La critica più profonda al bando under-16 è che costituisce una limitazione indebita delle libertà fondamentali dei giovani, creando una disparità di diritti basata sull’età. Secondo questa tesi, vietare ai minorenni l’accesso ai social network equivale a metterli a tacere e a escluderli dallo spazio pubblico digitale, con gravi implicazioni in termini di libera espressione, accesso all’informazione e partecipazione sociale. Numerose organizzazioni per i diritti civili e dell’infanzia – tra cui Amnesty International, Save the Children e Index on Censorship – hanno contestato la misura definendola “sproporzionata e lesiva dei diritti dei ragazzi”. In Australia, la Commissione Nazionale per i Diritti Umani aveva espresso “serie riserve” già durante l’iter legislativo: in un parere al Senato evidenziava che il divieto incide su vari diritti sanciti da trattati internazionali ratificati dall’Australia (come l’art.13 della Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo sulla libertà di espressione e accesso alle informazioni, e l’art.15 sulla libertà di associazione e riunione). I critici sottolineano che le voci dei giovani sotto i 16 anni verrebbero azzerate sui principali canali online: niente più possibilità di condividere idee, creare contenuti, mobilitarsi su cause sociali o semplicemente interagire apertamente con coetanei e adulti. “Perché mai dovremmo essere banditi dall’esprimere le nostre opinioni? Siamo gli elettori di domani”, ha dichiarato Macy, 15 anni, una delle ricorrenti contro la legge. Emblematicamente, Macy paragona la situazione al romanzo 1984 di Orwell, percependo il provvedimento come un controllo autoritario. Il coetaneo Noah, anch’egli ricorrente, ha detto ai media: “Siamo delusi da un governo pigro che invece di impegnarsi a rendere i social più sicuri, li vieta in blocco e ci silenzia”. Questo risentimento è condiviso da molti adolescenti che vedono il ban come una punizione collettiva: “Mi sono sentito scioccato, irritato e ignorato dagli adulti”, racconta Jayden, 14 anni, spiegando che a scuola la notizia ha generato un senso di ingiustizia perché “i social erano un luogo dove comunicavo con amici, imparavo cose e trovavo intrattenimento… e ora ce li tolgono di colpo”. Gli oppositori affermano che, sebbene i minori di 16 anni non votino, hanno comunque diritto a essere “visti e ascoltati” nella società, e oggi gran parte del discorso pubblico (informazione, dibattito, attivismo) avviene online. Precludere loro l’accesso significa rischiare di isolarli civicamente: niente più possibilità di seguire testate giornalistiche sui social, di partecipare a gruppi di discussione studenteschi, di far sentire la propria opinione su temi che li riguardano (ambiente, scuola, diritti). Per i critici, si crea un digital divide generazionale in cui gli under-16 diventano cittadini di serie B nel mondo online. Index on Censorship avverte anche che misure del genere potrebbero essere strumentalizzate da governi autoritari per reprimere il dissenso giovanile: nel 2024 si sono contati centinaia di internet shutdown volti a zittire soprattutto i giovani manifestanti, e un ban per età potrebbe fornire un precedente formalmente giustificabile come “protezione” ma in realtà usato per controllare e censurare (specie dove i confini d’età potrebbero essere arbitrariamente spostati). L’Australian Digital Freedom Project definisce la legge “la più draconiana mai vista”, sostenendo provocatoriamente che persino la Cina ne sarebbe invidiosa. In effetti, uno scenario paventato è che paesi non democratici adottino normative simili per limitare l’accesso dei giovani a informazioni libere, giustificandole con motivi morali o di sicurezza. Anche tralasciando questi estremi, i detrattori fanno notare l’incoerenza interna: “A 16 anni possiamo iniziare a lavorare, a guidare con il foglio rosa, abbiamo responsabilità… ma secondo il governo non siamo ’abbastanza grandi’ per avere un account social?” – si chiede un adolescente australiano, trovando il limite poco logico. Molti suggeriscono che sarebbe stato più ragionevole un limite a 14 anni (in linea con i filtri esistenti in varie legislazioni), e vedono il 16 come una soglia arbitraria influenzata più dal panico morale che da evidenze scientifiche univoche. Infine, i critici evidenziano che la partecipazione online può avere aspetti positivi e persino salvavita per minoranze di giovani: ad esempio, ragazzi LGBTQ+ trovano spesso supporto e comunità sui social quando non li hanno offline; giovani con disabilità o isolati geograficamente usano internet per connettersi al mondo; minori interessati alla politica e attivismo hanno nei social uno strumento per organizzarsi (basti pensare ai movimenti ambientalisti tipo Fridays for Future, partiti da adolescenti via social). “Troppe volte i social non sono social – su questo concordo – ma spesso sono anche un rifugio e un gruppo di supporto che noi adulti non sappiamo offrire”, osserva un esperto critico, sottolineando che togliere quell’unico rifugio può fare danni. Save the Children, nel suo comunicato, ha raccolto la voce di un giovane membro che avverte: “Tagliare l’accesso ai social non limiterà solo le interazioni negative, ma toglierà anche quelle positive, facendo rimbalzare la negatività verso percorsi più dannosi”. In altre parole, se un ragazzo subisce bullismo a scuola, trovare comprensione online può aiutarlo; se lo si isola, anche digitalmente, potrebbe sprofondare senza aiuto. Questa prospettiva lega il tema dei diritti a quello degli effetti pratici collaterali. Il ban under-16 è paternalistico e liberticida: tratta tutti i minorenni come incapaci di gestirsi, punendo anche i virtuosi per gli errori di alcuni. Così facendo, priva milioni di giovani di strumenti di espressione e relazione ormai essenziali e li priva di diritti che – sebbene modulati in base all’età – non dovrebbero essere negati in blocco. Piuttosto che “spegnere la voce ai ragazzi”, dicono i critici, bisognerebbe educarli e responsabilizzarli nel farne buon uso (come si fa insegnando educazione civica per il mondo reale). Anche diversi educatori e psicologi concordano che misure drastiche e proibizioniste raramente aiutano la crescita: rischiano anzi di generare conflitto intergenerazionale e sfiducia istituzionale. Non a caso, John Ruddick del DFP definisce il ban “Big Brother” e la 15enne Macy chiede retoricamente “perché dovremmo tacere solo perché abbiamo 15 anni? Non siamo persone anche noi?”. Per i detrattori, la legge australiana tradisce un approccio adultocentrico e proibizionista che non rispetta la dignità e l’autonomia in divenire dei minori.
Nina Celli, 20 dicembre 2025