Nr. 475
Pubblicato il 20/06/2026

Una grande piattaforma digitale può superare grandi nazioni europee

PRO O CONTRO?

La domanda se una grande piattaforma digitale possa avere “più potere” di una grande nazione europea è il modo con cui, nel dibattito pubblico, si cerca di descrivere un cambiamento strutturale dell’economia e della società contemporanee: la crescente concentrazione, nelle mani di pochi gruppi privati globali, di funzioni che riguardano comunicazione, commercio elettronico, pubblicità digitale, servizi cloud, app store, identità digitale, intelligenza artificiale e raccolta di dati su scala transnazionale. La questione richiede però una precisazione preliminare: il potere di una piattaforma non coincide con la sovranità di uno Stato. Una piattaforma non approva leggi, non impone tasse, non detiene il monopolio legittimo dell’uso della forza e non amministra la giustizia in senso pieno. Tuttavia, può influenzare in modo significativo mercati, flussi informativi, opinione pubblica e persino la capacità operativa di amministrazioni pubbliche e imprese private. È proprio in questa zona di sovrapposizione tra sfera pubblica e privata che si colloca il dibattito.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Le piattaforme governano spazi sociali più vasti di molti Stati

Meta parla ogni giorno a miliardi di persone: una scala sociale che nessuna nazione europea possiede da sola.

02 - Solo gli Stati e l’UE dispongono di sovranità coercitiva e normativa

Non legifera, non tassa, non giudica: il potere statale resta di natura diversa e più ampia.

03 - Le dipendenze infrastrutturali trasformano il potere privato in leva geopolitica

Quando amministrazioni e imprese dipendono da pochi fornitori, il potere privato assume rilievo geopolitico.

04 - Non si deve confondere grandezza economica e superiorità politica

Utenti, ricavi e dati non bastano per sostituire legittimazione democratica, welfare e sicurezza.

05 - I gatekeeper possono chiudere mercati e accessi prima dello Stato

Algoritmi, design e advertising non organizzano solo servizi: orientano comportamenti collettivi e priorità pubbliche.

06 - L’Europa sta costruendo contropoteri, quindi la supremazia non è acquisita

Sovranità tecnologica, interoperabilità e procurement pubblico mirano proprio a ridurre le dipendenze.

 
01

Le piattaforme governano spazi sociali più vasti di molti Stati

PRO

Una grande piattaforma digitale non è semplicemente un’impresa di grandi dimensioni. È un ambiente nel quale si svolgono relazioni sociali, scambi economici, attività pubblicitarie, informazione, costruzione dell’identità digitale e, sempre più spesso, interazioni con sistemi di intelligenza artificiale. Quando Meta dichiara 3,58 miliardi di utenti attivi al giorno e ricavi annui pari a 200,97 miliardi di dollari, il punto non è confrontare questi numeri con il prodotto interno lordo (PIL) di un singolo Stato europeo. La questione rilevante è che un unico gruppo privato dispone di una base utenti e di una capacità di raccolta dati enormemente superiori alla popolazione di qualsiasi grande Paese europeo. Questa posizione consente di esercitare un potere concreto attraverso la definizione delle regole di visibilità dei contenuti, delle priorità algoritmiche, degli standard comunicativi, delle condizioni di accesso ai servizi e dei meccanismi di monetizzazione, su una scala che supera i confini nazionali.
Anche la ricerca accademica ha progressivamente abbandonato l’idea di considerare le piattaforme soltanto come mercati digitali che mettono in contatto gruppi diversi di utenti. Gli studiosi Inge Graef e Frank Bostoen individuano tre dimensioni del platform power (potere di piattaforma): il potere esercitato sui mercati, quello esercitato sugli individui e quello esercitato sulla società nel suo complesso. Allo stesso modo, una raccolta di studi pubblicata da “Internet Policy Review” sottolinea che il potere delle piattaforme deve essere analizzato come una rete di dipendenze economiche, tecnologiche e sociali, piuttosto che come una categoria astratta. Applicata al tema in esame, questa prospettiva suggerisce che una piattaforma può risultare “più potente” di uno Stato non in senso assoluto, ma in funzioni specifiche: nella capacità di catturare l’attenzione degli utenti, filtrare e ordinare l’informazione, rendere dipendenti imprese e consumatori dai propri servizi e trasformare scelte tecniche apparentemente neutre in effetti collettivi di grande portata. La forza di questa interpretazione non risiede quindi nell’equiparare impropriamente un’impresa a uno Stato, ma nel riconoscere che le piattaforme controllano alcune delle leve più influenti della vita sociale contemporanea.
Anche il diritto europeo ha progressivamente recepito questa trasformazione. Il Digital Services Act (DSA), il Regolamento europeo sui servizi digitali, riconosce che le piattaforme online di dimensioni molto grandi svolgono un ruolo significativo nelle società e nelle democrazie dell’Unione europea e possono incidere sul pluralismo dell’informazione, sulla sicurezza pubblica, sui processi elettorali, sulla tutela dei minori e sui diritti fondamentali. Quando la Commissione europea, nel 2026, contesta a TikTok l’utilizzo di meccanismi di progettazione che potenzialmente creano dipendenza o a Meta l’insufficiente protezione degli utenti minori di tredici anni, non si limita a valutare semplici pratiche commerciali. Riconosce piuttosto che l’architettura stessa delle piattaforme digitali produce effetti sociali che, per intensità e diffusione, possono essere paragonati a quelli generati da importanti istituzioni pubbliche. Il problema, infatti, non riguarda più soltanto i contenuti ospitati da una piattaforma, ma il modo in cui essa struttura e orienta i comportamenti degli utenti. Sotto questo profilo, il suo potere può risultare più continuo, capillare e quotidiano di quello esercitato da molte amministrazioni statali.
Anche il dibattito politico internazionale più recente sembra confermare questa lettura. Durante il vertice del G7 del 2026, il tema della predominanza tecnologica statunitense è entrato nel confronto sulla governance dell’intelligenza artificiale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha criticato approcci unilaterali che limitano l’accesso ai modelli di intelligenza artificiale più avanzati, mentre la Commissione europea ha presentato un pacchetto di iniziative che parla esplicitamente di autonomia e sovranità tecnologica europea. Se l’Unione ritiene necessario rafforzare le proprie capacità nel cloud computing, nel software open source, nei semiconduttori e nell’intelligenza artificiale per ridurre la dipendenza da pochi operatori globali, significa che riconosce a tali piattaforme una capacità di condizionamento sistemica. Questo punto di vista non sostiene che una piattaforma possa sostituire integralmente uno Stato, ma che in ambiti ormai centrali per la vita economica e pubblica – come l’informazione, i dati, l’attenzione degli utenti, l’accesso ai mercati e le infrastrutture digitali – il suo potere operativo possa risultare superiore a quello esercitato da una grande nazione europea considerata isolatamente.

Nina Celli, 20 giugno 2026

 
02

Solo gli Stati e l’UE dispongono di sovranità coercitiva e normativa

CONTRO

È necessaria una distinzione fondamentale tra diverse forme di potere. Potere di mercato, potere infrastrutturale e potere sociale non coincidono con la sovranità politica. Una grande piattaforma digitale può influenzare il dibattito pubblico, raccogliere ed elaborare enormi quantità di dati, imporre condizioni commerciali a utenti e imprese e creare fenomeni di lock-in tecnologico, cioè situazioni in cui risulta difficile abbandonare un ecosistema digitale senza costi significativi. Tuttavia, essa non può approvare norme con efficacia generale, imporre tributi, erogare servizi di welfare, amministrare la giustizia, attribuire la cittadinanza o esercitare legittimamente la coercizione fisica. Per questo motivo, quando si afferma che una piattaforma sarebbe “più potente” di una grande nazione europea, si rischia di mettere sullo stesso piano fenomeni profondamente diversi. Gli studiosi che invitano a distinguere e contestualizzare le varie forme di platform power insistono proprio su questo aspetto: il fatto che le piattaforme siano estremamente influenti in determinati ambiti non implica che siano superiori allo Stato nel suo complesso.
Questa interpretazione trova conferma anche nell’evoluzione più recente dell’azione regolatoria europea. Nel 2025 la Commissione europea ha accertato la non conformità di Apple e Meta al Digital Markets Act (DMA), il Regolamento europeo sui mercati digitali, imponendo sanzioni e obblighi correttivi. Nello stesso anno ha inflitto a Google una multa di 2,95 miliardi di euro nel settore della pubblicità digitale (adtech) e ha prospettato ulteriori rimedi strutturali. Tra il 2025 e il 2026 sono state inoltre avviate o proseguite procedure nei confronti di Meta per presunte carenze nella protezione dei minori, di X nell’ambito del Digital Services Act (DSA) e di TikTok per meccanismi di progettazione ritenuti potenzialmente a rischio dipendenza. Questi episodi non rappresentano segnali di debolezza delle istituzioni pubbliche; al contrario, dimostrano che sono ancora le autorità democraticamente legittimate a definire il quadro normativo, qualificare giuridicamente le condotte, imporre obblighi di comportamento e, se necessario, applicare sanzioni economiche o rimedi strutturali. Una piattaforma può accumulare utenti, dati e capitale, ma non può sottrarsi automaticamente all’azione regolatoria laddove le istituzioni pubbliche decidano di intervenire in modo coordinato.
Anche la prima revisione ufficiale del DMA, pubblicata il 28 aprile 2026, rafforza questa lettura. La Commissione europea ha sostenuto che il regolamento sta già contribuendo a rendere i mercati digitali più equi, aperti e contendibili, ribadendo che la figura del gatekeeper non è una condizione di potere assoluto, bensì una categoria giuridica soggetta a obblighi specifici e a un sistema di vigilanza pubblica. In altri termini, l’Unione europea non si comporta come se si trovasse di fronte a soggetti incontrollabili, ma sta progressivamente costruendo un quadro regolatorio destinato a disciplinare i mercati digitali in modo sempre più sistematico. La capacità di definire regole ex ante e di imporre la conformità ex post rimane una prerogativa tipicamente politica e statale. Se le piattaforme fossero realmente superiori agli Stati, non vi sarebbe spazio per strumenti come il DMA, per le istruttorie nazionali – come quella avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) nei confronti di Apple – o per decisioni europee come l’ordine che ha imposto a Meta di garantire l’accesso di servizi concorrenti a WhatsApp.
La formulazione secondo cui una grande piattaforma digitale avrebbe un potere superiore a quello di una grande nazione europea, pertanto, appare eccessiva o quantomeno fuorviante. La disponibilità di servizi essenziali, una base utenti molto ampia e una notevole capacità di influenza non bastano da sole a configurare un potere superiore a quello di uno Stato. Piuttosto, indicano che la sovranità pubblica si confronta oggi con un ambiente tecnologico globale e transnazionale che richiede nuovi strumenti di regolazione e nuove forme di cooperazione. Le grandi piattaforme sono attori estremamente potenti e capaci di incidere su aspetti cruciali della vita economica e sociale contemporanea. Tuttavia, continuano a mancare degli elementi che definiscono il primato statale in senso proprio: la legittimazione democratica, la capacità di emanare norme generali vincolanti, il monopolio della coercizione legittima e la responsabilità politica verso una comunità territoriale. Per questa ragione, più che parlare di una superiorità delle piattaforme sugli Stati, molti osservatori ritengono più corretto parlare di una ridefinizione dei rapporti di forza tra potere pubblico e potere privato nell’era digitale.

Nina Celli, 20 giugno 2026

 
03

Le dipendenze infrastrutturali trasformano il potere privato in leva geopolitica

PRO

Il potere delle piattaforme digitali cresce in modo significativo quando queste smettono di essere percepite come semplici fornitori di servizi e diventano vere e proprie infrastrutture essenziali. Gran parte del dibattito europeo sulla sovranità tecnologica (tech sovereignty) sviluppatosi tra il 2025 e il 2026 nasce proprio dalla convinzione che alcune dipendenze digitali non possano più essere considerate normali relazioni di mercato, ma costituiscano vulnerabilità strategiche. Il Parlamento europeo ha evidenziato che l’Unione dipende da Paesi terzi per oltre l’80% di numerosi prodotti, servizi, infrastrutture digitali e diritti di proprietà intellettuale. La Commissione europea ha trasformato questa preoccupazione in un programma politico e industriale concreto attraverso il pacchetto sulla sovranità tecnologica presentato nel 2026. In tale contesto, quando un’infrastruttura privata diventa indispensabile per il funzionamento del cloud computing, dell’intelligenza artificiale, del software, della gestione dei dati o della connettività, il potere dell’impresa che la controlla non può più essere interpretato esclusivamente come potere economico: assume inevitabilmente una dimensione geopolitica.
Gli sviluppi del giugno 2026 hanno reso questa dinamica particolarmente evidente. La Francia ha annunciato la progressiva sostituzione delle tecnologie dell’azienda statunitense Palantir all’interno della Direction Générale de la Sécurité Intérieure (DGSI), il servizio di intelligence interna francese, con una soluzione sviluppata a livello nazionale. La decisione è stata motivata esplicitamente dalla necessità di rafforzare l’autonomia strategica del Paese. Nello stesso periodo, durante il vertice del G7, una parte del confronto internazionale si è concentrata sul rischio che l’accesso ai modelli di intelligenza artificiale più avanzati, i cosiddetti frontier models, finisca per essere controllato da un numero estremamente ristretto di imprese statunitensi. Il significato politico di questi eventi è rilevante: quando uno Stato ritiene che la propria sicurezza, la propria capacità di intelligence o il proprio potenziale innovativo possano dipendere dalla disponibilità di tecnologie controllate da soggetti esterni, riconosce implicitamente che il potere esercitato da tali imprese può, in determinati ambiti, superare quello della singola amministrazione nazionale. La piattaforma o il fornitore infrastrutturale non approva leggi e non esercita sovranità in senso classico, ma può influenzare concretamente ciò che uno Stato è in grado di fare o non fare.
Questa interpretazione trova sostegno anche in una parte significativa della società civile e della letteratura critica sul potere delle piattaforme. Una lettera aperta coordinata dall’organizzazione europea epicenter.works e sottoscritta da ventinove organizzazioni della società civile ha sostenuto che l’eccessiva dipendenza da pochi operatori dominanti rende vulnerabile quella che viene definita la “spina dorsale digitale” dell’Europa, chiedendo maggiori interventi in materia di interoperabilità, concorrenza e sviluppo di alternative tecnologiche. Un argomento analogo è stato avanzato da Max von Thun sulle pagine del “Guardian”, dove la dipendenza europea dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi viene descritta non soltanto come una questione economica o industriale, ma anche come un problema di autonomia politica e strategica. Pur utilizzando linguaggi diversi, queste posizioni convergono su un punto fondamentale: il potere delle piattaforme aumenta enormemente quando si consolida attraverso standard tecnologici, contratti di lungo periodo, ecosistemi proprietari, formati chiusi e fenomeni di lock-in, cioè di dipendenza tecnica ed economica da una determinata infrastruttura. In tali condizioni, la capacità di scelta di utenti, imprese e istituzioni pubbliche tende a ridursi progressivamente.
È proprio in questa prospettiva che l’affermazione secondo cui una grande piattaforma digitale possa avere un potere superiore a quello di una grande nazione europea acquista la sua maggiore forza argomentativa. Uno Stato dispone certamente di ministeri, forze armate, bilancio pubblico, apparati amministrativi e legittimazione democratica. Tuttavia, se la sua amministrazione, il suo sistema economico, i suoi media e una parte significativa dei suoi cittadini dipendono da infrastrutture tecnologiche esterne – come servizi cloud, sistemi operativi, interfacce di programmazione (Application Programming Interfaces, API), piattaforme di intelligenza artificiale o reti digitali proprietarie – la sua libertà effettiva di azione può risultare limitata. In questa lettura, il rapporto di potere non viene misurato attraverso le categorie tradizionali della sovranità, bensì attraverso la capacità di rendere altri soggetti dipendenti dai propri strumenti e dalle proprie infrastrutture. Una piattaforma dominante, proprio perché opera come infrastruttura privata, globale e transnazionale, può quindi acquisire in questo specifico ambito una leva di influenza che, almeno sotto il profilo operativo e tecnologico, risulta superiore a quella esercitata da una grande nazione europea considerata singolarmente.

Nina Celli, 20 giugno 2026

 
04

Non si deve confondere grandezza economica e superiorità politica

CONTRO

Esiste il rischio di usare criteri quantitativi come scorciatoia argomentativa. Che Meta abbia miliardi di utenti o centinaia di miliardi di ricavi non dimostra di per sé una superiorità politica su uno Stato. Le grandi piattaforme dispongono di scala, liquidità, dati e capacità d’investimento. Ma la capacità di amministrare un territorio, negoziare trattati, costruire infrastrutture pubbliche, garantire difesa, scuola, sanità o previdenza appartiene a un’altra dimensione. Nel dibattito pubblico, il confronto fra utenti e popolazione o fra ricavi e PIL è efficace retoricamente, ma analiticamente è un confronto parziale. Il punto non è negare la forza delle piattaforme, ma evitare che la misurazione economica venga scambiata per un indice totale del potere.
La stessa Anu Bradford, in interviste e interventi recenti, mette in guardia contro una lettura semplicistica del rapporto fra Europa e potere privato: l’autonomia strategica non va confusa con autarchia e il deficit europeo non dipende soltanto dall’eccesso di regolazione, ma anche da mercato unico incompleto, capitali insufficienti e difficoltà di scala. Si può condividere o meno questa diagnosi, ma essa spinge verso una conclusione precisa: se l’Europa appare più debole delle piattaforme in alcuni campi, la causa non è solo la potenza delle imprese, bensì anche la frammentazione delle capacità pubbliche dell’Unione. Non è la piattaforma, in quanto tale, a essere “superiore” allo Stato, è il quadro europeo che a volte agisce in ordine sparso e quindi valorizza indirettamente il vantaggio dei grandi operatori privati.
Anche le voci del mondo industriale, pur da una prospettiva diversa, complicano la lettura della superiorità. DIGITALEUROPE riconosce il problema delle dipendenze ma insiste sul fatto che la risposta non possa essere la chiusura del mercato o un modello di sovranità inteso come esclusione sistematica dei partner esterni. Se il digitale è per definizione interdipendente, misurare il potere come capacità di completo controllo nazionale può essere fuorviante. In un ecosistema globale, nessun attore, né gli Stati né le piattaforme digitali, è completamente autosufficiente. L’interdipendenza tra soggetti, risorse e infrastrutture ridimensiona l’idea che le piattaforme possano esercitare un potere superiore a quello delle nazioni. Il potere contemporaneo, infatti, non è concentrato in un unico soggetto, ma si distribuisce lungo reti complesse che comprendono standard tecnologici, hardware, software, dati, risorse energetiche e sistemi giuridici.
La tesi in discussione è efficace come allarme politico, ma imprecisa come giudizio definitivo. Serve a descrivere un rapporto di forza sbilanciato in alcuni mercati e infrastrutture; non a stabilire una superiorità generale. Uno Stato può dipendere da una piattaforma per servizi essenziali, ma mantiene competenze, strumenti e finalità che nessuna impresa possiede. Se si confondono questi piani, si rischia di trasformare una diagnosi utile sulle dipendenze digitali in una tesi troppo assoluta per essere davvero convincente.

Nina Celli, 20 giugno 2026

 
05

I gatekeeper possono chiudere mercati e accessi prima dello Stato

PRO

In questo contesto, il problema non risiede soltanto nelle dimensioni delle piattaforme, ma nel fatto che alcune di esse sono diventate veri e propri passaggi obbligati per l’accesso ai mercati digitali. La figura del gatekeeper, centrale nel Digital Markets Act (DMA), esprime efficacemente questa dinamica: chi controlla i punti di accesso può influenzare quali servizi acquisiscono visibilità, quali rimangono marginali, quali sono soggetti a costi di accesso e quali vengono esclusi dal mercato. Come ricorda la revisione del DMA del 2026, i principali operatori di piattaforma sono in grado di determinare le condizioni di accesso a prodotti e servizi digitali. Il potere che ne deriva può risultare più rapido e incisivo di quello statale, poiché si esercita ex ante: non attende l’intervento di una legge o di una decisione giudiziaria, ma si manifesta direttamente attraverso regole private che disciplinano l’interoperabilità, i criteri di ranking, l’accesso alle API e i processi di integrazione o esclusione dei servizi.
Il caso più esemplare, tra gli sviluppi più recenti, è l’ordine europeo contro Meta in materia di WhatsApp. Se una piattaforma di messaggistica che connette centinaia di milioni di utenti europei decide che soltanto il proprio assistente AI può operare liberamente nel servizio, mentre ai rivali viene chiuso o reso economicamente impraticabile l’accesso, quella decisione privata non incide su una singola funzionalità: ridefinisce il campo di gioco di un mercato nascente. Il fatto che Bruxelles sia dovuta intervenire con misure immediate rende evidente proprio ciò che la tesi favorevole sottolinea: la piattaforma, per un certo periodo, ha già esercitato un potere di selezione superiore a quello della singola autorità nazionale.
La stessa dinamica emerge anche in altri settori. L’indagine dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato su Apple riguarda la possibile limitazione dell’accesso, per i fornitori concorrenti di servizi cloud, alle medesime componenti hardware e software utilizzate da iCloud. Analogamente, la decisione del 2025 nei confronti di Apple e Meta, adottata nell’ambito del DMA, ha posto al centro questioni relative allo steering, all’utilizzo dei dati degli utenti e alla possibilità di accedere a servizi equivalenti con un livello inferiore di personalizzazione. Nello stesso anno, la sanzione inflitta a Google nel settore dell’adtech ha evidenziato come il controllo di più segmenti della filiera pubblicitaria possa favorire pratiche di auto-preferenziazione e consolidare ulteriormente la posizione dominante dell’operatore. In tutti questi casi, il tratto comune è rappresentato dalla capacità della piattaforma di definire unilateralmente le condizioni di funzionamento del mercato prima che l’intervento pubblico riesca a ristabilire un equilibrio competitivo.
Per i sostenitori di questa tesi, è proprio qui che si concentra il nucleo del problema. Sebbene uno Stato europeo possa disporre di un peso politico e istituzionale complessivamente superiore a quello di una piattaforma digitale, nella concreta organizzazione di un mercato digitale, di un ecosistema cloud o di uno spazio informativo il potere del gatekeeper può risultare più immediato e penetrante. Non è necessario esercitare una sovranità nel senso tradizionale del termine: è sufficiente controllare l’interfaccia, il protocollo, le condizioni di accesso, i sistemi di misurazione o l’infrastruttura predefinita. In un contesto in cui un numero crescente di attività pubbliche e private dipende da tali punti di accesso, il gatekeeper acquisisce un vantaggio operativo che, almeno nel breve e medio periodo, può rivelarsi più efficace della capacità di intervento di una grande nazione europea.

Nina Celli, 20 giugno 2026

 
06

L’Europa sta costruendo contropoteri, quindi la supremazia non è acquisita

CONTRO

Il dato più significativo emerso negli ultimi anni non è tanto l’espansione del potere delle piattaforme, quanto il rafforzamento della capacità di risposta delle istituzioni europee. Il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA) hanno infatti modificato profondamente l’approccio alla regolazione dei mercati digitali: non più unicamente interventi antitrust ex post e sanzioni occasionali, ma un sistema fondato su obblighi ex ante, gestione dei rischi sistemici, maggiore trasparenza, interoperabilità, accesso ai dati, limitazione delle pratiche di lock-in e meccanismi di vigilanza condivisi tra la Commissione europea e le autorità nazionali. La revisione del DMA del 2026 sottolinea come i primi effetti di questa strategia siano già visibili, mentre l’attività delle autorità nazionali dimostra che il nuovo quadro normativo si sta traducendo in concrete iniziative di controllo e supervisione. In questa prospettiva, la questione centrale non è stabilire se le piattaforme dispongano di un potere considerevole — circostanza difficilmente contestabile — bensì verificare se tale potere sia divenuto incontrollabile. La risposta, secondo questa interpretazione, è negativa.
Gli sviluppi più recenti sembrano infatti indicare una crescente capacità di adattamento delle istituzioni europee. Il pacchetto sulla sovranità tecnologica presentato nel 2026 non si limita a evidenziare le dipendenze strategiche dell’Europa, ma mira a intervenire concretamente in settori chiave quali il cloud, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, l’open source e le infrastrutture energetiche. Già nel 2025 il Parlamento europeo aveva sollecitato maggiori investimenti, la realizzazione di infrastrutture digitali europee e l’assoggettamento delle infrastrutture critiche alla giurisdizione dell’Unione. Nello stesso senso si muove la strategia digitale internazionale del 2025, che collega partenariati internazionali, sicurezza, governance globale e regolazione delle piattaforme. Questi sviluppi suggeriscono che l’Unione europea non si percepisca come un attore passivo di fronte al potere delle Big Tech. Al contrario, il riconoscimento della loro influenza viene progressivamente tradotto in strumenti di politica industriale, interventi normativi e iniziative di diplomazia tecnologica. Una supremazia piena e incontrastata delle piattaforme risulterebbe difficilmente compatibile con questa crescente capacità di risposta istituzionale.
Va inoltre sottolineato che il contropotere nei confronti delle piattaforme non si esprime esclusivamente attraverso strumenti coercitivi o sanzionatori. Le iniziative più recenti mostrano infatti l’emergere di strategie complementari volte a promuovere maggiore pluralismo e autonomia tecnologica. La lettera aperta delle ONG europee del 2026, ad esempio, richiama l’attenzione sulla necessità di favorire interoperabilità, alternative tecnologiche e criteri di procurement pubblico orientati a principi etici e di indipendenza strategica. Nello stesso periodo, la Francia ha deciso di sostituire il proprio fornitore in un settore particolarmente sensibile, mentre il dibattito accademico evidenzia come il governo del platform power non dipenda soltanto dall’introduzione di nuove regole, ma anche dalla costruzione di adeguate architetture istituzionali, dal consolidamento delle tutele esistenti e dalla creazione di spazi favorevoli all’ingresso di concorrenti e allo sviluppo di tecnologie alternative.
Le piattaforme esercitano una forza considerevole in virtù della loro posizione centrale negli ecosistemi digitali, ma tale centralità non è necessariamente permanente. Essa può essere progressivamente ridotta attraverso obblighi di accesso, politiche di appalto pubblico, diffusione di standard aperti, limitazione dei meccanismi di lock-in e interventi di politica industriale mirati. La superiorità delle piattaforme, pertanto, non rappresenta una condizione inevitabile o definitiva, bensì una relazione di potere suscettibile di trasformazione.
Gli sviluppi del 2025 e del 2026 mostrano un’Europa più consapevole delle proprie vulnerabilità, più incline all’intervento regolatorio e più determinata a trasformare le dipendenze tecnologiche in capacità autonome. Non vi è alcuna garanzia che questo processo conduca a un pieno successo; tuttavia, il semplice fatto che siano stati costruiti strumenti sempre più articolati di contropotere suggerisce che la presunta superiorità delle piattaforme non possa essere considerata un dato acquisito, uniforme e irreversibile.

Nina Celli, 20 giugno 2026

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