Nr. 444
Pubblicato il 26/03/2026
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Guerra in Iran: shock energetico globale?

PRO O CONTRO?

Il dibattito pubblico sulla guerra in Iran e il suo impatto sugli approvvigionamenti energetici si è intensificato a partire da marzo 2026, quando il conflitto regionale ha superato la dimensione strettamente militare per coinvolgere direttamente infrastrutture energetiche strategiche e rotte marittime cruciali, in particolare nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio e del gas mondiale. Gli attacchi a terminali, raffinerie e impianti di esportazione, insieme alla riduzione o interruzione del traffico navale, hanno trasformato la crisi in una questione sistemica per i mercati energetici globali.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Effetto Hormuz: la guerra si traduce in shock energetico sistemico

Rallentare i transiti basta a far salire prezzi, noli e premi: anche senza blocco fisico, il sistema si inceppa rapidamente.

02 - Per il petrolio, scorte, scelte operative e scenari di rientro possono contenere lo shock

Rilasci coordinati e stock pubblici/privati possono assorbire una parte delle perdite e raffreddare l’emergenza.

03 - GNL e infrastrutture sono l’anello debole e possono rendere lo shock più lungo del petrolio

Con impianti colpiti e spedizioni rigide, lo shock può tradursi in carenze fisiche e competizione Europa-Asia.

04 - Diritto e sicurezza marittima: la crisi potrebbe stabilizzarsi prima del previsto

Risoluzioni ONU e principi IMO rafforzano pressione internazionale e cornici per missioni di protezione.

 
01

Effetto Hormuz: la guerra si traduce in shock energetico sistemico

PRO

Secondo diverse analisi, il rischio di “shock energetico” nasce dall’interazione tra due fattori: da un lato la centralità fisica dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi globali di petrolio e prodotti raffinati; dall’altro la forte sensibilità dei mercati alle aspettative e all’incertezza geopolitica. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) segnala una drastica riduzione dei flussi attraverso lo Stretto – da circa 20 milioni di barili al giorno a livelli minimi – accompagnata da un aumento degli stoccaggi e da tagli alla produzione nei Paesi del Golfo stimati in almeno 10 milioni di barili al giorno. In questo quadro, la variabile decisiva diventa la durata dell’interruzione: più a lungo i carichi restano bloccati, più cresce la necessità di fermare la produzione (shut-in) e più aumenta la pressione sui mercati dei prodotti raffinati.
Questa interpretazione si rafforza considerando la dinamica di una “chiusura de facto”. Non è necessario un blocco totale dello Stretto: una combinazione di minacce, incidenti e incertezza può rendere il transito economicamente o operativamente non sostenibile per molti operatori. Lo Short-Term Energy Outlook (STEO) dell’EIA sottolinea proprio questo punto, ipotizzando uno scenario in cui lo Stretto non è formalmente chiuso, ma risulta di fatto inaccessibile per gran parte del traffico, con conseguenti interruzioni della produzione e rapido accumulo di scorte nei Paesi esportatori.
Un ruolo importante è giocato anche dalla dimensione logistica e finanziaria. La Lloyd’s Market Association evidenzia che le coperture assicurative restano disponibili, ma che la riduzione dei transiti dipende soprattutto da valutazioni di sicurezza. Questo suggerisce che il funzionamento del sistema dipende in larga misura da decisioni degli operatori – come deviazioni delle rotte, attese o cancellazioni – e non soltanto da danni materiali alle infrastrutture. A ciò si aggiunge quanto osservato da “Lloyd’s List”, che descrive un sistema di transito selettivo basato su corridoi e autorizzazioni, con potenziali implicazioni legali e sanzionatorie: un contesto che può disincentivare armatori, assicuratori e finanziatori anche in assenza di una chiusura ufficiale.
Questa linea interpretativa sottolinea che le conseguenze dello shock si estendono ben oltre il settore energetico. Secondo la UN Trade and Development (UNCTAD), le difficoltà nello Stretto di Hormuz incidono sui costi di trasporto, sui fertilizzanti e, più in generale, sulle catene di approvvigionamento globali. L’effetto si trasmette rapidamente all’economia reale, influenzando prezzi e disponibilità di beni essenziali. In questa prospettiva, lo shock energetico assume la forma di un fenomeno sistemico, che coinvolge energia, logistica, agricoltura e finanza, con impatti particolarmente significativi per le economie più vulnerabili e una distribuzione diseguale degli effetti a livello globale.

Nina Celli, 26 marzo 2026

 
02

Per il petrolio, scorte, scelte operative e scenari di rientro possono contenere lo shock

CONTRO

La posizione contraria (o comunque scettica) rispetto alla possibilità che si verifichi un vero “shock energetico” tende a distinguere tra volatilità di prezzo e crisi di approvvigionamento duratura. Qui l’argomento cardine è che il petrolio, a differenza del gas in molte aree, dispone di una rete di strumenti di emergenza testata nel tempo: scorte pubbliche, obblighi di scorte industriali, coordinamento internazionale.
Secondo una parte del dibattito, lo scenario di “shock energetico” può essere contenuto, soprattutto se le interruzioni dei flussi restano temporanee. In questa prospettiva, un ruolo centrale è svolto dalle scorte strategiche. La IEA, nel comunicato dell’11 marzo 2026, segnala che i Paesi membri hanno concordato un rilascio coordinato di 400 milioni di barili e ricorda la consistenza complessiva delle riserve disponibili: oltre 1,2 miliardi di barili di scorte d’emergenza, a cui si aggiungono circa 600 milioni di barili detenuti come scorte industriali obbligatorie. L’obiettivo di queste misure è “comprare tempo”, cioè compensare temporaneamente la riduzione dell’offerta in attesa di un ripristino dei flussi.
Questa lettura è coerente con lo scenario delineato dallo Short-Term Energy Outlook (STEO) dell’EIA del 10 marzo 2026. Il rapporto incorpora un aumento dei prezzi legato al rischio geopolitico, ma ipotizza che la produzione interrotta (shut-in) possa raggiungere un picco e poi ridursi progressivamente con la ripresa del traffico nello Stretto. Su queste basi, l’EIA prevede un graduale calo del prezzo del Brent nel corso del 2026-2027 e un aumento delle scorte globali. Il punto centrale di questa posizione non è negare la gravità della situazione, ma sostenere che, grazie agli strumenti disponibili, l’impatto possa rimanere prevalentemente un “price shock”, cioè un aumento dei prezzi, piuttosto che trasformarsi in una carenza fisica diffusa.
Un ulteriore elemento a favore di questa tesi riguarda la capacità di adattamento del sistema energetico e logistico. La scheda EIA Today in Energy (del 16 giugno 2025) evidenzia che, pur essendo lo Stretto di Hormuz un passaggio cruciale, esistono alcune alternative parziali, come oleodotti e terminal che consentono di aggirarlo in misura limitata. Inoltre, esperienze recenti mostrano che operatori e governi possono modificare rotte e strategie di approvvigionamento in tempi relativamente rapidi. Queste soluzioni non eliminano lo shock, ma possono attenuarne la durata e distribuire gli effetti nel tempo.
Viene inoltre sottolineato che l’efficacia delle scorte dipende non solo da fattori tecnici, ma anche da dinamiche politiche e dalla fiducia dei mercati. In particolare, si fa riferimento alla decisione della IEA di autorizzare un rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi membri, con l’obiettivo di compensare temporaneamente la riduzione dell’offerta dovuta al conflitto.
Secondo “Le Monde”, questa misura – definita senza precedenti per dimensioni – può produrre effetti contrastanti: da un lato contribuisce a stabilizzare i mercati nel breve periodo, dall’altro non interviene sulle cause strutturali della crisi, cioè le tensioni geopolitiche e le interruzioni dei flussi.
Da qui emerge una distinzione rilevante tra due tipi di shock. Il primo è uno shock “di fiducia”, legato alle aspettative degli operatori e quindi potenzialmente reversibile in tempi relativamente rapidi se la situazione si stabilizza. Il secondo è uno shock “di scarsità”, che deriva da danni concreti e persistenti all’offerta e richiede tempi più lunghi per essere riassorbito. Nella prospettiva di chi considera la crisi gestibile, l’attuale situazione tende a rientrare prevalentemente nella prima categoria: uno shock guidato dall’incertezza, che può attenuarsi con il miglioramento delle condizioni geopolitiche e il ripristino dei flussi energetici.

Nina Celli, 26 marzo 2026

 
03

GNL e infrastrutture sono l’anello debole e possono rendere lo shock più lungo del petrolio

PRO

Per coloro che paventano uno scenario di shock energetico profondo, il gas (specie il GNL) può generare effetti più duraturi del petrolio, perché il mercato del GNL è meno “ammortizzato” da strumenti pubblici e più dipendente da specifici impianti e finestre logistiche. In questa lettura, colpire un hub di export o interrompere la catena di carico può ridurre l’offerta disponibile per settimane o mesi e innescare competizione fra regioni importatrici.
Il caso di Ras Laffan viene spesso citato come esempio di vulnerabilità concentrata nel sistema del GNL. Un dispaccio “Reuters”, ripreso da “ThePrint”, riporta che secondo QatarEnergy gli attacchi avrebbero ridotto del 17% la capacità di esportazione del Qatar, con la possibilità che gli effetti non siano limitati al breve periodo. “Bloomberg” interpreta questo episodio all’interno di un quadro più ampio, caratterizzato dalla combinazione tra ostacoli ai transiti nello Stretto di Hormuz e attacchi diretti alle infrastrutture energetiche del Golfo, una dinamica in grado di destabilizzare contemporaneamente i mercati di petrolio e gas.
In questa prospettiva, l’elemento strategico è che non è necessario distruggere completamente un’infrastruttura per generare pressione economica. È sufficiente interrompere i flussi in momenti critici e rendere incerti i tempi di ripristino. L’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) definisce questo approccio come una “punishment campaign” (campagna punitiva): anche uno stop temporaneo può aumentare i costi, tra cui assicurazioni, deviazioni delle rotte e ritardi, e alimentare un clima di instabilità, trasformando il rischio in aumento dei prezzi e, di conseguenza, in leva politica.
Il dibattito si estende poi alla dimensione europea e italiana, intesa come distribuzione degli effetti dello shock. Un’analisi dell’ISPI evidenzia che attraverso lo Stretto transitano anche volumi di GNL qatariota destinati all’Europa e che alcuni Paesi, tra cui l’Italia, presentano una certa esposizione alle forniture mediorientali, pur mitigata dalla presenza di stoccaggi. In questa lettura, il rischio principale non è tanto una carenza immediata di gas, quanto un aumento dei prezzi e una maggiore competizione per i carichi disponibili sul mercato spot, con possibili ripercussioni sull’industria energivora e sulle bollette.
La tesi favorevole allo scenario di shock, inoltre, richiama anche la dimensione umanitaria e ambientale. Amnesty International e il Comitato Internazionale della Croce Rossa sottolineano che gli attacchi a infrastrutture essenziali, come energia, acqua e sanità, possono avere effetti diretti e duraturi sulle popolazioni civili. In questo quadro, la crescente esposizione di tali infrastrutture al conflitto aumenta il rischio che la crisi si prolunghi nel tempo. Tradotto in termini energetici, ciò implica che più frequenti e intensi sono i danni e le interruzioni, più si allungano i tempi necessari per riportare il sistema a condizioni di normalità.

Nina Celli, 26 marzo 2026

 
04

Diritto e sicurezza marittima: la crisi potrebbe stabilizzarsi prima del previsto

CONTRO

Un secondo filone del dibattito, contrario all’idea di uno shock energetico prolungato, sostiene che la variabile decisiva non sia solo economica, ma anche politico-giuridica. Secondo questa prospettiva, se aumentano le misure di deterrenza, la protezione dei convogli e gli accordi minimi di “deconfliction”, lo Stretto di Hormuz può tornare almeno parzialmente operativo anche in assenza di una soluzione complessiva del conflitto. In altre parole, l’andamento della crisi energetica dipenderebbe soprattutto dalla continuità del traffico marittimo, più che dall’esito politico finale della guerra.
Sul piano normativo, la Risoluzione 2817 (2026) del Consiglio di Sicurezza, adottata l’11 marzo 2026, condanna le azioni volte a ostacolare o chiudere la navigazione nello Stretto e ribadisce l’obbligo di rispettare la libertà di navigazione secondo il Diritto internazionale. La risoluzione richiama inoltre il rispetto del Diritto umanitario, in particolare per la protezione dei civili e delle infrastrutture civili. In parallelo, l’International Maritime Organization (IMO), con una dichiarazione del 1° marzo 2026, ribadisce lo stesso principio e invita le compagnie a operare con cautela, inquadrando la situazione come una questione di sicurezza marittima globale. In questa ottica, tali interventi non riaprono automaticamente lo Stretto, ma contribuiscono a legittimare iniziative di protezione delle rotte e a rafforzare la pressione diplomatica.
Le analisi giuridiche approfondiscono ulteriormente il tema, interrogandosi su cosa significhi concretamente “chiusura” dello Stretto. “EJIL:Talk!” esamina la legalità di un’eventuale chiusura alla luce del diritto dei conflitti armati in mare, delle regole sulla neutralità e dei regimi di passaggio, richiamando anche precedenti e strumenti tecnici dell’IMO. “Just Security”, invece, si concentra sugli attacchi a navi neutrali e sull’uso di mine, evidenziando la distanza tra le norme giuridiche e la loro effettiva applicazione. In questa prospettiva, l’evoluzione dei transiti dipende da un equilibrio dinamico tra deterrenza, rischio operativo e “regole del gioco” accettate, anche informalmente, dagli attori coinvolti.
Sul piano operativo, la Lloyd’s Market Association sottolinea che la riduzione dei transiti non dipende tanto dalla mancanza di assicurazioni, quanto da valutazioni di sicurezza. Se le condizioni migliorano, ad esempio grazie a minori incidenti o a corridoi più protetti, il traffico può riprendere anche senza una piena stabilizzazione politica. “Lloyd’s List” descrive inoltre un sistema di passaggi selettivi, basato su autorizzazioni e corridoi, suggerendo che la situazione non sia descrivibile semplicemente come “aperta” o “chiusa”. In questa lettura, anche una riapertura parziale potrebbe essere sufficiente ad attenuare le tensioni sui prezzi, pur mantenendo elevato il premio al rischio.
Infine, l’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) interpreta le interruzioni come parte di una “campagna di punizione” che punta a sfruttare i costi e l’incertezza dei mercati. In chiave contraria allo scenario di shock prolungato, ciò implica che la risposta più efficace non sia simmetrica sul piano militare, ma orientata a garantire la continuità delle rotte e la resilienza del sistema. Riducendo l’impatto delle interruzioni, si limita anche la capacità del conflitto di trasformarsi in uno shock energetico strutturale.
Questa lettura, dunque, non nega la gravità della crisi, ma sostiene che, se la dimensione marittima viene stabilizzata in tempi relativamente brevi, anche l’impatto energetico può rientrare, prima di trasformarsi in una crisi di lunga durata.

Nina Celli, 26 marzo 2026

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