Nr. 426
Pubblicato il 31/01/2026

Arte contemporanea non è arte

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

Nel dibattito culturale e pubblico ricorre da decenni la provocatoria affermazione secondo cui l’arte contemporanea non sarebbe arte. Si tratta di una posizione estremizzata che contrappone le avanguardie e le sperimentazioni odierne ai canoni tradizionali del fare artistico. Già agli inizi del ’900 gli artisti d’avanguardia venivano accusati di truffare il pubblico: emblematico il caso dell’opera Fountain di Marcel Duchamp (1917), un comune orinatoio presentato come scultura. L’opera fu rifiutata dagli organizzatori dell’esposizione newyorkese Society of Independent Artists in quanto considerata non artistica, scatenando un dibattito feroce su che cosa possa definirsi arte. Eppure, quell’oggetto dissacrante cambiò radicalmente il corso dell’arte moderna, dimostrando che “la designazione (dell’artista) di un orinatoio come ready-made poteva cambiare la storia dell’arte”. Sin da allora, ogni generazione ha assistito a contestazioni analoghe: i futuristi e gli astrattisti all’inizio del Novecento, gli espressionisti astratti e la Pop Art nel dopoguerra, fino alle installazioni concettuali e performative odierne, hanno tutti affrontato lo scetticismo di chi vi vedeva un tradimento dell’“arte vera”.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - L’arte contemporanea è assenza di talento e grande bluff commerciale

Opere concettuali alimentano l’idea che l’arte contemporanea sia un inganno per ingenui, privo di vera abilità o creatività.

02 - L’arte contemporanea è evoluzione e libertà espressiva

L’arte contemporanea è un'evoluzione, rompendo schemi e ampliando i confini di cosa possiamo chiamare “arte”.

03 - L’arte contemporanea è il tradimento del bello e del significato

Le avanguardie contemporanee hanno tradito la missione dell’arte di elevare e dare bellezza.

04 - L’idea conta quanto la mano: il concettuale è arte

Ready-made e installazioni trasformano oggetti comuni in significati nuovi: l’arte è comunicazione, non mera perizia manuale.

05 - L’arte contemporanea è senza pubblico: risulta incomprensibilità alla maggioranza

Gran parte del pubblico non la capisce né la considera arte, sentendosi escluso da un élite che ne esalta il non-senso.

06 - L’arte contemporanea è lo specchio del nostro tempo

Opere shock o ironiche svelano ipocrisie e ingiustizie: sono forme espressive impegnate, non truffe.

07 - Il sistema dell’arte i avvicina al marketing e dipende solo dalla critica

Il successo di opere-provocazione è frutto di moda e strategie di mercato, non di valore artistico.

08 - L’arte contemporanea offre nuove forme di bellezza ed esperienza

L’arte non è più solo quadri da ammirare passivamente: lo spettatore diventa parte dell’opera, in un dialogo diretto e stimolante.

09 - L’arte contemporanea è vitale e rilevante

Il fatto stesso che l’arte contemporanea susciti scandalo, polemiche e dibattiti dimostra la sua rilevanza.

 
01

L’arte contemporanea è assenza di talento e grande bluff commerciale

FAVOREVOLE

Una delle accuse più frequenti sostiene che l’arte contemporanea non possieda i requisiti essenziali dell’arte vera – padronanza tecnica, contenuto estetico e creatività elevata – e che sopravviva solo grazie a un meccanismo di mistificazione orchestrato da critici e mercanti. I fautori di questa tesi puntano il dito contro opere dall’aspetto banale o sconcertante, famose per aver indignato l’opinione pubblica, e dichiarano: “questo potrei farlo anch’io, quindi non è arte”. Ad esempio, l’installazione di Maurizio Cattelan costituita da una banana attaccata al muro con del nastro adesivo – venduta per 120 mila dollari – viene spesso citata come simbolo di un sistema dell’arte ormai privo di serietà. Avelina Lésper, critica messicana molto polemica, definisce l’arte contemporanea una “‘falsa arte’ sostenuta solo dal mercato e dall’inciucio tra addetti ai lavori”. Secondo Lésper, oggi “qualunque cosa può essere chiamata arte” a patto che un curatore la dichiari tale, indipendentemente dal suo valore intrinseco. Questo “dogma” – spiega – è possibile solo perché critici compiacenti costruiscono attorno a oggetti comuni un’aura di profondità, chiedendo al pubblico un atto di fede quasi religioso. Si pensi all’orinatoio di Duchamp: fu accettato come opera solo dopo una robusta cornice teorica. I critici contestano proprio questa sproporzione tra la povertà materiale di molte opere contemporanee e l’enfasi retorica che le accompAaACgna. Il restauratore e storico dell’arte Bruno Zanardi osserva che spesso gli artisti odierni producono manufatti di aspetto dimesso o caotico – “ghirigori su tela, mucchietti di sassi contro il muro, armadi mezzo aperti, coniglietti di paglia e sterco” – ai quali il sistema assegna arbitrariamente i significati più altisonanti (libertà, ironia, denuncia, incomunicabilità…). Questa sproporzione viene vissuta da molti come un vero “imbroglio culturale”. Il giornalista americano Morley Safer, in un celebre servizio TV dal titolo esplicito Yes… But is it Art?, visitando le fiere d’arte contemporanea definì molte opere “kitsch, clumsy and incomprehensible” (kitsche, goffe e incomprensibili) e si domandò davanti a un’installazione con un bagno ricreato: “Questa tavoletta di water ci eleva lo spirito, o ci indica i gabinetti?”. La conclusione di Safer fu di chiedersi se l’arte contemporanea non fosse “la più grande truffa dai tempi del re nudo”, alludendo alla fiaba in cui tutti fingono di vedere un abito invisibile. I critici avanzano dunque l’idea che molta arte attuale sia un bluff architettato per sorprendere e scandalizzare, così da ottenere attenzione mediatica e far lievitare i prezzi, senza però sostanza artistica. Emblematico è il caso delle opere “invisibili” (tele bianche, installazioni fatte di nulla): ad esempio nel 2021 l’artista italiano Salvatore Garau ha “venduto” all’asta una scultura inesistente (uno spazio vuoto) per 15.000 €, con tanto di certificato. Vicende come questa alimentano nell’opinione pubblica la sensazione di trovarsi di fronte a furbizie spacciate per arte e inducono molti a reagire con ironia o indignazione. Dati empirici confermano la diffidenza popolare: un ampio sondaggio YouGov del 2023 riporta che quasi metà degli americani non considera “arte” un famoso quadro astratto di Mondrian, e ben il 77% crede che avrebbe potuto realizzarlo da sé. Invece oltre l’85-90% riconosce come arte i dipinti classici (come Vermeer e Michelangelo) e ne apprezza la maestria. Il messaggio è: senza abilità tecnica né elevazione estetica, l’arte contemporanea non viene percepita come vera arte dal pubblico comune. Ciò che rimane, ai loro occhi, è una macchina commerciale per ricchi collezionisti, sostenuta da una ristretta élite intellettuale che pontifica su opere altrimenti insignificanti. Come scrive con taglio sociologico Alessandro Dal Lago, oggi “l’arte è l’insieme dei mondi in cui si produce, vende e compra l’aura, cioè la definizione di qualcosa come arte”: in altre parole conta più l’etichetta che l’oggetto. Per i critici, questo svuota il concetto stesso di arte fino a renderlo irriconoscibile. L’arte contemporanea, priva di qualità obiettive, risulta dunque “non arte” – una denominazione immeritata mantenuta in vita artificialmente dal mercato e dal conformismo culturale.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
02

L’arte contemporanea è evoluzione e libertà espressiva

CONTRARIO

I sostenitori dell’arte contemporanea rispondono alle critiche ricordando innanzitutto che ogni epoca artistica innovativa ha subito accuse simili, per poi venire rivalutata. Ciò che oggi appare incomprensibile o provocatorio, domani potrebbe essere considerato patrimonio artistico acquisito. “L’arte è per sua natura in continuo cambiamento”, affermano, “e mettere in dubbio le novità è un riflesso antico”. Ad esempio, nel 1905 i Fauves di Matisse furono definiti “selvaggi” e liquidati come non-arte; negli anni ’10 i primi astrattismi di Kandinsky e Malevič fecero gridare allo scandalo perché “chiunque può fare scarabocchi”. Eppure, col tempo, quelle espressioni sono state comprese e integrate nella storia dell’arte. Adrian Searle, critico del “Guardian”, ricorda come anche Francisco Goya ai suoi tempi scioccò il pubblico con la sua pittura visionaria: eppure oggi nessuno ne nega lo status artistico. Secondo Searle, dire che “l’arte contemporanea è una frode” è un pregiudizio analogo a quello di chi nel 1913 chiamò “truffa” la Sagra della Primavera di Stravinskij o definì “non musica” il jazz. I fautori sottolineano che definizioni e confini dell’arte sono mutevoli nel tempo. Il fatto che oggi l’arte includa installazioni, performance, ready-made significa che si è ampliato il concetto di cosa può costituire espressione artistica. Il filosofo Arthur Danto notoriamente affermò che “dopo Warhol, l’arte è finita”, nel senso che si è conclusa l’epoca in cui l’arte poteva essere definita da uno stile o medium particolare: d’ora in poi qualsiasi cosa, in teoria, può essere arte, a seconda del contesto e dell’intenzione. Questa non è la morte dell’arte, ma la sua liberazione da limiti preconcetti. Spesso si cita a sostegno un principio dell’estetica contemporanea: “Art is what the art world accepts as art”, l’arte è ciò che il mondo dell’arte accetta come tale. Lungi dall’essere un circolo vizioso, questo principio riflette il fatto che “arte” è una categoria aperta, il cui contenuto è deciso dal consenso culturale. Oggi esiste un consenso per cui un’installazione ambientale può essere considerata arte al pari di un dipinto a olio: tale consenso non è imposto arbitrariamente, ma frutto di decenni di sperimentazioni e dibattiti. Nel 1917, ad esempio, Duchamp dovette lottare per far accettare il suo orinatoio come opera (e infatti fu rifiutato); oggi quell’orinatoio è esposto nei musei come caposaldo dell’arte del Novecento. Ciò dimostra che il perimetro dell’arte si è ampliato: dove prima era impensabile includere un oggetto industriale, oggi sappiamo contestualizzarlo e leggerlo come gesto artistico. Nathalie Heinich parla di “paradigma dell’arte contemporanea”: un intero insieme di regole nuove convive con quelle classiche e moderne. Ad esempio, “l’arte contemporanea non è più una categoria cronologica ma di genere”: come esistono arte sacra, arte figurativa ecc., esiste l’arte contemporanea con i suoi codici specifici (sperimentazione, concettualismo, interdisciplinarità). I contrari ribattono quindi che non si può giudicare questa produzione con il metro del passato. Un ready-made non va valutato per abilità tecnica, così come un quadro rinascimentale non va valutato per originalità concettuale a tutti i costi: sono parametri diversi in epoche diverse. “Non è che l’arte contemporanea non sia arte: è un’arte diversa”, sintetizza la critica Cynthia Freeland nel suo saggio But Is It Art?. Di conseguenza, le provocazioni, la mancanza di bello tradizionale o di perizia manuale non inficiano affatto la qualità di arte: ne sono anzi parte integrante come scelte espressive dell’epoca attuale. Un esempio storico aiuta: quando apparvero i primi collage cubisti (con pezzi di giornale sulle tele), molti critici gridarono allo scandalo dicendo “questo non è pittura, è tappezzeria”. Ma col tempo si è capito che quell’ampliamento dei materiali era un arricchimento del linguaggio artistico. Allo stesso modo, includere ready-made o video è un arricchimento del linguaggio attuale.
L’arte contemporanea, dunque, va riconosciuta come naturale evoluzione dell’arte, non come negazione: la sua apparente “fine” dell’arte tradizionale è in realtà l’inizio di una libertà espressiva più ampia, che può spiazzare all’inizio ma rientra nella fisiologia della storia artistica. “Quello che oggi chiamiamo arte era ieri follia incomprensibile”, scriveva già Baudelaire a metà Ottocento: un monito a non essere miopi davanti al nuovo.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
03

L’arte contemporanea è il tradimento del bello e del significato

FAVOREVOLE

Alcuni vedono l’arte contemporanea come portatrice di valori negativi. Quest’arte è vista come una deliberata rinuncia alla bellezza, all’armonia e al significato profondo in favore della provocazione fine a se stessa. In questa prospettiva, l’arte del Novecento avanzato avrebbe intrapreso una traiettoria autodistruttiva, negando quegli elementi (forma, gusto, elevazione spirituale) che per secoli hanno definito l’esperienza artistica. Vittorio Sgarbi, da critico e storico dell’arte di impianto classicista, accusa l’arte contemporanea di essere diventata “l’arte della negazione e della non-forma”, riflesso di un nichilismo culturale. Nella sua lectio magistralis del 2024, Sgarbi contrappone l’arte novecentesca di rottura (dal ready-made duchampiano alla Merda d’artista di Manzoni) alla tradizione pittorica figurativa: “Botero rappresenta il contrario esatto di ciò che il Novecento ha fatto – inaugurato dall’orinatoio di Duchamp e culminato con l’arte ‘escrementizia’ di Piero Manzoni – una deriva durata oltre un secolo”. In questa colorita definizione (“deriva escrementizia”) c’è tutto il giudizio di Sgarbi: l’arte contemporanea avrebbe imboccato un vicolo cieco di provocazioni scatologiche e iconoclaste, perdendo il contatto con le dimensioni positive dell’arte. Egli osserva che molta produzione attuale è volutamente brutta, sgradevole o scioccante, perseguendo il “trionfo del nuovo a ogni costo” ma “disfacendo” la forma e la narrazione fino all’estremo. Questa poetica della frattura viene interpretata come un tradimento della missione umanistica dell’arte. Jean Clair, ex direttore del Musée Picasso a Parigi e notoriamente critico verso le avanguardie, ha scritto che l’Occidente è preda di una “discesa agli inferi” culturale, di cui “il degrado delle arti figurative è l’esempio più eclatante”. Secondo Clair, l’arte – nata per rappresentare il sacro – separandosi dal trascendente si è degradata prima in “cultura” autoreferenziale, poi in “attività culturale” banalizzata e infine in merce. Egli liquida figure come Jeff Koons e Damien Hirst definendole “mediocri, prive di talento e idee”, paragonando il loro successo a “bolle finanziarie” gonfiate artificialmente dai media e dal mercato. Anche altri osservatori sottolineano questa vacuità contenutistica: la critica Avelina Lésper afferma che le installazioni e performance contemporanee mancano di “valore intellettuale ed estetico”, riducendosi a trovate effimere. Lésper parla esplicitamente di “mediocrità” e “insulsaggine” delle opere concettuali, sostenendo che sono “espressioni senza valore” spacciate per profonde. Un esempio citato è la serie di opere shock di Chris Ofili – che negli anni ’90 dipinse la Vergine Maria contornandola di ritagli pornografici e feci di elefante – percepite come un deliberato attacco al senso del sacro e del decoro. Per i critici, questo genere di provocazioni scioccanti o blasfeme (si pensi anche ai crocifissi immersi in urina di Andres Serrano, o ai manichini di bambini impiccati di Cattelan) rappresentano non solo la perdita del bello, ma anche un vuoto etico e di significato. Dove l’arte tradizionale offriva catarsi, consolazione o elevazione, l’arte contemporanea offrirebbe “cinismo, infelicità, nichilismo”, per citare ancora Sgarbi. Egli contrappone spesso le due visioni con esempi: Botero, con le sue figure rotonde e gioiose, “ha sempre rappresentato la felicità dell’uomo”, mentre le opere concettuali “rappresentano l’infelicità e il nulla”. In questo senso, l’arte contemporanea è vista come una “anti-arte” che celebra la bruttezza, il caos e la provocazione fine a se stessa. Un aneddoto significativo: quando l’artista concettuale John Cage presentò nel 1952 la sua composizione musicale 4’33’’ (quattro minuti e mezzo di silenzio), alcuni critici titolarono “Is This Art or a Hoax?” – questo è arte o una burla? – anticipando di fatto le stesse perplessità riversate oggi sulle arti visive concettuali. I detrattori odierni rispondono che sì, è una burla. E che in tal modo l’arte contemporanea avrebbe abdicato al suo ruolo di portatrice di senso e bellezza, trasformandosi in un gioco intellettuale sterile. Da qui la sentenza: “non è arte”, perché manca di quell’essenza (estetica e spirituale) che rende tale un’opera. Un intervento sul quotidiano “Il Foglio” definì l’arte contemporanea “il trionfo del brutto e dell’irrilevante”, sostenendo che essa suscita solo indifferenza o fastidio, laddove l’arte autentica tocca corde universali.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
04

L’idea conta quanto la mano: il concettuale è arte

CONTRARIO

Una delle difese chiave dell’arte contemporanea insiste sul valore dell’idea e del concetto in sé come elementi artistici, anche a prescindere dall’abilità esecutiva tradizionale. Questa posizione affonda le radici nelle avanguardie del Novecento (Dada, surrealismo, arte concettuale anni ’60) e oggi è ampiamente accettata nel mondo dell’arte: un’opera può essere definita tale non per la sua fattura, ma per il gesto mentale e simbolico che rappresenta. I fautori portano esempi celebri: Marcel Duchamp con i suoi ready-made (una ruota di bicicletta, uno scolabottiglie) ha dimostrato che il mero atto di scegliere un oggetto e presentarlo come arte può generare significato e aprire nuovi orizzonti di pensiero. Se oggi vediamo in un museo un neon acceso di Joseph Kosuth che compone la scritta “NEON”, forse a prima vista potremmo dire “questo non è arte”. Ma la riflessione dietro – spiegano i difensori – è un’indagine sul linguaggio e la realtà: quell’opera ci chiede cosa distingue un oggetto reale dalla sua rappresentazione e gioca sul paradosso (un neon che dice di essere un neon). Jamie R. Valera, nel suo articolo divulgativo, chiarisce: l’arte contemporanea “spesso mira a commentare gerarchie sociali e sistemi costituiti”, e lo fa spingendo al limite la definizione stessa di arte. Ad esempio, l’opera One and Three Chairs (1965) di Kosuth – una sedia fisica, una foto della sedia e un pannello con la definizione di “sedia” – non colpisce per bellezza, ma pone domande concettuali profonde: “che cos’è l’arte? E cos’è la realtà di un oggetto?”. La capacità di trasmettere idee e stimolare la riflessione è una funzione artistica a pieno titolo, anzi è ciò che distingue l’arte da una mera decorazione. Se un’opera concettuale riesce a farci interrogare su qualcosa o a comunicarci una visione, allora sta adempiendo a una funzione estetica (estetica nel senso etimologico di percepire, sentire con la mente). In quest’ottica, criticare un’opera dicendo “non vedo tecnica, potrei farla anch’io” manca il punto: “ma non l’hai fatto tu, l’ha pensato questo artista” – risponderebbe ad esempio Maurizio Cattelan alle critiche sulla sua banana al muro. Ciò che paghi non è il frutto in sé ma “l’idea di usarlo come scultura”, e quell’idea è (o può essere) ingegnosa e significativa. I difensori portano anche l’esempio di Piero Manzoni: la sua Merda d’artista (1961), barattolini contenenti presunte feci, fu giudicata uno scherzo ripugnante. Ma concettualmente, quell’opera rifletteva sull’autorialità e il valore commerciale (Manzoni mise letteralmente “se stesso” in scatola, vendendo il proprio scarto come arte, per ironizzare sul mercato). Oggi quell’opera è storicizzata come efficace satira del sistema dell’arte e come radicale provocazione concettuale. Dunque, l’idea si è imposta. Alcuni evidenziano che il peso del concetto non esclude affatto l’importanza emotiva: un’idea artistica può suscitare emozioni potenti, pur non passando per la perizia manuale. Adrian Searle racconta di essersi profondamente commosso davanti a una minuscola tela grigio-ovale di Blinky Palermo, apparentemente insignificante: “Ha preso il sopravvento sulla mia coscienza, non so dire cosa significasse, ma mi ha fermato la mente”. Questo dimostra che anche forme ridotte all’osso (un colore, una forma essenziale) se caricate di intenzione poetica possono coinvolgerci. Un altro esempio: la performance art. Molti dicono “che sarà mai, chiunque può stare in piedi in un museo”. Eppure, performance come quelle di Marina Abramović (si pensi a The Artist Is Present, in cui stava seduta ore incontrando lo sguardo dei visitatori) generano nei partecipanti emozioni intense, rivelando la relazione umana come opera. L’arte non è solo fare qualcosa che altri non sanno fare, è anche “far vedere qualcosa che altri non hanno visto”. Se l’artista ha la visione e la capacità di esprimerla (anche solo posizionando un oggetto fuori contesto), quell’atto creativo è reale. Un concettualista come Sol LeWitt dichiarò: “l’idea diventa una macchina che fa l’arte”, intendendo che concepire un sistema o un concetto è già atto artistico: l’esecuzione può essere delegata o minimale, ma l’arte è avvenuta nel momento dell’ideazione. Naturalmente i difensori riconoscono che questo amplia la definizione di arte e la rende meno tangibile – e ciò spiega in parte lo spaesamento del pubblico. Ma ribadiscono che non è giusto ridurre l’arte alla bravura tecnica: altrimenti grandi innovatori come Jackson Pollock (con le sue tele a spruzzo) o Mark Rothko (campiture di colore apparentemente semplici) andrebbero esclusi, mentre oggi li veneriamo per la loro profondità espressiva. Brian Eno, musicista e artista, ha detto: “L’arte è tutto ciò che resta dopo aver dimenticato come è stato fatto”, a rimarcare che il valore di un’opera sta nell’effetto e nel significato, non nel sudore versato per realizzarla. Dunque, l’arte contemporanea è arte a pieno titolo perché continua a produrre significati, visioni e interrogativi – anche quando lo fa con mezzi insoliti e non virtuosistici. La “grande idea” dietro un gesto minimo può avere un impatto culturale enorme (si pensi appunto a Duchamp, la cui idea ha rivoluzionato tutto). In sintesi, “non è vero che l’arte contemporanea non è arte solo perché può sembrare facile o banale”. La sua artisticità risiede nella dimensione concettuale e simbolica: un campo dove dimostra grande fertilità e innovazione. Il fatto stesso che critici e filosofi ne discutano appassionatamente da decenni è prova che c’è sostanza intellettuale su cui dibattere. “L’arte non è ciò che si vede, ma ciò che fai vedere agli altri”, diceva Degas: l’arte contemporanea fa vedere idee e prospettive nuove, dunque è arte.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
05

L’arte contemporanea è senza pubblico: risulta incomprensibilità alla maggioranza

FAVOREVOLE

L’epoca contemporanea vede un divorzio tra arte e grande pubblico, considerato un sintomo eloquente della sua “non artisticità”. A differenza delle opere del passato, che parlavano (e parlano tuttora) a generazioni di persone, gran parte dell’arte d’oggi risulti oscura, elitaria o del tutto irrilevante per il pubblico comune. Il motto spesso citato è: “se la gente non la capisce e non la sente, allora non è vera arte”. I sostenitori di questa tesi elencano le molte reazioni di rifiuto che emergono quando installazioni concettuali vengono esposte in spazi pubblici o musei. Un caso emblematico è avvenuto al museo Museion di Bolzano nel 2015: l’installazione Where Shall We Go Dancing Tonight? delle artiste Goldschmied & Chiari – che simulava una stanza in disordine post-festa, con bottiglie vuote e coriandoli – venne completamente ripulita dalle addette alle pulizie, convinte si trattasse dei resti reali di un evento serale. L’episodio fece sorridere il mondo, ma fu letto dai critici dell’arte contemporanea come la prova che perfino osservatori non sprovveduti (il personale del museo) non riconoscono come arte certi allestimenti e anzi li scambiano per spazzatura. Il famoso critico Brian Sewell, penna tagliente del conservatorismo britannico, per anni ha definito la Tate Modern “il deposito dei rifiuti” e i lavori di artisti concettuali “ciarpame pretenzioso”, incarnando il pensiero di una larga fascia di pubblico tradizionalista. I dati dei sondaggi avvalorano questa distanza: come visto, quasi 3 americani su 4 si dichiarano poco o per nulla familiari con le correnti artistiche contemporanee, e solo minoranze apprezzano stili come l’astrattismo o il concettuale. Addirittura, il 65% degli intervistati crede di poter riprodurre facilmente un dipinto non-figurativo contemporaneo, segno di una percezione di banalità di tali opere. Queste cifre indicano che l’arte contemporanea ha fallito nel creare un legame emotivo e comunicativo con il pubblico generale. Mauro Covacich, pur difendendo l’arte attuale, riconosce nella sua introduzione che essa “si avviluppa in una contraddizione […] da un lato è sulla bocca di tutti, dall’altro non parla quasi a nessuno”. Questa affermazione viene enfatizzata dai critici per dire: un’arte che non parla – o parla solo a una cerchia ristretta di addetti ai lavori muniti di apposito gergo – non adempie alla funzione dell’arte. Tradizionalmente infatti l’arte, pur con diversi livelli di lettura, ha sempre comunicato qualcosa allo spettatore (fosse bellezza, emozione, messaggio politico). Se oggi davanti a un video concettuale la maggioranza degli osservatori rimane fredda o confusa, c’è chi ne deduce che tale oggetto non possegga quell’aura di universalità espressiva che contraddistingue l’arte. Si cita anche l’esempio delle istituzioni vuote: molti musei d’arte contemporanea, specie in Italia, faticano ad attrarre visitatori, se non per mostre di richiamo. Il MAXXI di Roma o il MADRE di Napoli hanno avuto negli anni numeri modesti rispetto ai musei di arte classica, fatto che i detrattori interpretano come “la gente vota con i piedi”, scegliendo di non fruire quell’arte che sente lontana. Un indice estremo di rifiuto popolare sono stati alcuni atti vandalici o gesti di protesta diretta. Nel 1999, ad esempio, due artisti russi (Alexander Brener e Oleg Kulik) inscenarono un’irruzione vandalica alla mostra “Interpol” di Stoccolma, distruggendo opere: affermarono di averlo fatto per “smantellare la falsa aura” attorno a quei lavori concettuali. Ancora, episodi come l’uomo che nel 2018 si è accanito contro la scultura di Cattelan America (un water d’oro funzionante, rubato poi nel 2019) vengono letti come segnali di “rigetto istintivo” da parte di cittadini che vedono in certe opere solo provocazioni vuote. In rete prolificano blog, video e meme di scherno: un esempio tipico è la foto di una stanza vuota di museo con la scritta “Arte contemporanea – se non capisci, sei ignorante”, a evidenziare l’accusa di snobismo verso un pubblico trattato come inadeguato se non apprezza queste opere. I favorevoli ribaltano questa accusa: se l’arte ha bisogno di troppe spiegazioni e il pubblico “non capisce”, la colpa non è del pubblico ma dell’opera stessa, giudicata inconsistente. Come afferma argutamente il critico Angelo Crespi, “se per spiegare un’opera servono più pagine di quante ne servano per descriverla, allora forse opera non è”. In definitiva, questa tesi asserisce che l’arte contemporanea, non riuscendo a comunicare né a coinvolgere spontaneamente la maggioranza delle persone, difetta della componente comunicativa fondamentale che rende qualcosa arte. Un’arte che non emoziona né viene riconosciuta come tale è arte solo di nome, non di fatto. E dunque chiamarla arte è improprio.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
06

L’arte contemporanea è lo specchio del nostro tempo

CONTRARIO

I difensori dell’arte contemporanea ribattono con forza all’accusa di “vuoto” e “nichilismo” sostenendo al contrario che moltissime opere odierne hanno contenuti e messaggi profondi, spesso legati a temi sociali, politici e umani. L’arte contemporanea – dicono – riflette le complessità del nostro tempo, talvolta in modo scomodo o brutale, fungendo da coscienza critica della società. Un argomento frequente è che definire l’arte contemporanea “priva di bellezza e significato” equivalga a non riconoscere i nuovi tipi di significato che essa veicola. Simon Critchley, filosofo, ammette che il “business model” dell’arte attuale può apparire orribile, “un sogno ansiogeno di superficialità glamour”, ma aggiunge: “nonostante ciò… voglio difendere l’arte contemporanea”, perché è il luogo dove oggi si articolano i significati culturali, nel bene e nel male. In altre parole, se l’arte è specchio del mondo, l’arte contemporanea sta mostrando le verità (anche sgradevoli) del nostro presente. Un esempio: le opere di Ai Weiwei, artista cinese, che con installazioni e performance denunciano violazioni dei diritti umani e crisi dei migranti. Quando Ai Weiwei rivestì la facciata di un museo con 14.000 zaini di bambini (per commemorare le vittime di un terremoto occultate dal governo), stava usando i mezzi dell’arte contemporanea (installazione ambientale) per un potentissimo messaggio civile. Anche Banksy, con la sua street art, affronta temi come consumismo, guerra, ipocrisia politica, e benché lo faccia tramite semplici stencil murali, pochi negherebbero che le sue immagini siano significative e di impatto sociale. Persino Maurizio Cattelan, spesso liquidato come provocatore giocoso, con la banana Comedian intendeva fare una satira sull’irrazionalità del mercato dell’arte (vendere qualcosa di deperibile e senza valore intrinseco a prezzo astronomico). Il fatto che quell’opera abbia suscitato un dibattito globale – e persino l’azione di uno studente che l’ha staccata e mangiata, trasformando l’evento in performance – dimostra che l’arte contemporanea è tutt’altro che irrilevante: tocca nervi scoperti della nostra epoca (in questo caso, l’assurdità della speculazione e il rapporto tra arte e consumo). Un altro caso esemplare è la serie di opere di Kara Walker, artista afroamericana, che con scenari di silhouette apparentemente ingenui raffigura l’eredità dello schiavismo e della violenza razziale. Un disegno di Kara Walker è stato acquistato da un grande collezionista (Eli Broad) che ne ha esultato definendola “un’artista davvero dotata”; perfino Morley Safer, pur critico verso tante opere, ha riconosciuto il valore di Walker. Questo indica che quando c’è contenuto forte, l’arte contemporanea sa farsi apprezzare anche dai dubbiosi. I difensori elencano quindi molte aree in cui l’arte odierna è impegnata e significativa: la denuncia ecologica (dalle installazioni con rifiuti di Pistoletto agli attivisti climatici di Ultima Generazione che usano l’arte per lanciare allarmi sul clima), la riflessione sull’identità di genere (si pensi alle opere di artiste femministe come Judy Chicago o alle performance sulla fluidità di genere di Ana Mendieta), la memoria storica (molte opere concettuali affrontano l’Olocausto, le guerre, come le Pietre d’Inciampo come memoriale diffuso). Certo, il linguaggio non è più quello del quadro ad olio, ma il fine comunicativo c’è ed è potente. Jonathan Jones offre una chiave di lettura interessante: quando i netturbini gettano via un’opera credendo sia spazzatura, “questa abitudine di scambiare l’arte per rifiuti dimostra la sua vitalità e novità indistruttibile”. Significa che l’arte continua a provocare reazioni e a non lasciare indifferenti – e “finché qualcuno la crede immondizia, vuol dire che sta ancora sfidando le convenzioni”. Questa “sfida” è per i difensori un valore intrinseco dell’arte: è sovversiva verso lo status quo. Se oggi l’arte colpisce meno la retina e più la mente, non per questo è meno efficace: anzi, nei suoi migliori esempi spinge la società a dibattere e a vedere realtà scomode. Un esempio attuale sono i collettivi artistici come Forensic Architecture, che usano tecniche artistiche e investigative per smascherare violazioni dei diritti (hanno ricostruito in 3D luoghi di torture in Siria per fornire prove). Siamo ai confini tra arte, attivismo e scienza forense, eppure queste opere sono state esposte in musei d’arte contemporanea, riconosciute per il loro valore estetico e civico insieme. Tutto ciò contraddice la narrazione che l’arte contemporanea sarebbe “niente da dire”. Mauro Covacich, nel suo tentativo di convincere gli scettici, insiste proprio che “forse oggi più che mai, l’arte ha qualcosa da dire”. Viviamo in un mondo complesso, spesso assurdo o crudele, e gli artisti contemporanei rispondono a modo loro, talvolta con ironia amara, talvolta con immagini forti, a volte con la bellezza negata per far riflettere su ciò che bello non è nel reale (guerre, disastri ambientali). In sintesi, si ribalta l’accusa di nichilismo: l’arte contemporanea non è affatto priva di significato, ma esprime nuovi significati in nuove forme. Può non essere “bella” nel senso tradizionale, perché il nostro tempo è anche brutto e contraddittorio, e l’arte ne è specchio veritiero. Come scrive Simon Critchley, molta arte attuale è consapevole di essere immersa nel “capitalismo da casinò”, ma tenta proprio per questo di “negoziare la propria cattura” e ritagliarsi uno spazio di critica. Finché esistono opere che denunciano ingiustizie, sensibilizzano su temi globali o anche semplicemente costringono il pubblico a reagire, i sostenitori vedono in ciò la prova che l’arte contemporanea svolge ancora la sua funzione sociale. Non sarà un’estetica consolatoria, ma è un’estetica (e un’etica) dell’urgenza, che scuote le coscienze. Dunque, lungi dall’“uccidere l’arte”, le pratiche contemporanee ne tengono vivo il ruolo di specchio critico della realtà.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
07

Il sistema dell’arte i avvicina al marketing e dipende solo dalla critica

FAVOREVOLE

Molti contrari inquadrano il fenomeno dell’arte contemporanea non tanto (o non solo) come un errore estetico, ma come un sistema autoreferenziale sorretto da precise logiche di potere, mercato e conformismo intellettuale. In quest’ottica, l’arte contemporanea “non è arte” perché è diventata qualcosa di radicalmente diverso: un network di interessi economici e di status, dove la qualifica di “arte” serve a legittimare investimenti e operazioni di mercato che poco hanno a che fare con la creatività genuina. Questa tesi è articolata approfonditamente nel saggio Mercanti d’aura (Il Mulino, 2006) di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano. Gli autori spiegano che oggi l’arte funziona come un “mercato simbolico” in cui ciò che viene scambiato (e costruito) è l’“aura”, cioè il riconoscimento di uno status artistico per un oggetto o un autore. Tale aura non dipende dal lavoro in sé, ma viene fabbricata attraverso un processo a più stadi: prime mostre in galleria, recensioni di critici influenti, partecipazione a biennali, acquisto da collezionisti facoltosi, incremento di valore in asta, ingresso nei musei. Ogni passaggio aumenta l’“aura” finché quell’artista entra nel canone contemporaneo. “L’arte contemporanea nasce da una consacrazione”, scrivono Dal Lago e Giordano: più che frutto di perizia artigianale, è prodotto di un contesto di convalida istituzionale. Un esempio concreto fornito nel libro: un dipinto astratto se attribuito a Mark Rothko può valere decine di milioni, ma uno visivamente identico creato da un perfetto sconosciuto (o da un animale addestrato, come è accaduto in alcuni test provocatori) non viene neppure considerato arte. Anzi, è noto l’esperimento per cui dipinti realizzati da uno scimpanzé furono presentati a critici che, ignari dell’autore, li giudicarono in alcuni casi più interessanti di opere di artisti umani affermati. Ciò dimostra che l’arte contemporanea è in buona parte costruzione narrativa: il nome, il curriculum e l’alone teorico contano più del manufatto. Non a caso, opere provocatorie come il celebre letto disfatto di Tracey Emin o lo squalo in formaldeide di Damien Hirst sono accompagnate da un intenso apparato di storytelling (la vita tormentata dell’artista, il concetto filosofico dietro l’opera) che ne giustifica lo status di arte e il prezzo. I critici contrari parlano senza mezzi termini di collusione: curatori, critici e galleristi avrebbero interesse a pompare il valore di certi artisti per ragioni di carriera o di profitto, e si sosterrebbero a vicenda in quello che lo storico dell’arte Donald Kuspit chiamò “il trionfo del marketing sull’arte”. Angelo Argento su “Artribune” denuncia che oggi la critica d’arte ha abdicato al suo ruolo di giudice terzo: “il critico non mette più alla prova l’opera, ma la difende a priori; costruisce narrazioni per giustificare qualunque gesto”. Questo genera un ecosistema chiuso, in cui qualsiasi operazione ottiene una veste di legittimità critica e nessuno dice mai “questo non è arte” all’interno del settore. Argento parla di “rinuncia strutturale alla funzione critica” e di “apologetica permanente” del mondo dell’arte. Ne consegue la sensazione che “vale tutto”: un mucchio di stracci per terra, un video di 5 ore di una persona che dorme, un barattolo di aria – tutto può essere esposto in un museo senza scandalo interno. Questo lassismo critico è intenzionale: si crea un alone di sacralità intoccabile attorno all’arte contemporanea per cui chi osa criticare viene marchiato da ignorante (il famoso “non lo capisci perché non hai gli strumenti”). Così facendo, però, si scoraggia il dibattito sincero e si allontana il pubblico. In parallelo, il sistema alimenta il lato economico: l’arte contemporanea è diventata un enorme mercato globale. Morley Safer notava già nel 2012 che “è una commodity globale, come il petrolio”, e in effetti l’esplosione delle fiere (Art Basel, Frieze, Biennali varie) e delle vendite milionarie in asta lo conferma. I contrari evidenziano il ruolo dei brand del lusso e finanza: grandi gallerie e collezionisti miliardari investono in arte contemporanea come asset e status symbol. Questo, secondo loro, distorce completamente i valori: un’opera acquista fama non perché amata dal pubblico, ma perché acquistata da un oligarca o appesa nel museo del magnate di turno. In pratica, l’arte contemporanea non è più (o non principalmente) un fatto artistico, ma un “gioco di società” per ricchi e intellettuali. Viene in mente la definizione coniata dal sociologo Nathalie Heinich: più che periodo storico, essa è un “genere istituzionale” – esiste in quanto la rete delle istituzioni decide di chiamarla arte e di trattarla come tale. Ma se togliamo questo supporto esterno, cosa resta? I critici rispondono: poco o nulla. Un orinatoio, una banana marcia, qualche neon acceso. Dunque, affermano: non è arte nel senso che il suo valore non risiede nelle opere stesse, ma nella fiction che vi è costruita attorno. Per corroborare questa tesi citano spesso l’aneddoto del “Re del Belgio nudo”: nel 1920 alcuni dadaisti esposero a Bruxelles un dipinto monocromo intitolato “L’origine della guerra”, spacciandolo come opera di un fantomatico pittore, in realtà un impostore. La beffa fu scoperta e generò scandalo, mostrando come certi ambienti accademici potessero accettare qualunque cosa come arte se suggerito dall’autorità. I critici verso l’arte vedono nella scena odierna qualcosa di analogo su scala maggiore. Dunque, “l’arte contemporanea non è arte” perché è fondamentalmente un fenomeno di costruzione sociale e mercantile: un sistema chiuso dove l’apparenza di arte è mantenuta da chi ci guadagna, mentre i contenuti artistici – nel senso tradizionale di bellezza, ma anche di ispirazione sincera – sono marginali o assenti.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
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L’arte contemporanea offre nuove forme di bellezza ed esperienza

CONTRARIO

Un altro argomento dei favorevoli riguarda la dimensione estetica ed esperienziale dell’arte contemporanea, che pur divergendo dai canoni classici, offre al pubblico nuove forme di coinvolgimento sensoriale ed emotivo. Si contesta quindi l’idea che l’arte odierna “non dia nulla allo spettatore”: semplicemente, ciò che dà può essere diverso dalla bellezza formale tradizionale. Invece di un quadro da ammirare a distanza, spesso l’arte contemporanea propone installazioni immersive, interattive, performance dal vivo che coinvolgono fisicamente e psicologicamente il pubblico. Molti esempi dimostrano questo approccio. Le grandi installazioni di Olafur Eliasson, ad esempio, (dal sole artificiale in nebbia di The Weather Project alla stanza di specchi e acqua Beauty) generano meraviglia e stupore nei visitatori, che vi fanno la fila come un tempo per vedere la Gioconda. Il critico Adrian Searle ricorda un’installazione di Eliasson al Museo Boijmans: una sala allagata dove luci e riflessi creavano onde sui muri. “L’effetto era magico… come il piacere di guardare il mare”, tanto che non si riusciva a staccarsene. Questa è senza dubbio un’esperienza estetica intensa: il fatto che sia diversa (plurisensoriale, ambientale) non la rende meno reale. Un visitatore può restare affascinato da una scultura luminosa interattiva di Yayoi Kusama o dalle architetture di carta di Zimoun – trovandovi magari bellezza nel senso di armonia percettiva, anche se non è la bellezza di un quadro di Raffaello. L’arte contemporanea spesso cerca “il sublime tecnologico” o “la bellezza concettuale”: estetiche nuove, come la sterilità inquietante delle stanze bianche di James Turrell, che offrono un incontro quasi mistico con la luce pura. Anche la partecipazione diretta diventa fonte di emozione: nella celebre performance The Artist Is Present (2010) di Marina Abramović, centinaia di visitatori si sono seduti di fronte all’artista in silenzio uno alla volta, molti scoppiando in lacrime durante quell’incontro di sguardi. Un’emozione nuda e potente, impossibile da sperimentare davanti a un quadro tradizionale. Ciò dimostra che l’arte contemporanea può creare connessioni umane profonde in modi inediti. Un altro esempio: le opere partecipative di Rirkrit Tiravanija, che in galleria cucina pad thai e lo serve ai visitatori, trasformando l’arte in esperienza conviviale. Alcuni potranno chiedersi dov’è l’arte in un piatto di noodles, ma per chi lo vive quell’evento può significare riflessione sulla comunità, sul tempo condiviso: sensazioni ed emozioni suscitate dall’artista attraverso un mezzo non convenzionale. I sostenitori citano la teoria della “Relational Aesthetics” di Bourriaud: l’arte come creazione di relazioni nello spazio sociale. Questa è una dimensione estetica specifica dell’arte contemporanea che arricchisce l’esperienza umana anziché impoverirla. Anche sul fronte della bellezza visuale, non mancano nel contemporaneo esempi di eleganza e fascino estetico: le immense sculture di luce di Mona Hatoum, le geometrie minimaliste di Agnes Martin, le installazioni di fiori e piante di Rebecca Louise Law – tutte opere che suscitano meraviglia sensoriale. “la bellezza non è scomparsa, si è trasformata”. Può essere la bellezza concettuale di un gesto poetico: come Cristóbal Gabarrón che ha fatto dipingere la Terra da bambini di 100 paesi diversi per un progetto ONU – un atto simbolico di bellezza collettiva. O la bellezza dell’inaspettato: come entrare in un museo e trovarsi di fronte un’enorme nuvola di vapore (installazione di Fujiko Nakaya). In tutte queste forme l’arte continua a arricchire la vita e a dare occasioni di contemplazione, stupore, divertimento, commozione. Jonathan Jones nota che, benché ormai i musei d’arte moderna siano istituzioni rispettabili, c’è ancora del “pericolo” latente: “se i custodi buttano via un’opera credendola rifiuto, significa che quell’arte ha mantenuto la sua radicalità”. Questo pericolo è qualcosa che attira anche: chi visita una mostra di arte contemporanea spesso lo fa con curiosità, non con la mera aspettativa di vedere qualcosa di già noto. In parallelo, i musei d’arte contemporanea sono oggi tra i più visitati al mondo (il MoMA, il Centre Pompidou, la Tate Modern). Tate Modern, aperto nel 2000, ha superato i suoi obiettivi di pubblico doppiandoli: 4,7 milioni nel primo anno, e fino a 6 milioni negli anni successivi. Ciò non accadrebbe se la gente “non provasse nulla” in quelle sale. Dunque, nonostante alcuni non la comprendano, esiste una viva connessione emotiva tra arte contemporanea e società: basti vedere le file per le mostre di artisti come Banksy o Kusama, che generano entusiasmo popolare. Non è vero che “al pubblico non piace”: forse a una parte del pubblico no, ma un’altra parte – specie le generazioni più giovani – trova in queste forme espressive la propria modalità di catarsi o di sogno. Inoltre, va menzionato come l’arte contemporanea spesso coinvolga lo spettatore come attore: dalle opere interattive digitali (come teamLab) dove il pubblico toccando schermi crea immagini artistiche, alle performance partecipative in cui si lascia traccia (si pensi a Yoko Ono che faceva salire i visitatori sul palco a tagliare pezzi del suo vestito in Cut Piece). Questa partecipazione diretta offre un tipo di esperienza estetica nuovo e più attivo, che molti trovano significativo. È l’arte “democratica”, in un certo senso, dove tutti possono contribuire. Per i difensori, questa è una conquista e non una perdita: l’arte si è aperta, non chiusa. Dunque, l’arte contemporanea produce bellezza ed emozione, solo che spesso non sono quelle canoniche. Chi la definisce “brutta” forse cerca la bellezza classica dove l’artista di oggi volutamente la nega, ma magari trova un’altra bellezza concettuale. Chi dice che “non dà nulla” forse non ha partecipato attivamente o non si è posto in ascolto. Le innumerevoli testimonianze di visitatori commossi, affascinati, divertiti da mostre contemporanee sono la prova che quell’arte funziona. E se anche a volte l’emozione è di sconcerto o di sfida intellettuale, anche quello è un risultato artistico: far reagire è da sempre uno scopo dell’arte. Dal Guernica di Picasso che turbava per la sua angoscia, all’Urlo di Munch che inquietava, fino a installazioni come Sunflower Seeds di Ai Weiwei (100 milioni di semi di porcellana, con cui il pubblico poteva interagire) che stupiscono, l’arte ha molte facce.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

 
09

L’arte contemporanea è vitale e rilevante

CONTRARIO

I sostenitori affermano che l’arte contemporanea sia oggi centrale nella cultura globale, contraddicendo l’idea che si tratti di qualcosa di artificioso tenuto in vita solo dal mercato. Al contrario, la sua presenza capillare e la quantità di dibattito che genera sono segnali di vitalità autentica. Se ne parlasse solo un’élite, l’arte contemporanea non sarebbe ovunque nei media e nelle istituzioni come invece è. Un elemento importante è la risposta alla critica secondo cui “il sistema dell’arte è una bolla di mercato e marketing”. I sostenitori ammettono che l’arte contemporanea sia anche un mercato (come lo era peraltro l’arte in passato: i pittori fiamminghi lavoravano su commissione per mercanti, i maestri rinascimentali per mecenati facoltosi). Ma enfatizzano che ridurla solo a questo è inesatto: esiste un ampio coinvolgimento pubblico e istituzionale al di là del denaro. Il fatto che città in tutto il mondo investano in musei di arte contemporanea, che organizzazioni internazionali la utilizzino per campagne sociali, che milioni di persone visitino le biennali, indica che è percepita come culturalmente rilevante. Ad esempio, quando la Fondazione Guggenheim ha aperto un museo contemporaneo a Bilbao nel 1997, quell’operazione ha rigenerato l’economia locale (“effetto Bilbao”). Se fosse stata solo una bolla per ricchi, la gente non avrebbe affollato quel museo fino a farlo diventare motore turistico. Morley Safer, pur critico, nel suo speciale del 2012 notava con stupore che “l’arte sfrigola mentre la Borsa frizza”, evidenziando come durante crisi economiche il mercato dell’arte restasse forte. Da un lato ciò può sembrare speculativo, dall’altro mostra che l’arte è considerata un bene di valore (culturale ed economico) persino in tempi difficili. Inoltre, replicano che “la presenza del mercato non annulla il valore artistico”: Caravaggio aveva committenze, ma i suoi quadri restano arte; analogamente, se Jeff Koons vende a cifre folli, ciò non implica che le sue opere siano prive di contenuto artistico – semmai riflette l’interesse che suscitano (Koons gioca sul kitsch e sul concetto di valore, e il fatto che i suoi balloon-dog si vendano per milioni è quasi parte integrante del suo discorso sull’arte come merce). Paradossalmente, i sostenitori capovolgono un punto: proprio la critica populista che “gli artisti di oggi fanno qualsiasi cosa e chiamano arte” indica la potenza democratizzante dell’arte contemporanea. Se qualsiasi cosa può diventare arte, significa che l’arte ha travalicato i confini delle accademie ed è entrata nella vita quotidiana. Oggi concetti artistici si trovano nel design, nella pubblicità, nei social media (basti pensare alle installazioni diventate sfondi per milioni di selfie). L’arte contemporanea ha contaminato la cultura pop ed è seguita da un pubblico giovane vasto su Instagram e TikTok: le Infinity Rooms di Yayoi Kusama o le zucche giganti colorate sono diventate icone virali. Questo testimonia che c’è una connessione genuina con la gente, benché in forme nuove e talvolta superficiali (il fenomeno del “instagrammabile”). Ma anche questo fa parte dell’arte: i surrealisti vendevano cartoline delle loro performance scioccanti, oggi si condividono foto di installazioni. La cultura visiva contemporanea è in gran parte plasmata dall’arte attuale. I sostenitori sottolineano che ogni anno centinaia di migliaia di persone visitano fiere come Art Basel o Frieze, non solo ricchi compratori ma anche studenti, turisti, curiosi. Il mondo dell’arte contemporanea è diventato un ecosistema sociale: eventi, conferenze, premi, festival, talk show dedicati (si pensi al successo di programmi TV come “Work of Art” in USA, un reality sulla creazione artistica). Questo contraddice l’idea di un “cadavere tenuto in piedi artificialmente”. Un cadavere non susciterebbe tanto fermento. Nathaniel Rakich su “FiveThirtyEight” fa notare che se è vero che molti non apprezzano l’arte moderna, è anche vero che un 70% circa degli americani comunque la gradisce o la accetta in qualche misura. E oltre l’80% considera l’arte e la cultura qualcosa che migliora la qualità della vita nella comunità. Insomma, la percezione generale non è di irrilevanza. Un altro segnale di rilevanza è quanto l’arte contemporanea penetri nel dibattito pubblico e politico. Quando un’installazione tocca temi sensibili, scoppiano polemiche sui giornali, interrogazioni parlamentari ecc. Ad esempio, la mostra di Miriam Cahn a Parigi nel 2023 (un dipinto crudo su stupro di guerra) ha causato accuse politiche di “woke” e defezioni di sponsor, tanto che oltre 2.000 artisti hanno firmato una lettera aperta a difesa del museo Palais de Tokyo. Questo dimostra che l’arte contemporanea non lascia indifferenti ed è ritenuta abbastanza influente da dover essere attaccata o difesa in sede pubblica. Se davvero fosse priva di senso, nessuno se ne curerebbe. Al contrario, è al centro delle culture wars odierne, come un tempo lo furono romanzi o film controversi. Ciò è un chiaro indicatore di vitalità culturale: l’arte contemporanea fa discutere la società sui suoi valori, esattamente come l’arte ha sempre fatto (si pensi all’Olympia di Manet nel 1865 che suscitò scandalo morale, oggi paragonabile alle proteste contro opere ritenute offensive). Anche la “collusione col mercato” viene reinterpretata non solo in chiave negativa: l’ascesa di prezzi e investimenti indica che “mai come ora c’è domanda di arte”. La ricchezza mondiale cerca rifugio nell’arte perché la considera un bene prezioso, e sebbene ciò porti a eccessi, è un segnale che l’arte viene presa sul serio, non snobbata. Inoltre, i proventi milionari spesso finanziano musei e fondazioni che poi educano il pubblico: c’è un circolo virtuoso potenziale. I difensori riconoscono i difetti (l’eccessiva spettacolarizzazione, la dipendenza da sponsor), ma sostengono che questi non definiscono l’essenza dell’arte contemporanea. L’essenza è che “il bisogno di arte nella società persiste”, e l’arte contemporanea risponde a quel bisogno con i mezzi di oggi. Mauro Covacich afferma di “continuare a credere nell’arte” e di voler convincere i dubbiosi perché intravede che dietro la facciata a volte mondana c’è ancora qualcosa di autentico che merita essere colto. Il fatto che quell’autenticità non risieda più sempre nell’abilità tecnica o nella bellezza formale non la rende meno reale: può essere nell’idea sincera, nell’emozione provocata, nella discussione innescata. Tutti risultati degni dell’arte. E finché questi risultati ci sono, l’arte contemporanea è arte a pieno titolo.

Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026

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