I sostenitori del divieto australiano riconoscono apertamente che non sarà una panacea, ma sostengono che fare qualcosa sia meglio che restare inerti di fronte ai problemi e che un’azione anche imperfetta possa innescare progressi successivi. Questa opinione enfatizza il carattere sperimentale e graduale del provvedimento: il ban under-16 viene concepito come un “grande esperimento sociale” (citato anche dal governo) dal quale imparare, correggere e ispirare nuove politiche. “Aumentare l’età minima per i social non è una cura, è un piano di trattamento”, ha spiegato la ministra Wells, aggiungendo che “non possiamo essere statici in ambienti dinamici, la tecnologia cambia continuamente e noi adegueremo la risposta”. Questo atteggiamento riflette l’idea che un intervento immediato per arginare gli eccessi attuali fosse necessario, pur sapendo che andrà aggiustato in corso d’opera. Il governo australiano ha infatti ammesso di “non aspettarsi perfezione né efficacia totale subito”, paragonando il ban a una rete a maglie sempre più fini: inizialmente alcuni pesci piccoli (minori) sfuggiranno, ma col tempo i buchi saranno ridotti e la rete filtrerà meglio. Questa sincerità ha in parte disarmato le critiche: i pro-ban sostengono che l’alternativa è peggiore: non fare nulla finché non si ha la soluzione perfetta. “Ci vuole coraggio per provare, pur sapendo che non sarà perfetto. Ma i genitori mi hanno detto: grazie per averci provato, non tiratevi indietro!”, ha raccontato Wells riguardo alle sue consultazioni pubbliche. L’argomento pragmatico è che un divieto imperfetto è comunque utile: il governo paragona la situazione a quella delle leggi sugli alcolici per minorenni che, pur essendo violate da alcuni, hanno comunque un effetto positivo di contenimento e di tipo culturale. “Qui la questione non è solo che qualcuno infrangerà la regola (succederà), ma l’effetto di modifica dei comportamenti che la regola induce”, come si racconta su “Rai News”. L’aspettativa dei favorevoli è che il ban produca un “effetto chilling” benefico: sapere che lo Stato vieta i social ai minori spingerà molti ragazzi (e i loro genitori) a ridurre volontariamente l’uso e in generale la società ad alzare l’asticella di ciò che considera accettabile per i giovanissimi. Ad esempio, “Wired” riferisce che già prima dell’entrata in vigore “molti giovani hanno iniziato a ridurre l’uso dei social” in previsione del ban. Inoltre, uno studio giapponese citato evidenzia che misure anche senza sanzioni (come ordinanze locali che limitano l’uso dello smartphone a 2 ore al giorno per tutti i residenti) hanno un importante valore di segnale: trasmettono il messaggio che “la società considera certe abitudini nocive”, incoraggiando così famiglie e scuole ad adottare comportamenti coerenti. Il ban australiano amplifica tale messaggio su scala mondiale. Paesi come la Danimarca, la Norvegia, la Malesia si sono detti ispirati dall’esempio e pronti a seguire. Un sondaggio Ipsos in 30 Paesi indica che il 65% delle persone supporta l’idea di vietare i social sotto i 14 anni, con maggioranze favorevoli in 29 Paesi su 30 (unica eccezione la Germania). Ciò suggerisce un terreno fertile per diffondere la regola e “normalizzarla” culturalmente. I sostenitori sottolineano poi che la legge australiana include meccanismi di revisione e aggiustamento: entro due anni verrà condotto un riesame indipendente dei suoi effetti e falle. Questo significa che il ban non è statico, ma sarà raffinato alla luce dei risultati, con approccio scientifico e ragionevole. Già emergono possibili miglioramenti: alcuni propongono, ad esempio, di prevedere eccezioni graduate (come fa la bozza danese: consenso parentale dai 13 in su), oppure di includere gradualmente altre piattaforme inizialmente escluse (ad esempio, i videogiochi online, come fatto notare da Lancini). L’importante per i favorevoli era rompere gli indugi e lanciare il modello. L’Australia ha parlato esplicitamente di “esperimento collettivo” che sarà studiato da un comitato indipendente e dagli altri Paesi. Questo riconoscimento di “progetto pilota” è un punto di forza retorico: implica trasparenza e disponibilità a correggere il tiro, cosa che rende il ban politicamente più accettabile. Infine, i pro-ban fanno leva sull’inefficacia del quadro precedente: fino ad ora la soglia di 13 anni fissata da normative in vigore era rimasta lettera morta, con quasi tutti i bambini che mentono sull’età per aprire account. Continuare con lo status quo significava lasciare milioni di under-13 (e under-16) esposti senza tutele reali. Il ban ha quantomeno “rotto il muro dell’inerzia”. “Non abbiamo ancora trovato un modo soddisfacente di far convivere minori, piattaforme e responsabilità pubblica, ma intanto la politica risponde a una preoccupazione diffusa” scrive “Rai News”, notando che il rischio semmai è credere ingenuamente che “basti una regola semplice per risolvere un problema complesso”. I sostenitori concordano: il ban non basta da solo, ma lo considerano un punto di partenza necessario. Un parlamentare a favore lo ha definito “un esperimento collettivo” di cui si conoscono i limiti, ma potenzialmente prezioso per comprendere come ridurre i rischi online. In un mondo ideale, dicono, i ragazzi sarebbero educati a un uso moderato fin da piccoli; nel mondo reale, queste buone intenzioni si sono scontrate con la realtà di piattaforme sempre più pervasive. Dunque, serve anche un “approccio regolatorio sperimentale” che provi strade nuove. L’Australia ha scelto una strada audace: se funzionerà anche parzialmente, altri potranno perfezionarla; se emergeranno effetti negativi, si potranno correggere. In ogni caso, l’inerzia non era più un’opzione.
Nina Celli, 20 dicembre 2025