compulsivo (“dipendenza”) e a danni alla salute mentale. Secondo le ricostruzioni di più testate, la giuria ha riconosciuto profili di negligenza e mancato avvertimento (failure to warn) e ha disposto un risarcimento complessivo che include una componente compensativa e una punitiva, ripartendo la responsabilità tra Meta e YouTube.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - La responsabilità per “addictive design” tutela i minori dove la regolazione è lenta

Verdetti di marzo 2026 segnalano che le piattaforme possono rispondere per scelte di prodotto e tutele dei minori.

02 - La “dipendenza” è un concetto causalmente più complesso del verdetto

I report istituzionali riconoscono rischi ma anche gap di evidenza e difficoltà nel provare nessi lineari.

03 - Il verdetto spinge verso standard “safety-by-design” già adottati da UE e UK

Un precedente può spingere accordi e cambi di prodotto più rapidi rispetto alla sola autoregolazione.

04 - Il confine design/controllo dei contenuti è fragile e può produrre effetti collaterali su diritti e scelte editoriali

Senza standard chiari, l’incentivo può diventare taglio drastico di funzioni, con effetti collaterali.

05 - Più trasparenza e accesso ai dati: la leva giudiziaria come incentivo alla ricerca indipendente

Salute pubblica e accademia chiedono accesso ai dati; i processi possono forzare condivisione e audit.

06 - La risposta efficace è governance pubblica e standard condivisi, non “diritto dei danni”

Se la regola nasce da giurie, l’esito può variare per foro e caso, rendendo instabile la compliance.

 
01

La responsabilità per “addictive design” tutela i minori dove la regolazione è lenta

PRO

Il verdetto del 25 marzo 2026 può essere interpretato come un segnale rilevante: la tutela dei minori può essere imposta anche quando la regolazione legislativa interviene in ritardo rispetto all’evoluzione tecnologica. In questo caso, l’oggetto del giudizio non riguarda “i social” in generale né la semplice presenza di contenuti generati dagli utenti, ma specifiche scelte progettuali delle piattaforme. Tra queste rientrano feed personalizzati, autoplay, sistemi di notifiche e meccanismi di rinforzo comportamentale, progettati per aumentare il tempo di permanenza e l’interazione. Secondo questa impostazione, tali funzionalità, applicate a utenti minorenni – caratterizzati da maggiore vulnerabilità e sviluppo cognitivo incompleto – possono favorire comportamenti problematici e forme di uso compulsivo.
In questa prospettiva, la decisione della giuria del 25 marzo 2026 non mira a giudicare o “moralizzare” il comportamento degli utenti, ma si fonda su un principio giuridico consolidato: quando è ragionevolmente prevedibile che un prodotto esponga una categoria vulnerabile a rischi significativi, il produttore è tenuto ad adottare misure proporzionate di prevenzione e adeguate avvertenze.
Un elemento centrale a sostegno di questa linea interpretativa riguarda la coerenza della strategia processuale seguita nei mesi precedenti. Già con l’ordinanza del 5 novembre 2025, emessa nella fase preliminare del procedimento, il giudice aveva respinto le richieste delle aziende di chiudere anticipatamente il caso (summary judgment/summary adjudication). In quella sede, il tribunale aveva anche affrontato esplicitamente il nodo giuridico principale: distinguere tra danni derivanti da contenuti di terzi e danni riconducibili alle funzionalità della piattaforma stessa. Questo passaggio ha contribuito a definire il perimetro del contenzioso, legittimando l’idea che la responsabilità possa essere valutata non sui contenuti pubblicati dagli utenti, ma sulle scelte di design che influenzano il comportamento degli utenti stessi. Il verdetto del 25 marzo 2026 si inserisce quindi in una traiettoria già delineata nei mesi precedenti, rafforzando la narrativa secondo cui la responsabilità delle piattaforme non rappresenta una scorciatoia giuridica, ma l’esito di un confronto articolato sui confini tra innovazione tecnologica, prevenzione del rischio e tutela delle categorie vulnerabili.
Sul piano sociale, i sostenitori di questa posizione evidenziano che l’intervento dei tribunali può contribuire a colmare un deficit di responsabilità percepito nei confronti delle piattaforme. I comunicati istituzionali del Dipartimento di Giustizia del New Mexico del 24 e 25 marzo 2026 sottolineano in particolare come le “design choices” producano effetti prevedibili sul comportamento degli utenti e come, in assenza di costi esterni, il modello economico delle piattaforme tenda a privilegiare l’ingaggio, anche quando questo entra in tensione con la sicurezza dei minori. In questa prospettiva, la responsabilità civile e le sanzioni assumono la funzione di riallineare gli incentivi, rendendo più conveniente per le aziende investire in prevenzione, moderazione e sistemi di verifica dell’età.
Inoltre, la tesi favorevole evidenzia che il verdetto di Los Angeles non rappresenta un caso isolato. Al contrario, si inserisce in una fase più ampia di crescente intervento istituzionale. La concomitanza tra il contenzioso statale del New Mexico (marzo 2026) e quello individuale in California viene interpretata come un segnale convergente: la questione non riguarda soltanto le scelte educative o familiari, ma anche le responsabilità industriali nella tutela dei minori.
La sentenza, dunque, è un acceleratore pragmatico: non sostituisce la regolazione legislativa, ma ne anticipa alcuni effetti, introducendo un costo per le scelte di progettazione ritenute ad alto rischio.

Madeleine Maresca, 28 marzo 2026

 
02

La “dipendenza” è un concetto causalmente più complesso del verdetto

CONTRO

La prima tesi contraria non nega l’esistenza di rischi legati all’uso dei social, ma mette in discussione l’adeguatezza del processo civile come strumento per attribuire responsabilità individuali a specifiche scelte di design. Il punto centrale riguarda l’incertezza scientifica: quando le evidenze sono ancora incomplete, stabilire un nesso causale giuridicamente solido può risultare complesso.
L’Advisory del Surgeon General del 2023, ad esempio, evidenzia che non è possibile affermare che i social siano “sufficientemente sicuri” per bambini e adolescenti e invita a ridurre i rischi. Tuttavia, lo stesso documento sottolinea importanti lacune nella ricerca e la necessità di comprendere meglio quali fattori incidano maggiormente: tempo di utilizzo, tipo di contenuti, qualità delle interazioni, impatto sul sonno e vulnerabilità individuali. In questa prospettiva, i critici sostengono che trasformare un rischio plausibile in una responsabilità giuridica “sufficientemente certa” sia problematico, soprattutto quando è difficile distinguere tra cause preesistenti, contesto familiare e ruolo specifico della piattaforma.
Un’ulteriore argomentazione deriva dal report delle National Academies del 13 dicembre 2023. Pur raccomandando un approccio prudenziale e l’adozione di standard di sicurezza, il documento conclude che non esistono evidenze sufficienti per dimostrare una relazione causale diretta tra uso dei social e cambiamenti nella salute degli adolescenti a livello di popolazione. Inoltre, molte ricerche non riescono a distinguere chiaramente tra correlazione e causalità. Secondo la tesi contraria, questo implica che attribuire responsabilità in singoli casi possa basarsi su inferenze discutibili, con il rischio di creare precedenti non supportati da una base scientifica consolidata.
A rafforzare questa posizione si aggiunge lo studio di Orben e Przybylski (2019), che, analizzando ampi dataset, rileva associazioni negative tra uso delle tecnologie digitali e benessere, ma di entità limitata. Gli autori mettono in guardia contro interpretazioni eccessive di risultati statisticamente significativi ma sostanzialmente modesti, evidenziando anche i rischi legati alla flessibilità analitica. In questa lettura, ciò non esclude possibili effetti negativi, ma invita alla cautela nel considerare le architetture di engagement come causa principale e generalizzabile di danni specifici.
Esiste, inoltre, un problema di linguaggio e inquadramento. Il termine “dipendenza” può riferirsi a esperienze soggettive, a definizioni cliniche o a costruzioni giuridiche del danno, livelli che non sempre coincidono. Un verdetto, per sua natura, deve giungere a una conclusione netta; tuttavia, ciò non elimina la complessità del fenomeno. Secondo i critici, il rischio è che il dibattito pubblico venga semplificato in una logica binaria “colpevole/innocente”, trascurando dimensioni cruciali come prevenzione, educazione e servizi di salute mentale, che sono essenziali per affrontare un problema multifattoriale.

Madeleine Maresca, 28 marzo 2026

 
03

Il verdetto spinge verso standard “safety-by-design” già adottati da UE e UK

PRO

Una seconda linea favorevole interpreta la decisione come un segnale di convergenza tra due modelli finora distinti: da un lato la via giudiziaria statunitense, dall’altro l’approccio regolatorio europeo, basato sul principio di safety-by-design e sulla protezione dei minori come rischio sistemico.
Le linee guida della Commissione europea del 14 luglio 2025 indicano infatti una serie di misure che richiamano direttamente le criticità emerse nei procedimenti giudiziari: limitazione delle funzionalità che favoriscono l’uso eccessivo (come autoplay e notifiche push), riduzione dei percorsi di navigazione “a tunnel” generati dagli algoritmi di raccomandazione, impostazione predefinita degli account dei minori come privati e rafforzamento degli strumenti di controllo e segnalazione. In questa prospettiva, il verdetto statunitense rafforza una tendenza già in atto: se i tribunali iniziano a considerare le piattaforme come prodotti con specifici doveri di prevenzione, le aziende hanno un incentivo crescente ad adottare standard di protezione validi a livello globale, per ridurre sia il rischio legale sia quello reputazionale.
L’argomento si estende anche al tema dell’applicazione. Già nel 2024, la Commissione europea ha avviato procedimenti formali includendo esplicitamente il rischio legato all’“addictive design”, insieme alla tutela dei minori e alla trasparenza. Questo segnala che la questione non è più solo etica o culturale, ma rientra pienamente nella logica della compliance e della gestione del rischio. I sostenitori della sentenza osservano che, per anni, l’autoregolazione delle piattaforme ha prodotto interventi frammentari; al contrario, la combinazione tra enforcement amministrativo europeo e responsabilità civile negli Stati Uniti potrebbe favorire l’adozione di misure più strutturate e sistemiche.
Un ragionamento analogo viene applicato al Regno Unito. L’implementazione dell’Online Safety Act, come descritta da Ofcom, introduce un sistema basato su obblighi progressivi: valutazioni del rischio, codici di condotta e responsabilità specifiche per la tutela dei minori, accompagnate da scadenze e poteri di intervento. Sebbene si tratti di un modello diverso da quello statunitense – più amministrativo e centrato sui processi – l’obiettivo è analogo: trasformare la protezione dei minori da scelta volontaria a obbligo verificabile. In questo contesto, un verdetto come quello di Los Angeles aggiunge un ulteriore livello di incentivo: non solo evitare sanzioni regolatorie, ma anche ridurre l’esposizione a contenziosi e richieste risarcitorie.
Secondo questa tesi, l’impatto più rilevante della sentenza non risiede tanto nell’entità economica del singolo caso, quanto nella sua capacità di contribuire a una standardizzazione indiretta. Se diversi sistemi giuridici e regolatori – Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito – convergono nell’individuare come rischiose alcune architetture di engagement per i minori, diventa più probabile l’emergere di “best practice” industriali condivise e verificabili. In questo senso, la sentenza viene interpretata come un tassello di una più ampia governance globale dei social media, in cui diritto, regolazione e progettazione tecnologica tendono progressivamente a integrarsi.

Madeleine Maresca, 28 marzo 2026

 
04

Il confine design/controllo dei contenuti è fragile e può produrre effetti collaterali su diritti e scelte editoriali

CONTRO

Un’altra tesi contraria si concentra sul perimetro giuridico della responsabilità. Anche se le cause cercano di isolare il “design” per evitare le tradizionali immunità legate ai contenuti, nella pratica design e contenuto risultano spesso strettamente intrecciati, soprattutto quando si tratta di algoritmi di raccomandazione, autoplay e feed personalizzati. L’ordinanza del 5 novembre 2025, nella fase preliminare, evidenzia proprio questa difficoltà: i convenuti hanno sostenuto che alcuni danni fossero “inscindibilmente legati” a contenuti di terzi, richiamando argomenti basati sulla Sezione 230 o sul Primo Emendamento. Il giudice, a sua volta, ha dovuto affrontare il problema di una possibile segmentazione artificiale tra danni, funzionalità e avvertenze. Per i critici, questo dimostra che il confine giuridico è fragile: sanzionare il “design” rischia di tradursi, indirettamente, in una valutazione delle modalità con cui i contenuti vengono selezionati, ordinati e amplificati, con possibili implicazioni per la libertà di espressione e la responsabilità editoriale.
In questa prospettiva, un ampliamento della responsabilità per “addictive design” potrebbe produrre effetti indiretti sulle strategie delle piattaforme. Per ridurre il rischio legale, le aziende potrebbero adottare approcci più cautelativi: limitare drasticamente alcune funzionalità sociali, introdurre restrizioni generalizzate o rafforzare la moderazione in modo più aggressivo. Tuttavia, questo potrebbe incidere anche sugli aspetti positivi dei social media. Sia il Surgeon General (2023) sia l’American Psychological Association (2023) sottolineano infatti che gli effetti dei social non sono uniformi e includono benefici, in particolare per utenti in condizioni di isolamento o appartenenti a gruppi marginalizzati, che trovano online supporto, comunità e accesso a informazioni.
Secondo questa tesi, il problema non è negare la necessità di tutela, ma evitare che essa venga perseguita attraverso strumenti giuridici che rischiano di produrre effetti collaterali non intenzionali. In assenza di standard chiari e condivisi, il bilanciamento tra protezione e libertà potrebbe essere definito ex post, caso per caso, attraverso decisioni giudiziarie e giurie, con esiti potenzialmente disomogenei tra diverse corti.
Per i sostenitori di questa posizione, sarebbe preferibile un approccio ex ante, fondato su norme tecniche trasparenti e verificabili: audit indipendenti, standard di progettazione, obblighi di valutazione del rischio e criteri condivisi di intervento. In questo modo, il bilanciamento tra sicurezza e libertà verrebbe definito in modo più coerente e prevedibile, evitando che la responsabilità civile assuma un ruolo eccessivamente espansivo e frammentato.

Madeleine Maresca, 28 marzo 2026

 
05

Più trasparenza e accesso ai dati: la leva giudiziaria come incentivo alla ricerca indipendente

PRO

Una terza tesi favorevole pone al centro non solo il tema della responsabilità, ma anche quello della produzione di conoscenza. Secondo questa prospettiva, il contenzioso può svolgere una funzione utile nel rendere più trasparenti le piattaforme, costringendole a divulgare – almeno in parte – logiche di funzionamento, metriche e documentazione interna che altrimenti resterebbero opache. Questo contribuirebbe a superare un dibattito spesso basato su percezioni o dati frammentari.
L’Advisory del Surgeon General (2023) sottolinea esplicitamente la necessità di valutazioni indipendenti e di una maggiore base empirica per comprendere quali contenuti e quali funzionalità siano più rischiosi e quali fattori possano invece proteggere i giovani. Il documento evidenzia inoltre che, in presenza di rischi plausibili ma non pienamente compresi, è opportuno intervenire in modo coordinato su design, ricerca e politiche pubbliche.
Una linea analoga emerge dal comunicato delle National Academies del 13 dicembre 2023. Pur rilevando che non esistono prove sufficienti per affermare un nesso causale diretto tra uso dei social e cambiamenti nella salute a livello di popolazione, il documento indica un percorso operativo: sviluppare standard industriali su design, trasparenza e uso dei dati e creare le condizioni per una ricerca più solida. In particolare, viene evidenziato come molte analisi attuali non riescano a distinguere la direzione del rapporto tra social e salute (se siano i social a influenzare il benessere o viceversa), sottolineando la necessità di accesso a dati più completi.
In questo contesto, i sostenitori della sentenza di Los Angeles ritengono che le cause civili possano contribuire proprio a colmare questo gap. Il contenzioso trasformerebbe una richiesta generale di maggiore trasparenza in un incentivo concreto: la mancata collaborazione o condivisione di informazioni potrebbe infatti aumentare il rischio legale e reputazionale per le piattaforme.
Anche il quadro regolatorio europeo rafforza questa lettura. Nell’ambito del Digital Services Act, la Commissione europea ha incluso tra le priorità l’accesso ai dati per i ricercatori e la gestione dei rischi legati al design, inclusi quelli associati a meccanismi che potenzialmente inducono dipendenza. Le linee guida sulla protezione dei minori propongono interventi sui sistemi di raccomandazione e sulle funzionalità che favoriscono l’uso eccessivo. In una visione favorevole, la pressione combinata di tribunali e regolatori può quindi spingere le piattaforme a rendere le proprie scelte più verificabili e “auditabili”, riducendo l’asimmetria informativa tra aziende, utenti, famiglie, clinici e comunità scientifica.
Questa tesi chiarisce che “trasparenza” non significa divulgazione indiscriminata di segreti industriali, ma adozione di standard minimi condivisi: metriche di rischio, valutazioni d’impatto, sistemi efficaci di segnalazione e, quando necessario, modifiche predefinite per gli account dei minori. Se il verdetto del 25 marzo 2026 dovesse essere confermato o seguito da decisioni analoghe, potrebbe contribuire a un’evoluzione dell’ecosistema digitale in cui ricerca indipendente e compliance diventano elementi strutturali della competizione, e non più costi accessori.

Madeleine Maresca, 28 marzo 2026

 
06

La risposta efficace è governance pubblica e standard condivisi, non “diritto dei danni”

CONTRO

La terza tesi contraria si concentra sul tema della governance. Un verdetto può avere un forte impatto simbolico e mediatico, ma non garantisce necessariamente una risposta sistemica, coordinata e proporzionata al problema. Il comunicato delle National Academies del 13 dicembre 2023 evidenzia che, in assenza di prove causali solide a livello di popolazione, è preferibile adottare un approccio prudente basato su standard industriali, protezioni contro abusi e molestie, programmi di formazione e un rafforzamento della ricerca, anche attraverso un maggiore accesso ai dati. Questo tipo di strategia mira a soluzioni generalizzabili e verificabili, piuttosto che a interventi ex post legati a singoli casi giudiziari.
Un’impostazione simile si ritrova nei modelli adottati in Europa e nel Regno Unito. Le linee guida della Commissione europea del 14 luglio 2025 propongono una serie di misure concrete – pur non esaustive – che riguardano la gestione degli account dei minori, i sistemi di raccomandazione, le funzionalità di engagement e i meccanismi di verifica dell’età. Parallelamente, nel Regno Unito, Ofcom ha definito scadenze, obblighi di valutazione del rischio e codici di condotta nell’ambito dell’Online Safety Act. Secondo questa tesi, tali strumenti – pur con limiti – offrono un vantaggio rilevante: stabiliscono aspettative minime ex ante e consentono un’applicazione più uniforme delle regole.
Inoltre, un approccio basato su standard è ritenuto più adatto a gestire trade-off complessi, come quello legato alla verifica dell’età. La Commissione europea sottolinea la necessità di soluzioni accurate, robuste e non discriminatorie, adottando un criterio “risk-based” che riconosce come non esista una misura unica valida per tutti i servizi. Il contenzioso giudiziario, al contrario, può favorire risposte reattive e non armonizzate, orientate più alla riduzione del rischio legale in specifici contesti che all’individuazione delle soluzioni tecnicamente più efficaci.
Questa tesi richiama una questione di legittimità democratica. Quando la regolazione prende forma principalmente attraverso una serie di verdetti, si rischia di ottenere cambiamenti importanti ma frammentati, con possibili disuguaglianze tra territori e categorie di utenti. In questa prospettiva, la sentenza di Los Angeles può essere interpretata come un segnale utile o un campanello d’allarme, ma non come uno strumento sufficiente. La risposta più efficace dovrebbe emergere da una combinazione di standard pubblici, ricerca indipendente e accountability amministrativa, lasciando al processo civile un ruolo complementare, e non sostitutivo, rispetto alla definizione delle politiche pubbliche.

Madeleine Maresca, 28 marzo 2026

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