Nr. 484
Pubblicato il 11/07/2026
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Israele è un pericolo per il mondo

PRO O CONTRO?

La formula “Israele è un pericolo per il mondo” è, nel dibattito pubblico, un'espressione polemica e ad alta intensità emotiva. Per affrontarla in modo neutrale è necessario scomporla nei diversi. Nella maggior parte delle discussioni contemporanee, infatti, il confronto non riguarda l'esistenza dello Stato di Israele, né l'ebraismo o la popolazione ebraica, bensì l'insieme delle politiche dei governi israeliani, la condotta delle operazioni militari, l'occupazione dei territori palestinesi, l'espansione degli insediamenti, i rapporti con gli alleati occidentali e la possibilità che tali fattori contribuiscano ad ampliare le tensioni regionali con conseguenze internazionali. Parallelamente, una parte consistente del fronte opposto sostiene che questa impostazione attribuisca a Israele un ruolo causale predominante, trascurando il contesto strategico nel quale il Paese opera, caratterizzato dalla presenza dell'Iran, di Hezbollah, di Hamas e di altri gruppi armati ostili. Il dibattito riguarda quindi il modo in cui vengono valutati il rapporto tra cause ed effetti, la proporzionalità dell'uso della forza, la conformità al diritto internazionale e le conseguenze sistemiche del conflitto.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Le scelte israeliane sono diventate un moltiplicatore di guerra regionale

Gaza, Libano, Iran e traffici marittimi mostrano come il conflitto israeliano produca ricadute energetiche, diplomatiche e militari ben oltre il Levante.

02 - Israele agisce entro una minaccia regionale reale e non può essere isolato dal contesto

Attribuire a Israele la qualifica di “pericolo per il mondo” rischia di oscurare altri fattori di instabilità ampiamente documentati.

03 - Il problema non è solo militare ma giuridico: Israele logora l’ordine internazionale

ICJ, ICC e rapporti ONU alimentano l’idea che tollerare Israele significhi indebolire divieti sull’occupazione, sull’annessione e sull’uso della forza.

04 - La vera instabilità sistemica viene dall’Iran e dalle milizie armate

La minaccia nasce soprattutto da Iran, Hezbollah, Hamas e Houthi; Israele reagisce in un contesto ostile.

05 - La crisi umanitaria e l’occupazione israeliana producono instabilità

Accesso umanitario limitato, sfollamenti e violenze sui civili trasformano il dossier israeliano in un fattore di frattura globale e di polarizzazione politica.

06 - Si possono contestare le singole scelte politiche, ma non criminalizzare Israele

Definire Israele un pericolo per il mondo semplifica una realtà più complessa, rendendo difficile intervenire per favorire la de-escalation.

 
01

Le scelte israeliane sono diventate un moltiplicatore di guerra regionale

PRO

Israele non rappresenta più soltanto uno degli attori di una crisi locale, ma costituisce un importante fattore di instabilità capace di contribuire all'estensione dei conflitti mediorientali su scala regionale. Non si vuole sostiene che ogni crisi del Medio Oriente dipenda esclusivamente da Israele, bensì che, nel biennio 2025-2026, le decisioni politiche e militari israeliane hanno rappresentato uno dei principali fattori che hanno favorito il passaggio da un conflitto circoscritto a una crisi multilivello. Il Brookings Institution osserva che il confronto con l'Iran ha accentuato le divisioni tra gli Stati del Golfo, ridotto gli incentivi alla normalizzazione dei rapporti con Israele e aumentato i costi strategici per i partner regionali. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) rileva che la ripresa dell'escalation tra Israele e Iran ha rimesso in discussione i negoziati e allontanato la prospettiva di un assetto diplomatico stabile. Un briefing della House of Commons del Parlamento del Regno Unito evidenzia inoltre come anche le prospettive dei colloqui tra Stati Uniti e Iran siano rimaste strettamente condizionate dagli sviluppi del fronte libanese. In questo contesto, il 6 giugno 2026 il Consiglio dell'Unione europea (UE) è intervenuto formalmente a sostegno del cessate il fuoco tra Israele e Libano, chiedendo sia il ritiro di Hezbollah dall'area a sud del fiume Litani sia il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Israele, dunque, non sarebbe soltanto parte della crisi regionale, ma uno dei principali meccanismi attraverso i quali la crisi continua a riprodursi e ad ampliarsi.
Gli sviluppi successivi hanno rafforzato ulteriormente questa interpretazione. Alla data del 12 luglio 2026, l'“Associated Press” e il quotidiano “The Guardian” riferiscono un nuovo deterioramento della situazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz dopo la rottura della tregua del mese di giugno. Anche quando gli episodi più recenti non coinvolgono direttamente Israele, essi vengono interpretati come conseguenze di un conflitto più ampio, che numerose analisi descrivono come parte del confronto strategico tra Stati Uniti, Israele e Iran. Israele viene quindi considerato non soltanto un attore militare, ma anche un catalizzatore di dinamiche che incidono sulla sicurezza marittima internazionale, sui mercati energetici e sulle principali rotte commerciali mondiali. Per i sostenitori di questa tesi, il fatto che un conflitto sviluppatosi in Medio Oriente possa influenzare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti per il commercio energetico globale, conferisce alla definizione di Israele come fattore di rischio internazionale una dimensione non soltanto politica o morale, ma anche sistemica.
Questa interpretazione non esclude né minimizza le responsabilità attribuite all'Iran, a Hezbollah o al movimento Houthi. Piuttosto, sostiene che proprio l'esistenza di tali minacce renderebbe ancora più rilevanti le conseguenze di una strategia israeliana fondata su operazioni preventive, sull'ampliamento del teatro delle operazioni e su una gestione prevalentemente coercitiva delle crisi. L'argomento non è quindi che Israele sia l'unico responsabile dell'instabilità regionale, ma che contribuisca in misura significativa a trasformare conflitti locali in crisi con effetti transregionali. Hady Amr sostiene che il mancato superamento delle structural inequities (disuguaglianze strutturali) del conflitto israelo-palestinese non contribuisca a contenerlo, bensì favorisca la sua progressiva regionalizzazione. Philip H. Gordon osserva che il conflitto con l'Iran ha ulteriormente allontanato Israele dalle prospettive di integrazione con i Paesi della regione. La RAND Corporation, infine, collega queste dinamiche a un crescente isolamento internazionale di Israele, sostenendo che una parte sempre più ampia degli alleati e dell'opinione pubblica internazionale non interpreti più le operazioni israeliane esclusivamente come misure di autodifesa, ma come scelte con costi e conseguenze collettive. Secondo questa linea argomentativa, dunque, Israele rappresenta un fattore di rischio internazionale non tanto per la propria dimensione materiale o militare, quanto per la capacità delle sue azioni di contribuire all'interconnessione di diversi teatri di crisi e di produrre effetti che si estendono ben oltre il Medio Oriente.

Nina Celli, 11 luglio 2026

 

 
02

Israele agisce entro una minaccia regionale reale e non può essere isolato dal contesto

CONTRO

Definire Israele un pericolo per il mondo comporta un'inversione del rapporto tra cause ed effetti. Israele opera in un contesto caratterizzato da minacce alla propria sicurezza, tra cui il programma nucleare iraniano, l'arsenale missilistico di Teheran, la capacità di interferire con la navigazione marittima e la presenza di una rete di gruppi armati alleati dell'Iran attivi su più fronti, dal Libano allo Yemen. Le fonti ufficiali israeliane pongono particolare enfasi su questo elemento. Nel documento del Ministero degli Esteri israeliano dedicato all'Operation Rising Lion (2025), l'operazione viene presentata come una risposta a una minaccia ritenuta imminente ed esistenziale. L'8 giugno 2026, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha inoltre ribadito che Israele esercita il proprio diritto all'autodifesa. Un briefing della House of Commons del Parlamento del Regno Unito ricostruisce, inoltre, un quadro nel quale anche i negoziati tra Stati Uniti e Iran risultano strettamente collegati alle richieste di garanzie contro future aggressioni e alla questione del programma missilistico iraniano. In questa prospettiva, qualificare Israele come principale vettore dell'instabilità regionale significherebbe prescindere dal contesto strategico e dalle minacce che, secondo questa interpretazione, condizionano le sue decisioni.
Esiste un dibattito giuridico articolato sulla liceità di parte delle operazioni militari israeliane che non può essere ricondotto esclusivamente alla contrapposizione politica o propagandistica. Nicholas Tsagourias, in un'analisi pubblicata dal Lieber Institute della West Point Academy, sostiene che l'azione contro l'Iran possa rientrare nella categoria dell'autodifesa anticipatoria (anticipatory self-defence), facendo riferimento a una concezione contestuale del requisito dell'imminenza. Il documento del Ministero degli Esteri israeliano sviluppa una linea argomentativa analoga, richiamando il programma nucleare iraniano, le capacità missilistiche e il consolidato modello di ostilità attribuito a Teheran. Anche qualora tali argomentazioni fossero oggetto di contestazione da parte di altri studiosi e istituzioni, i sostenitori di questa tesi ritengono che il fatto stesso che esse siano formulate e discusse in sedi accademiche e giuridiche qualificate impedisca di ricondurre automaticamente la condotta israeliana a un esercizio arbitrario della forza o a una deliberata strategia di destabilizzazione regionale. La questione centrale non sarebbe se Israele costituisca un pericolo per il mondo, bensì se le modalità con cui reagisce a minacce considerate reali siano compatibili o meno con il diritto internazionale. Si tratta di una distinzione fondamentale.
Questa posizione non nega che le operazioni militari israeliane abbiano comportato costi umani e politici rilevanti, né ignora l'esistenza di contestazioni giuridiche e di procedimenti internazionali tuttora in corso. Contesta, tuttavia, il passaggio logico che identifica uno Stato sottoposto a minacce di sicurezza come origine principale del disordine internazionale. Se l'Iran, Hezbollah e altri gruppi armati alleati perseguono una strategia volta a esercitare pressione su Israele e a influenzare gli equilibri del Levante, arrivando anche a incidere sulla sicurezza marittima del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, attribuire esclusivamente a Israele la qualifica di “pericolo per il mondo” rischia di oscurare altri fattori di instabilità e coercizione strategica ampiamente documentati. Per il fronte contrario, pertanto, l'obiettivo non è assolvere Israele da ogni responsabilità, bensì evitare una rappresentazione monocausale del conflitto che, nel tentativo di attribuire una responsabilità univoca, finisca per semplificare una realtà geopolitica significativamente più complessa.

Nina Celli, 11 luglio 2026

 
03

Il problema non è solo militare ma giuridico: Israele logora l’ordine internazionale

PRO

Israele rappresenta un pericolo per il mondo perché contribuisce a logorare le norme che sorreggono l'ordine internazionale. Il punto centrale non è soltanto il numero delle vittime provocate dalle operazioni militari, ma il precedente istituzionale e politico che tali operazioni rischiano di consolidare. Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia (CIG), nel suo parere consultivo sul Territorio palestinese occupato, ha ritenuto illegale il protrarsi dell'occupazione israeliana e l'annessione di parti del territorio. Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale (CPI) ha emesso mandati d'arresto nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell'ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Il 02 marzo 2026, inoltre, il giurista Adil Ahmad Haque, in un'analisi pubblicata sulla rivista “Just Security”, ha sostenuto che le operazioni israeliane contro l'Iran violino in modo manifesto la Carta delle Nazioni Unite, in assenza dei requisiti di necessità e proporzionalità richiesti per l'esercizio del diritto di autodifesa. Secondo questa impostazione, se a tali atti e valutazioni non segue un riallineamento delle condotte statali, il messaggio che si trasmette è che un alleato occidentale possa sottrarsi, almeno in larga misura, ai limiti posti dal divieto di annessione, dall'occupazione prolungata di territori e dalle norme che regolano l'uso della forza. Il "pericolo per il mondo" coinciderebbe quindi con la progressiva erosione del principio di universalità del diritto internazionale.
Questa argomentazione è rafforzata dalla documentazione prodotta negli ultimi mesi da organismi delle Nazioni Unite e da organizzazioni non governative. L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Office of the High Commissioner for Human Rights, OHCHR), nel rapporto A/HRC/61/26, insiste sulla necessità di garantire accountability, cioè l'accertamento delle responsabilità, e giustizia. Il 23 giugno 2026 la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato e su Israele ha sostenuto che le autorità israeliane abbiano deliberatamente colpito bambini palestinesi e ha utilizzato la categoria del genocidio con riferimento agli eventi di Gaza. Amnesty International, nel rapporto pubblicato il 10 giugno 2026, ha invece parlato di trasferimenti forzati della popolazione e di ethnic cleansing (pulizia etnica) nell'Area C della Cisgiordania. Anche chi non condivide tutte le qualificazioni giuridiche più severe deve necessariamente confrontarsi con un dato significativo: una quota crescente della produzione istituzionale e para-istituzionale ritenuta autorevole non discute più soltanto di singole violazioni o di eccessi isolati, ma di strutture di dominazione, impunità e possibili crimini internazionali. Quando un caso nazionale viene interpretato in questi termini, il danno non rimane circoscritto al contesto locale, ma investe la credibilità delle norme che dovrebbero disciplinare il comportamento di tutti gli Stati.
Le divisioni all'interno dell'Unione europea rafforzano, anziché indebolire, questa argomentazione. “Reuters” ha documentato che, l'11 maggio 2026, gli Stati membri hanno raggiunto un accordo per imporre sanzioni nei confronti di coloni israeliani responsabili di violenze e di figure appartenenti a Hamas. Tuttavia, il 15 giugno 2026 la stessa agenzia ha riferito del mancato raggiungimento del consenso necessario per adottare misure nei confronti del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir. Secondo il fronte favorevole, questa oscillazione evidenzia un problema di doppio standard: da un lato viene riconosciuta la gravità della situazione, dall'altro si fatica a tradurre tale riconoscimento in un'azione politica coerente. I sostenitori della tesi ritengono che proprio questo scarto costituisca il nucleo del pericolo: se le regole del diritto internazionale vengono applicate in modo selettivo nel caso israeliano, altri Stati potrebbero sentirsi incentivati a contestarne la legittimità o a violarle a loro volta. Il danno globale deriverebbe meno dalla potenza di Israele in sé e più dall'effetto emulativo e delegittimante prodotto dalla percezione di una sua persistente eccezionalità rispetto all'applicazione delle norme internazionali.

Nina Celli, 11 luglio 2026

 
04

La vera instabilità sistemica viene dall’Iran e dalle milizie armate

CONTRO

La principale minaccia con effetti sistemici non deriva tanto da Israele quanto dall'ecosistema strategico costruito dall'Iran e dalla rete di gruppi armati a esso alleati. Il punto di partenza dell'analisi non è la guerra nella Striscia di Gaza, ma l'insieme degli strumenti di deterrenza e di proiezione della forza sviluppati da Teheran attraverso il proprio programma nucleare, le capacità missilistiche e il sostegno a organizzazioni armate attive in diversi scenari regionali. Un briefing della House of Commons del Parlamento del Regno Unito evidenzia come, nel 2026, il confronto tra Stati Uniti e Iran ruoti attorno a tre questioni principali: le garanzie contro future aggressioni, il programma nucleare iraniano e lo sviluppo delle capacità missilistiche. Nel comunicato del 6 giugno 2026, il Consiglio dell'Unione europea (UE) ha inoltre chiesto il ritiro di Hezbollah dall'area a sud del fiume Litani e la piena attuazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Robert Satloff osserva che il cessate il fuoco raggiunto nel 2024 non è riuscito a conseguire uno dei suoi obiettivi principali, ossia il disarmo di Hezbollah. Parallelamente, i più recenti rapporti sulla sicurezza del Golfo descrivono il riemergere di tensioni nello Stretto di Hormuz e il ripetersi di attacchi condotti con missili e droni. Tali elementi mostrano che Israele opera all'interno di un sistema di minacce che precede e supera le sue specifiche decisioni operative.
Da questa ricostruzione deriva un'ulteriore linea argomentativa. Se il Medio Oriente è esposto al rischio di proliferazione nucleare, allo sviluppo di missili a lungo raggio, alla possibile interruzione dei principali choke points (strozzature strategiche) marittimi e a conflitti combattuti attraverso gruppi armati sostenuti da potenze regionali, allora un Israele caratterizzato da una postura militare assertiva può essere interpretato, da una parte dei decisori politici occidentali, non come la causa principale del disordine, bensì come uno degli attori chiamati a contenerlo. Alcune fonti non riconducibili al governo israeliano vengono richiamate a sostegno di questa interpretazione. Il Washington Institute for Near East Policy sostiene che la pressione esercitata da Israele su Hezbollah potrebbe incentivare le autorità libanesi a riaffermare il monopolio statale dell'uso della forza. La stessa Unione europea, pur esprimendo critiche nei confronti delle operazioni militari israeliane, ribadisce nei propri documenti ufficiali l'esigenza di garantire la sicurezza sia della popolazione israeliana sia di quella libanese. Il governo israeliano, dal canto suo, sostiene che le proprie azioni siano finalizzate a impedire il consolidamento di minacce considerate ancora più gravi. In questa prospettiva, è legittimo discutere la proporzionalità o la conformità al diritto internazionale di singole operazioni, ma qualificare Israele come "pericolo per il mondo" rischia di trascurare il ruolo svolto da altri attori che perseguono una strategia dichiarata di pressione militare e di destabilizzazione regionale.
Anche la durezza della risposta militare israeliana viene interpretata come conseguenza dei limiti mostrati dagli strumenti diplomatici e di deterrenza. Robert Satloff ricorda che il precedente accordo di cessate il fuoco con Hezbollah non aveva impedito la ripresa dei lanci di razzi contro il nord di Israele. Il documento ufficiale relativo all'Operation Rising Lion descrive l'intervento come l'ultima finestra di opportunità (“last window of opportunity”) per contrastare una minaccia ritenuta imminente. Nicholas Tsagourias, pur muovendosi in un quadro giuridico oggetto di ampio dibattito, sostiene che il diritto internazionale possa, secondo una determinata interpretazione, non richiedere necessariamente di attendere il verificarsi di un attacco devastante quando la minaccia è considerata di natura esistenziale. Israele, dunque, può essere considerato un attore che, in alcune circostanze, ha fatto ricorso a un uso della forza ritenuto eccessivo o contestato sotto il profilo giuridico, ma ciò non implica che rappresenti il principale fattore di rischio sistemico. Tale ruolo viene attribuito, piuttosto, all'intreccio tra il programma strategico dell'Iran, le capacità missilistiche regionali e l'azione dei gruppi armati non statali a esso collegati.

Nina Celli, 11 luglio 2026

 
05

La crisi umanitaria e l’occupazione israeliana producono instabilità

PRO

Israele è percepito come un pericolo per il mondo perché la gestione del conflitto nei territori palestinesi genera una crisi umanitaria e politica con effetti che si estendono oltre il Medio Oriente. L'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – OCHA), nel rapporto pubblicato il 26 giugno 2026, descrive una situazione caratterizzata da un accesso agli aiuti umanitari gravemente limitato, da finanziamenti insufficienti e dal permanere delle cause strutturali dei bisogni della popolazione. L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Office of the High Commissioner for Human Rights – OHCHR) continua a collegare l'occupazione, le discriminazioni e la necessità di garantire l'accertamento delle responsabilità (accountability). Amnesty International interpreta invece la violenza dei coloni e l'espansione degli insediamenti come elementi riconducibili a un più ampio progetto di annessione dell'Area C della Cisgiordania. Per i sostenitori di questa tesi, tali fenomeni non costituiscono soltanto una crisi umanitaria, ma alimentano anche processi di radicalizzazione, delegittimazione reciproca, mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale, tensioni nelle società occidentali e un progressivo indebolimento delle prospettive di una soluzione politica. L'assenza di un quadro condiviso di diritto e sicurezza, inoltre, favorirebbe la trasformazione del conflitto israelo-palestinese in un modello di polarizzazione con effetti ben oltre l'area in cui esso si svolge.
Anche l'evoluzione della percezione internazionale rappresenta un elemento rilevante. Un'indagine del Pew Research Center, pubblicata nel 2026, rileva che nella maggioranza dei Paesi esaminati prevalgono opinioni sfavorevoli nei confronti di Israele e bassi livelli di fiducia nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu. La RAND Corporation descrive un crescente isolamento internazionale del Paese, evidenziato dalle campagne di boicottaggio, dalle dinamiche sviluppatesi sui social media e da una percezione pubblica che associa sempre più frequentemente Israele ai temi dell'occupazione e delle sofferenze della popolazione palestinese. Tali dati indicano un cambiamento nel modo in cui il conflitto viene percepito a livello globale. Per una parte crescente dell'opinione pubblica internazionale, la questione israelo-palestinese non è più soltanto un dossier di sicurezza regionale, ma rappresenta un banco di prova per temi più ampi, quali il colonialismo, la tutela dei diritti umani, l'impunità, i presunti doppi standard delle democrazie occidentali e i limiti dell'alleanza atlantica. Quando un conflitto assume un simile valore simbolico, tende a produrre effetti politici, sociali e culturali che trascendono il contesto geografico in cui viene combattuto.
Il Brookings Institution sintetizza questa interpretazione affermando che "failure to address the structural inequities in Israel-Palestine does not contain conflict but regionalizes it" ("il mancato superamento delle disuguaglianze strutturali tra Israele e Palestina non contiene il conflitto, ma ne favorisce la regionalizzazione"). Il fronte favorevole estende ulteriormente questo ragionamento, sostenendo che tali dinamiche possano contribuire anche a una progressiva globalizzazione degli effetti del conflitto, sotto forma di crisi reputazionale delle democrazie occidentali, crescita delle mobilitazioni transnazionali ed erosione del linguaggio condiviso del diritto internazionale. Israele, dunque, viene considerato un "pericolo per il mondo" non perché disponga della capacità materiale di dominare il sistema internazionale, ma perché il perdurare del conflitto israelo-palestinese e le modalità con cui esso viene gestito sarebbero in grado di accelerare dinamiche di instabilità in un contesto internazionale già caratterizzato da forti tensioni. Tale interpretazione trova fondamento nel crescente intreccio tra dati umanitari, valutazioni giuridiche formulate da organismi internazionali e trasformazione della percezione pubblica globale del conflitto.

Nina Celli, 11 luglio 2026

 
06

Si possono contestare le singole scelte politiche, ma non criminalizzare Israele

CONTRO

Sostenere che Israele sia un pericolo per il mondo significa adottare una formula fortemente generalizzante, che tende a ricondurre lo Stato, il governo, la leadership politica, le forze armate, l'elettorato e la società civile a un unico soggetto di responsabilità. I sostenitori di questa posizione ritengono invece che il dibattito contemporaneo restituisca una realtà più articolata. Un'indagine del Pew Research Center, pubblicata nel 2026, evidenzia contemporaneamente un peggioramento dell'immagine internazionale di Israele e bassi livelli di fiducia nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, suggerendo che una parte significativa dell'opinione pubblica distingua tra il Paese e il suo governo. La RAND Corporation osserva inoltre che il crescente isolamento internazionale di Israele non debba essere considerato irreversibile e che eventuali cambiamenti politici interni potrebbero modificarne la traiettoria. Il Washington Institute for Near East Policy, infine, evidenzia come, anche dopo settimane di combattimenti, possano emergere spazi negoziali riguardanti il Libano e il disarmo di Hezbollah. Questi elementi mostrano che una definizione assoluta di Israele come "pericolo per il mondo" rischia di semplificare una realtà più complessa, rendendo più difficile individuare i soggetti e le dinamiche sulle quali intervenire per favorire la de-escalation.
Se il problema riguarda le scelte di un determinato governo o specifiche politiche pubbliche, allora è più appropriato riferirsi agli effetti destabilizzanti di tali decisioni, piuttosto che attribuire la qualifica di "pericolo globale" all'intero Stato di Israele. La distinzione non è soltanto terminologica, ma ha conseguenze pratiche. Una definizione che identifica l'intero Stato come fonte del pericolo potrebbe favorire strategie di isolamento generalizzato, mentre un'impostazione centrata su specifiche condotte consentirebbe il ricorso a strumenti più selettivi, quali sanzioni personali, condizionalità negli accordi internazionali, revisione di specifiche forme di cooperazione o sostegno a percorsi diplomatici e politici alternativi. Anche le istituzioni europee, pur esprimendo critiche nei confronti delle politiche israeliane, sembrano muoversi prevalentemente in questa direzione. “Reuters” ha documentato le iniziative dell'Unione europea nei confronti di coloni israeliani responsabili di violenze e il dibattito relativo a possibili misure nei confronti del ministro Itamar Ben-Gvir. Allo stesso tempo, il Consiglio dell'Unione europea, nel comunicato del 6 giugno 2026, continua a ribadire il diritto sia della popolazione israeliana sia di quella libanese a vivere in condizioni di sicurezza e conferma il sostegno all'attuazione degli accordi e delle risoluzioni internazionali. Ciò dimostra che, pur in presenza di critiche anche severe verso alcune politiche israeliane, la comunità internazionale non considera Israele un'entità intrinsecamente incompatibile con la stabilità internazionale.
La funzione di un dibattito pubblico non dovrebbe limitarsi all'attribuzione delle responsabilità, ma contribuire anche a individuare le condizioni necessarie per superare il conflitto. In questa prospettiva, una definizione assoluta di Israele come "pericolo per il mondo" rischierebbe di restringere lo spazio concettuale entro il quale considerare il Paese come interlocutore necessario per qualsiasi futuro assetto di sicurezza regionale, per eventuali accordi riguardanti il Libano, per la gestione del dossier nucleare iraniano, per la ricostruzione della Striscia di Gaza o per la riattivazione di un processo politico tra israeliani e palestinesi.

Nina Celli, 11 luglio 2026

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