Danni indiretti potrebbero derivare dal ban under-16, conseguenze non volute che potrebbero peggiorare la situazione invece di migliorarla. I critici temono che l’esclusione dei minori dai grandi social mainstream possa spingerli verso contesti digitali più pericolosi e meno controllati, aumentando paradossalmente i rischi. L’analisi di “Rai News” rileva che “una parte dei ragazzi potrebbe finire su piattaforme meno regolamentate, o su sistemi anonimi più difficili da monitorare” e che il divieto “rischia di incentivare l’uso di strumenti – VPN, false identità, account adulti – che riducono ulteriormente la capacità delle piattaforme di proteggere gli utenti”. In pratica, se oggi un quindicenne sta su Instagram (dove magari esistono policy di moderazione, profili segnalati e misure di sicurezza come il blocco degli sconosciuti nei DM per minori), domani potrebbe migrare su piattaforme alternative meno presidiate. Potrebbe rifugiarsi, ad esempio, su network cifrati, chat anonime di nicchia, forum underground o social emergenti non soggetti al ban perché “sfuggiti” all’elenco iniziale. In quegli ambienti il controllo parentale e perfino delle autorità è quasi nullo: un minorenne potrebbe esporsi a contenuti ben peggiori (ad esempio siti per adulti, deep web, gruppi radicalizzati) senza alcuna rete di sicurezza. “Protegge, ma non cura. Se non ricostruiamo relazioni reali, cambierà solo il luogo della fuga, non la fragilità che la genera” avverte lo psicologo Matteo Lancini, spiegando che se togli TikTok arriverà qualcos’altro, e finché non affronti il disagio che spinge i ragazzi lì, “stiamo discutendo di contenitori, non di contenuti”. Questo concetto sintetizza il timore: il ban potrebbe spostare il problema altrove anziché risolverlo, con la differenza che altrove sarà più difficile intervenire. Diverse associazioni hanno anche evidenziato che i social media tradizionali – pur con tutti i loro difetti – offrono alcuni meccanismi di segnalazione e linee guida comuni, nonché visibilità pubblica. Se i minori vengono banditi, molti cercheranno rifugio magari in app di messaggistica cifrata (es. Telegram con chat segrete) o in progetti decentralizzati e privi di moderazione. Ciò complicherebbe enormemente individuare situazioni di pericolo come grooming o cyberbullismo, perché avverrebbero in zone d’ombra digitali lontane dai riflettori delle grandi piattaforme. L’ONG Digital Rights Watch ha manifestato il timore che la legge australiana “possa attrarre l’interesse di regimi autoritari” per replicarla, ma anche che all’interno della stessa Australia i minorenni non abbiano più canali sicuri per “organizzarsi e sviluppare consapevolezza politica”, privandosi di strumenti cruciali in età in cui non hanno voce nelle urne. Un altro effetto collaterale riguarda il benessere emotivo e sociale dei ragazzi. I social, per quanto problematici, sono anche un luogo di socialità, creatività e supporto tra pari. Le community online permettono ai giovani di trovare persone simili con cui condividere interessi o problemi, cose che a volte non trovano nel loro ambiente immediato. Basti pensare alle comunità LGBTQ+ giovanili, ai gruppi di aiuto su temi di salute mentale, alle fan community creative. Toglierle di colpo potrebbe lasciare molti ragazzi più soli. Save the Children evidenzia che per tanti minori “la tecnologia è un modo per connettersi, imparare e trovare la propria tribù”, e un loro Youth Advisor afferma che un ban efficace “strapperebbe le linee vitali di amicizie, comunità e risorse per la salute mentale su cui milioni di ragazzi contano”. Ancora più preoccupante, come accennato, è il potenziale aumento dello stigma e della segretezza: costretti nell’illegalità, i minorenni che comunque useranno i social lo faranno di nascosto, e se incorreranno in qualcosa di spiacevole potrebbero esitare a chiedere aiuto agli adulti per paura di confessare di aver infranto la legge. “Posso dire con sicurezza che se mettono un divieto, i ragazzi troveranno comunque il modo di accedere, ma con meno regole e avranno più vergogna o paura a chiedere aiuto se succede qualcosa”, testimonia Dante, 22 anni, consigliere di Save the Children, parlando delle sue esperienze e di ciò che ha sentito dai più giovani. Questo è un paradosso pericoloso: il ban potrebbe portare i minorenni a non segnalare situazioni di abuso perché ciò vorrebbe dire auto-denunciarsi come utenti illegali. Organizzazioni come Molly Rose Foundation nel Regno Unito hanno sollevato questo esatto punto: un’età proibitiva creerebbe un “cliff edge” (dirupo) al compimento dei 16 anni, ma nel frattempo i ragazzini si sposterebbero in ambienti non monitorati e al momento del 16º compleanno magari si ritroverebbero di colpo sommersi da contenuti nocivi senza aver sviluppato difese graduali. La CEO di Save the Children, Mat Tinkler, aggiunge: “Se i giovani finiscono in spazi meno sicuri e provano vergogna o timore nel cercare aiuto, abbiamo peggiorato la situazione”. Un altro effetto collaterale denunciato è l’esternalizzazione del problema: i genitori potrebbero illudersi che, bandendo i social, il lavoro sia finito e smettere di vigilare o dialogare con i figli su questi temi. “Molti genitori tirano un sospiro di sollievo per il divieto: finalmente qualcuno interviene, la colpa era tutta delle piattaforme. Ma è un sollievo pericoloso, perché il divieto diventa una scusa per non guardarci allo specchio” avverte Lancini, sottolineando che così gli adulti si auto-assolvono e non si interrogano più sul proprio ruolo (furono pur sempre i genitori a dare ai bambini il primo smartphone e a lasciarli connessi di notte senza controllo). In tal modo, il ban potrebbe indebolire gli sforzi educativi: invece di promuovere un uso consapevole e coinvolgere attivamente i genitori nella vita digitale dei figli, si delega tutto a un divieto legale, rischiando di creare “un falso senso di sicurezza”. Un esperto ha avvisato: “Il sospiro di sollievo dei genitori è comprensibile ma illusorio: se credono che basti la legge e non fanno più la loro parte, i ragazzi resteranno fragili e cercheranno un altro rifugio”. Infine, va considerato anche l’impatto sul diritto all’informazione: in situazioni di emergenza o isolamento (si pensi ai lockdown COVID), i social furono una risorsa per i giovani per informarsi e mantenere contatti. Togliere questo mezzo può avere costi nascosti in futuro, qualora ricapitassero contesti di didattica a distanza o simili (gli under-16 si troverebbero tagliati fuori da piattaforme dove magari avvengono comunicazioni utili, costretti a soluzioni meno immediate). Nel complesso, il divieto under-16 non è privo di rischi collaterali: può creare sacche ancora più insidiose di attività online clandestina, isolare ulteriormente i giovani più vulnerabili e ridurre la trasparenza e la possibilità di intervento protettivo degli adulti.
Nina Celli, 20 dicembre 2025