Uno dei principali argomenti a favore è la tutela della salute psicologica dei minori. Negli ultimi anni si è registrato un forte incremento di problemi come depressione, ansia, isolamento sociale e impulsi suicidari tra gli adolescenti. Una tendenza che molti studi collegano anche all’uso precoce e intensivo dei social media. Piattaforme come Instagram e TikTok, con i loro algoritmi incentrati su dopamina e dipendenza, vengono accusate di contribuire a un’“epidemia di malessere” nelle giovani generazioni. Il governo australiano ha giustificato il divieto under-16 proprio come intervento di salute pubblica per fronteggiare questa emergenza: “Proteggere la salute mentale dei bambini è un obiettivo legittimo e urgente”, ha dichiarato Luke Beck, docente di Diritto e sostenitore della legge. Di fronte a dati allarmanti – aumenti nei tassi di autolesionismo e suicidio tra i teen australiani – i favorevoli ritengono inadeguato affidarsi solo alla vigilanza familiare: “Non possiamo dire ai ragazzi di ’basta che stacchi’, perché le app sono progettate per tenerli incollati allo schermo”, nota uno psichiatra pro-ban. Il divieto di accesso sotto i 16 anni aiuterebbe dunque ragazzi e genitori a “spezzare l’incantesimo” dei social più invasivi, rimuovendo almeno temporaneamente dalla loro vita un fattore di rischio riconosciuto. I sostenitori citano evidenze come quelle riportate dal libro Anxious Generation dello psicologo Jonathan Haidt, che ha ispirato le mosse dei leader australiani: la diffusione massiccia di smartphone e social network dopo il 2012 è correlata a un netto peggioramento di indicatori di benessere tra gli under-18 (suicidi, ricoveri per disturbi alimentari ecc.). “I dati sui disturbi d’ansia, sul sonno, sull’immagine corporea ce lo ripetono da anni: certi ambienti digitali, usati troppo presto e senza tutele, possono fare male”, scrive lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, favorevole a misure restrittive. Alla luce di ciò, aumentare l’età minima a 16 anni viene visto come un approccio precauzionale: si ritarda l’esposizione dei giovanissimi a un contesto potenzialmente nocivo, guadagnando tempo prezioso per la loro crescita in sicurezza. Gli under-16, più vulnerabili per neuro-sviluppo e maturità emotiva, “vanno protetti come lo erano da alcol e fumo in altre epoche”, sostengono alcuni commentatori. Il paragone con le soglie d’età in altri ambiti non è casuale: in molti Paesi l’accesso a determinate attività (bere alcolici, guidare, lavorare) è vietato ai minorenni perché ritenute troppo rischiose prima di una certa età. I pro-ban considerano l’uso indiscriminato dei social media un nuovo fattore di rischio comparabile, e dunque giustificano l’intervento normativo. Va notato che l’opinione pubblica appare in sintonia con queste preoccupazioni: al momento dell’approvazione della legge circa 3 australiani su 4 erano favorevoli a vietare i social ai minori di 16. Anche un sondaggio condotto nel Regno Unito su giovani 16-29 anni ha trovato che due terzi dei giovani stessi pensano che un divieto under-16 sia una buona idea. Ciò suggerisce una crescente consapevolezza dei rischi e un sostegno trasversale – genitori, ragazzi, educatori – verso misure più forti di tutela. In sintesi, per i fautori il ban è prima di tutto una risposta doverosa a un allarme sanitario e sociale: non risolve ogni problema, ma può ridurre un’esposizione ritenuta tossica in una fase delicata della vita, guadagnando margine per rafforzare successivamente la resilienza e l’educazione digitale dei futuri maggiorenni.
Nina Celli, 20 dicembre 2025