Molti detrattori sostengono che il ban under-16 australiano sia destinato a fallire nei suoi intenti pratici, poiché i ragazzi troveranno modi per eludere i controlli e continuare a usare i social di nascosto. In altre parole, la legge rischia di essere un “colabrodo” tecnologico, creando più una falsa illusione di sicurezza che un reale cambiamento. Questa tesi poggia su diverse osservazioni: anzitutto, i sistemi di verifica dell’età online non sono infallibili. Lo stesso governo australiano riconosce che i metodi disponibili – dalle stime via IA ai documenti caricati – hanno margini di errore e lacune, specie per la fascia adolescenziale (ad esempio, volti di 15enni vs 17enni difficili da distinguere). Durante i test pre-lancio, è emerso che i sistemi biometrici possono essere “fregati” con stratagemmi semplici: vari ragazzini australiani hanno raccontato di aver superato la scansione facciale “facendo certe smorfie” o usando foto ritagliate, e alcuni hanno persino condiviso tips su TikTok per ingannare Yoti e simili. Un genitore ha riferito che il figlio 13enne è riuscito a superare il face-check “nascondendo i denti e aggrottando il viso” per sembrare più grande. Inoltre, i minorenni più determinati possono bypassare del tutto la barriera: utilizzando VPN (che simulano la connessione da un altro Paese non soggetto al divieto) o piattaforme alternative non incluse nella lista nera. Già nei primi giorni dall’entrata in vigore, molti ragazzini australiani hanno iniziato a usare VPN per continuare ad accedere come se si trovassero all’estero. La commissaria eSafety ha avvertito che se un minorenne con VPN pubblica poi contenuti che lo tradiscono (es. foto in una scuola australiana), le piattaforme potrebbero accorgersene, ma appare un gioco a guardie e ladri. Un esperto ha commentato: “I ragazzini smanettoni ne sanno spesso più degli adulti su come aggirare blocchi e filtri”. Non solo: il ban australiano colpisce solo 10 piattaforme specifiche, lasciando scoperti altri canali. Ad esempio, sono esclusi i server di chat di videogiochi online (molto frequentati dai teen), i forum specializzati, i siti stranieri minori e perfino strumenti come le email – vie attraverso cui i minori potrebbero comunque comunicare o condividere media. Come notato da Lancini in un’intervista, “in Australia il limite colpisce i social, ma esclude esplicitamente i giochi online: in pratica i social diventano il nemico pubblico mentre altri ambienti digitali altrettanto pervasivi restano liberi”. Il rischio concreto è quindi che gli under-16 semplicemente si spostino altrove anziché smettere di usare internet. Un sondaggio citato da “Wired” rivelava che il 33% dei genitori australiani era pronto ad aiutare attivamente i figli a eludere le restrizioni: un dato sorprendente che indica come molte famiglie considerino la legge inefficace e siano disposte a neutralizzarla pur di evitare ai figli la frustrazione del distacco. Diversi commentatori sottolineano l’asimmetria tecnologica: per far rispettare rigidamente il ban, i social dovrebbero implementare controlli invasivi su tutti gli utenti (ad esempio verifiche ID obbligatorie o monitoraggio continuo di contenuti e interazioni per scovare minorenni). Ma la legge stessa, per tutelare la privacy, non impone alle piattaforme di richiedere documenti a tappeto né di garantire un tasso specifico di accuratezza. Quindi, di fatto, si accontenta di sforzi “ragionevoli” che possono lasciare ampie falle. Facebook e gli altri non controlleranno uno per uno tutti gli utenti: sfrutteranno dati e algoritmi per stimare chi potrebbe essere minorenne, con un margine di incertezza. Questo margine favorisce inevitabilmente i furbetti: basterà (in molti casi) per un 15enne dichiarare un compleanno falso e comportarsi online “da adulto” (es: interagire con contenuti maturi) per sfuggire ai filtri automatici. Viceversa, l’uso di metriche comportamentali rischia di generare errori clamorosi: “Wired” riferisce di utenti maggiorenni segnalati come “troppo giovani” perché magari attivi in orario scolastico o follower di pagine giovanili. I critici, dunque, prevedono che il ban sarà inefficiente: colpirà molti che hanno diritto (diciassettenni cacciati a torto) e lascerà scappatoie a molti under-16, riducendo la credibilità dell’intero impianto. Uno scenario paradossale è emerso sui media: alcuni genitori australiani, per non far isolare i figli banditi da Instagram rispetto ai coetanei ancora presenti, hanno creato per i figli account “fittizi da adulti” intestati a loro stessi. Questo aneddoto mostra come la compliance sociale possa essere bassa: se la norma è percepita come irragionevole o inapplicabile, molti cercheranno l’inganno. Da qui il detto evidenziato su “Il Fatto Quotidiano”: “fatta la legge, trovato l’inganno” (riferito proprio al caso in questione). Un altro problema di efficacia riguarda le possibili migrazioni verso piattaforme peggiori: scacciare i minori dai social mainstream potrebbe semplicemente spingerli su servizi emergenti, meno noti e regolati, dove i rischi di incontrare predatori o contenuti estremi sono anche maggiori. Nel complesso, i detrattori dipingono il ban come un provvedimento “fumo negli occhi” che rischia di non centrare l’obiettivo prefissato. A sostegno citano anche sondaggi: sebbene il 70% degli australiani fosse favorevole al ban, il 58% crede che non funzionerà davvero. Persino molti di coloro che lo appoggiano lo fanno quindi con scetticismo riguardo all’efficacia, più per dare un segnale che per convinzione pragmatica. Verificare l’età online è un compito arduo – concordano gli esperti – e questa legge di fatto scarica sulle piattaforme un onere che probabilmente non riusciranno a sostenere al 100%. Una società come Reddit ha esplicitamente dichiarato che, per rispettare il ban, dovrebbe imporre verifiche intrusive a tutti gli utenti, adulti compresi, e ciò è inaccettabile e rischioso per la privacy. Mantenendo aperto l’accesso anonimo, come consentito dalla legge, resterà sempre uno spiraglio. In sostanza, il ban under-16 è inefficiente, aggirabile e forse inapplicabile in modo completo: una rete facilmente perforabile dall’astuzia adolescenziale e dalle contraddizioni tecniche, che finirà per punire principalmente gli utenti più onesti e obbedienti (che si adegueranno perdendo opportunità), mentre molti altri continueranno a fare ciò che facevano, ma in modo meno controllabile.
Nina Celli, 20 dicembre 2025