Un’altra linea di critica fondamentale è che la retorica pro-ICE del “colpire i delinquenti” sia smentita dalla realtà: in verità l’agenzia cattura e deporta in maggioranza gente pacifica, senza reati e spesso con profonde radici familiari e lavorative negli USA. Questo ha conseguenze umane devastanti: famiglie spezzate, bambini traumatizzati, comunità intere che vivono nell’ansia e nel lutto sociale. Le statistiche indipendenti sono preoccupanti. Il Cato Institute –un think tank libertario – ha analizzato i dati delle detenzioni ICE dopo l’avvento di Trump nel 2025: su oltre 204mila persone finite in custodia nei primi 8 mesi, 93% non aveva alcuna condanna per reati violenti; e addirittura 65% non aveva nessuna condanna penale. La maggior parte di quelli con qualche precedente, aggiunge “NBC San Diego” riportando il dato, aveva trasgressioni minori come infrazioni stradali o ingressi illegali ripetuti. Quindi i “criminali incalliti” rappresentano forse un decimo del totale detenuti. Anche la Berkeley Deportation Data Project conferma il trend: nei primi nove mesi del mandato Trump-2, circa 2/3 degli arrestati dall’ICE erano incensurati. Ciò non sorprende, poiché con l’eliminazione delle priorità di enforcement l’ICE è tornata a rastrellare indiscriminatamente. Le cosiddette “collateral arrests” (arresti collaterali di persone non specificamente ricercate) sono esplose: l’ICE entra in un’abitazione per un ricercato, e se vi trova altri immigrati senza status li arresta comunque. Secondo i dati Cato, a inizio 2025 l’ICE arrestava in media 32 immigrati senza precedenti al giorno; a metà 2025 il ritmo era salito a oltre 450 al giorno. Un aumento astronomico (+1300%) che indica come la “rete a strascico” dell’ICE stia intrappolando migliaia di persone che non rappresentano alcun pericolo pubblico. Questo ha un impatto sociale allarmante. Molte delle persone prese di mira sono lavoratori, genitori, membri integrati della comunità. Non sono “fantasmi”: spesso hanno figli nati negli USA, case, chiese di appartenenza, contributi economici tangibili all’economia locale. Quando l’ICE li porta via, lascia famiglie distrutte. Un esempio commovente è quello di Genaro Carreto a San Diego: immigrato da lungo tempo, incensurato, stava portando a scuola i figli quando agenti ICE in borghese l’hanno fermato per strada. Lo hanno trascinato fuori dall’auto davanti agli occhi terrorizzati dei bambini e l’hanno detenuto; non gli hanno mai spiegato quale crimine avrebbe commesso, perché in realtà non ce n’era nessuno. La figlia di 10 anni, Sarita, ha poi scritto un discorso a scuola: “Migliaia di persone senza documenti vengono separate dalle famiglie ogni singolo giorno… Dicono: beh, sono criminali. Ma se fosse solo per criminali, allora perché li vanno a cercare mentre lavorano sotto il sole cocente?”. Nelle parole semplici di una bambina c’è la denuncia dell’ipocrisia: i papà che raccolgono fragole o fanno i muratori, e che poi spariscono deportati, non erano certo “pericolosi criminali”. Sarita conclude con una domanda angosciante: “Come posso concentrarmi a scuola sapendo che da un momento all’altro potrebbero deportare i miei genitori e la mia famiglia?”. Questo testimonia il clima di paura costante in cui vivono i bambini nelle famiglie migranti: la paura che mamma o papà la mattina non tornino più. Psicologi infantili e pediatri hanno ampiamente documentato il trauma che ciò genera: disturbi d’ansia, depressione, problemi di rendimento scolastico e un senso profondo di insicurezza esistenziale. Il capitolo più buio riguarda le separazioni familiari forzate. Già nel 2018 la politica Zero Tolerance suscitò orrore: quasi 3.000 bimbi strappati ai genitori al confine, alcuni neonati o piccolissimi, portati in istituti migliaia di km lontano. Le immagini di gabbie piene di bambini in lacrime fecero il giro del mondo e costrinsero Trump a frenare. Ma ora organizzazioni come KIND denunciano una “Family Separation 2.0” in corso all’interno del Paese. L’ICE sta arrestando genitori presso tribunali, case e luoghi pubblici, lasciando minori soli. Molti di questi bambini finiscono in custodia ai servizi sociali, piangendo disperatamente il genitore detenuto o espulso. KIND riferisce casi di famiglie con bambini cittadini USA separate in loco: ad esempio, agenti ICE eseguono un controllo “di benessere” a casa di un minore non accompagnato (rilasciato a parenti), e poi arrestano gli zii/tutori senza status, portando il minore in un centro lontano. Questa pratica viene definita “incubo” e “nuova forma di separazione” da KIND, che avverte: “questi controlli spesso finiscono per lasciare i bambini più vulnerabili al traffico e allo sfruttamento, non meno”. Durante gli anni di Biden tali situazioni erano pressoché scomparse (il governo aveva evitato di tenere in detenzione famiglie con minori dal 2021); ora stanno ricomparendo, segno di un approccio draconiano che non risparmia neanche i più deboli. I critici sottolineano anche che l’ICE non risparmia nemmeno persone con legami di lunga data e condotta impeccabile. Sono tantissimi i casi di espulsione di immigrati che vivevano in USA da decenni, arrivati magari da bambini e mai regolarizzati per motivi burocratici. Queste persone spesso hanno figli e nipoti cittadini, parlano meglio l’inglese dello spagnolo o altre lingue d’origine, e tuttavia vengono deportate in paesi che a malapena ricordano. Ogni volta la lacerazione familiare è enorme. “Migliaia ogni giorno”, diceva Sarita – forse un’iperbole infantile, ma non lontana dalla verità: nel 2025 l’ICE ha effettuato oltre 670.000 rimpatri, dunque mediamente quasi 2.000 al giorno. Per ogni genitore espulso, c’è un figlio che resta indietro (talora affidato a parenti o ai servizi). Il fenomeno dei “orfani dell’ICE” è ampio ma poco quantificato: la Corte Suprema, nel caso Pereira v. Sessions, riconobbe che le espulsioni di massa avrebbero potuto creare decine di migliaia di orfani cittadini. E così sta avvenendo. Un altro gruppo colpito ingiustamente sono i cittadini statunitensi di origini straniere. Può sembrare assurdo, ma decine di americani doc sono stati scambiati per immigrati illegali e incarcerati dall’ICE. I critici citano la stima di Third Way: nel 2025 oltre 170 cittadini USA sono stati erroneamente arrestati o detenuti dagli agenti federali. Ci sono storie surreali: Leonardo Venegas, cittadino originario di Porto Rico, fu arrestato due volte in un mese dall’ICE in Alabama, perché gli agenti rifiutavano di credere ai suoi documenti (consideravano falsa perfino la sua patente Real ID). Solo dopo ore e un intervento legale venne rilasciato. Un altro americano, Brian Retes, fu fermato a Washington: i vicini che protestavano per l’arresto vennero saturati di gas lacrimogeni, l’uomo venne malmenato e lasciato ammanettato sotto la pioggia per 4 ore, prima che l’ICE si accorgesse che era cittadino e lo liberasse. Questi casi indicano un modus operandi indiscriminato: l’ICE talvolta colpisce “chiunque sembri immigrato”, profilando per aspetto o nome. Non sorprende quindi l’impressione di Sergio Siderman (avvocato a Los Angeles): “Non stanno inseguendo criminali: chiaramente stanno colpendo persone per via del colore della pelle”. Se a ciò si aggiunge la pressione sui numeri (3.000 arresti al giorno da raggiungere a tutti i costi), appare inevitabile che l’ICE peschi nel mucchio e arrivi a prendere anche innocenti e cittadini pur di fare volume. I critici sostengono allora che l’ICE, lungi dal proteggere la società, la danneggia disgregandola. Le sue azioni recidono legami familiari, impoveriscono comunità di lavoratori onesti e generano sfiducia generalizzata nelle istituzioni. Un pastore del Wisconsin, vedendo i 24 arresti ICE nella sua contea, ha detto: “Vogliono dipingerli tutti automaticamente come criminali… Sembra propaganda”. Ha poi sottolineato come la mancanza di trasparenza (non sapere nemmeno dove sono detenute le persone) nega il giusto processo e la possibilità di difendersi. Dal suo punto di vista, se anche qualcuno tra gli arrestati avesse commesso reati gravi, “deve passare per il sistema giudiziario” – ma con l’ICE ciò non avviene, perché spesso queste persone vengono espulse senza processo per i presunti crimini (vengono punite con la deportazione in quanto irregolari, e così sfuggono pure le accuse penali). Ciò frustra pure le vittime dei loro reati, oltre che i diritti degli imputati. Quello che resta alla comunità locale è solo un grande vuoto: come ha notato un agricoltore di Manitowoc, “concentrano gli sforzi proprio dove l’economia dipende dagli immigrati”. Molti allevatori si sono trovati improvvisamente senza lavoratori per accudire migliaia di mucche, perché l’ICE glieli ha portati via di colpo. “Chi raccoglierà fragole e cocomeri? Chi ricostruirà le case dopo gli incendi?” – chiede retoricamente Siderman, segnalando l’effetto boomerang economico della deportazione di massa. Nella sua regione (California) l’agricoltura e l’edilizia sono sorrette in larga parte da manodopera immigrata non autorizzata; colpendola scriteriatamente, si rischia il collasso di settori interi e la perdita di miliardi. Alla base della critica c’è la convinzione che l’ICE non faccia vere distinzioni: nel mucchio, punisce chi meriterebbe integrazione o almeno indulgenza. “Felons, not families” (criminali, non famiglie) era il motto di Obama per l’ICE. L’ICE di Trump sembra il contrario: colpisce “Families, not (just) felons”. Questo è eticamente inaccettabile, affermano i detrattori, perché punisce in modo collettivo e cieco. L’enforcement sull’immigrazione è di natura amministrativa, non penale – la Corte Suprema ha ribadito che l’espulsione non è formalmente una punizione penale. Eppure, l’effetto è simile o peggiore al penale, vista la sofferenza inflitta a innocenti (figli separati, coniugi rimasti soli ecc.). Un paragone spesso evocato è con le retate dell’era “Operazione Wetback” negli anni ’50, quando migliaia di latinos furono rispediti in Messico senza tante cerimonie, causando tragedie umane. Nel 2025 l’ICE appare come la reincarnazione di quell’orrore storico – o peggio, dicono alcuni, perché dispone di tecnologie di sorveglianza di cui la Gestapo sarebbe stata gelosa: riconoscimento facciale, data mining, collaborazione di datori di lavoro obbligati a segnalare gli undocumented tramite il sistema E-Verify ecc. I critici sostengono che l’efficacia dichiarata è in realtà bassa: cacciare migliaia di lavoratori incensurati non rende l’America più sicura, semmai più povera e divisa. Nel frattempo, sostengono, l’ICE ha speso risorse enormi a inseguire persone che non hanno mai fatto del male, mentre i veri criminali – magari i trafficanti che sfruttano proprio queste persone – rimangono spesso a piede libero. In più, l’ICE crea criminalizzazione dove non c’era: un immigrato che viveva onestamente, dopo un raid può trovarsi accusato di resistenza all’arresto o fuga solo per aver avuto paura. Un dettaglio dal caso Wisconsin: dei 24 arrestati, l’FBI inizialmente li ha dipinti tutti come coinvolti in tratta di minori; in realtà, al momento, nessuno è formalmente incriminato per quei reati nello stato. Il DHS ha poi ammesso che solo 6 su 24 avevano precedenti penali gravi (uno per abusi su minori, gli altri per reati minori come DUI e condotta disordinata), mentre gli altri erano semplicemente lavoratori senza documenti. Eppure, nella narrazione ufficiale diventano “illegal aliens”. Il punto è che l’ICE, espellendo in massa senza processo penale, “monetizza” la paura del crimine ma in realtà spesso non consegna alla giustizia i veri colpevoli. Ad esempio, i 9 arrestati sospettati di crimini sessuali sui minori in Wisconsin non risultano incriminati localmente – forse sono già stati espulsi e quindi di fatto impuniti per quelle accuse, se erano reali. Dunque, l’operazione ICE ha punito severamente 24 famiglie immigrate ma non necessariamente i responsabili di abusi (che avrebbero dovuto affrontare un processo e pena detentiva negli USA). Ciò contraddice la premessa che l’ICE “toglie i criminali dalle strade”: spesso li toglie solo geograficamente, rimandandoli altrove, e in compenso toglie anche persone oneste dalle loro famiglie. L’ICE, dunque, viola il principio di proporzionalità e commette ingiustizie: tratta migranti pacifici alla stregua di delinquenti, causando un dolore immenso non solo a loro ma a cittadini (figli, coniugi) che nulla hanno fatto. L’agenzia appare come un “deportation machine” senz’anima, più interessata ai numeri che alla giustizia. Ogni civiltà, affermano i critici, si misura da come tratta i vulnerabili: l’ICE sta facendo fare agli Stati Uniti una figura barbara. Le immagini dei bimbi piangenti, delle mogli che implorano con in mano il certificato di matrimonio e la fedina penale pulita del marito mentre questo viene portato via, il cane lasciato da solo nel cortile di casa dopo che i padroni sono stati presi – tutto ciò, per i detrattori, disonora i valori americani. “Questo è irreale – dov’è il rispetto dei diritti?”, ha protestato Amy Fischer di Amnesty parlando delle condizioni nei centri ICE. “Chi ha colore di pelle diverso ora ha paura anche solo ad andare al supermercato”, riferiscono attivisti. Infine, abolizionisti come Ilhan Omar sottolineano un concetto: l’ICE come istituzione ha talmente interiorizzato la caccia all’immigrato da essere “irriformabile” e “corrotta oltre ogni riparazione”. Pensano che solo eliminandola e ricostruendo da zero un’entità di enforcement più limitata e regolata si potrà sanare il danno fatto a famiglie e comunità. Come ha detto l’ex candidato Abdul El-Sayed: “Trump sta cercando di creare una fonte autonoma di potere interno che risponde solo a lui. Ormai l’ICE è marcia oltre ogni speranza”. Questa visione estrema (smantellare l’ICE) nasce proprio dalla convinzione che l’agenzia non persegua più i veri criminali, ma la criminalizzazione di un intero gruppo etnico (latino, o più in generale immigrato). E ciò, in una società multietnica, secondo i critici, è intollerabile.
Madeleine Maresca, 6 febbraio 2026