Piano Mattei per l’Africa
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
l “Piano Mattei per l’Africa” è un’iniziativa lanciata dall’Italia per ridefinire i rapporti con i Paesi africani, puntando su cooperazione paritaria, sviluppo economico e diplomazia energetica. Annunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo discorso inaugurale del 25 ottobre 2022, il Piano richiama simbolicamente la figura di Enrico Mattei – fondatore dell’ENI – evocando un modello “non predatorio” di collaborazione mutuamente vantaggiosa, in contrasto con le passate logiche coloniali. L’obiettivo dichiarato è affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari e promuovere la stabilità, offrendo alle popolazioni africane “il diritto a non dover emigrare” attraverso crescita e opportunità nei Paesi d’origine. In parallelo, l’Italia ambisce a rafforzare la propria sicurezza energetica rendendosi “hub” europeo per gas e idrogeno dall’Africa, in risposta alla crisi causata dalla guerra in Ucraina e alla competizione con Cina e Russia sul continente.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
L’Italia intende collaborare alla pari con i paesi africani, riconoscendone la piena sovranità e ascoltandone i bisogni, invece di imporre condizioni capestro.
Il Piano Mattei è una “scatola vuota”, lanciata a suon di slogan ma priva di dettagli operativi e di risorse fresche.
Il Piano affronta i flussi migratori a monte, rimuovendo quelle “cause profonde” che spingono milioni di persone a lasciare il proprio Paese.
La questione migratoria e la questione economico-energetica, come affrontate dal Piano Mattei, sono neocolonialismo mascherato.
Con il Piano Mattei le economie africane e quella italiana possano crescere insieme attraverso un partenariato strategico.
Il Piano Mattei prevede una cooperazione vera, un modello anticoloniale
Il governo italiano e i sostenitori del Piano Mattei ritengono che esso inauguri un modello virtuoso di partenariato con l’Africa, basato sul rispetto e sulla reciprocità, in netta discontinuità con le passate pratiche neocoloniali. Giorgia Meloni ha più volte enfatizzato che “quello che va fatto in Africa non è carità, ma partnership strategiche da pari a pari”. L’Europa e l’Italia intendono cioè collaborare alla pari con i Paesi africani, riconoscendone la piena sovranità e ascoltandone i bisogni, invece di imporre condizioni capestro. Questa impostazione si richiama esplicitamente alla politica di Enrico Mattei, che negli anni ’50 rivoluzionò i rapporti con i produttori di petrolio rompendo il monopolio delle Sette Sorelle: Mattei offriva ai partner del Medio Oriente e del Nord Africa il 75% dei profitti estratti, contro il 50% usuale, garantendo così vantaggi concreti alle giovani nazioni post-coloniali. Oggi, il Piano Mattei rivendica quello stesso approccio equo: “non vogliamo rapinare le risorse dell’Africa come si è fatto finora”, ha dichiarato Meloni, bensì negoziare su basi eque e non predatorie.
I promotori evidenziano alcuni elementi concreti che incarnano questa filosofia. In primis, la creazione di una Cabina di regia inclusiva presso la Presidenza del Consiglio, dove siedono rappresentanti di ministeri chiave, regioni, mondo imprenditoriale (anche aziende pubbliche come ENI), settore no-profit e accademico. Questa struttura multilivello, sottolinea il sottosegretario Alfredo Mantovano, evita un approccio centralistico-burocratico e integra tutti gli attori rilevanti fin dalla fase di progettazione. L’idea è che gli interventi siano co-creati con il contributo di competenze diverse e, soprattutto, con i partner africani. “Non è un piano calato dall’alto, né soggetto a rigide condizionalità”, ha affermato Mantovano; al contrario, viene concepito come “una piattaforma aperta, modellata dalle priorità espresse dai nostri partner africani”. Ciò si traduce, ad esempio, nel definire congiuntamente i progetti pilota paese per paese. Durante il Vertice Italia-Africa (Roma, gennaio 2024), l’Italia ha presentato solo un quadro di massima del Piano, invitando i leader africani a indicare settori e iniziative di loro interesse. Questo approccio dialogico – secondo i favorevoli – ha già ottenuto un primo riscontro positivo: 46 delegazioni africane (di cui molti Capi di Stato o di governo) hanno partecipato al summit inaugurale, portando contributi e manifestando sostegno. Inoltre, il coinvolgimento di attori internazionali (presenti i vertici di Unione Africana, Nazioni Unite, Banche di sviluppo) mostra che il Piano può evolvere includendo nuove risorse e partenariati globali, senza restare una mossa unilaterale italiana.
Un altro punto qualificante è l’insistenza sugli interventi concordati e sul rifiuto di ogni paternalismo ideologico. L’Italia – afferma Mantovano – si propone di riempire un vuoto lasciato da un Occidente percepito spesso come “distante o sfruttatore”. Per guadagnare fiducia, Roma evita atteggiamenti da “maestrina”: ad esempio, a differenza di alcuni donatori internazionali, non subordinerà gli aiuti all’adozione forzata di modelli socioculturali estranei (ciò che Papa Francesco ha chiamato “colonizzazione ideologica”). In concreto, niente imposizioni top-down su riforme o valori, ma dialogo pragmatico su obiettivi condivisi. Questo approccio viene percepito come “rispettoso” dagli interlocutori africani. Lo prova il fatto – rimarcato dal governo – che anche Paesi tradizionalmente diffidenti verso l’Occidente hanno aderito: il numero di partner ufficiali del Piano è salito da 9 a 14 in un anno e mezzo, includendo nazioni (non nominate esplicitamente, ma il riferimento sembra ad esempio alla Repubblica del Congo) che “si sono allontanate dalla sfera occidentale ma non dall’Italia”. In sostanza, i sostenitori vedono il Piano Mattei come antitetico al neocolonialismo: lungi dal ribadire dinamiche predatorie, esso punterebbe a costruire fiducia tramite cooperazione win-win, trattando gli africani da partner capaci, non da beneficiari passivi. Non a caso la Premier ha evidenziato il concetto di “diritto a non emigrare” come complementare al diritto di emigrare: aiutare le nazioni africane a prosperare significa riconoscere il loro diritto a trattenere le proprie risorse umane ed economiche, invece di drenare talenti verso l’estero. In questo quadro, investire insieme per creare condizioni di vita migliori in Africa è visto come un atto di giustizia globale e riparazione storica, che ben si concilia con la memoria di Mattei (ricordato anche per il suo appoggio ai movimenti anticoloniali in Algeria).
I favorevoli rilevano che il Piano Mattei aderisce ai principi di co-sviluppo promossi anche dall’Unione Africana e dalle Nazioni Unite. L’Agenda 2063 dell’UA enfatizza partenariati innovativi e ownership africana dello sviluppo: esattamente ciò che l’Italia propone, facendosi facilitatore di investimenti e progetti individuati insieme ai governi africani. Ad esempio, uno dei progetti citati come modello è l’accordo con Algeria e Bonifiche Ferraresi: convertire 36.000 ettari di terreno semi-arido in terre coltivabili, con tecnologia e capitale italiani e manodopera locale, per migliorare la sicurezza alimentare algerina e generare reddito per 600.000 persone. Operazioni simili vengono studiate in ambito agricolo (es. filiere cerealicole in Costa d’Avorio con garanzie SACE) e tecnologico (collegamento elettrico Italia-Tunisia per scambio di energia pulita). Questi esempi mostrerebbero reciprocità: l’Africa guadagna infrastrutture produttive e competenze, l’Italia ottiene approvvigionamenti stabili (cibo, energia verde) e opportunità economiche per le proprie imprese. “È un vantaggio per entrambi”, ribadiscono i difensori, “una cooperazione tra eguali come raramente si è vista”. Il Piano Mattei incarna una cooperazione “vera” – solidale ma rispettosa, interessata ma equa – che supera sia il vecchio assistenzialismo inefficace sia il mero sfruttamento di risorse: un equilibrio nuovo, da cui Africa e Italia possono trarre beneficio congiunto. Le diffidenze iniziali sarebbero destinate a ridursi man mano che i fatti (progetti realizzati con successo, crescita locale, minori tensioni migratorie) dimostreranno la buona fede e l’efficacia di questo approccio innovativo.
Nina Celli, 5 febbraio 2026
Il Piano Mattei è inconsistente e poco trasparente
Gli oppositori del Piano Mattei mettono innanzitutto in discussione la sua consistenza reale, accusando il governo di aver costruito una grande operazione di immagine su fondamenta fragili. “Il Piano non c’è, esiste solo nella propaganda” – questa, in sintesi, la critica mossa da più parti dell’opposizione italiana. A oltre un anno dall’annuncio, infatti, il Piano Mattei viene descritto come una “scatola vuota”, lanciata a suon di slogan ma priva di dettagli operativi e di risorse fresche. Nel novembre 2023, quando il governo ha emanato un decreto-legge collegato al Piano, esponenti del PD come Peppe Provenzano hanno denunciato pubblicamente che “nel decreto non c’è alcun Piano, né progetti, né risorse con cui realizzarli”, bensì soltanto la definizione della Cabina di regia a Palazzo Chigi e relative nomine di coordinamento. Questo – secondo Provenzano – rivela il vero intento del governo: accentrare potere decisionale a Palazzo Chigi, senza però aver ancora elaborato un contenuto concreto (“non sanno cosa fare, ma gli interessa solo chi deve farlo”). Di qui l’accusa di “metodo di governo” basato su spot e rinvii: il decreto istitutivo rimandava di 6 mesi la presentazione di interventi specifici, prolungando l’indeterminatezza.
Un punto focale della critica è la questione finanziaria. Il governo ha presentato il Piano come un impegno da 5,5 miliardi di euro a favore dell’Africa, cifra che suona imponente. Ma i detrattori hanno scoperto che tale somma non è altro che una ricomposizione di fondi già esistenti, senza stanziamenti aggiuntivi nel bilancio dello Stato. In particolare, 4,2 miliardi provengono dal Fondo Italiano per il Clima (risorse destinate a progetti climatici nei paesi in via di sviluppo, ora reindirizzate verso il Piano Mattei) e 2,5 miliardi dai fondi ordinari della cooperazione allo sviluppo per il triennio, già in bilancio. Ciò significa che non c’è denaro nuovo per l’Africa, ma anzi si tolgono soldi ad altre finalità dichiarate (ad esempio proprio ad azioni climatiche, il che è stato “veementemente contestato dalle opposizioni” in Parlamento). In pratica, il governo ha fatto un rebranding: ha preso finanziamenti già previsti per l’aiuto estero e li ha etichettati sotto “Piano Mattei”, presentandoli come una novità. Gli osservatori critici sottolineano che 5,5 miliardi spalmati su 5-7 anni equivalgono a circa 800 milioni/anno, una somma che – specie se suddivisa fra tanti paesi – appare irrisoria rispetto alle esigenze reali e perfino inferiore ai livelli di aiuto già raggiunti in anni recenti. Tonino Perna su “Il Manifesto” fa notare un paragone eloquente: gli immigrati africani in Occidente mandano alle loro famiglie rimesse per oltre 160 miliardi di $ l’anno (831 miliardi da tutti i migranti globali nel 2022) – solo dall’Italia partono circa 5 miliardi € annui di rimesse verso l’Africa. Quindi le diaspore africane già garantiscono ai loro paesi quasi 10 volte l’importo che l’Italia intende investire con il Piano. “Cifra impressionante, ignorata da questo cosiddetto piano per l’Africa”, chiosa Perna, evidenziando la sproporzione. Inoltre, analisti internazionali hanno calcolato che, al netto degli annunci, i pagamenti effettivamente allocati dal governo italiano nel 2024 sono modestissimi: secondo “The Guardian”, “i futuri esborsi saranno limitati a €2,8 milioni l’anno fino al 2026”. Questo perché la gran parte dei 5,5 miliardi è sotto forma di crediti e garanzie in fase di programmazione, ma concretamente nel bilancio triennale 2024-26 figurava solo qualche milione aggiuntivo. Se questi dati fossero confermati, il Piano Mattei risulterebbe un guscio vuoto finanziario, con tante promesse e pochi soldi veri (da qui l’epiteto ironico di “fantasmagorico” piano usato da Perna).
Accanto alle risorse scarse, c’è il nodo della trasparenza e definizione progettuale. Le critiche evidenziano che il governo non ha pubblicato un documento organico di piano (non esiste un testo pubblico di “Piano Mattei” con obiettivi, tempi, budget dettagliati per paese), ma solo comunicati stampa e dichiarazioni generiche. La Relazione sullo stato di attuazione presentata in Parlamento (luglio 2025) elenca decine di iniziative e accordi, ma in modo frammentario, senza priorità chiare. Ad esempio: viene annunciato che i paesi coinvolti sono saliti da 9 a 14, ma quali criteri abbiano guidato questa scelta non è esplicitato. Si citano sei direttrici settoriali, ma mancano target quantitativi (ad esempio: quanti MW di rinnovabili installare, quanti studenti formare ecc.). Tutto ciò alimenta il sospetto che il Piano sia ancora in larga misura uno spot politico. La rete di ONG Link 2007 ha chiesto invano al governo maggior chiarezza su governance e programmi specifici. Anche esponenti della maggioranza ammettono la lentezza: a fine 2023 il presidente della Commissione Esteri del Senato (di FdI) candidamente riconosceva che il Piano “non è ancora un piano”, perché era in attesa di delinearsi compiutamente. Questa mancanza di visibilità rende difficile valutarne la portata e l’efficacia. L’opposizione accusa Meloni di “annuncite”: grandi titoli sui giornali (come la scelta scenografica di tenere il Vertice Italia-Africa nell’aula del Senato, criticata come occupazione indebita di una sede istituzionale) ma poi poca sostanza amministrativa dietro le quinte. Va aggiunto che il governo ha estromesso la Farnesina dal ruolo guida, concentrando tutto in una struttura presso il Premier: questo solleva dubbi di capacità operativa. Il Ministero degli Esteri ha personale e competenze sulla cooperazione; l’Unità di missione a Palazzo Chigi rischia di essere un doppione inefficiente, creato per visibilità politica. Insomma, i critici temono un flop: un piano slabbrato, con troppe cose dentro e nessuna messa a terra con serietà. La senatrice PD Tatjana Rojc l’ha definito “un collage di interventi già esistenti presentati come nuovi”, aggiungendo che “finora il Piano Mattei è stato uno spot senza un progetto definito”. Dal canto suo, l’Openpolis ha osservato come alle tante parole non siano seguiti fatti: “durante la conferenza [di Roma] le informazioni aggiuntive fornite dalla presidente del Consiglio sono state estremamente limitate”, e al momento “non è ancora possibile sapere in cosa si concretizzeranno di preciso le azioni” del Piano. Tutto ciò delinea un quadro di fumosità e opacità che mina la credibilità dell’iniziativa.
Un altro aspetto su cui battono gli oppositori è la scarsa partecipazione di soggetti terzi. Il governo Meloni, nel raccontare il Piano, ha promesso il coinvolgimento di ONG, enti locali, partner africani nella Cabina di regia. Ma finora le principali reti di ONG (AOI, CINI, Link2007) lamentano di essere state tenute ai margini: la Cabina di regia è dominata da ministri e grandi imprese, con la società civile in un ruolo secondario o consultivo. Anche molti Paesi africani – fanno notare i critici – non hanno praticamente voce in capitolo: “l’Italia ha sviluppato il piano per l’Africa senza input dalle leadership africane”, riferisce un’analisi del Washington Institute. È significativo che Moussa Faki, presidente UA, abbia pubblicamente ricordato che gli africani non sono stati coinvolti nella stesura – segno di un certo risentimento. Questo contraddice il mantra del “partenariato eguale” e suggerisce che la cooperazione offerta sia in realtà sbilanciata e decisa da Roma. Inoltre, l’aver scelto di puntare su mega-progetti (dal taglio minimo 200-300 milioni di euro) esclude automaticamente la miriade di micro-interventi dal basso (cooperazione decentrata dei comuni, progetti delle ONG locali) che spesso sono i più efficaci nel rispondere alle esigenze delle comunità. I critici vedono in questa scelta una volontà deliberata di privilegiare gli attori “amici” (grandi imprese, enti governativi) e marginalizzare le voci indipendenti che potrebbero sollevare dubbi (come le ONG, spesso critiche verso accordi con regimi autoritari o progetti impattanti). Questa chiusura, a loro avviso, è sia antidemocratica sia controproducente: senza la conoscenza delle realtà locali che solo ONG e società civile hanno, i maxiprogetti rischiano di fallire o di non raggiungere chi ne ha bisogno. Per esempio, ignorare completamente i paesi del Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad) – tra i più poveri e quelli da cui originano tanti flussi migratori – perché “non strategici” dal punto di vista commerciale, viene giudicato miope e moralmente discutibile. “Escono dai programmi di cooperazione governativa quelli che soffrono più fame, sete ed emigrazione, perché non interessanti per il business”, scrive Perna con toni duri. Questa frase condensa la critica di fondo: il Piano Mattei sarebbe guidato da logiche di profitto e convenienza italiana, non da un autentico piano di sviluppo per chi ne ha più bisogno.
Il Piano Mattei, allo stato attuale, sarebbe poco più che un esercizio di marketing politico, un titolo accattivante che richiama un’epoca gloriosa (Mattei), utile a fare storytelling nelle sedi internazionali, ma che dietro ha poche risorse aggiuntive, nessuna idea innovativa (molti progetti erano già in corso via cooperazione tradizionale o accordi ENI) e una gestione confusa accentrata per ragioni di visibilità. Senza una correzione di rotta – avvertono i critici – il Piano rischia di seguire il destino di analoghi proclami in altri paesi: la Germania, ad esempio, lanciò un “piano per l’Africa” nel 2017 con grandi fanfare ma poi lo ridimensionò per mancanza di risultati. Se l’Italia non metterà più sostanza (risorse vere, progetti concreti concordati con gli africani, obiettivi misurabili) e non allargherà la platea degli attori coinvolti, il Piano Mattei rimarrà un guscio vuoto. E i rapporti con l’Africa potrebbero perfino risentirne: promesse non mantenute e aspettative deluse rischiano di peggiorare la fiducia, anziché migliorarla. L’opposizione italiana ha già bollato il progetto come “una montagna che partorirà un topolino”; a livello internazionale, c’è chi lo considera un bluff politico.
Nina Celli, 5 febbraio 2026
Aiutare l’Africa conviene a tutti, Italia in primis
Tra le motivazioni più forti a sostegno del Piano Mattei vi è la convinzione che lo sviluppo dell’Africa sia la soluzione strutturale al fenomeno migratorio e porti benefici anche all’Italia e all’Europa. I sostenitori rovesciano lo schema classico: invece di affrontare i flussi migratori solo con misure di contenimento a valle (blocco delle frontiere, rimpatri), il Piano agisce a monte, rimuovendo quelle “cause profonde” che spingono milioni di persone a lasciare il proprio Paese. In altre parole, se l’Africa starà meglio, meno africani saranno costretti a migrare – un risultato positivo sia per loro (che potranno costruirsi un futuro in patria) sia per l’Italia (che vedrà ridursi la pressione degli arrivi irregolari). “Abbiamo sempre parlato del diritto di emigrare, ma mai del diritto di non essere costretti a emigrare”, ha dichiarato Giorgia Meloni: questa frase riassume la filosofia del Piano sul tema migratorio. Si tratta di garantire alle nuove generazioni africane la possibilità di “fiorire nel proprio Paese d’origine, senza sentire il bisogno di andare altrove”.
Questo approccio incarna il concetto di solidarietà interessata: aiutando l’Africa a “creare le condizioni perché gli africani possano prosperare a casa loro”, come recita la documentazione ufficiale, si persegue insieme un obiettivo umanitario e uno strategico. Negli ultimi anni l’Italia ha sperimentato l’insostenibilità di gestire da sola flussi di decine di migliaia di migranti: solo nel 2023 sono sbarcati in Italia 158.000 migranti irregolari (in gran parte dall’Africa), un record dai tempi della crisi 2015-17. Il Piano Mattei nasce proprio dalla consapevolezza – condivisa anche a livello UE – che occorre agire direttamente nei Paesi di origine e transito per invertire la rotta. Un esempio citato dai proponenti è l’azione svolta in Tunisia: nel luglio 2023 l’Italia di Meloni si è fatta promotrice, insieme alla Commissione UE, di un Memorandum con Tunisi offrendo sostegno finanziario (oltre 100 milioni di euro UE) in cambio di un maggiore impegno tunisino contro le partenze illegali. Tale accordo – pur con difficoltà attuative – viene considerato un modello di cooperazione bilaterale win-win: la Tunisia ottiene fondi urgenti e investimenti europei (in energia rinnovabile e PMI, integrati poi nel Piano Mattei), l’Italia ha visto “diminuire in modo significativo” gli sbarchi dalla Tunisia nella seconda metà del 2024. I favorevoli collegano direttamente questo risultato alla strategia Mattei: dialogo con i partner africani per gestire insieme le migrazioni, non più contrapposizione sterile.
L’argomento pro enfatizza anche il concetto di convenienza reciproca. L’Italia, in particolare, ha un interesse vitale nel successo del Piano: essendo in prima linea negli arrivi via Mediterraneo, beneficia più di ogni altro Paese UE di una riduzione dei flussi. Ogni giovane africano che riesce a trovare lavoro in patria grazie ai progetti del Piano è (dal punto di vista italiano) un potenziale migrante in meno, con tutti i costi sociali e politici che ciò evita. Non a caso, Meloni ha fatto del tema migratorio la sua bandiera elettorale e sente la pressione di mantenere la promessa di “fermare gli sbarchi”. Dopo un anno di governo in cui gli arrivi sono aumentati, il Piano Mattei è diventato lo strumento cardine con cui la Premier spera di invertire la tendenza, coinvolgendo anche l’Unione Europea nell’onere. A differenza di approcci unilaterali (blocchi navali, respingimenti) difficilmente accettabili sul piano legale e umanitario, la cooperazione allo sviluppo è una via “positiva” per raggiungere il medesimo fine. “Aiutiamoli a casa loro” – spesso slogan polemico – viene trasformato in una politica concreta e strutturata di investimenti. Invece che spendere risorse per gestire l’emergenza a Lampedusa o nei centri di accoglienza, l’Italia investe quei soldi in Tunisia, Etiopia o Niger per creare stabilità e frenare l’esodo alla radice. Questo ragionamento viene sostenuto da diversi analisti come logico e lungimirante: “retaining young potential emigrants in their home countries” è la chiave per governare le migrazioni in modo umano ed efficace. Si cita spesso un parallelismo con la Germania, che nel 2018 formulò una strategia simile (il “Marshall Plan with Africa” poi confluito nelle iniziative UE) puntando su investimenti privati e cooperazione paritaria proprio per ridurre le cause di fuga. L’Italia, con il Piano Mattei, ambisce a fare altrettanto a livello nazionale, portando nel frattempo l’UE sulle sue posizioni (il coinvolgimento di von der Leyen e Metsola al Vertice di Roma ne è prova).
Un ulteriore elemento a favore è la proiezione demografica: molti sostenitori sottolineano che l’Africa raddoppierà la popolazione entro metà secolo, mentre l’Europa e l’Italia sono in declino demografico. “Entro il 2035 l’Africa avrà la forza lavoro più grande del mondo, superando Cina e India”, ha ricordato Mantovano. Se queste decine di milioni di giovani non troveranno prospettive nelle loro terre, tenteranno inevitabilmente il viaggio verso Nord. Dunque, investire oggi in Africa significa prevenire crisi migratorie ben più gravi domani. È interesse strategico dell’Italia contribuire a stabilizzare il continente vicino: far crescere occupazione e benessere in Africa equivale a ridurre la pressione migratoria su di noi negli anni a venire. In quest’ottica, i costi del Piano Mattei appaiono modesti rispetto ai possibili risparmi futuri in termini di gestione emergenziale, sicurezza delle frontiere ecc. Un euro speso in cooperazione oggi – argomentano i pro – può risparmiarne dieci domani in spese per controlli, soccorsi in mare o integrazione. Alcuni citano anche il papa: “aiutare i giovani africani a realizzarsi in Africa è un dovere morale”, ma coincide anche con l’interesse dell’Europa di non affrontare flussi ingestibili.
I sostenitori del Piano, inoltre, contestano l’idea che l’Italia stia “esternalizzando” in modo cinico il controllo delle migrazioni. Al contrario, si afferma che Roma sta cercando di creare condizioni perché meno persone siano costrette a migrare, che è cosa ben diversa dal “pagare i Paesi terzi per bloccarli con la forza”. Viene portato ad esempio il caso Libia: l’accordo italo-libico del 2017, rinnovato nel 2020, è molto contestato dalle ONG in quanto delega ai libici (anche con metodi brutali) il blocco dei migranti. Il Piano Mattei, invece, cerca un approccio più lungimirante e “win-win”: investire in progetti energetici o agricoli in Africa, oltre a favorire lo sviluppo locale, porta indirettamente a ridurre i flussi senza costringere nessuno con la forza. Il principio, sul tema migratorio, è che “aiutare a casa loro” conviene: conviene agli africani, che possono scegliere di restare; conviene all’Italia, che stabilizza il vicinato; e conviene persino all’Europa intera, che grazie all’iniziativa italiana sta finalmente spostando il focus dall’emergenza all’origine del problema. Il Piano Mattei, integrando cooperazione e controllo delle migrazioni, viene quindi presentato come soluzione strategica e umanitaria insieme, in grado di rompere il circolo vizioso di instabilità che alimenta l’esodo.
Nina Celli, 5 febbraio 2026
C’è un’agenda nascosta: i migranti come merce di scambio e interessi neocoloniali
Un’accusa centrale mossa dai detrattori è che il Piano Mattei, dietro la facciata idealistica, nasconda un’agenda opportunistica volta principalmente a tutelare gli interessi italiani – in particolare il controllo delle migrazioni e l’accesso a risorse – a scapito dei diritti e delle reali priorità africane. In altre parole, si tratterebbe più di un “Piano per l’Italia” (o per l’ENI) che di un piano per l’Africa. Questa critica si articola su due fronti strettamente collegati: la questione migratoria e la questione economico-energetica, entrambe lette in chiave di neocolonialismo mascherato.
Sul fronte migranti, i critici sostengono che il Piano ripropone in sostanza la strategia di esternalizzazione già adottata dall’UE negli ultimi anni: fornire denaro e supporto a regimi o governi affinché blocchino le persone prima che partano per l’Europa. Cambiano forse i toni – meno espliciti rispetto al passato – ma non la logica di fondo. L’Italia, affermano, sta usando la promessa di investimenti come merce di scambio per ottenere la collaborazione delle autorità africane nel fermare migranti e rifugiati. Un articolo molto duro pubblicato dal Washington Institute afferma che “l’implementazione del Piano Mattei legittima la politica anti-immigrati di Meloni (definita razzista) e fa da lavanderia morale per le migliaia di migranti deportati nel deserto libico”, dove subiscono estorsioni, abusi e violenze. Parole forti, che riflettono il timore di diversi osservatori: ovvero che, al di là della retorica “win-win”, l’Italia stia semplicemente comprando la complicità dei paesi nordafricani per fare il “lavoro sporco” di contenimento, senza preoccuparsi troppo dei metodi impiegati. Viene citato il caso Tunisia: nel Memorandum del 2023, Meloni ha stretto un’intesa con il presidente autoritario Saïed – accusato di gravi violazioni dei diritti umani – garantendogli fondi e legittimazione in cambio di impegni vaghi sul contrasto alle partenze. Nei fatti, nonostante qualche operazione repressiva a Sfax, le barche continuano a partire e i migranti subsahariani in Tunisia subiscono trattamenti disumani (campagne di odio e sgomberi forzati). Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty hanno denunciato che l’UE e l’Italia, sostenendo Saïed, rischiano di essere complici di abusi contro migranti e rifugiati – “complici di crimini contro l’umanità” nel caso della Libia, si è spinto a dire il Parlamento Europeo. Il Piano Mattei, nella misura in cui “continua a dare priorità alla crisi migratoria sopra ogni altra dimensione”, appare ai critici come la continuazione di quella politica miope. “L’Africa non deve diventare una zona di detenzione per l’Italia”, ammoniscono alcuni attivisti e intellettuali africani, rifiutando l’idea che i loro Paesi facciano da guardiani delle frontiere europee. Questa prospettiva negativa viene rafforzata dal fatto che il Piano ignora i problemi di democrazia e diritti nei paesi partner quando questi confliggono con l’agenda migratoria: il Memorandum Italia-Libia sul contrasto ai trafficanti è stato rinnovato automaticamente nel 2023 senza alcuna condizionalità, nonostante le note torture nei centri libici. Ciò smentirebbe la pretesa di un approccio “diverso dal passato”: i critici vedono piuttosto una linea di continuità con le politiche securitarie europee, solo riverniciata di cooperazione allo sviluppo. Anche sul piano narrativo, notano, Meloni continua a descrivere le migrazioni come un “problema di sicurezza” più che di diritti: il discorso sul “diritto a non emigrare” è pericolosamente vicino all’idea che i migranti vadano fermati prima, invece di essere accolti dopo. Insomma, dietro la facciata altruista, il Piano tradirebbe una agenda anti-migranti che antepone gli interessi elettorali interni (diminuire sbarchi visibili) al reale benessere dei potenziali migranti. In quest’ottica, il Piano appare ipocrita: si finge di aiutare gli africani, quando in realtà si vuole soprattutto tenerli lontani. Alcuni economisti evidenziano persino che, dal punto di vista dell’Italia, ridurre troppo l’immigrazione potrebbe nuocerci, con una popolazione che cala (nel 2022-23 l’Italia ha perso il 3% di abitanti), abbiamo bisogno di giovani lavoratori e bloccare le migrazioni impoverisce il nostro potenziale umano. Secondo questa visione, il Piano Mattei è non solo eticamente discutibile ma anche controproducente: “diminuisce la power potential dell’Italia” riducendo la popolazione attiva, argomenta provocatoriamente un’analisi CeSPI, sottolineando che “immigrati integrati aumentano il capitale umano e la sicurezza nazionale”, mentre un’Italia chiusa e invecchiata si indebolisce.
Passando al fronte economico-energetico, i critici accusano il Piano di essere una foglia di fico per interessi neocoloniali classici: accaparramento di risorse e sostegno alle proprie aziende. L’evocazione di Mattei viene giudicata “strumentale”: se davvero fosse ispirato a Mattei, dicono, l’Italia avrebbe offerto qualcosa di rivoluzionario ai partner africani (come fece Mattei con il 75/25). Invece, come rileva il professor Tonino Perna, “nulla del metodo di Mattei emerge nel piano Meloni, oltre agli slogan di rito”. Al contrario, il governo pare avere selezionato i Paesi partner guardando anzitutto ai propri interessi strategici. Vengono citate le parole della stessa presidente Meloni a fine 2022: “abbiamo un problema di approvvigionamento energetico e l’Africa ha energia… se aiutiamo l’Africa a produrre energia per portarla in Europa, risolviamo insieme molti problemi”. Questa frase, notano critici come Alessandro Runci, svela la realtà: il Piano serve a portare più gas africano in Europa e, di riflesso, a ridurre i migranti (due obiettivi europei, non africani). La lista dei paesi prioritari divulgata (Egitto, Algeria, Mozambico, Rep. del Congo, Tunisia per gli idrocarburi; Etiopia, Kenya, Costa d’Avorio per agricoltura e materie prime) coincide perfettamente con gli interessi petroliferi e commerciali italiani. “Tanto petrolio (e caffè) per il Sistema Italia”, titola icasticamente “Il Manifesto”. Ciò implica che altre zone cruciali per i bisogni della popolazione (ad esempio il Sahel afflitto da carestie) vengano ignorate perché non hanno risorse utili né grandi imprese italiane interessate.
Anche quando i progetti coincidono con bisogni locali (ad esempio, centrali elettriche, impianti idrici), i detrattori mettono in guardia sul “cui prodest”. Temono che i benefici veri ricadano sui soliti noti: i contratti di fornitura andranno a grandi imprese italiane, i finanziamenti torneranno in buona parte sotto forma di commesse (il cosiddetto “aiuto legato”, dove i soldi dati devono essere spesi comprando beni/servizi dal donatore). Questo modello, ampiamente criticato in letteratura, di fatto alimenta il business del paese ricco più che lo sviluppo di quello povero. Diverse ONG evidenziano con preoccupazione la frase contenuta nei documenti del Piano sulla “valorizzazione delle filiere del Sistema Italia”: appare quasi un’ammissione che si useranno fondi pubblici per aiutare aziende italiane in difficoltà (come nel caso delle torrefazioni di caffè, che faticano per cambiamenti climatici altrove). “Si dà una mano a imprese che oggi risentono di difficoltà di approvvigionamento”, scrive Perna, riferendosi a Illy, Lavazza e Borbone. Se ciò avverrà senza un reale miglioramento delle condizioni per i coltivatori africani (cioè senza fair trade), allora il Piano sarà solo un mezzo per assicurare materie prime a buon mercato all’industria italiana, replicando i meccanismi estrattivi del passato. Un altro aspetto critico è il potenziale impatto ambientale e sociale dei progetti promossi. Ad esempio, l’estrazione di gas in Mozambico e Congo comporta emissioni e rischi ecologici; costruire oleodotti o dighe in contesti fragili può sfollare comunità. I critici notano che il Piano parla molto di green energy e sostenibilità, ma poi sulla carta spinge petrolio e gas (ENI protagonista), e non affronta temi come la transizione energetica africana o la giustizia climatica. L’associazione ecologista ECCO ha definito “ostentato” il ruolo di ENI nel Piano, segno che l’iniziativa è “incentrata sulle esigenze energetiche (idrocarburi) italiane”. In effetti, la narrazione governativa enfatizza come l’Italia, grazie al Piano, garantirà forniture stabili di gas e ridurrà la dipendenza dalla Russia: primo obiettivo, guarda caso, citato nella scelta dei paesi partner è “petrolio e gas per renderci indipendenti dalla Russia”. Questo rivela la priorità reale: la sicurezza energetica nazionale, più che il benessere africano.
Non sorprende quindi che alcune cancellerie africane guardino al Piano con sospetto. Fonti diplomatiche citate su “Le Monde” hanno commentato che i finanziamenti promessi dall’Italia sono “insufficienti e incerti”, e che “le intenzioni e i risultati tangibili appaiono più che incerti” vista la centralità palese degli interessi energetici europei. Il Ministero degli Esteri tunisino, in un comunicato velenoso di settembre 2023, ha accusato l’UE (e implicitamente l’Italia) di arroganza post-coloniale: “pensano di essere un modello da seguire, mentre in realtà sono una minoranza”, rifiutando di fare della Tunisia il gendarme dell’Europa. Parole che riflettono un sentimento diffuso: molti in Africa vedono iniziative come il Piano Mattei semplicemente come un nuovo tentativo occidentale di controllare risorse e persone, adattato ai tempi. L’enfasi sul nome di Mattei viene considerata quasi offensiva da alcuni, se poi nei fatti non si concede nulla di paragonabile (Mattei almeno dava più utili ai paesi produttori). “La regina è nuda”, conclude Perna: al di là delle nobili enunciazioni (“non vogliamo rapinare l’Africa”), la sostanza è che l’Italia sta seguendo il proprio interesse economico e migratorio come sempre.
Inoltre, i critici sottolineano che privilegiare gli interessi di sicurezza italiani può tradursi in danni per gli africani a lungo termine. Un esempio è la scelta di ignorare i paesi del Sahel colpiti da instabilità e colpi di Stato: l’Italia li esclude dal Piano perché non strategici, ma così facendo li abbandona ulteriormente all’influenza di Russia (Wagner) e Cina, perpetuando instabilità e povertà (che poi generano più migrazioni e terrorismo). Analogamente, puntare su governi autoritari (come l’“autocrate Saïed” in Tunisia) per ottenere risultati rapidi sui flussi potrebbe nel lungo periodo aggravare le cause di fuga (crisi economiche, repressione). In sostanza, i detrattori vedono nel Piano una visione corta e unilaterale: “investo dove ci guadagno qualcosa e chiudo un occhio su tutto il resto”. Questo, secondo loro, non è vero partenariato né vera cooperazione, ma realpolitik tradizionale travestita. L’Africa di oggi, con la crescita di sentimenti antifrancesi e antioccidentali, fiuta questo paternalismo e lo respinge: “diversi paesi africani hanno stretto legami con Cina e Turchia, e anche cooperazione militare con la Russia”, ricordano alcuni analisti, e ciò dovrebbe essere un wake-up call per l’Europa. Se l’Italia e l’UE vogliono davvero ricucire i rapporti, devono superare la retorica e le asimmetrie del passato e offrire partnership autentiche, cosa che – nella lettura critica – il Piano Mattei ancora non fa.
Nina Celli, 5 febbraio 2026
Con il Piano Mattei l’Italia torna ponte tra Europa e Africa
I fautori del Piano Mattei evidenziano come questo non sia solo un progetto “difensivo” legato alle migrazioni, ma rappresenti una grande opportunità economica e geopolitica tanto per l’Africa quanto per l’Italia. L’iniziativa si fonda sull’idea che le economie africane e quella italiana possano crescere insieme attraverso un partenariato strategico: “reciprocally beneficial cooperation”, l’ha definita Meloni. Da un lato, infatti, l’Africa ha bisogno di investimenti, infrastrutture e know-how per svilupparsi; dall’altro l’Italia (e l’Europa) hanno interesse ad avere un’Africa prospera e stabile, sia come mercato emergente sia come fonte di risorse complementari alle proprie.
Un settore emblematico è l’energia. Con la guerra in Ucraina, l’Europa ha dovuto ridurre drasticamente le importazioni di gas russo. L’Italia in particolare – che ha una dipendenza energetica altissima (79% del fabbisogno coperto da import, contro il 63% media UE) – ha cercato forniture alternative guardando a Sud. In pochi mesi, il governo italiano ha siglato nuovi accordi energetici con l’Algeria (oggi suo primo fornitore di gas naturale), con l’Egitto e con l’Angola e Mozambico per GNL. Il Piano Mattei consolida questa strategia facendo dell’Italia il “corridoio energetico” Europa-Africa: investendo nelle infrastrutture (gasdotti, interconnessioni elettriche, impianti di gas naturale liquefatto) e promuovendo allo stesso tempo le rinnovabili in Africa, si crea una partnership dove l’Africa esporta energia in surplus e riceve tecnologia/pagamenti, e l’Europa ottiene diversificazione e sicurezza energetica. “La fortunata posizione geografica dell’Italia può renderla il naturale hub di approvvigionamento di energia per l’intera Europa”, si legge nei documenti parlamentari. Ciò significa posti di lavoro e investimenti anche in Italia (upgrading di porti, reti, cantieri navali per GNL ecc.). Eni – con oltre metà della sua produzione già in Africa – funge da punta di diamante: nuove scoperte in Mozambico e Congo Brazzaville vengono portate avanti con l’idea di rifornire sia i mercati locali sia l’Italia/Europa. I sostenitori sottolineano però che non si tratta di “neocolonialismo energetico” unilaterale: il Piano prevede forti investimenti in energie rinnovabili in Africa (parchi solari, eolici, progetti idroelettrici) che migliorano l’accesso all’elettricità per milioni di persone e riducono la dipendenza africana dai combustibili fossili inquinanti. Ad esempio, è in cantiere il cavo elettrico sottomarino TUNET tra Sicilia e Tunisia (finanziato con fondi UE): consentirà scambi bidirezionali di energia verde e stabilizzerà le reti di entrambi i lati. Questo genere di infrastrutture, integrate nel Piano, rappresenta un autentico win-win: l’Africa può esportare energia pulita guadagnando, l’Europa la importa centrando obiettivi climatici, e l’Italia funge da hub incassando pedaggi e rafforzando la propria posizione geopolitica di ponte tra i continenti.
Oltre all’energia, il Piano individua altri settori chiave in cui gli interessi coincidono. Per esempio, l’agroindustria: molti paesi africani dispongono di vaste terre coltivabili non sfruttate o poco produttive. L’Italia ha know-how in irrigazione, meccanizzazione e una filiera agroalimentare avanzata. Investendo in progetti agricoli in Africa (come l’esempio di Bonifiche Ferraresi in Algeria citato dal governo), l’Africa aumenta la sua sicurezza alimentare e crea export (cibo, materie prime agricole), mentre l’Italia si garantisce forniture stabili di prodotti agricoli riducendo la dipendenza da mercati volatili. Un caso emblematico è la filiera del caffè: il Piano prevede partnership con paesi come Etiopia, Kenya e Costa d’Avorio (grandi produttori di caffè) per sostenere la loro produzione e allo stesso tempo assicurare materia prima di qualità alle aziende italiane (Illy, Lavazza ecc.). Idealmente, se questi accordi saranno ispirati al fair trade (pagando i produttori africani in modo equo e stabile, al riparo dalle oscillazioni di borsa), tutte le parti trarranno beneficio: i coltivatori locali avranno redditi dignitosi, le imprese italiane avranno forniture sicure e i consumatori un prodotto sostenibile. In generale, l’approccio è di integrare le filiere: formare partnership industriali in loco (joint venture italo-africane, magari con finanziamenti SACE) per trasformare i prodotti africani aumentando il valore aggiunto sul posto. Questo approccio contribuisce alla creazione di posti di lavoro qualificati in Africa (contrastando la “fuga di braccia e cervelli”) e, al contempo, apre nuovi mercati alle PMI italiane. L’Osservatorio Confindustria-Africa segnala opportunità in settori come costruzioni, telecomunicazioni, farmaceutica, moda: il Piano Mattei, con missioni di sistema e crediti agevolati, aiuta le aziende italiane ad entrare in questi mercati emergenti prima dei concorrenti di altre nazioni. È una strategia che rafforza il Sistema Italia, dicono i sostenitori, creando valore condiviso.
Sul piano geopolitico, il Piano viene presentato come un volano per restituire all’Italia un ruolo di leadership regionale positiva. Dopo anni in cui la politica estera italiana verso l’Africa era percepita come episodica e subalterna (anche per la forte presenza francese e cinese nel continente), con questa iniziativa l’Italia si posiziona come “portavoce” di una nuova attenzione europea verso l’Africa. Meloni ha insistito molto su questa dimensione: lanciando il Piano a inizio 2024, anno di presidenza italiana del G7, ha invitato i partner del G7 a mettere l’Africa al centro della loro agenda. Al Vertice di Roma, la presenza di Ursula von der Leyen, Charles Michel e Roberta Metsola (i presidenti di Commissione, Consiglio e Parlamento UE) ha confermato il sostegno europeo all’approccio italiano. Questo ha un duplice effetto vantaggioso: da un lato più risorse (il Piano potrà agganciare le enormi risorse del programma UE Global Gateway, oltre 150 miliardi per l’Africa), dall’altro l’aumento di peso negoziale dell’Italia in Europa. Roma diventa la protagonista di una questione (Africa/Mediterraneo) che è cruciale per l’intera UE, accrescendo la propria influenza. “L’Italia si riprende il suo ruolo naturale di ponte tra Europa e Africa”, affermano i sostenitori: grazie al Piano Mattei, i leader africani vedono in Roma un interlocutore serio e alternativo e i partner europei riconoscono la centralità dell’Italia nel Mediterraneo. Ciò può tradursi in dividendi diplomatici: maggior ascolto delle istanze italiane in sede UE (come la redistribuzione dei migranti, ottenuta in parte grazie all’attivismo di Meloni) e rafforzamento di alleanze anche su altri dossier internazionali. In aggiunta, il Piano contrasta efficacemente la penetrazione di potenze rivali (Cina, Russia, Turchia) in Africa: offrendosi come partner affidabile e non predatorio, l’Italia toglie terreno alla “diplomazia dei debiti” cinese o al mero sfruttamento russo, contribuendo a “definire le regole del gioco” in favore di standard occidentali. Questo è un vantaggio di sicurezza a lungo termine per l’Occidente.
In definitiva, il Piano Mattei conviene a tutti: agli africani che ricevono investimenti e non lezioni; agli italiani che guadagnano sicurezza energetica, nuovi mercati e meno sbarchi; agli europei che trovano nell’Italia un facilitatore verso un rapporto paritario con il continente vicino (superando l’eredità coloniale). L’Italia, in particolare, riempie un vuoto di leadership positiva nel Mediterraneo: torna a essere promotrice di sviluppo e stabilità, recuperando prestigio internazionale. In un colpo solo, sostiene chi è favorevole, si realizzano i principi etici di solidarietà e gli interessi nazionali – dimostrando che non sono in contraddizione, ma anzi possono avanzare di pari passo attraverso la cooperazione.
Nina Celli, 5 febbraio 2026