Nr. 434
Pubblicato il 28/02/2026
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Draghi e il federalismo pragmatico

PRO O CONTRO?

Nel dibattito pubblico europeo delle ultime settimane, l’etichetta “federalismo pragmatico” è diventata una scorciatoia linguistica per descrivere una proposta politica e istituzionale che punta a rafforzare la capacità d’azione dell’Unione in una fase percepita come di transizione geopolitica e geoeconomica. Il catalizzatore è stato il discorso pronunciato da Mario Draghi il 2 febbraio 2026 in Belgio, in cui l’ex presidente della BCE ed ex presidente del Consiglio italiano ha sostenuto che il rischio per l’Europa non sia solo il declino economico, ma una combinazione di subordinazione, divisione e deindustrializzazione. In questo quadro, Draghi descrive un contesto in cui gli Stati Uniti, “nell’assetto attuale”, rendono esplicito l’interesse per la frammentazione politica europea e ricorrono a strumenti come i dazi, mentre la Cina detiene leve su nodi critici delle catene globali del valore e può sfruttare dipendenze e asimmetrie.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Federalismo pragmatico come risposta alla vulnerabilità europea

L’alternativa è tra restare grande mercato e diventare soggetto unitario capace di difendere interessi e valori.

02 - Europa a più velocità: rischio di frattura e consenso più debole

Accelerare senza mandato politico può ampliare il divario tra istituzioni europee e cittadini.

03 - Gli strumenti esistenti permettono il federalismo pragmatico senza attendere una riforma totale

Cooperazione rafforzata e architetture differenziatesi si possono tradurre subito in un approccio pragmatico.

04 - C’è il rischio di una trasformazione senza base politica chiara

O si resta nei confini degli strumenti esistenti, ottenendo risultati parziali, oppure si revisionano i Trattati e si cerca consenso politico.

 
01

Federalismo pragmatico come risposta alla vulnerabilità europea

PRO

Nel dibattito favorevole, il “federalismo pragmatico” è letto come una strategia di realismo istituzionale: se l’ambiente internazionale è diventato più competitivo e coercitivo, l’Europa dovrebbe dotarsi di strumenti coerenti con il livello delle minacce. Draghi sintetizza l’argomento con un nesso diretto tra frammentazione e vulnerabilità: nel nuovo scenario, la competizione non riguarda soltanto tariffe e quote, ma anche dipendenze tecnologiche, energetiche e di difesa. Di conseguenza, una UE che resta “confederazione”, con veti e calcoli nazionali separati, risulta esposta a essere “gestita” dalle potenze esterne, anche attraverso la leva delle interdipendenze.
La parte “pragmatica” è presentata come antidoto al classico stallo tra chi chiede un salto federale pieno e chi lo considera politicamente irrealistico: l’integrazione avanza per settori e per adesioni volontarie, evitando la paralisi dell’unanimità e lasciando una “porta aperta” ai Paesi che vorranno unirsi. Draghi propone esplicitamente che l’integrazione europea sia “senza subordinazione”, cioè non costruita su imposizione ma su beneficio condiviso; tuttavia, insiste che servano istituzioni con poteri decisionali reali nei domini dove oggi l’UE appare più fragile (energia, tecnologia, difesa, esteri). In questa lettura, il riferimento storico alla Dichiarazione Schuman serve a legittimare un percorso incrementale: l’Europa nasce da passi non simultanei, ma ogni passo deve restare ancorato a un disegno coerente.
I sostenitori sottolineano anche che il dibattito non è solo teorico. Il ritiro informale dei leader europei del 12 febbraio 2026 e le dichiarazioni successive mostrano che temi come la competitività e la cosiddetta “autonomia strategica” sono diventati obiettivi concreti. L’attenzione si concentra su rafforzare il mercato unico, investire di più, rendere l’energia più sicura, unire le forze nei settori considerati strategici e, in alcuni casi, favorire prodotti e imprese europee attraverso strumenti come la “European preference”. 
Senza un coordinamento più forte, le politiche europee rischiano di rimanere un mosaico di misure nazionali: l’UE può annunciare piani, ma senza capacità decisionale coerente la loro implementazione resta discontinua e vulnerabile a shock o ricatti.
Un’ulteriore linea favorevole enfatizza che le “coalizioni di volenterosi” sono già una modalità di fatto nel panorama europeo, soprattutto su sicurezza e sostegno all’Ucraina: dichiarazioni come quella del 24 febbraio 2026 mostrano che gruppi ampi ma non necessariamente coincidenti con le procedure UE cercano di costruire garanzie multilivello e impegni comuni in tempi rapidi. I favorevoli non considerano questo un tradimento dell’UE, ma un segnale che la domanda di azione collettiva cresce quando l’urgenza aumenta.
In questa prospettiva il “federalismo pragmatico” è visto come un compromesso operativo: non sospende la questione del consenso, ma prova a generarlo attraverso risultati (unità che “si forgia nell’azione”) e a ridurre la probabilità di subordinazione esterna, in un contesto dove l’Europa rischia di essere competitivamente e strategicamente “spaccata” se procede solo per coordinamento tra sovrani.

Madeleine Maresca, 28 febbraio 2026

 
02

Europa a più velocità: rischio di frattura e consenso più debole

CONTRO

La principale obiezione contraria riguarda la possibile trasformazione del “federalismo pragmatico” in una istituzionalizzazione della diseguaglianza politica tra Stati membri: un “nucleo” che decide e una periferia che subisce o insegue. Anche quando la proposta viene descritta come “opt in” e “porta aperta”, i critici osservano che in pratica le differenze di capacità fiscale, industriale e militare potrebbero rendere l’adesione meno libera di quanto appaia e alimentare una percezione di gerarchia stabilizzata. In questa prospettiva, la retorica delle “due velocità” non è un dettaglio, perché può produrre reazioni politiche nei Paesi esclusi o meno influenti.
Alcune ricostruzioni giornalistiche e analitiche sul formato E6 e sulle logiche multi-speed mostrano che il tema dell’esclusione è parte integrante del dibattito: l’idea può essere letta come riconoscimento di una realtà già in atto, ma anche come fonte di ansia politica per chi teme di essere spinto in una “seconda fascia”. In più, il federalismo “per progetti” potrebbe accentuare la frammentazione dell’acquis comunitario: Stati che partecipano a “pacchetti” diversi, con responsabilità e benefici non uniformi, rendendo più difficile costruire solidarietà generale.
Un secondo asse critico riguarda la legittimazione democratica. Nella discussione pubblica, l’obiezione è spesso formulata così: difesa, esteri, energia e politica industriale non sono solo “policy”, sono campi ad alta sensibilità identitaria e distributiva, che richiedono consenso, accountability e controlli. Una critica giuridico-costituzionale sostiene che trasformazioni ampie rischiano di essere presentate come riforme tecniche, mentre implicano spostamenti di potere sostanziali. Senza un passaggio più esplicito sui Trattati e sul mandato democratico, il rischio è un salto di governance che “cresce più velocemente della fiducia”.
Questa critica si ritrova anche in posizioni più politiche e legate alla difesa della sovranità nazionale. Nell’intervista a Saryusz-Wolski, ad esempio, l’idea di rendere l’Europa più federale viene vista come la creazione di un centro di potere europeo senza un vero consenso dei cittadini.
Secondo questa visione, c’è il rischio che le istituzioni europee allarghino progressivamente le proprie competenze oltre i limiti stabiliti dai Trattati (il cosiddetto “competence creep”).
Anche se si tratta di una posizione chiaramente schierata, è significativa nel dibattito perché esprime in forma netta una preoccupazione più diffusa: che il trasferimento di poteri dagli Stati all’UE avvenga spinto dall’urgenza delle crisi, più che da un confronto pubblico e consapevole.
Si sottolinea, inoltre, che l’efficienza non è l’unico criterio: in sistemi politici compositi, la lentezza può essere anche un meccanismo di tutela (il veto come garanzia) e una modalità per evitare che decisioni altamente controverse vengano imposte con effetti di delegittimazione. Il punto non è difendere sempre l’unanimità, ma contestare l’idea che “più centralizzazione” equivalga automaticamente a “più potere” o “più competitività”: centralizzare senza consenso può produrre resistenza, e la resistenza può diventare essa stessa un fattore di indebolimento strategico.
Non si nega, dunque, che esista un problema di capacità d’azione; si sostiene però che una scorciatoia basata su coalizioni ristrette possa ridurre coesione e legittimazione, trasformando la soluzione in parte del problema.

Madeleine Maresca, 28 febbraio 2026

 
03

Gli strumenti esistenti permettono il federalismo pragmatico senza attendere una riforma totale

PRO

Una seconda tesi favorevole sostiene che il “federalismo pragmatico” non debba essere letto solo come slogan politico, ma come proposta che può agganciarsi, almeno in parte, a strumenti già presenti nel diritto primario e a precedenti di integrazione differenziata. Il perno giuridico più citato è la cooperazione rafforzata: l’articolo 20 TUE consente a gruppi di Stati membri di approfondire integrazione in competenze non esclusive, utilizzando istituzioni UE e rispettando condizioni e limiti. L’idea che “non tutti partecipano a tutto” non è un’anomalia, ma una possibilità prevista dai Trattati.
A livello politico-istituzionale, la disponibilità della presidente della Commissione a non “escludere” cooperazioni tra gruppi più piccoli quando l’unanimità blocca l’ambizione (nel caso specifico: agenda economica e competitività) è stata presentata come una conferma della praticabilità del percorso. In questa lettura, l’innovazione non è tanto creare una “UE a due velocità”, quanto riconoscere che la ricerca costante del consenso a 27 può diventare, in un mondo più conflittuale, un fattore di perdita di tempo e di efficacia.
Lo stesso vale per i formati intergovernativi “minilaterali” che non sostituiscono l’UE ma cercano di accelerare dossier specifici. Il caso E6 (Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna) viene spesso citato come laboratorio: nel comunicato ufficiale tedesco, le priorità coprono alcuni nodi strutturali della competitività e della sovranità economica europea (unione risparmi-investimenti, ruolo internazionale dell’euro e pagamenti, coordinamento della spesa difesa, resilienza su materie prime e catene del valore). Per i sostenitori, questo è esattamente il “pragmatismo”: partire da dossier ad alta densità strategica e da un numero di Paesi in grado di generare massa critica, mantenendo un’apertura all’adesione di altri.
Sul piano della politica estera e di sicurezza, i sostenitori ricordano che l’architettura dei Trattati rende l’evoluzione più difficile proprio perché alcune aree restano legate all’unanimità (art. 31 TUE). Dunque, l’argomento pro-efficienza si sposta su due piani: o usare gli spazi già esistenti (eccezioni, astensioni costruttive, iniziative tra volenterosi compatibili con l’ordinamento), o riconoscere che il costo dell’unanimità cresce con l’allargamento e con la moltiplicazione dei dossier geopolitici. L’analisi del CER, pur non schierandosi in modo militante, rafforza questa cornice quando evidenzia che con più membri aumentano i punti di veto e che il passaggio a maggioranza qualificata è una delle opzioni discusse per evitare blocchi. La stessa analisi, tuttavia, segnala che l’efficienza va bilanciata con il rischio di contraccolpo politico.
Il “federalismo pragmatico” ha una doppia base: una logica storica di integrazione incrementale, richiamata spesso come tratto fondativo del progetto europeo; e una base tecnico-giuridica che, pur non risolvendo tutto, offre un punto di partenza praticabile per avanzare su alcuni dossier. Il valore principale, per i favorevoli, non è “saltare” la politica, ma ridurre il costo dell’immobilismo in una fase in cui la competizione tra potenze tende a premiare chi decide e investe più rapidamente.

Madeleine Maresca, 28 febbraio 2026

 
04

C’è il rischio di una trasformazione senza base politica chiara

CONTRO

Alcuni osservatori mettono l’accento sui limiti fissati dalle regole attuali dell’Unione europea. Fanno una distinzione tra ciò che è chiaramente permesso dai Trattati – come forme di collaborazione tra alcuni Stati – e cambiamenti più profondi che, pur non dichiarati apertamente, finirebbero per trasformare il funzionamento dell’UE.
Le norme di base dell’Unione prevedono alcuni strumenti, ma con limiti precisi. Ad esempio, un gruppo di Paesi può andare avanti insieme su certi temi (la cosiddetta “cooperazione rafforzata”), ma solo rispettando condizioni stabilite. Inoltre, nelle decisioni di politica estera e di difesa vale in generale la regola dell’unanimità: tutti devono essere d’accordo, salvo poche eccezioni.
Per questo motivo, un progetto che voglia dare all’UE veri poteri decisionali in ambiti come la difesa o la politica estera si scontra con regole più rigide rispetto a quelle che valgono per le politiche economiche o per il mercato interno.
I critici sostengono quindi che il “federalismo pragmatico” rischi di scivolare in una ambiguità operativa: o si resta nei confini degli strumenti esistenti, ottenendo risultati parziali e spesso settoriali; oppure si produce una trasformazione più profonda che però richiede un percorso esplicito di revisione dei Trattati e di consenso politico. L’analisi di Lindseth e Leino‑Sandberg, pur ragionando a partire dal Rapporto Draghi sulla competitività, viene impiegata nel dibattito proprio per questo: l’idea che programmi trasformativi (investimenti comuni, nuove governance, potenziali ricorsi a clausole di emergenza, ridefinizioni di competenze) richiedano basi giuridiche solide e che i “surrogati funzionalisti” possano essere fragili sul piano costituzionale e democratico.
Un altro punto critico riguarda la sostenibilità politica di una strategia “a cerchi” nell’era dell’allargamento. Il CER, discutendo la riforma del voto, riconosce che l’unanimità in alcune aree può diventare sempre più problematica, ma mette anche in guardia: se uno Stato membro viene sistematicamente messo in minoranza su temi percepiti come vitali, può crescere il sentimento anti-UE. In questo quadro, l’efficienza istituzionale produce un trade-off: accelerare può funzionare se rafforza i risultati e quindi la fiducia; ma può fallire se viene percepito come meccanismo di espropriazione politica.
Infine, si mette l’accento su un punto spesso meno visibile: la necessità di chiarire “chi decide” e “con quali risorse”. I critici osservano che, se l’obiettivo è costruire istituzioni capaci di agire “in ogni circostanza”, allora la discussione non può restare solo sull’architettura decisionale; deve includere bilanci, strumenti fiscali, controllo parlamentare, responsabilità e confini di competenza. Senza questi chiarimenti il rischio è che la proposta resti politicamente attraente finché è generale, ma diventi divisiva quando tocca gli strumenti concreti (debito comune, preferenze industriali, spesa difesa, priorità settoriali).
Non esclude che l’UE debba evolvere; si sostiene però che una trasformazione “pragmatica” può reggere solo se rende esplicito il suo fondamento politico e giuridico, evitando che l’integrazione avanzi per necessità percepita ma senza un equivalente avanzamento di consenso, legittimità e responsabilità democratica.

Madeleine Maresca, 28 febbraio 2026

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