Esiste il rischio di una sproporzione tra visibilità politica della riforma e trasformazione concreta delle condizioni in cui la violenza nasce, si aggrava e viene intercettata. Qui la critica non consiste nel dire che il reato non debba esistere in assoluto, ma nel sostenere che la centralità simbolica attribuita alla nuova fattispecie può oscurare ciò che le fonti statistiche e i monitoraggi internazionali individuano come priorità: continuità dei finanziamenti, standard verificabili dei centri, formazione specialistica, interoperabilità dei dati, capacità di valutazione del rischio, protezione nelle fasi di separazione e fuoriuscita dalla relazione violenta. “D.i.Re” lo formula in termini espliciti: il femminicidio non può essere eradicato “dal codice” se non cambia la realtà che lo produce; ActionAid, da un altro versante, sottolinea che senza dati completi il sistema non è in grado neppure di capire dove fallisce. Il rapporto GREVIO, gruppo di esperte sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, del 2025 conferisce peso istituzionale a questa critica. Pur apprezzando l’espansione del quadro normativo italiano, il documento insiste sulla necessità di dare ai centri antiviolenza e ai rifugi fondi sufficienti e sostenibili, di verificare il rispetto di standard qualitativi fondati sull’expertise specifica e di migliorare il monitoraggio delle obbligazioni di raccolta dati tra forze di polizia, procure e giudici. Se si legge il rapporto GREVIO insieme ai dati Istat, il quadro che emerge è chiaro: la violenza resta diffusa, una parte consistente non viene denunciata, il percorso di uscita è ancora fragile e le reti territoriali non sono omogenee. In questo quadro, il reato autonomo può anche esistere, ma non può essere il dispositivo decisivo. Sul piano del discorso pubblico, quando il confronto politico si concentra soprattutto sull’esistenza stessa del reato autonomo, il rischio è semplificare la questione in favorevoli e contrari alla parola “femminicidio”, lasciando sullo sfondo i temi meno visibili ma più operativi. L’articolo di “la Repubblica” del 25 giugno 2026 è significativo proprio perché distingue la critica tecnica delle penaliste dalla polemica politica generale: si può ritenere il reato poco utile senza per questo negare la specificità del femminicidio o minimizzare la violenza maschile contro le donne. Questa distinzione va preservata. L’ affermazione “la legge sul femminicidio è inutile” esprime, nella sua versione più argomentata, un giudizio di sproporzione: troppo investimento simbolico sulla soglia finale del sistema penale, troppo poco sulla prevenzione primaria, sulla protezione tempestiva e sull’infrastruttura di conoscenza e cura. Da questo punto di vista, la legge non è criticata perché sbaglia bersaglio morale, ma perché rischia di colpire solo l’ultimo fotogramma, lasciando in piedi quasi tutto il film che lo precede.
Madeleine Maresca, 3 luglio 2026