Israele sapeva dell'attacco di Hamas del 7 ottobre
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
Il 7 ottobre 2023 rappresenta un punto di frattura nella storia della sicurezza israeliana e, più in generale, nelle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente contemporaneo. In quell’occasione, un attacco coordinato condotto da Hamas ha colpito il sud di Israele, provocando oltre 1.200 morti, numerosi feriti e la presa di decine di ostaggi. Le modalità con cui tale operazione è stata condotta — attraverso una penetrazione terrestre, aerea e via mare in più punti del confine — hanno sollevato interrogativi immediati sulla preparazione e sulla reattività del sistema di sicurezza israeliano, da sempre ritenuto tra i più avanzati al mondo.

IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Il motivo per cui i segnali non sono stati interpretati correttamente implica un errore non tecnico, ma concettuale: Hamas non era vista come una minaccia militare.
Non esistono prove che le autorità israeliane avessero dati certi, chiari e utilizzabili per prevenire l’attacco. Il fallimento è dovuto a una serie di segnali ambigui.
L’origine dell’evento è politica. Da tempo il governo israeliano ha adottato una strategia di contenimento e tolleranza nei confronti di Hamas, ritenendolo il “male minore”.
Lo Shin Bet aveva rilevato movimenti sospetti, ma in un contesto in cui Hamas effettuava regolarmente esercitazioni simulando scontri con le forze israeliane, quei segnali non apparivano dissimili da altri ricevuti negli anni.
Il 7 ottobre è stato il crollo di un intero paradigma di sicurezza, ha dimostrato che la superiorità tecnologica e il prestigio dell’intelligence israeliana non erano sufficienti.
La complessità del contesto israeliano nel 2023 non consentiva una lettura univoca dei dati d’intelligence. Era impossibile individuare in tempo reale quale minaccia fosse reale.
Le scelte operate dal Primo Ministro Netanyahu e dal suo governo non hanno chiarito le dinamiche che hanno portato al disastro, ma hanno contribuito a creare un clima di sospetto.
Israele riceve migliaia di segnalazioni al giorno, la maggior parte di queste non si concretizza. Ogni mobilitazione inutile ha un costo, per cui non poteva intervenire preventivamente.
La mancata assunzione di responsabilità da parte del governo Netanyahu ha innescato una spirale di sfiducia, autoritarismo e delegittimazione delle istituzioni.
I dati in possesso delle agenzie israeliane nei giorni precedenti l’attacco non configuravano un allarme chiaro e definito.
Israele sapeva e ha ignorato i segnali prima del 7 ottobre
All’alba del 7 ottobre 2023, mentre migliaia di israeliani dormivano nelle loro case nei kibbutz vicino al confine con Gaza, alcuni apparati dello Stato di Israele erano già allertati. Nelle sale operative dello Shin Bet e dell’intelligence militare dell’IDF, una segnalazione aveva fatto scattare l’attenzione: 45 SIM israeliane, precedentemente sequestrate da Hamas, erano state improvvisamente attivate all’interno della Striscia di Gaza. Un comportamento considerato anomalo, ma non sufficiente a giustificare l’immediato allarme rosso. Era l’ultima occasione utile per fermare il più devastante attacco subito da Israele dalla sua fondazione.
Secondo il rapporto ufficiale diffuso dal “Times of Israel” e confermato da fonti governative, il documento contenente l’informazione fu trasmesso alle 3:30 del mattino alla segreteria militare del Primo Ministro Netanyahu, ma non fu inoltrato al diretto interessato, perché “non sembrava urgente”. Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha dichiarato pubblicamente pochi mesi dopo: “Se avessimo agito diversamente, il massacro si sarebbe potuto evitare”.
Il tema, pertanto, non è se i segnali ci fossero; la questione riguarda il motivo per cui non furono interpretati correttamente. Secondo una dettagliata analisi del quotidiano “Haaretz”, il vero fallimento non fu tecnico, ma concettuale. L’intelligence israeliana era abituata a considerare Hamas come un attore razionale, contenibile, interessato a governare Gaza e a ricevere fondi esterni — come quelli concessi dal Qatar con l’approvazione tacita di Netanyahu stesso. Hamas non era visto come una minaccia militare, ma come un problema gestionale. Lo dimostrano le stesse politiche adottate negli anni precedenti. In più occasioni, il governo israeliano ha permesso il trasferimento di fondi qatarini a Gaza, giustificandolo come “strumento per mantenere la calma”. Tuttavia, come ha rivelato “Foreign Policy”, quei fondi furono utilizzati anche per l’acquisto di materiali bellici, la costruzione di tunnel e l’addestramento di miliziani. Era una strategia pericolosa: contenere Hamas, ma lasciarlo prosperare, in funzione anti-Fatah e anti-ANP.
Secondo l’inchiesta del “New York Times”, lo stesso Shin Bet aveva da tempo identificato l’esistenza di un piano d’attacco battezzato "Jericho’s Wall". Un documento strategico sequestrato anni prima descriveva una penetrazione via terra, via aria e via mare, con rapimenti, incursioni nei kibbutz e una successiva ondata di razzi. Il piano fu scartato dai vertici come esercitazione teorica.
Il quadro diventa ancora più complesso se si considera l’aspetto politico. Il premier Netanyahu, secondo quanto riportato dal “The Guardian”, era stato avvisato da suoi consiglieri militari già il giorno prima, ma non ricevette mai un briefing d’emergenza, né fu svegliato la notte dell’attacco. Una catena di comando spezzata. Una falla che, secondo l’analisi di “CNN”, si è rivelata letale.
Ma non si tratta solo di un fallimento tecnico o gestionale. Le fonti raccolte da “Al Jazeera”, “Axios” e “The Atlantic” evidenziano una preoccupante strumentalizzazione politica del disastro. Quando Ronen Bar ha iniziato a collaborare con la magistratura in indagini legate al "Qatargate", Netanyahu ha tentato di rimuoverlo. Le proteste in Israele, riportate in tutte le principali testate, dimostrano che una larga parte della società israeliana ritiene che l’attacco del 7 ottobre fosse evitabile, se solo le istituzioni avessero reagito in modo responsabile agli allarmi.
Il fatto che nessuna commissione statale sia stata istituita per indagare ufficialmente su quanto accaduto, come segnalato da “Foreign Policy”, rafforza i sospetti di insabbiamento. Le famiglie delle vittime chiedono verità. Gli analisti indipendenti parlano apertamente di “negligenza sistemica”.
Israele aveva dunque ricevuto segnali chiari e concreti dell’attacco di Hamas, ma questi furono ignorati, sottovalutati o volutamente non comunicati. La strategia del contenimento ha fallito. La fiducia nella superiorità dell’intelligence israeliana è stata tradita.
Nina Celli, 2 aprile 2025
Israele non poteva prevedere l’attacco del 7 ottobre
Il 7 ottobre 2023, per la prima volta in decenni, Hamas è riuscita a oltrepassare i confini israeliani in decine di punti, attaccando comunità civili, basi militari e stazioni di polizia. Di fronte a una simile offensiva, molti si sono chiesti se Israele sapesse. Ma la realtà è più complessa. Non esistono prove che le autorità israeliane fossero in possesso di dati certi, chiari e utilizzabili per prevenire l’attacco. Anzi, tutto indica che il fallimento fu dovuto non a una consapevolezza ignorata, ma a una serie di segnali ambigui, interpretazioni errate e limiti strutturali dell’intelligence.
Fonti come “The Times of Israel”, “The Guardian” e “CNN” rivelano che, nelle ore precedenti l’attacco, furono effettivamente rilevati segnali anomali, come l’attivazione di SIM israeliane e movimenti sospetti lungo il confine. Tuttavia, nessuno di questi segnali forniva elementi concreti e inequivocabili su un attacco imminente su larga scala. Il rapporto trasmesso alla segreteria militare del Primo Ministro alle 3:30 del mattino, ad esempio, fu valutato non sufficientemente urgente da svegliare Netanyahu, secondo quanto riportato dai suoi stessi collaboratori.
Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha dichiarato che “avremmo potuto evitare il massacro se avessimo agito diversamente”. Ma questa frase, per quanto forte, non implica che vi fossero dati certi. Al contrario, come osserva la testata “Haaretz”, il vero problema è stata l’assenza di fonti umane a Gaza (HUMINT). Da anni Israele si affidava quasi esclusivamente all’intelligence tecnologica — droni, intercettazioni, software di analisi predittiva — trascurando la raccolta diretta sul terreno. Hamas, consapevole di questo, ha adottato una disciplina operativa e una compartimentazione delle informazioni che ha reso ogni infiltrazione virtualmente impossibile.
In questo contesto, anche la teoria di un “piano noto” come quello chiamato “Jericho’s Wall” perde forza. Il documento, pur reale, era stato archiviato come ipotesi strategica di Hamas, non come un piano imminente. Come conferma il “New York Times”, non esisteva alcuna indicazione che l’organizzazione avesse deciso di attuare quel piano proprio quel giorno. Non c’erano date, nomi, tempistiche. Solo simulazioni e indicazioni generiche.
Un altro elemento chiave è l’esperienza pregressa. Hamas, per anni, aveva dato segnali di razionalità: gestiva servizi sociali, negoziava tregue, accettava fondi qatarioti. Il suo comportamento era visto come quello di un attore che voleva governare, non rischiare la distruzione totale. Le agenzie israeliane, così come molti analisti internazionali, non avevano motivi operativi per ritenere che Hamas stesse preparando un attacco suicida e devastante. Per Israele, Hamas rappresentava una minaccia cronica, non una bomba a orologeria pronta a esplodere.
Anche la complessa struttura decisionale israeliana gioca un ruolo nella comprensione dell’accaduto. Come evidenziato da “Foreign Policy”, la catena di comando tra IDF, Shin Bet e governo non prevede un’unica autorità per l’attivazione dello stato d’emergenza. Le competenze sono frammentate, i protocolli non chiari, e i centri decisionali non sempre comunicano con efficienza.
Qualsiasi risposta basata su allarmi incompleti avrebbe potuto provocare escalation inutili, errori militari, o persino accuse di militarismo da parte della comunità internazionale e della stampa interna. Lanciare un’allerta generale o colpire preventivamente Gaza senza prove certe avrebbe potuto scatenare critiche feroci e danni politici. In assenza di una certezza operativa, la prudenza è stata scambiata per negligenza.
Nina Celli, 2 aprile 2025
La strategia israeliana di considerare Hamas come “male necessario” ha armato il suo nemico
Per comprendere come Hamas sia riuscita a portare a termine l’attacco del 7 ottobre 2023, bisogna fare un passo indietro. Non basta parlare di “fallimento dell’intelligence” o “errore operativo”: l’origine dell’evento è politica. Da almeno un decennio, il governo israeliano ha adottato una strategia deliberata di contenimento e tolleranza nei confronti di Hamas, ritenendolo il “male minore” rispetto all’Autorità Palestinese (ANP), considerata più pericolosa sul piano diplomatico.
Secondo numerosi analisti, come Chuck Freilich a Aaron David Miller, Israele ha visto in Hamas un contrappeso utile all’ANP. Un’organizzazione armata, sì, ma gestibile, confinata a Gaza, priva di legittimità internazionale. Sostenere tacitamente Hamas significava dividere il fronte palestinese, impedire una riconciliazione interna e, quindi, bloccare ogni tentativo di negoziato serio sullo Stato palestinese.
Questo approccio si è concretizzato in azioni molto precise: come riportato da “Foreign Policy”, Israele ha autorizzato per anni l’ingresso di centinaia di milioni di dollari dal Qatar verso Gaza, formalmente per aiuti umanitari. In realtà, quei fondi sono finiti anche nelle mani di Hamas, che li ha utilizzati per pagare stipendi, costruire infrastrutture militari e rafforzare la propria rete logistica.
La stampa israeliana e internazionale ha parlato di “Qatargate”. Il caso è stato approfondito da “Axios”, “Haaretz”, “The Atlantic” e “Times of Israel”. L’ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, si è pubblicamente opposto a questa politica, chiedendo il blocco dei finanziamenti qatarioti e l’apertura di un’indagine sulle responsabilità di alcuni consiglieri di Netanyahu. Proprio quando Bar ha iniziato a collaborare con la magistratura, Netanyahu ha cercato di rimuoverlo, scatenando proteste in tutto il paese e l’intervento della Corte Suprema.
Ma la strategia non si è limitata ai flussi finanziari. Come rivelato da “The Guardian” e confermato dalla “CNN”, il governo israeliano ha sistematicamente scelto di non colpire duramente le strutture di Hamas, nemmeno in occasione di escalation minori. L’obiettivo era mantenere un equilibrio instabile: permettere a Hamas di restare forte abbastanza da governare Gaza, ma non tanto da diventare una minaccia esistenziale. Una sorta di “gestione controllata del nemico”.
Tuttavia, Hamas non è rimasta ferma. Ha saputo trasformarsi da movimento ideologico a forza paramilitare disciplinata, con una catena di comando, divisioni d’assalto, servizi di intelligence propri. Il piano “Jericho’s Wall”, scoperto anni prima dai servizi israeliani, ne era la dimostrazione. Ma fu liquidato come una fantasia, un esercizio interno senza valore operativo.
Il 7 ottobre, Hamas ha sfruttato proprio quelle libertà concesse da Israele: fondi, addestramento, impunità relativa. Ha lanciato un attacco coordinato via terra, mare e aria, dimostrando una capacità logistica e militare che solo chi aveva avuto tempo e risorse poteva sviluppare.
Oggi emergono tutte le contraddizioni di quella politica. Netanyahu si rifiuta di istituire una commissione statale, temendo un “linciaggio politico”. Ma l’opinione pubblica non è convinta. Le proteste si susseguono. Gli ex vertici della sicurezza parlano apertamente di “complicità strutturale”.
Come si legge su “Foreign Affairs”, il più grande errore strategico di Israele è stato credere di poter manipolare Hamas per fini politici interni, ignorando la dinamica storica che ogni potere concesso a un gruppo armato prima o poi si ritorce contro chi lo tollera.
L’attacco del 7 ottobre, quindi, non è nato dal nulla. È stato possibile anche a causa dell’atteggiamento di Israele, che ha alimentato e legittimato indirettamente Hamas, nella speranza di usarlo come leva geopolitica.
Nina Celli, 2 aprile 2025
C’era ambiguità strategica: l’intelligence israeliana non poteva capire il 7 ottobre
Non tutti gli allarmi sono uguali. Alcuni sono chiari, operativi e consentono risposte rapide. Altri, invece, sono frammentari, ambigui, indistinguibili da attività normali o simulazioni. È in questa seconda categoria che rientrano gran parte delle informazioni raccolte dalle agenzie israeliane nei giorni e nelle ore precedenti al 7 ottobre 2023. Per questa ragione non era possibile identificare l’attacco come imminente o inevitabile, né si poteva giustificare un’azione preventiva su larga scala.
Come riportato da fonti come “The Times of Israel” e “CNN”, lo Shin Bet aveva rilevato movimenti sospetti da parte di Hamas, inclusa l’attivazione di 45 SIM israeliane. Ma in un contesto in cui Hamas effettuava regolarmente esercitazioni e manovre simulando scontri con le forze israeliane, quei segnali non apparivano dissimili da decine di altri ricevuti nel corso degli anni. Come scritto su “Haaretz”, la valutazione degli analisti fu che si trattasse di “comportamenti anomali ma non decisivi”.
Anche il cosiddetto piano “Jericho’s Wall”, spesso citato come prova di consapevolezza, era stato scoperto anni prima e non conteneva elementi temporali concreti. Secondo quanto riportato dal “New York Times”, non esisteva una versione operativa del piano associata al 7 ottobre, né vi era evidenza che Hamas stesse per attuarlo. La sua esistenza, quindi, non poteva essere considerata indicativa di un’azione imminente.
L’intelligence militare israeliana aveva poi a che fare con centinaia di segnali ogni giorno, molti dei quali provenienti da fonti contraddittorie. Come evidenzia un’analisi di “Foreign Policy”, il sistema israeliano soffre di un eccesso di input e una mancanza di sintesi centralizzata. La pluralità di agenzie (IDF, Shin Bet, Mossad) e la divisione delle competenze generano sovrapposizioni, ma anche lacune: ognuno presume che qualcun altro agisca. Questa “burocrazia della sicurezza” rende difficile distinguere il segnale dal rumore.
Per tale ragione, anche di fronte a dati come l’aumento delle comunicazioni tra cellule di Hamas, o i silenzi anomali su alcune frequenze, non si è attivata una risposta immediata. Perché la stessa situazione si era già verificata in passato e senza conseguenze. Come osservato da esperti militari in interviste a “The Guardian”, l’attacco del 7 ottobre ha avuto successo proprio perché ha saputo mimetizzarsi nel caos quotidiano delle informazioni. Anche il fattore psicologico ha avuto un ruolo. Dopo anni di guerra asimmetrica, droni e conflitti a bassa intensità, Hamas era percepita come contenibile. Le sue esercitazioni erano frequenti, anche con alianti e tecniche di penetrazione. Ogni volta, l’intelligence le osservava, registrava, classificava. Non è che Israele fosse cieca: era assuefatta al rischio.
Agire su segnali ambigui, inoltre, comporta rischi enormi. Se il governo avesse deciso di mobilitare migliaia di soldati, evacuare i kibbutz o colpire Hamas preventivamente sulla base di “anomalie” poco chiare, avrebbe corso il rischio di una escalation politica e militare con costi incalcolabili. Se gli allarmi si fossero rivelati falsi, il governo sarebbe stato accusato di procurato panico, militarismo e manipolazione dell’opinione pubblica.
Come osserva David Rosenberg su “Foreign Policy”, i segnali c’erano, ma non nella forma e nella chiarezza necessaria per giustificare un cambio di status operativo. Era come guardare una mappa incompleta, con punti di interesse ma senza percorsi evidenti. Nessuno poteva sapere che quel giorno, quell’esercitazione sarebbe diventata un massacro. La mancanza di reazione da parte di Israele non prova, quindi, la consapevolezza dell’attacco, ma l’ambiguità dei dati a disposizione. In uno scenario di rischio cronico e segnali confusi, la sicurezza perfetta è impossibile. L’errore è stato nella complessità del sistema, non in una decisione deliberata di ignorare la minaccia.
Nina Celli, 2 aprile 2025
Il 7 ottobre c’è stato il fallimento dell’architettura di sicurezza israeliana
Il 7 ottobre 2023 non ha rappresentato solo un momento di shock per Israele. È stato il crollo di un intero paradigma di sicurezza, un evento che ha dimostrato come la superiorità tecnologica e il prestigio dell’intelligence israeliana non fossero sufficienti a prevenire una catastrofe. Quello che è emerso dalle indagini, dai rapporti riservati e dalle ammissioni pubbliche è che le informazioni c’erano, ma il sistema non è stato capace di elaborarle, trasmetterle e agire.
A dirlo per primo è stato Ronen Bar, direttore dello Shin Bet, durante una conferenza stampa riportata dal “Times of Israel” e dal “The Guardian”: “Se avessimo agito diversamente, il massacro si sarebbe potuto evitare”. Un’affermazione gravissima, non solo sul piano politico ma soprattutto su quello tecnico. Bar ha confermato che tra il 6 e il 7 ottobre vi furono almeno quattro segnali d’allarme: movimenti anomali al confine, attivazione di SIM israeliane da parte di Hamas, scambi radio fuori protocollo e un aumento del silenzio informativo da parte delle cellule note. Ma nessuno sapeva chi fosse il responsabile di lanciare l’allerta. Nel rapporto interno dello Shin Bet si legge che non vi era una procedura chiara su quando e come attivare l’allerta di guerra. Il Centro di Comando Sud dell’IDF riteneva che spettasse allo Shin Bet. Lo Shin Bet pensava spettasse all’intelligence militare. E nel frattempo, le truppe di Hamas superavano il confine con bulldozer e alianti.
Come ha scritto Yossi Melman su “Haaretz”, il vero disastro è stata la mancanza di fonti umane (HUMINT) sul terreno, a Gaza. Israele si era abituata a un'intelligence tecnologica fatta di droni, intercettazioni, algoritmi. Ma contro una rete organizzata, semi-militare, clandestina e motivata, servivano agenti, infiltrati, testimoni, ma questi non c’erano. Già nel 2020, analisti del Mossad (servizio segreto israeliano) avevano chiesto di rafforzare la presenza umana a Gaza, ma la richiesta fu ignorata.
Il sistema ha fallito anche nella trasmissione dell’informazione. Il rapporto interno del “Times of Israel” ha rivelato che, alle 4:30 del mattino del 7 ottobre, un ufficiale dell’intelligence militare non svegliò Netanyahu, pur avendo ricevuto un rapporto allarmante. Il documento fu consegnato alla segreteria militare, ma non venne inoltrato al Primo Ministro, né furono attivate le comunità nei pressi del confine. Quando le prime chiamate di emergenza arrivarono da Be’eri, Nahal Oz e Kfar Aza, gli ordini non erano ancora stati dati.
Questo è stato un cortocircuito istituzionale, come lo definisce David Rosenberg su “Foreign Policy”. Non esisteva una cabina di regia. Nessuno coordinava IDF, Shin Bet, Mossad, autorità locali. Netanyahu, in quel momento, era politicamente indebolito dalle proteste interne per la riforma giudiziaria e molti dei suoi alleati erano concentrati su temi religiosi e ideologici, non operativi.
Persino dopo l’attacco, il sistema ha continuato a mostrare segni di disgregazione. La decisione di licenziare Ronen Bar nel marzo 2025, come riportato da “Axios” e “Al Jazeera”, è stata interpretata da molti come un tentativo politico di scaricare le responsabilità, anziché riformare realmente l’apparato di sicurezza. Migliaia di israeliani sono scesi in piazza per difendere Bar, percepito come uno dei pochi funzionari ad aver agito con trasparenza.
Infine, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente, come sottolineato da “The Atlantic” e “NYT”, ha contribuito a un clima di sfiducia crescente. Le famiglie delle vittime chiedono verità. I cittadini vogliono riforme. Ma il governo, temendo implicazioni politiche dirette, continua a rimandare.
Nina Celli, 2 aprile 2025
La consapevolezza attribuita ex post è un errore interpretativo
Dopo ogni evento catastrofico, l’opinione pubblica cerca un colpevole, una spiegazione semplice, un errore umano identificabile. Ma la realtà, soprattutto nel mondo dell’intelligence e della sicurezza nazionale, è raramente così chiara. Attribuire a Israele la consapevolezza dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, come se il governo o l’intelligence avessero “saputo” e scelto di non agire, è una forma classica di illusione retrospettiva: il fenomeno psicologico per cui, una volta che un evento è accaduto, esso appare ovvio, inevitabile e prevedibile. Ma non lo era affatto.
Come hanno documentato analisi del “New York Times”, “Foreign Policy” e “The Atlantic”, la complessità del contesto israeliano nel 2023 non consentiva una lettura univoca dei dati d’intelligence. La quantità di informazioni ricevute quotidianamente dalle agenzie — spesso contraddittorie, sovrapposte, decontestualizzate — rendeva impossibile individuare in tempo reale quale minaccia fosse reale, quale imminente e quale, invece, parte del rumore informativo costante.
Il concetto stesso di “sapevano e non hanno fatto nulla” si basa su un fraintendimento del funzionamento operativo delle agenzie di sicurezza. Come hanno spiegato ex funzionari israeliani in interviste a “The Guardian”, il flusso informativo non è mai lineare. Un dato raccolto da un’unità può rimanere isolato, non giungere mai al comando centrale o, se ci arriva, essere interpretato secondo standard passati. Non esiste un “grande schermo” con l’intero piano nemico proiettato in chiaro.
Lo stesso capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha ammesso che l’attacco “si sarebbe potuto evitare se avessimo agito diversamente”. Ma si tratta di un’ammissione di errore strategico, non di complicità o consapevolezza. Bar ha parlato di “cecità concettuale”, non di insabbiamento. E questa cecità, come ha sottolineato “Haaretz”, era condivisa da tutti gli attori: militari, politici, analisti. Non perché incapaci, ma perché Hamas ha saputo sfruttare l’effetto sorpresa in modo chirurgico, mimetizzando la propria preparazione sotto il velo della routine.
Anche l’idea che il governo Netanyahu avesse interessi politici nel lasciare accadere l’attacco, come suggeriscono alcune narrative più radicali, è smentita dai fatti. Il 7 ottobre ha provocato un crollo di fiducia popolare, proteste di massa, divisioni interne e un’escalation militare incontrollabile. Nessun leader, per quanto cinico, avrebbe potuto trarre beneficio diretto da un evento simile. Le inchieste di “Axios” e “CNN” confermano che l’esecutivo israeliano è stato colto di sorpresa tanto quanto il resto del Paese.
C’è poi un altro elemento cruciale: la natura ibrida del nemico. Hamas non è uno Stato, non ha una catena di comando visibile, non dichiara guerra nel senso tradizionale. Le sue azioni sono fluide, i suoi segnali volutamente ambigui. Le prove raccolte da “Foreign Affairs” dimostrano che l’attacco fu pianificato in modo compartimentato, con segmenti dell’organizzazione che ignoravano il piano generale. Anche agenti operativi sul terreno ricevettero gli ordini solo poche ore prima. Pretendere che Israele cogliesse tutto questo, con precisione e in tempo utile, non è realistico.
Occorre inoltre ricordare che l’intera comunità internazionale, inclusi Stati Uniti, Egitto, UE, non aveva alcuna percezione di un attacco imminente. Nessun paese alleato ha inviato allerte specifiche. Nessun osservatore ha colto l’imminenza del disastro. Se Israele, con tutti i suoi limiti, ha fallito, lo hanno fatto anche i suoi partner. Parlare di “volontà politica” di ignorare l’attacco è scorretto.
Nina Celli, 2 aprile 2025
Le omissioni e la gestione politica dopo il 7 ottobre alimentano i sospetti
Se è vero che i segnali dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 furono raccolti ma ignorati o sottovalutati, lo è ancora di più che la gestione politica successiva all’attacco ha aggravato la percezione pubblica di un insabbiamento deliberato. Le scelte operate dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dal suo governo non solo non hanno chiarito le dinamiche che hanno portato al disastro, ma hanno contribuito a creare un clima di sospetto e delegittimazione senza precedenti nella società israeliana.
Poche ore dopo l’attacco, i primi interrogativi hanno iniziato a circolare. Come aveva fatto Hamas, un gruppo monitorato da una delle intelligence più sofisticate del mondo, a penetrare in Israele con centinaia di miliziani via terra, aria e mare, cogliendo di sorpresa le forze dell’IDF? Come mai nessun sistema di difesa — dai droni ai sensori elettronici, dalle torri di controllo ai soldati di guardia — aveva risposto in tempo?
A questi dubbi, il governo ha reagito con silenzi, reticenze e soprattutto con l’assenza di una commissione statale di inchiesta. Secondo “Foreign Policy”, mai nella storia di Israele un evento di tale portata era stato gestito con tanta opacità. Anche durante la guerra del Kippur del 1973, fu istituita una commissione d’indagine: stavolta no. Il motivo, secondo le dichiarazioni dello stesso Netanyahu riportate dal “The Guardian” e “Times of Israel”, è che una commissione “non è opportuna in tempi di guerra”. Ma per l’opposizione e gran parte della società civile, questa è una scusa per evitare di affrontare responsabilità dirette. Il sospetto è alimentato anche da scelte operative e personali. Come riportato da “Axios”, Netanyahu ha cercato di licenziare il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, pochi mesi dopo l’attacco. Una decisione senza precedenti, avvenuta mentre Bar stava collaborando con la magistratura per far luce sul cosiddetto “Qatargate” (uno scandalo legato ai fondi qatarioti che avrebbero finanziato Hamas, con la presunta complicità di alcuni membri dello staff del Primo Ministro). Bar, che aveva chiesto tempo per concludere le indagini e gestire le trattative per la liberazione degli ostaggi, è stato allontanato. La Corte Suprema israeliana ha sospeso temporaneamente la decisione, ma il gesto politico è rimasto.
In parallelo, Netanyahu ha lanciato attacchi pubblici contro l’intelligence, sostenendo che le agenzie lo avevano ingannato, che Ronen Bar non l’aveva svegliato nella notte dell’attacco, e che i servizi “non avevano fatto il loro dovere”. Tuttavia, i documenti ufficiali mostrano che Netanyahu stesso aveva ricevuto diversi rapporti nei giorni precedenti e che fu proprio il suo staff a decidere di non allertarlo.
La tensione è esplosa nelle piazze. “Al Jazeera” e “CNN” hanno documentato manifestazioni in tutto il Paese, con migliaia di cittadini che chiedevano verità e trasparenza. Le famiglie delle vittime, in particolare quelle dei kibbutz colpiti, hanno fondato movimenti di protesta permanente. Anche numerosi ex funzionari del Mossad e delle forze armate si sono uniti alle richieste di chiarezza. L’ex consigliere per la sicurezza Chuck Freilich ha parlato di “una gestione del rischio cinica e criminale”. Ma la reazione pubblica non ha modificato l’atteggiamento del governo. Nessun alto funzionario si è dimesso. Nessun ministro ha subito procedimenti disciplinari. E persino la leadership dell’IDF ha evitato di entrare apertamente in conflitto con il Primo Ministro, nel timore di una crisi istituzionale.
In tutto questo, il conflitto a Gaza è proseguito, i negoziati per gli ostaggi si sono interrotti e la questione delle responsabilità interne è rimasta congelata. Un’intera nazione — scrive il “New York Times” — è stata lasciata senza risposte.
Nina Celli, 2 aprile 2025
La razionalità operativa di Israele è sotto stress
Israele è una delle nazioni più esposte a minacce asimmetriche e a conflitti ibridi. Vive costantemente in uno stato di allerta latente. In questo contesto, la mancata reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 non va letta come una prova di consapevolezza o negligenza deliberata, ma come una conseguenza diretta della razionalità operativa che guida le decisioni in uno scenario di rischio cronico.
Secondo quanto riportato da “Foreign Policy” e “The Atlantic”, Israele riceve migliaia di segnalazioni al giorno: movimenti lungo il confine, comunicazioni criptate, anomalie nei social network. Ogni giorno, il personale di Shin Bet, IDF e Mossad valuta decine di ipotesi d’attacco. La maggior parte di queste non si concretizza. Ogni mobilitazione inutile ha un costo: in termini di risorse, fiducia pubblica, credibilità internazionale.
È in questo contesto che va inserita la scelta di non allertare il Primo Ministro Netanyahu nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, nonostante un rapporto fosse stato inoltrato alla sua segreteria militare. Come documentato da “Times of Israel”, il funzionario responsabile ritenne l’informazione “non abbastanza significativa” per giustificare un intervento straordinario. Una decisione forse sbagliata, ma pienamente coerente con la logica operativa vigente: non si può rispondere a ogni anomalia come se fosse una guerra.
Anche l’intelligence visiva e satellitare non aveva rilevato alcun movimento massivo di truppe, né un aumento significativo delle scorte missilistiche di Hamas. L’organizzazione aveva saputo mantenere un basso profilo fino all’ultimo minuto, frammentando le comunicazioni e compartimentando la catena di comando. Come spiegano analisti di “Foreign Affairs” e “NYT”, gli stessi esecutori dell’attacco ricevettero gli ordini finali solo ore prima dell’invasione. Non si trattava di una campagna militare classica, ma di un’operazione fulminea, segreta, atipica.
Israele, come tutte le democrazie, deve bilanciare sicurezza e libertà. Una mobilitazione preventiva di massa avrebbe implicato la chiusura di intere regioni, l’evacuazione dei kibbutz, la sospensione di festività religiose, la chiamata in servizio di migliaia di riservisti. Tutto questo sulla base di “anomalie sospette”, ma senza prove concrete. Una reazione del genere, se ingiustificata, avrebbe potuto costare al governo accuse di allarmismo o strumentalizzazione politica, specialmente in un clima già infiammato dalle tensioni interne sulla riforma giudiziaria.
Lo stesso concetto di "fallimento" va relativizzato. Come sottolinea David Rosenberg su “Foreign Policy”, il 7 ottobre rappresenta una “anomalia sistemica”: un evento che sfugge ai modelli predittivi perché rompe le regole del gioco. Gli errori non sono mancati — l’assenza di HUMINT a Gaza, l’eccessiva fiducia nella tecnologia, la frammentazione delle competenze — ma nessuno di questi errori dimostra la presenza di consapevolezza ignorata. Piuttosto, confermano che il sistema israeliano, come ogni sistema umano, è vulnerabile a eventi eccezionali.
La reazione post-attacco dimostra che lo Stato di Israele non era preparato, né politicamente né militarmente, a un attacco simile. Le prime ore furono caotiche, l’IDF reagì con ritardo; lo stesso Netanyahu impiegò ore per comparire pubblicamente. Questo non è il comportamento di chi sapeva e ha lasciato fare, ma di chi è stato colto alla sprovvista.
Nina Celli, 2 aprile 2025
La risposta politica al 7 ottobre ha minato la fiducia nello Stato
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha soltanto causato la morte di oltre 1.200 israeliani, la distruzione di comunità intere e il rapimento di civili. Ha anche prodotto un terremoto istituzionale interno che ha spinto il Paese sull’orlo di una crisi democratica. La gestione politica di quanto accaduto — e, soprattutto, la mancata assunzione di responsabilità da parte del governo Netanyahu — ha innescato una spirale di sfiducia, autoritarismo e delegittimazione delle istituzioni senza precedenti nella storia recente di Israele.
Nei giorni immediatamente successivi all’attacco, mentre l’opinione pubblica cercava risposte e i parenti delle vittime reclamavano giustizia, il governo ha scelto la via della chiusura. Come documentato da “The Atlantic”, Netanyahu ha adottato un atteggiamento difensivo, cercando da subito di attribuire le colpe alle agenzie di sicurezza e agli “errori di valutazione” dei funzionari. Ha evitato qualsiasi assunzione di responsabilità diretta, nonostante prove crescenti suggerissero che il suo staff fosse stato informato di anomalie già nelle ore precedenti l’attacco.
Il gesto più emblematico di questa deriva è stato il tentativo di licenziare il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, nel marzo 2025. Secondo quanto riportato da “Axios” e confermato da “Al Jazeera”, Bar stava conducendo un’indagine interna sui finanziamenti provenienti dal Qatar e sull’eventuale responsabilità di alcuni collaboratori del Primo Ministro — un’indagine nota come Qatargate, che rischiava di incriminare lo stesso entourage di Netanyahu. Il licenziamento è stato bloccato dalla Corte Suprema, ma ha suscitato un’ondata di indignazione pubblica. Migliaia di israeliani hanno manifestato per difendere l’autonomia dell’intelligence e il diritto alla verità.
Parallelamente, nessuna commissione indipendente d’inchiesta è stata istituita, nonostante le richieste insistenti di ex militari, ex capi del Mossad e della società civile. Il governo ha preferito evitare qualunque forma di indagine esterna, adducendo ragioni legate alla “sicurezza nazionale in tempi di guerra”. Questa scelta ha avuto un forte impatto sulla fiducia dei cittadini nello Stato. Netanyahu ha proseguito nel tentativo di ridimensionare il ruolo della Corte Suprema, ha intensificato gli attacchi ai media critici e ha cercato di centralizzare ulteriormente il potere decisionale, presentando ogni critica come un attacco “alla sicurezza nazionale” o “una campagna di delegittimazione orchestrata dalla sinistra”.
La prosecuzione della guerra a Gaza, la retorica sull’“esistenzialità del conflitto” e il continuo rinvio di ogni discussione pubblica sulle responsabilità del 7 ottobre hanno consentito al Primo Ministro di restare in sella, ma a costo della trasparenza, dell’autonomia delle istituzioni e della coesione sociale.
Secondo il “New York Times”, questa situazione ha portato a un cambiamento profondo nella percezione pubblica dello Stato: se prima lo Stato era visto come fortezza protettiva, oggi è visto da molti come un apparato incapace, autoreferenziale, disposto a sacrificare la verità per convenienza politica.
Come ha scritto Gershom Gorenberg su “The Atlantic”, “Netanyahu ha risposto al 7 ottobre non con uno spirito di unità e assunzione di responsabilità, ma con la logica del potere: controllare, accusare, sopravvivere politicamente. È la democrazia israeliana a pagare il prezzo più alto”.
Nina Celli, 2 aprile 2025
Un intervento preventivo avrebbe potuto destabilizzare l’area
Il contesto operativo in cui si muove Israele è tra i più complessi al mondo. La Striscia di Gaza, densamente popolata, è uno spazio politicamente esplosivo, dove ogni atto militare può trasformarsi in un evento geopolitico. In questa realtà ipersensibile, l’idea di agire su basi incerte — come i segnali ambigui rilevati nei giorni precedenti il 7 ottobre — avrebbe comportato rischi altissimi, sia militari che politici.
Secondo quanto ricostruito da fonti come il “New York Times”, “Foreign Policy” e “Haaretz”, i dati in possesso delle agenzie israeliane nei giorni precedenti l’attacco non configuravano un allarme chiaro e definito. Le attività di Hamas osservate — movimenti di truppe, esercitazioni militari, incremento del silenzio radio — erano comportamenti già visti in passato, spesso legati a scenari interni o a dimostrazioni di forza. Il pericolo, però, non era l’assenza di segnalazioni, ma la loro ambiguità operativa.
Una mobilitazione difensiva su larga scala, che avrebbe potuto includere la chiusura dei valichi, l’attivazione dei riservisti e l’evacuazione di civili, sarebbe stata interpretata da Hamas come un atto ostile, potenzialmente giustificando un attacco anticipato. Inoltre, avrebbe messo Israele in una posizione diplomatica complicata. Come osserva “The Atlantic”, ogni azione militare israeliana è soggetta a scrutinio internazionale e lanciare un’operazione basata su “anomalie” avrebbe potuto scatenare accuse di escalation provocata, repressione e militarismo ingiustificato, sia a livello interno che esterno.
In Israele, nel 2023, il clima politico era già estremamente teso. Il governo Netanyahu era sotto attacco per le riforme giudiziarie e la fiducia pubblica nelle istituzioni era in calo. In questo scenario, una mobilitazione preventiva senza prove concrete avrebbe potuto essere letta come un tentativo del governo di distrarre l’opinione pubblica o, peggio, come una manipolazione dell’allarme sicurezza per fini politici. Lo stesso “Times of Israel” riporta come già in passato Netanyahu fosse stato accusato di “drammatizzare minacce” per rafforzare la propria posizione politica.
A ciò si aggiunge l’influenza degli alleati. Le decisioni israeliane, soprattutto sul piano militare, sono spesso coordinate o perlomeno condivise con partner strategici come gli Stati Uniti. Secondo quanto emerso in un report di “Foreign Affairs”, nessuna intelligence alleata aveva indicato un attacco imminente da parte di Hamas. Un’azione preventiva senza l’appoggio (o almeno il consenso) di Washington avrebbe rischiato di isolare Israele sul piano diplomatico, compromettendo alleanze fondamentali e l’afflusso di aiuti.
Inoltre, un’operazione preventiva avrebbe potuto offrire a Hamas un vantaggio narrativo: il ruolo di vittima di un’aggressione israeliana non provocata, con potenziale per accendere l’intera regione. Le proteste in Cisgiordania, le tensioni con Hezbollah nel nord e le dinamiche con l’Egitto e il Qatar avrebbero potuto deteriorarsi rapidamente. Come spiegano analisti su “Al Jazeera” e “CNN”, ogni movimento israeliano viene strumentalizzato sul piano mediatico. E senza prove concrete dell’imminenza di un attacco, Israele avrebbe corso il rischio di passare da difensore ad aggressore.
Nina Celli, 2 aprile 2025