Da un punto di vista sociale e pedagogico, vietare i social sotto i 16 anni serve a restituire ai ragazzi uno spazio di crescita più sereno e a rafforzare il ruolo protettivo di genitori e comunità educante. Lo slogan adottato da una campagna a sostegno della legge – “Let Them Be Kids” (lasciate che siano bambini) – riassume questa visione. Secondo i promotori, negli ultimi anni i social network sono diventati ambienti troppo condizionanti per i preadolescenti: “rubano tempo alla famiglia, instillano problemi di autostima e li espongono a pressioni e bullismo”, come hanno raccontato molti genitori australiani quando il ban è entrato in vigore. Il primo ministro Albanese ha posto l’accento proprio su questo concetto quando ha definito il giorno del divieto “il giorno in cui i bambini tornano a fare i bambini e i genitori possono tirare un sospiro di sollievo”. L’idea è che un tredicenne o quattordicenne non debba trovarsi immerso in dinamiche virtuali spesso tossiche: challenge pericolose, modelli distorti di bellezza, ipersessualizzazione, contatti con estranei malevoli ecc., tutti fenomeni documentati e difficilmente controllabili su piattaforme aperte. Posticipare a 16 anni l’accesso vuol dire regalare ai giovanissimi qualche anno in più di vita offline, dedicata a scuola, sport, arte, amici “in carne e ossa” e alla famiglia, senza la costante distrazione/attrazione dello smartphone. “Vogliamo toglierli dagli schermi e riportarli sul campo da gioco o in classe di musica, a interagire nella vita reale”, ha spiegato la ministra Anika Wells parlando degli obiettivi della legge. Chi sostiene il provvedimento spesso ne fa anche una questione di responsabilizzazione genitoriale: finora tanti adulti si sono sentiti impotenti di fronte all’invasione digitale nelle vite dei figli; il ban fornisce uno strumento legale che li aiuta a dire “no” e impone un freno esterno laddove la “sola responsabilità individuale non è più sufficiente”. Se i social “fanno male” ai minori, dicono alcuni pedagogisti pro-ban, allora va ammesso che “quei meccanismi non sono sani nemmeno per noi adulti”, e sta agli adulti per primi dare il buon esempio con scelte coraggiose. In questo senso c’è chi suggerisce che la società intera dovrebbe mettere in discussione il proprio rapporto con i social (alcuni sostenitori estremi arrivano a dire: vietarli ai minori è coerente solo se ammettiamo che il problema è generale). Senza spingersi a tanto, il governo australiano ha comunque insistito sul concetto di “ridare potere ai genitori”: la norma è stata presentata come un modo per aiutare le famiglie a far rispettare regole che altrimenti ragazzi e big tech ignorerebbero. “I genitori mi dicevano: grazie per averci provato – non mollate!”, ha raccontato la ministra Wells, riferendo il sostegno diffuso raccolto parlando nelle scuole. L’effettivo gradimento tra gli adulti è molto alto: stando al sondaggio YouGov citato, il 77% degli australiani appoggiava il ban al momento del varo. Anche chi non è convinto della sua efficacia immediata tende comunque a vederlo come “un tentativo necessario” per arginare la situazione. Le storie di vita vissuta hanno giocato un ruolo chiave nel consolidare tale consenso: i sostenitori ricordano i casi tragici di adolescenti morti dopo episodi di cyberbullismo o adescamento online. Molti di questi genitori hanno sostenuto attivamente la campagna pro-ban (in delegazioni ricevute dallo stesso Albanese) per evitare che altri subiscano il loro destino. L’esempio spesso citato è quello di Kelly O’Brien, madre australiana che ha perso la figlia tredicenne e che ha scritto una lettera straziante al primo ministro chiedendo interventi forti: Albanese ha confidato di aver letto quella lettera e di averla trovata “devastante”, promettendo di agire di conseguenza. “Storie agghiaccianti come queste hanno fatto capire ai politici l’impatto reale di ciò che sta succedendo”, ha spiegato uno degli attivisti pro-ban (Michael “Wippa” Wipfli) che ha raccolto testimonianze di genitori in tutta la nazione. Vietare, dunque, l’accesso social agli under-16 protegge la loro infanzia dalle nocività precoci del web e rinsalda il patto educativo con gli adulti. Non si tratta di “guerra ai ragazzi”, ma anzi di un gesto di cura: “non è una punizione, è il riconoscimento che certi ambienti non sono adatti finché non si è pronti”. Far sì che un quindicenne non possa stare sveglio alle 2 di notte su TikTok e che un genitore abbia la legge dalla sua parte nel vietarlo, è visto dai favorevoli come un risultato concreto. I bambini hanno diritto a un’infanzia libera dalle peggiori tossicità dei social, questo è il messaggio morale lanciato dalla riforma australiana, con l’auspicio che venga raccolto anche altrove.
Nina Celli, 20 dicembre 2025