Molti critici affermano che il ban under-16 australiano rappresenta una risposta semplicistica e miope a un problema complesso. Sostengono che invece di affrontare le cause profonde e implementare soluzioni strutturali, il governo ha scelto la scorciatoia del divieto, che suona bene politicamente ma “colpisce il bersaglio sbagliato”. Matteo Lancini ha sintetizzato questa idea dicendo: “Il divieto è sanità pubblica, non è educazione… se ci fermiamo lì, sbagliamo bersaglio”, perché rischia di attaccare il sintomo (l’app) senza curare il malessere sottostante. Secondo questo punto di vista, dunque, i problemi legati all’uso minorile dei social (dipendenza, cyberbullismo, esposizione a contenuti nocivi) non si risolveranno con un semplice ban, ma richiedono politiche molto più articolate: educazione digitale nelle scuole e in famiglia, supporto psicologico, regolamentazione “evidence-based” delle piattaforme (ad esempio, obblighi sul design non manipolativo, moderazione più efficace dei contenuti tossici, limiti mirati alle funzionalità più pericolose). Save the Children Australia, pur riconoscendo le buone intenzioni del governo, ha sostenuto apertamente che occorre “inseguire risposte che affrontino le cause profonde del danno” invece di “escludere i giovani dagli spazi digitali”. Nel loro comunicato, chiedono di puntare l’attenzione sul chiamare le aziende a rendere le piattaforme intrinsecamente più sicure e di collaborare con esperti e ragazzi stessi per trovare soluzioni sostenibili. Ad esempio, un’alternativa proposta era il progetto annunciato di un Digital Duty of Care Bill, cioè una legge che impone standard di sicurezza e obblighi alle piattaforme senza vietarle ai minori. Molti esperti concordano: “Non serve buttare fuori i ragazzi, serve costringere i social a fare di meglio”. Un altro pilastro di una strategia seria dovrebbe essere l’educazione mediatica (media literacy). Invece di impedire ai giovani di usare i social fino a un certo punto e poi lasciarli entrare all’improvviso senza preparazione, sarebbe preferibile insegnare gradualmente un uso responsabile e consapevole, costruendo resilienza e senso critico. “Il punto non è togliere un’App dal telefono ma chiedersi perché milioni di adolescenti si rifugiano lì dentro”, scrive Lancini, evidenziando che i ragazzi scappano “da famiglie iperconnesse ma poco presenti, da adulti sempre occupati che non li ascoltano, da scuole dove si misura tutto tranne la solitudine”. In questa prospettiva, la soluzione non è semplicemente togliere loro i social – che sono un rifugio (seppur fragile) – ma ricostruire relazioni affettive ed educative solide nel mondo reale. Se non si fa questo, “cambierà solo il luogo della fuga… finché non guardiamo al dolore preesistente allo schermo, discutiamo di contenitori non di contenuti”. In sintesi, i critici sostengono che il ban è un “silver bullet” illusorio: un colpo solo pensato per risolvere tutto, ma destinato a fallire perché non affronta la complessità. Servirebbe invece un insieme di misure: campagne educative per genitori e figli, investimenti nel supporto psicologico scolastico, linee di aiuto per vittime di cyberbullismo, maggiore responsabilizzazione degli adulti (genitori) nel dare regole e soprattutto nell’essere presenti nella vita dei figli. Su quest’ultimo punto, Lancini e altri sottolineano che spesso i genitori hanno delegato troppo alla tecnologia e ora sperano che la legge aggiusti magicamente la situazione: “il divieto diventa una scusa per non guardarci allo specchio… ci illudiamo che siano stati gli algoritmi a rovinare i nostri figli, dimenticando che siamo stati noi a mettere un dispositivo in mano a un 10enne e lasciarlo solo online”. Molti educatori temono che la legge faccia passare il messaggio sbagliato: “problema risolto, colpa solo delle piattaforme, missione compiuta”, distogliendo attenzione dalla necessità di colmare il gap educativo. Dal punto di vista normativo, la critica è che la legge australiana è troppo radicale e poco mirata: avrebbe avuto più senso un approccio modulare, ad esempio limitando l’uso in certi orari (come fanno alcune giurisdizioni: in Utah i minori non possono usare social di notte senza consenso parentale) o vietando caratteristiche specifiche (come algoritmi di contenuti infiniti per minori, sistemi di messaggistica anonima ecc.), piuttosto che un ban assoluto. “Nessuno pensa che regole ideate per mettere fine alle false recensioni online funzioneranno” – analogamente, molti commentatori su “Wired” (sezione Diritti) suggeriscono che normative più mirate sarebbero state preferibili all’approccio con l’accetta. In UE, per esempio, il dibattito si concentra su modifiche al design (il Digital Services Act impone audit sugli algoritmi, l’UK Online Safety Act costringe le piattaforme a rimuovere contenuti dannosi per minori ecc.) invece che su divieti d’accesso totali. Insomma, l’accusa è che l’Australia ha scelto una scorciatoia politica per mostrare di agire (un divieto fa notizia e piace a molti elettori preoccupati), ma così ha evitato di intraprendere il percorso più lungo e faticoso di costruire consapevolezza e norme calibrate. Un indizio di ciò, dicono i detrattori, è la tempistica: la legge è stata “fatta passare in fretta” a fine 2024, presumibilmente per avere un risultato da presentare prima delle elezioni del 2025. Ciò lascia intendere un certo opportunismo politico. Un editorialista ha definito il ban “una soluzione rapida che tranquillizza, ma basata su strumenti fragili e conoscenza parziale del problema”. La strada giusta è quella dell’approccio integrato ed evidence-based: educazione, prevenzione, coinvolgimento dei giovani stessi nella creazione di soluzioni e riforme delle piattaforme (maggiori controlli su contenuti pericolosi, limiti alle funzionalità predatorie). Il ban invece “spara nel mucchio” punendo tutti i minori indistintamente e sperando che i problemi spariscano, cosa alquanto improbabile. Come afferma Save the Children: “Il governo deve usare lo slancio del momento non per un ban superficiale, ma per pretendere che i giganti tech integrino la sicurezza sin dal design e per lavorare con esperti e giovani a rendere gli spazi online più sicuri, non off-limits”. Finché questo non avverrà, il ban rischia di essere non solo inefficace, ma persino controproducente rispetto all’obiettivo di lungo termine di far convivere i minori con il mondo digitale in modo sano e consapevole.
Nina Celli, 20 dicembre 2025