Il Board of Peace di Trump è un’alternativa all’ONU?
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
Il “Board of Peace” (Consiglio di Pace) proposto da Donald Trump rappresenta una sfida senza precedenti all’architettura globale uscita dalla Seconda guerra mondiale. Nato come strumento per consolidare il fragile cessate-il-fuoco a Gaza e supervisionarne la ricostruzione, il Board è rapidamente evoluto – su impulso dello stesso Trump – in un progetto ben più ambizioso: una piattaforma permanente di peacekeeping internazionale, parallela (se non concorrente) alle Nazioni Unite. Nel novembre 2025 il Consiglio di Sicurezza ONU ha autorizzato un simile organo limitatamente a Gaza (Risoluzione 2803) come amministrazione transitoria fino al 2027. Forte di quel via libera, Trump ha ampliato il mandato del Board ben oltre la Striscia, invitando circa 60 capi di Stato e di governo ad aderirvi come membri fondatori. L’iniziativa, presentata come “nuovo approccio audace per risolvere i conflitti globali” in cooperazione (almeno formale) con l’ONU, ha acceso un intenso dibattito internazionale.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
L’ONU non è riuscita a fermare molti conflitti, il Board of Peace è un organismo snello guidato da leader influenti può ottenere risultati dove la burocrazia ONU ha fallito.
Il Board of Peace è un organo parallelo per aggirare l’ONU. Rischia di delegittimare l'ONU e calpestare principi giuridici consolidati, come denunciano esperti ONU.
Il contributo da 1 miliardo garantisce che solo i Paesi determinati investano nella pace. Ciò crea un club di nazioni responsabili, pronte a mettere risorse.
Il Board concentra potere in Trump. Gli Stati possono comprarsi privilegi con $1 mld, violando il principio di eguaglianza sovrana. Di fatto è un club oligarchico.
Con Trump come chairman a vita, il Board ha una guida stabile e decisa che può coordinare meglio gli sforzi di pacificazione, imponendo soluzioni pragmatiche.
Il Board appare disegnato per imporre gli interessi strategici di Washington e alleati, marginalizzando rivali come Cina o Iran.
Nessuno ha potere di veto tranne il chairman, evitando paralisi. Ciò permette di includere tutti gli attori rilevanti in un processo di pace, anche nemici fra loro.
Il Board ha già spaccato il fronte occidentale: importanti alleati (Francia, Scandinavi, UE) lo respingono apertamente.
I più deboli rischiano di vedere i propri diritti sacrificati in cambio di una “pace” imposta, ciò erode la tutela internazionale dei diritti umani.
L’ONU non funziona, il Board of Peace può agire davvero
Il Board of Peace è nato dalla constatazione che il sistema ONU è paralizzato e inefficace in molte crisi, mentre servono soluzioni concrete. Donald Trump e i suoi sostenitori sottolineano che l’ONU “non è mai stata di aiuto” nei conflitti più gravi e “non ha mai mantenuto le sue promesse”. Ad esempio, in due anni di guerra a Gaza e decenni di processo di pace israelo-palestinese, l’ONU non è riuscita né a proteggere i civili né a imporre un accordo; invece, Trump rivendica di aver negoziato un cessate-il-fuoco e uno scambio di ostaggi (Fase 1 del suo piano) laddove altri hanno fallito. Secondo questa tesi, il Board of Peace offre finalmente un approccio pragmatico e snello: riunisce un gruppo scelto di leader “che sanno portare risultati” e hanno “tremenda influenza” per affrontare insieme i conflitti, senza lungaggini burocratiche né veti incrociati. In pratica, è un consesso di volenterosi guidato da un leader deciso (Trump) che può muoversi più rapidamente. I fautori del Board citano proprio la crisi di Gaza come esempio emblematico: la tregua di ottobre 2025 ha retto solo grazie alla pressione diretta di Washington e di alleati regionali, con l’ONU relegata a un ruolo marginale. Il Board, inizialmente concepito per Gaza, è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza ONU come parte integrante del piano di pace (Risoluzione 2803), quindi ha anche un imprimatur legale internazionale di partenza. Ora, ampliandone il mandato globalmente, Trump punta a superare le lentezze di un’ONU politicamente bloccata: “durable peace requires… the courage to depart from institutions that have too often failed” recita il preambolo della Carta (“Una pace duratura richiede... il coraggio di abbandonare istituzioni che troppo spesso hanno fallito”). Ciò riflette la convinzione che insistere sulle strutture esistenti porterebbe altri fallimenti: meglio creare qualcosa di nuovo e più agile. Marco Rubio, nominato segretario di Stato di Trump e membro esecutivo del Board, ha dichiarato che questo organismo permetterà agli USA e ai partner di “agire dove l’ONU resta inerte, portando sicurezza e stabilità reale”. Anche leader di Paesi emergenti appoggiano questa visione: il presidente del Kazakistan Tokayev, aderendo al Board, ha espresso “sincera gratitudine” e la volontà di contribuire alla pace perché riconosce l’iniziativa come opportunità di governance innovativa dei conflitti.
Per i sostenitori, dunque, il Board of Peace è la risposta alla frustrazione verso l’immobilismo dell’ONU: un meccanismo d’azione dove chi vuole davvero la pace si siede al tavolo e si impegna con risorse e decisioni rapide. Non è un caso che vi abbiano aderito anche Paesi non allineati come Uzbekistan e Vietnam: essi vedono nel Board una sede in cui poter incidere senza passare per i filtri occidentali tradizionali. Il Board è aperto a tutti i volenterosi, non un club chiuso: persino nazioni con rapporti tesi con gli USA (come la Bielorussia) hanno subito detto sì. Ciò lo rende paradossalmente più inclusivo del Consiglio di Sicurezza a 5 membri permanenti. In definitiva, il Board of Peace potrebbe essere uno strumento efficace, orientato ai risultati e libero dai freni ideologici: “le guerre che ho fermato, l’ONU non mi ha aiutato in nessuna” dice Trump, e il Board nasce proprio per colmare quel vuoto d’azione con un intervento risolutivo.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Il Board of Peace mina l’ordine internazionale basato sull’ONU
I critici più netti vedono nel Board of Peace una minaccia diretta al sistema multilaterale universale delle Nazioni Unite. Fin dall’annuncio, diplomatici e ministri hanno espresso allarme: il ministro belga Maxime Prévot ha dichiarato esplicitamente che Trump sta cercando di “sostituire il sistema delle Nazioni Unite” col suo Board, definendolo “inaccettabile”. Anche la premier italiana Meloni, pur cauta, ha ammesso che l’iniziativa “imbarazza” l’alleato più filo-USA in Europa, perché appare come una “ONU parallela” che renderebbe l’ONU attuale “obsoleta” (parole pronunciate da Trump stesso e riportate dai media italiani). Il timore principale è la delegittimazione: se un gruppo di Paesi – per quanto potente – inizia a risolvere conflitti globali al di fuori dell’ONU, quest’ultima ne esce indebolita, forse irrimediabilmente. Un diplomatico europeo lo ha definito “una specie di Nazioni Unite di Trump che ignora i fondamenti della Carta ONU”. Si ricorda che la Carta ONU all’art.103 prevede la preminenza degli obblighi ONU su qualsiasi accordo internazionale: ora, se Stati come Italia, Canada o Giappone aderiscono a un Board dove giurano fedeltà a decisioni prese altrove, quale obbligo prevale? Si crea un conflitto normativo. Inoltre, il Board in quanto “nuova organizzazione internazionale” rompe con l’idea di universalità: l’ONU (con 193 membri) è pressoché universale; il Board nasce su inviti e include circa 50-60 Stati, escludendone altri (non invitati o contrari). Si verrebbe a creare un mondo spaccato in due cornici di governance. Russia e Cina, ad esempio, guardano con estrema diffidenza: hanno percepito il Board come un tentativo USA di scavalcarle. Nel Consiglio di Sicurezza essi hanno potere di veto; nel Board sarebbero – se partecipassero – uno dei tanti (o addirittura esclusi). Per questo Mosca e Pechino si sono astenute sulla risoluzione 2803 e hanno protestato che il piano Gaza non dà un “ruolo chiaro all’ONU”. Funzionari russi hanno detto esplicitamente che il Board “contraddice i principi del Consiglio di Sicurezza e crea una struttura rivale”. Questo scenario ricorda ai più anziani diplomatici la fine della Società delle Nazioni: quando le grandi potenze iniziarono a bypassarla con accordi paralleli, quell’istituzione crollò. Francia è stata la più dura: il ministro Barrot ha detto “Sì al piano di pace USA, ma no a creare un organismo che sostituisce le Nazioni Unite”, definendo il Board inaccettabile. Trump, ferito, ha minacciato tariffe sui vini, confermando agli occhi europei la natura divisiva e distruttiva del suo approccio. Un’UE frammentata su tali iniziative perderebbe peso globale e l’intero tessuto di alleanze ne risente: Germania e Francia hanno fatto fronte comune nel dire che l’ONU resta il “quadro centrale per le crisi internazionali” e che un Board ampio “potrebbe minare l’ordine internazionale fondato sulla Carta” (parole del premier sloveno Golob). L’ONU è imperfetta, ma è l’unica sede dove tutti gli Stati – grandi o piccoli – siedono insieme. Il Board rovescia ciò: torna a un concerto di potenze e Paesi affini, lasciando fuori decine di nazioni. Moltissimi Stati del Sud globale non invitati (perché critici di Trump o perché vicini alla Cina) denunciano il Board come un tentativo neocoloniale di alcuni di imporsi su altri senza passare dall’ONU. Il Sudafrica, ad esempio (non invitato perché pro-Palestina e vicino a BRICS), ha parlato di “iniziativa illegittima contraria ai principi di equa rappresentanza”. ONG come International Crisis Group sostengono che il Board riflette “la chiara visione di volere cooperazione internazionale a condizioni di Washington” (Daniel Forti). Questo sposta l’ordine mondiale verso un modello a blocco: i paesi “del Board” vs. quelli fuori, con l’ONU ridotta ad arena vuota o campo di scontro (già l’Assemblea Generale su Gaza 2025 fu spaccata, ora lo sarebbe ancor di più). Inoltre, i contrari evidenziano i pericoli per il Diritto internazionale: il Board non è vincolato dalla Carta ONU nella sua azione. Un esperto di Diritto definisce la Risoluzione ONU 2803 (che di fatto delega al Board la gestione di Gaza) un tradimento della Carta: “il Consiglio ha scelto di non basarsi sul corpus di legge che era obbligato a rispettare… tradisce i popoli che pretende proteggere”. Questo perché “agisce in contrasto con i Purposes and Principles ONU”, spostando il potere a un organismo non universale. Se il Board fosse limitato a Gaza (transitorio), sarebbe un caso isolato; ma la Carta del Board afferma l’ambizione globale: i diplomatici temono che gradualmente si vorrà spostare sul Board la gestione di tutte le grandi crisi (Ucraina, Siria ecc.), lasciando l’ONU come guscio vuoto o per questioni minori. Infine, i contrari sottolineano la preoccupazione già espressa dall’Alto Commissario ONU ai diritti umani: “il Board consoliderebbe un modello di potere che rischia di legittimare la violenza e i regimi illegali” – posizioni che di solito si discutono e condannano all’ONU ora verrebbero accettate in un forum a parte.
Il Board of Peace, quindi, sarebbe un grave passo indietro: indebolisce il multilateralismo inclusivo, minaccia l’autorità del Diritto internazionale e rischia di spaccare ulteriormente il mondo in fazioni, esacerbando i conflitti di potere invece di risolverli. Per parafrasare il Ministro degli Esteri del Lussemburgo a Davos: “Non c’è pace sostenibile fuori dall’ONU; un consesso partigiano non farà che peggiorare i sospetti e l’instabilità globali”.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Il Board of Peace richiede impegno e responsabilità: chi crede davvero nella pace, paga
Il Board of Peace introduce un meccanismo innovativo di accountability finanziaria che i favorevoli considerano un punto di forza. La regola contestata del contributo da $1 miliardo per ottenere il seggio permanente viene reinterpretata in positivo: serve a garantire che i membri si “mettano in gioco” (skin in the game) e siano quindi seriamente motivati a far funzionare il Board. Nell’ottica dei favorevoli, uno dei problemi storici dell’ONU è che molti Stati vi partecipano a costo zero, limitandosi a votare risoluzioni ma senza poi investire in mezzi e truppe per attuarle. Il Board capovolge questo modello: chiede un impegno tangibile, addirittura economico, come segnale di dedizione alla causa della pace. “Chi ci crede, paga e lavora; chi non è disposto, resti fuori”. Questa filosofia piace a vari governi affini alla visione trumpiana: Ungheria e Argentina, ad esempio, si sono dette disponibili a contribuire, vedendo nel Board anche opportunità di prestigio internazionale in cambio dell’investimento. Viktor Orbán ha definito “un onore” l’invito e implicitamente ha lasciato intendere che l’Ungheria è pronta a fare la sua parte, anche finanziaria, pur di sedere accanto agli USA nel nuovo consesso. Sul piano pratico, i sostenitori sottolineano che quei fondi – se versati – non spariscono nelle tasche di qualcuno ma alimentano direttamente le casse del Board, quindi finanziano missioni di pace, ricostruzione, stabilizzazione. Un miliardo per ogni grande potenza coinvolta significa avere rapidamente a disposizione decine di miliardi per Gaza e altri scenari, bypassando le lentezze delle quote ONU e dei donatori internazionali. Mark Carney, il primo ministro canadese, pur rifiutando di pagare subito per un seggio, ha riconosciuto che l’idea del contributo volontario rende il Board autofinanziato e potenzialmente più rapido nell’azione (il Canada parteciperebbe con fondi solo quando saranno garantiti obiettivi umanitari concreti). Inoltre, per i Paesi medio-piccoli che decidono di investire, la formula “pay-to-play” offre qualcosa di mai avuto: un posto permanente al tavolo che conta, privilegio finora riservato solo alle 5 potenze vincitrici del 1945. Kazakhstan e Uzbekistan ne sono un esempio lampante: pagando la quota (per loro ingente ma fattibile grazie alle risorse energetiche), ottengono un seggio di durata illimitata nel Board, dando voce all’Asia Centrale come mai prima. I loro portavoce hanno rimarcato con orgoglio di essere stati tra i primi invitati e di aver risposto positivamente, segno che colgono l’opportunità di contare di più sulla scena internazionale. Questa dinamica potrebbe ripetersi per paesi come gli Emirati Arabi o il Vietnam, anch’essi nella lista delle adesioni lampo: investire capitali per avere voce in capitolo su questioni globali, anziché restare soggetti alle decisioni di altri. I pro sostengono dunque che il Board “monetizza” l’impegno per la pace: chi siede a quel tavolo ha letteralmente investito capitali e prestigio. Dunque, sarà maggiormente incentivato a raggiungere risultati (pena perdere i fondi spesi). Questo potrebbe evitare la cronica mancanza di follow-up che affligge l’ONU: quante missioni di pace sono sotto-finanziate e abbandonate? Nel Board, i membri fondatori hanno interesse diretto a vedere un ritorno in stabilità e pace per giustificare ai propri cittadini l’esborso sostenuto. In più, il contributo funge da filtro: separa i partecipanti seri da quelli opportunisti. Trump stesso l’ha difeso definendolo un modo per selezionare “partner con profondo impegno per pace, sicurezza e prosperità”. D’altronde, fa notare il fronte pro, il Board prevede comunque la partecipazione anche di chi non paga, tramite seggi a rotazione triennale; il contributo è volontario e non “biglietto d’ingresso” obbligatorio, secondo funzionari USA. Ciò smentisce le accuse di esclusività: chi vuole può contribuire di più ed essere membro stabile, chi non può o non vuole può comunque essere incluso (pur senza privilegio permanente).
La formula finanziaria è dunque un incentivo alla responsabilità e all’efficacia: immette risorse fresche e seleziona una comunità di Stati sinceramente interessati a risolvere i conflitti – perché ci hanno investito – piuttosto che lasciare i dossier in mano a consessi affollati dove molti parlano e pochi agiscono.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Il Board di Trump ha una struttura antidemocratica: è un club a guida USA
Anche tralasciando l’aspetto geopolitico, il Board viene criticato come intrinsecamente antitetico ai principi democratici e di uguaglianza su cui si fonda la cooperazione internazionale. Il suo statuto istituisce di fatto una struttura autocratica concentrata nelle mani di un individuo e soggetta a logiche di denaro e favoritismi. Innanzitutto, il Board è presieduto a vita da Donald Trump stesso, che si nomina inaugural Chairman e prevede per sé un successore designato da scegliere personalmente. Questo significa che la leadership del Board non risponde collegialmente ai membri, ma solo al volere di Trump: “the Chairman may veto any decision at any time” e “has exclusive authority to create or dissolve entities”. In pratica, un uomo solo al comando con poteri quasi dittatoriali sul funzionamento. Questo è esattamente l’opposto della governance ONU (dove il Segretario Generale è nominato da Stati e non può imporre nulla senza mandato). Gli oppositori denunciano come inaccettabile che Stati democratici leghino il loro impegno di pace ai capricci di un leader, per giunta divisivo. Jean Asselborn, ministro degli Esteri lussemburghese, ha affermato: “Passare da un Consiglio di Sicurezza con 5 paesi con potere di veto a un Board dove 1 persona ha l’ultima parola non è un progresso, è abdicare alla diplomazia”. All’interno del Board, ogni Stato avrebbe un voto, ma tutte le decisioni sono soggette alla “approval by the Chairman”: dunque persino se 50 paesi su 60 concordano, Trump può bloccare o modificare l’esito. È un modello autoritario interno che ricorda un’impresa privata più che un’organizzazione tra pari. Infatti, i meccanismi di checks and balances sono quasi nulli: l’unico contrappeso previsto è che il Chairman può essere dichiarato incapace e sostituito solo da unanimità dell’Executive Board (nominato da lui stesso!) – scenario quasi impossibile. In sintesi, il Board appare cucito su misura per perpetuare il controllo personale di Trump su un organismo internazionale, anche oltre la sua presidenza USA (lo presiederebbe “for life”). Questa personalizzazione è per i critici un vulnus gravissimo: “nessun individuo dovrebbe mai potere decidere da solo questioni di guerra e pace globali”, afferma ad esempio l’ex segretario Generale ONU Ban Ki-moon in un commento (ha definito il Board “neo-imperialismo in guanti di velluto”).
In secondo luogo, c’è l’aspetto mercantile: i seggi permanenti si comprano con 1 miliardo di dollari. Questo crea un sistema oligarchico dove chi ha risorse entra nell’élite decisionale e chi non può pagare resta ai margini con mandati a termine (e soggetti a rinnovo “ad personam” da parte del Chairman). Molti paesi – specie quelli in via di sviluppo – trovano questa clausola offensiva e contraria all’art.2 della Carta ONU (eguaglianza sovrana degli Stati). L’India (invitata al Board ma scettica) l’ha paragonata al sistema delle azioni societarie: “È come se la pace mondiale diventasse una società per azioni e il seggio fosse un’azione di maggioranza”, ha detto con sarcasmo un diplomatico indiano. Italia, con la sua Costituzione, ha subito sollevato il problema: l’art.11 impedisce di cedere sovranità se non in condizioni di parità, e “la possibilità di comprare un seggio permanente con un miliardo sembra escludere la parità” – ha spiegato Meloni. Anche la prospettiva di sedersi fianco a fianco con Stati autocratici che hanno “comprato” il loro posto mette a disagio i governi democratici. Meloni ha chiarito che, se mai partecipasse, il Quirinale (Presidenza della Repubblica) probabilmente non approverebbe un trattato così configgente col dettato costituzionale. Albanese, la relatrice ONU, sottolinea che il Board riflette un modello “security-first, capital-driven” (sicurezza, innanzitutto, guidata dal capitale) che consacra asimmetrie di potere e dipendenza. In altre parole, istituzionalizza un diritto della forza mascherato da organismo di pace: chi ha forza economica compra il ruolo di peacekeeper. Ciò appare una distorsione etica: la pace ridotta a merce scambiabile.
C’è poi la composizione: il Board è di nomina discrezionale di Trump. Ha invitato i suoi alleati politici (Ungheria, Bielorussia) e tenuto fuori Stati critici (l’invito ad personam taglia fuori, ad esempio, paesi come Messico o Irlanda, forse per posizioni non allineate). Viktor Orbán ha esultato scrivendo su X “Abbiamo ovviamente accettato questo onorevole invito”. Ciò rafforza il sospetto che il Board sia un club di leader affini, spesso illiberali: Orbán, Lukashenko, Milei, Netanyahu – un consesso di uomini forti che si legittimano a vicenda. Nello stesso Executive Board, troviamo nomi come Steve Witkoff (imprenditore amico di Trump) e Robert Gabriel (suo ex assistente): posizioni di potere regalate a fedelissimi, non certo a personalità neutrali. Questo nepotismo suscita dubbi enormi: “Non trasformiamo la diplomazia in un affare di famiglia”, ha tuonato un parlamentare europeo, riferendosi alla presenza di Jared Kushner (genero di Trump) nell’esecutivo. Anche partner come Israele hanno inizialmente storto il naso per alcune nomine (come il rappresentante del Qatar e il ministro turco Fidan inseriti nel Board Gaza senza consultare Tel Aviv, visto come colpo di mano da Netanyahu). Questo indica mancanza di trasparenza e consultazione: Trump ha selezionato i membri a suo piacimento, come conferma lo statuto (Executive Board chosen by the Chairman). In conclusione, per i contrari la struttura del Board è intrinsecamente viziata: potere illimitato al leader più forte, diseguaglianze codificate dal denaro, nepotismo e cooptazione di regimi autoritari. È un organismo antidemocratico, “un consesso di bulli” (così lo ha definito il presidente Macron) travestito da missione di pace. Affidargli la risoluzione di conflitti significa tradire i valori di uguaglianza, partecipazione e stato di diritto che dovrebbero guidare la comunità internazionale.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Una leadership forte e unita può portare pace dove l’ONU fallisce
Alla base del Board of Peace c’è il concetto di una leadership chiara e centralizzata, incarnata dalla figura di Donald Trump come Chairman permanente. I sostenitori ritengono che questa struttura monocratica, lungi dall’essere un difetto, sia al contrario la chiave per sbloccare situazioni complesse. Nel sistema ONU, la guida politica è collegiale e spesso inconsistente: il segretario Generale ha poco potere effettivo e il Consiglio di Sicurezza soffre dei veti incrociati. Nel Board, invece, c’è un capo riconosciuto (Trump) con autorità ultima sulle decisioni. Questo, secondo i sostenitori, garantisce unità di comando e rapidità nelle risposte. Trump – forte della sua personalità e del ruolo di presidente USA – può prendere decisioni difficili e farle eseguire, ad esempio autorizzare interventi di stabilizzazione o pressioni diplomatiche coordinate, senza dover cercare compromessi minimi tra 15 membri con agende divergenti. Un diplomatico europeo vicino a posizioni atlantiste ha commentato anonimamente: “Il Board è come un Consiglio di Sicurezza senza paralisi: c’è un leader che decide, gli altri collaborano”. Questo viene visto come un vantaggio netto in emergenze dove ogni ora conta (si pensi a un cessate-il-fuoco da monitorare o a corridoi umanitari da implementare). Inoltre, Trump ha dimostrato, nella visione dei proponenti, capacità di persuasione unica con certi attori: ha ottenuto accordi in Medio Oriente (Accordi di Abramo) e il rilascio di ostaggi da Hamas, cose che l’UE o l’ONU non avrebbero mai potuto ottenere in tempi brevi. Avere lui come presidente del Board significa mettere il peso politico della maggiore superpotenza e del suo leader al servizio della pace. Trump può telefonare direttamente a Putin, Netanyahu, Xi e altri, e poi far convergere quegli accordi informali nel quadro del Board per formalizzarli. Una leadership così risoluta potrebbe, ad esempio, spingere Ucraina e Russia a un tavolo: Trump ha detto di ritenere Zelensky e Putin ora in grado di fare pace e che se non lo fanno “sono stupidi”. Questa franchezza e determinazione può spezzare impasse logoranti. I favorevoli fanno inoltre notare che Trump, da chairman, ha nominato una squadra di esecutori capaci e da lui di fiducia (Rubio, Kushner, Blair ecc.), creando un esecutivo coeso all’interno del Board. Ciò contrasta con i comitati ONU dove i componenti rispondono ognuno al proprio paese e raramente agiscono in sintonia. L’Executive Board del Board of Peace, invece, risponde al Chairman e lavora come un governo internazionale, con portafogli assegnati (ricostruzione, sicurezza, investimenti). Ad esempio, Tony Blair, con la sua esperienza nel Medio Oriente, è incaricato di governance e sviluppo – e sotto la direzione di Trump può agire senza i vincoli diplomatici tipici (Blair stesso ha elogiato l’iniziativa definendola “un passo pragmatico per stabilizzare Gaza e oltre”). Questa catena di comando efficiente – dal Chairman all’Executive Board – garantisce continuità e disciplina: non si perderà tempo in lunghe mediazioni, ma ciascuno eseguirà la missione concordata e riferirà a Trump. La leadership forte serve a assumersi responsabilità: uno dei difetti dell’ONU è che, quando le cose vanno male le colpe rimbalzano tra Stati membri. Nel Board, essendoci un responsabile ultimo (Trump), c’è la promessa implicita che lui ci metterà la faccia per il successo della missione. È noto che Trump tiene moltissimo alla propria reputazione di “deal-maker” efficace; avendo legato il Board al suo nome, farà tutto il possibile per non fallire – sostengono i suoi alleati – ed esigerà lo stesso impegno dagli altri membri.
Questa struttura con leadership unica è vista come temporanea ma necessaria: “Dark times call for strong leaders”, ha scritto un editorialista su un giornale americano pro-Board, argomentando che in una fase di caos globale post-pandemia e guerra, un leader forte può imporre pace dove le democrazie frammentate non riescono.
La guida carismatica di Trump e la centralizzazione decisionale del Board of Peace offrano quell’energia e direzione unitaria che mancano agli sforzi di pace tradizionali: una sorta di “sindaco globale della pace” pronto a intervenire là dove scoppia un incendio. Questa visione, pur contestata da molti, motiva diversi Paesi ad aderire nella speranza che una mano forte porti stabilità.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Così com’è concepito, il Board esclude le parti in causa e impone soluzioni dall’alto
Uno dei difetti più pericolosi del Board of Peace, secondo i critici, è che bypassa direttamente i soggetti locali dei conflitti, imponendo loro arrangiamenti decisi da potenze esterne. Ciò è particolarmente evidente nel caso di Gaza, che ha fatto da pilota: il Board originario avrebbe dovuto “sovrintendere la pace a Gaza”, ma la bozza di statuto trapelata “non menziona mai Gaza né la Palestina”, estendendo di fatto l’orizzonte a qualunque area di conflitto. Questo ha subito destato la preoccupazione che il Board voglia trattare i conflitti senza coinvolgere direttamente i popoli interessati. I palestinesi, ad esempio, sono del tutto assenti dalla composizione del Board e solo marginalmente presenti nel meccanismo: l’Autorità Palestinese non ha un seggio ufficiale (non essendo Stato membro del Board) e Hamas – parte in causa del conflitto – è completamente esclusa. La risoluzione ONU 2803 e il piano Trump danno in mano al Board la governance di Gaza, riducendo i palestinesi locali a semplici destinatari passivi di decisioni. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, ha espresso “seria preoccupazione” perché questa impostazione “va contro il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione” e rischia di “consolidare la presenza illegale di Israele e l’attuale stato di assedio”, instaurando un’amministrazione esterna che gestisce Gaza senza input genuino dalla popolazione. Ha definito il Board “una puppet administration” (amministrazione fantoccio) che di fatto trasformerebbe Gaza in un protettorato guidato dagli USA e da Israele, con i palestinesi privati di voce. Questo argomento vale anche per altri scenari: un Board predisposto a intervenire, ad esempio, in Ucraina, imporrebbe soluzioni decise da Trump e affini, senza la partecipazione attiva né di Ucraini né di un contesto multilaterale che li includa. Zelensky già lo ha stigmatizzato: “è difficile immaginare che noi e la Russia possiamo stare assieme in questo consiglio”. Se anche sedessero, i rappresentanti nazionali di Stati in conflitto avrebbero un solo voto a testa, la cui efficacia è dubitabile di fronte al potere di veto del Chairman (che potrebbe prevalere sulle istanze locali). I critici affermano che la pace imposta dall’alto è una pace fittizia e insostenibile. La storia è piena di esempi di “accordi calati dall’esterno” falliti perché privi di legittimità interna (dai trattati coloniali a certi patti di potenza sulla testa di Nazioni minori). Nel caso Gaza, i segnali sono evidenti: tutte le fazioni palestinesi (dall’OLP a Hamas) hanno rifiutato l’idea di un’amministrazione del genere, definendola una forma di neo-mandato che perpetua l’occupazione con un volto diverso. Hakkı Öcal, giornalista turco, scrive che “il comitato di Gaza di Trump esclude i palestinesi e rafforza il controllo sionista sul futuro della regione”. Egli e altri commentatori pro-palestinesi vedono il Board come continuazione del paradigma coloniale: potenze esterne (USA e alleati) decidono confini, governanti e politiche, mentre il popolo locale è ridotto a spettatore che subisce. L’ANP avrebbe un suo uomo (Ali Sha’ath) nominato a guidare il NCAG, ma anch’egli risponde a Trump e al Board, non alla popolazione – come nota Öcal, “né Sha’ath né Mladenov rappresentano i gazawi o sono in grado di opporsi a Israele”. Questo vale anche sul fronte di Ucraina: Zelensky parteciperebbe a un Board dove siedono Lukashenko e, in prospettiva, forse Putin (il che appare assurdo finché c’è guerra). Egli lo ha definito “ancora molto difficile da immaginare”, evidenziando che il Board tende a ignorare le profonde inimicizie e traumi in campo: voler mettere vittima e aggressore al tavolo come se nulla fosse, per volontà di un terzo, rischia di aggravare il conflitto. Un ulteriore esempio è il caso di conflitti interni (come in crisi africane), il Board nominerebbe un High Representative e delle figure locali “tecnocratiche” (come fa a Gaza) per governare, bypassando governi riconosciuti o gruppi in lotta – insomma un commissariamento. Questo ridurrebbe i conflitti a questioni di order and stability, negando le radici politiche e le aspirazioni di autodeterminazione, rischiando di congelare le ingiustizie anziché risolverle. I contrari ricordano che la pace sostenibile non può esserci senza coinvolgimento delle parti e giustizia per i popoli interessati: “Rather than charting a pathway to end occupation, this resolution [2803] risks entrenching external control” [Anziché tracciare un percorso per porre fine all'occupazione, questa risoluzione [2803] rischia di rafforzare il controllo esterno], avverte Albanese. In pratica, il Board può pacificare con la forza – disarmare una milizia qui, imporre un governo fantoccio lì – ma così “istituzionalizza la crisi invece di portare oltre” (critica contenuta nello stesso preambolo del Board, ironicamente). Il Board non risolve le cause profonde (ad esempio l’occupazione di Gaza o la contesa su territori ucraini), ma mette una toppa controllata da estranei. Ciò può produrre una “pace negativa” (assenza di guerra) destinata a crollare quando quelle forze si ritireranno, perché il conflitto sociale sottostante resta irrisolto e anzi aggravato dal risentimento per l’interferenza. Ad esempio, molti analisti avvertono che i palestinesi potrebbero percepire il Board come un “collaboratore dell’occupante”, scatenando ostilità e boicottaggio sul terreno.
Il Board of Peace, dunque, toglie voce ai popoli coinvolti nei conflitti e pretende di risolverli per decreto dall’alto, con l’illusione tecnocratica che questo basti. Ciò non solo è moralmente discutibile (perché nega autodeterminazione e inclusività), ma è anche strategicamente miope: una pace duratura richiede processi dal basso, comprensione delle parti, riconciliazione – tutti elementi che un consesso estraneo e imposto non può creare. In definitiva, “la pace non si impone come un diktat coloniale”, sostengono i critici: il Board rischia di replicare errori storici, alimentando conflitti latenti e delegittimando qualsiasi accordo raggiunto senza il consenso dei diretti interessati.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Il Board of Peace stimolerà una riforma salutare del multilateralismo
I fautori del Board insistono che l’intento non è distruggere l’ONU, bensì scuotere lo status quo per indurre le organizzazioni internazionali a modernizzarsi. Trump stesso, dopo aver criticato l’ONU, ha chiarito di volerla vedere continuare a esistere ma “sfruttando il suo potenziale” finora inespresso. Quando dice che il Board “potrebbe” rimpiazzare l’ONU, secondo i sostenitori sta lanciando un messaggio provocatorio: se l’ONU non si mette al passo, i Paesi troveranno alternative. Questa concorrenza costruttiva può portare benefici. Ad esempio, il Belgio – pur critico verso il Board – ha ammesso per bocca del ministro Prévot che l’ONU ha bisogno di riforme (come il progetto UN80 per snellire agenzie) e di dare più spazio a regioni sottorappresentate. Ebbene, il Board paradossalmente mette in pratica alcune di queste idee: coinvolge attivamente Paesi dell’Asia, dell’Africa (Marocco, EAU) e dell’America Latina (Argentina) al massimo livello decisionale, cosa che al Consiglio di Sicurezza è in discussione da anni (l’allargamento ai continenti emergenti) senza risultati. Vedere Stati come il Kazakistan sedere permanentemente nel Board potrebbe spingere a serio dibattito sull’ampliamento del Consiglio di Sicurezza per non perdere rilevanza. Anche l’aspetto del finanziamento: il Board chiede contributi diretti importanti; ciò fa apparire sotto una luce negativa l’abitudine di molti membri ONU di non pagare le loro quote o di pretendere sicurezza gratuita. Il possibile effetto potrebbe essere una maggior responsabilizzazione nel pagare il dovuto all’ONU, per evitare che prenda piede l’idea che “solo pagando si ottiene la pace” (cosa che i Paesi ricchi potrebbero preferire se l’ONU resta insolvente). Inoltre, i proponenti sottolineano che il Board non esclude affatto l’ONU: anzi, ha origine da una risoluzione ONU su Gaza e intende avvalersi dell’ONU dove possibile. Trump ha affermato: “I wish we didn’t need a Board of Peace, but the United Nations… never helped me in one war”, aggiungendo però di aspettarsi che ora l’ONU “faccia di più” e che il Board “lavorerà con l’ONU”. Questo scenario di collaborazione potrebbe concretizzarsi con divisione di compiti: ad esempio, per Gaza il Board si occupa di sicurezza e governance, mentre all’ONU è lasciata la parte umanitaria (UNRWA, OMS). Una situazione simile già avviene altrove: coalizioni internazionali che operano con mandato ONU, ma parallelamente (si pensi alla “coalizione dei volenterosi” anti-ISIS, poi legittimata ex post dall’ONU). La novità è che il Board nasce già con personalità giuridica di organizzazione internazionale (come ribadito anche da una recente risoluzione ONU che lo “accoglie favorevolmente” come amministrazione transitoria). Questo potrebbe aprire la strada a un multilateralismo più flessibile e multilivello: un “sistema solare” con l’ONU come sole e varie “coalizioni di pace” come pianeti orbitanti che coprono aree o temi specifici. In fondo, fanno notare i favorevoli, l’ONU stessa fu a suo tempo un esperimento innovativo rispetto alla Società delle Nazioni e inizialmente conviveva con organismi paralleli (come i piani Marshall, alleanze militari) poi integrati. Il Board potrebbe essere un prototipo di riforma: se avrà successo, l’ONU potrà eventualmente assorbirne l’esperienza, oppure riformarsi su quel modello; se fallirà, avrà comunque spinto l’ONU a reagire. Alcuni alleati di Trump argomentano apertamente in questi termini: il deputato repubblicano Matt Gaetz, in un’intervista, ha detto che il Board è “un pungolo all’ONU” e che “forse quando vedranno risolvere problemi da cui si sono tenuti alla larga, nelle sale di vetro di New York capiranno che servono meno chiacchiere e più fatti”. Anche la leadership italiana, pur defilandosi, ha riconosciuto che “l’ONU va riformata dall’interno” e che l’idea di un organismo di pace efficiente è condivisibile in principio (Meloni: l’Italia è “aperta e interessata” perché “non conviene escludersi da un organo comunque interessante”). Dunque, pur tra dubbi, il Board sta costringendo i leader a interrogarsi su come migliorare il sistema attuale.
Per i favorevoli, quindi, il Board of Peace può essere il “competitor” che spronerà l’ONU e gli Stati membri ad alzare l’asticella. Se l’ONU non vuole essere resa obsoleta, dovrà imparare dal Board – ad esempio, creare coalizioni rapid response, coinvolgere potenze regionali emergenti, rivedere il sistema di finanziamento e comando. Il Board è visto quasi come un progetto pilota che, se efficace, potrà venire istituzionalizzato dentro le Nazioni Unite. In ogni caso, si veda o no come alternativo, esso ridà centralità al tema del peacebuilding internazionale, spingendo tutti a dedicare attenzione e risorse che prima mancavano.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Il Board è divisivo e pericoloso: spacca alleati e peggiora le tensioni globali
Invece di portare stabilità, il Board of Peace rischia di accentuare divisioni e diffidenze sia fra alleati occidentali che a livello globale, aggravando in definitiva l’instabilità. Già la sua proposta ha creato frizioni evidenti: gli USA di Trump hanno fatto leva su pressioni e ricatti per convincere i partner, scatenando reazioni negative. Emmanuel Macron ha reagito con fermezza al “diktat” di Trump e la minaccia di dazi sui vini francesi (200% tariffa) per punire il rifiuto di Parigi ha generato indignazione in Europa. Questo episodio segna un serio strappo diplomatico fra Washington e uno dei suoi maggiori alleati, tutto causato dal Board. Giorgia Meloni, considerata la figura europea più vicina a Trump, si è trovata in grave imbarazzo: pur desiderosa di mantenere buoni rapporti, ha dovuto “congelare” l’adesione per ragioni costituzionali ed evitare l’isolamento in UE. Fonti di stampa riferiscono di forti pressioni e telefonate frenetiche: Meloni ha discusso con Macron e Scholz e, percependo che Francia e Germania erano irremovibili nel no, ha scelto di allinearsi a loro per non rompere l’unità europea. Così, paradossalmente, il Board – che sulla carta univa i “volenterosi” – sta generando fenditure nell’alleanza occidentale: da un lato i governi di destra sovranista (Ungheria, Polonia forse) pro-Trump, dall’altro i liberali mainstream (Francia, Scandinavi, Germania) contrari. L’Italia si è trovata “sulla sedia bollente” perché sedersi al Board accanto a Russia e Bielorussia (invitate) l’avrebbe isolata in Europa e irritato il Quirinale. L’UE addirittura ha dovuto mettere la questione all’ordine del giorno di un vertice straordinario per evitare passi disallineati dei membri. Questa spaccatura indebolisce l’OcciACdente di fronte a Russia e Cina e in generale manda segnali di disunione. Quanto al contesto globale, il Board rischia di peggiorare tensioni già altissime. Per esempio, la sua istituzione avviene mentre Trump ha già innescato uno scontro sulla Groenlandia con l’Europa (minacce di intervento militare e sanzioni). Gli europei percepiscono il Board anche come strumento nelle mani di Trump per fare pressione su altre questioni (Meloni ha notato come si lega alla vicenda Groenlandia dove gli USA volevano soldati UE in difesa e l’Italia si è rifiutata). Quindi il Board alimenta un clima di ricatto e divisione transatlantica: Ursula von der Leyen ha addirittura lasciato Davos prima della cerimonia di firma di Trump, in segno di dissenso. Questa rottura nuoce alla cooperazione tra UE e USA su altri fronti (come l’Ucraina) proprio in un momento critico.
A livello di grandi potenze, come già accennato, Russia e Cina vedono il Board come un “tentativo ostile di ridefinire l’ordine senza di loro”. Il portavoce russo Peskov ha detto che Mosca sta studiando “tutti i dettagli e le sfumature” e cercherà chiarimenti dagli USA prima di decidere, segno di sospetto; Putin ha dovuto smentire di aver accettato l’invito dopo che Trump l’aveva annunciato falsamente, creando un piccolo incidente diplomatico. Da parte cinese, commenti su “Global Times” parlano del Board come di un “nuovo patto coloniale euro-americano” e preconizzano che Pechino non vorrà legittimarlo. Se le due superpotenze eurasiatiche restano fuori o ostili, è facile prevedere che useranno la loro influenza per boicottare le iniziative del Board sul campo: ad esempio, qualora il Board volesse intervenire in Siria o in Libia, Russia e Cina (forti di veti ONU e alleanze locali) potrebbero sabotarne le operazioni, peggiorando i conflitti invece di risolverli. Alcuni analisti avvertono che si rischia un ritorno a blocchi contrapposti: i paesi “non allineati” potrebbero schierarsi con la Cina per formare un contropeso, come risposta al Board (che vedono dominato dall’Occidente). Il risultato sarebbe di avere due ordini paralleli in conflitto, aumentando il caos globale.
C’è poi la questione dei paesi invitati “controversi” che Trump vanta di includere: Lukashenko (Bielorussia) è sotto sanzioni UE per violazione di diritti e complicità con l’aggressione all’Ucraina, ma nel Board sarebbe accolto e seduto accanto alle democrazie. Ciò genera tensioni morali e pratiche: Zelensky ha detto chiaramente che per l’Ucraina è “molto difficile immaginare” di lavorare con Russia e Bielorussia in un consiglio. Quindi l’inclusione di attori impropri in nome del “pragmatismo” rischia di far crollare dall’interno la cooperazione: cosa succederà quando Zelensky e Lukashenko siederanno allo stesso tavolo? Lo stesso Board potrebbe implodere per litigi tra membri inconciliabili – e questo scenario sarebbe peggiorativo per la stabilità. Un Board spaccato sarebbe inefficace e lascerebbe un vuoto di potere, come fu per la Società delle Nazioni quando potenze chiave uscirono (Germania, Giappone, Italia).
Inoltre, i contrari puntano all’esperienza storica: accordi esclusivi come Yalta o Monaco, fatti senza trasparenza e dibattito allargato, hanno spesso gettato i semi di future tensioni. Un Board che decide in base ai voleri di pochi leader può creare rancori e rivendicazioni in chi non ha avuto voce.
La percezione del Board è già polarizzata: nei paesi del Sud globale inizia a circolare come “the Trump Council”, un club neocoloniale – questa narrativa riduce la fiducia nella genuinità di eventuali missioni di pace, rendendo più arduo il loro successo e accettazione.
Nina Celli, 22 gennaio 2026
Oggi il Board rappresenta la violazione del diritto e la pace apparente
Oltre alle considerazioni politiche, molti critici, soprattutto giuristi, attivisti, ONG, evidenziano come il Board of Peace rappresenti un precedente pericolosissimo dal punto di vista giuridico e morale. Esso incarna la logica del “fine giustifica i mezzi” applicata alla diplomazia: pur di fermare una guerra, si calpestano principi di giustizia, accountability e diritti umani, creando di fatto un “rule by law” al posto del rule of law. Zaha Hassan del Carnegie Endowment spiega che la Risoluzione 2803/Board “legittima il controllo indefinito di Israele su Gaza in partnership con gli USA, facilitando i piani israeliani di bloccare uno Stato palestinese”. In pratica, adottando questo modello, il Consiglio di Sicurezza ha elevato il “rule by law” (imporre la propria legge) sopra il “rule of law” (la legge come limite)”. Questa critica vale in generale: il Board intende assicurare la pace non attraverso il rispetto delle norme internazionali, ma attraverso accordi pragmatici di spartizione e imposizione. Ad esempio, in Gaza il Board sposta la premessa da “fine dell’occupazione e rispetto del diritto internazionale umanitario” a “cessate-il-fuoco condizionato al disarmo di Hamas e governance esterna” – con ciò sdoganando la nozione che l’accesso agli aiuti umanitari e alla ricostruzione possa essere condizionato a concessioni politiche da parte del popolo colpito. Questo viola principi fondamentali (gli aiuti umanitari sono obblighi non condizionabili, secondo il diritto bellico) e crea un incentivo perverso: in futuro, altre potenze potrebbero usare la medesima logica per punire popolazioni civili finché non accettano un certo assetto politico.
Francesca Albanese evidenzia che il Board/risoluzione 2803 “consolida un modello di controllo straniero fondato sulla sicurezza e sul capitale che sancisce asimmetrie di potere esistenti”. Ad esempio, invece di obbligare Israele a rimuovere il blocco e ritirare le truppe (com’è dovere secondo ICJ e risoluzioni ONU), la risoluzione invita paesi terzi a “proteggere confini, disarmare gruppi e ricostruire” Gaza. Ciò non rispetta i Principi e Scopi ONU (come il dovere di non riconoscere acquisizioni illegali e di sostenere l’autodeterminazione), e anzi rischia di legittimare azioni illegali: la stessa Albanese denuncia che affidare Gaza a una forza rispondente agli USA – che sono parte attiva e sostenitore dell’occupante – “non è legale”, ed è un “tentativo spudorato di imporre, con la minaccia della forza continua, gli interessi USA/Israeliani”.
In altre parole, il Board consente a chi ha già violato norme (ad esempio, Israele con le colonie, Russia con le invasioni) di consolidare i fatti compiuti attraverso un processo di pace orchestrato da loro alleati. Questo precedente devastante segnala a ogni potenza: “se violi il diritto e vinci sul terreno, potrai poi sederti nel Board e formalizzare i tuoi guadagni, ottenendo pure l’etichetta di pace”. Un esempio concreto è la menzione di “durable peace” e “practical solutions” nel preambolo del Board: suona bene, ma se durable peace significa congelare occupazioni e ingiustizie in nome della stabilità, è una pace inutile. Ban Ki-moon ha commentato con preoccupazione che “questo tipo di pace non è giusta, e una pace non giusta non durerà”.
Anche sul fronte dei diritti umani, il Board appare opaco: essendo un organo di nuovo tipo, a chi risponderà se le sue forze violano diritti? Già ci sono state denunce che gli accordi di cessate-il-fuoco supervisionati dagli USA (fase 1) hanno ignorato indagini su possibili crimini di guerra, garantendo de facto impunità a Israele e Hamas in cambio dell’accordo. Ora il Board dovrebbe occuparsi di ricostruzione e governance, ma come garantirà giustizia e responsabilità? Un tribunale? Non previsto. Senza giustizia per le vittime, avverte Albanese, si crea un pericoloso precedente di “barattare i principi e i diritti universali con l’accesso agli aiuti umanitari e una tregua”. Ciò “rende tutti meno sicuri” perché normalizza la sottomissione di diritti fondamentali a logiche di scambio di potere.
I contrari sottolineano anche la questione morale: far sedere dittatori come Lukashenko al tavolo come pari e affidare loro missioni di pace è “immorale e assurdo” – come può un noto violatore di diritti portare pace e democrazia altrove? C’è un serio problema di credibilità e di washing reputazionale.
Per i critici, il Board rappresenta la vittoria del cinismo sul diritto: è la formalizzazione di un approccio in cui i potenti scrivono le regole in corso d’opera per giustificare i propri interessi e chiamano questo “pace”. Se questo modello prende piede, l’intero edificio del diritto internazionale – costruito su principi che limitano l’arbitrio degli Stati – viene eroso. Le guerre non si fermano con scorciatoie illecite senza pagarne il prezzo: la pace che ne deriva è fragile e intrisa di ingiustizia, quindi preludio di nuovi conflitti. Il Board, secondo i contrari, è un “Pandora’s box” giuridica: una volta aperta, i danni alla legalità internazionale saranno difficili da riparare. Perché dovrebbero gli Stati rispettare le regole, se vedono che conviene di più violarle e poi “comprare un seggio al Board” per dettarne di nuove? Il rischio è una corsa al ribasso dove la legge del più forte – mascherata da organo di pace – sostituisce la cooperazione basata su norme condivise. Ecco perché molti difensori dell’ordine liberale considerano il Board devastante: come scrive Zaha Hassan, “il sistema internazionale sta subendo un passaggio da rule of law a rule by law… i più deboli pagheranno il prezzo, ma alla fine tutti saranno meno al sicuro”.
Nina Celli, 22 gennaio 2026