Jobs Act

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

Una parte significativa del dibattito politico, dai toni vivaci e talvolta aspri, suscitato dalla recente riforma del mercato del lavoro, meglio nota come Jobs Act, si raggruppa attorno due tesi contrapposte:
(i) la tesi dei critici della riforma afferma, in sostanza, che il Jobs Act determina un drastico ridimensionamento dei diritti dei lavoratori; a fronte di tali perdite i vantaggi sarebbero pochi e incerti; la perdita principale riguarda la disciplina dei licenziamenti, che prevede il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con la conseguenza di accrescere significativamente la possibilità per le imprese di licenziare i propri lavoratori (o, comunque, di tenerli sotto ricatto con la minaccia del licenziamento);
(ii) la tesi dei fautori della riforma afferma, invece, che il Jobs Act, ridisegnando in chiave moderna le istituzioni del mercato del lavoro, con l’introduzione del contratto a tutele crescenti e l’ampliamento della platea e delle dimensioni dei sussidi di disoccupazione, avrà l’effetto di accrescere significativamente l’occupazione” (Giorgio Rodano, Il mercato del lavoro italiano prima e dopo il Jobs Act, Sapienza-Università di Roma, 29 aprile 2015).
Il confronto tra le opposte visioni del Jobs Act si è tradotto nella presentazione da parte della CGIL di tre quesiti referendari il 22 marzo 2016, con l’obiettivo di abrogare alcune norme della riforma del lavoro. L’11 gennaio 2017 la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili due dei tre quesiti proposti, il cui referendum potrebbe svolgersi nella primavera del 2017.

 

 
01

Il Jobs Act combatte la precarietà

FAVOREVOLE

“’Il nuovo decreto attuativo del Jobs Act […] risponde all'esigenza di ridurre il precariato’. Lo ha affermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, intervistato a margine di una conferenza stampa sulle politiche di integrazione nello sport il 4 febbraio al Coni. ‘Vogliamo combattere il precariato, lo stiamo facendo con il contratto determinato a tutele crescenti con l'intervento economico e normativo - ha spiegato Poletti - lo faremo riducendo, semplificando e disboscando le forme contrattuali’. Rispondendo a una domanda sulle critiche al Jobs Act, Poletti ha dichiarato: ‘Contesto alla radice le affermazioni secondo cui le nuove norme producono precarietà. Nessun governo in questo paese ha mai messo tante risorse per sostenere i contratti a tempo indeterminato. Il nuovo decreto nasce con lo spirito di ridurre la precarietà’. Secondo il ministro, ’la precarizzazione era nel fatto che fino a ieri su cento contratti 85 non erano a tempo indeterminato: per ora da 15 passeremo a 30 contratti ogni 100 a tempo indeterminato; qualcuno dirà ancora che creiamo precarietà?’” (Jobs act: Poletti, “con il nuovo decreto ridurremo il precariato”, “agi.it”, 4 febbraio 2015).

 

CONTRARIO

Carmelo Barbagallo, segretario generale aggiunto della UIL, afferma: “Se la riforma proposta da questo governo non risponde agli interessi dei lavoratori, dei giovani, dei disoccupati, noi faremo uno sciopero generale. E non è solo una questione di articolo 18, che è uno specchietto per le allodole: nella riforma ci sono molti altri aspetti relativi al mercato del lavoro che creeranno più precarietà nei prossimi anni.
Questa riforma serve a Renzi per presentarsi in Europa e non agli italiani. Il nostro paese è destinato a invecchiare sempre più, mentre le giovani coppie non fanno più figli. Occorrerebbe, dunque, dare più stabilità ai giovani e più flessibilità in uscita agli anziani: esattamente il contrario di ciò che sta proponendo Renzi. Se il premier continua a rispondere solo ai criteri che la Merkel ha imposto all'Europa, probabilmente i nostri giovani continueranno a fare i precari” (Pier Paolo Bombardieri, Barbagallo: Riforma mercato del lavoro creerà più precarietà, “uil.it”, 30 settembre 2014).

 

 
02

L'introduzione del Jobs Act apre alla stipula di contratti con tutele sempre più ridotte per il lavoratore

FAVOREVOLE

Secondo Alberto Bombassei, ex vicepresidente per le Relazioni Industriali, Affari Sociali e Previdenza della Confindustria, “Con i provvedimenti del governo si ‘apre una stagione nuova. […] Le nuove norme sul lavoro […] stanno cambiando il clima nelle imprese. […] Si tratta di norme meno vincolanti per le aziende. Dal momento dell'assunzione gli imprenditori, come credo sia giusto, si prendono impegni crescenti. Nel momento in cui un datore di lavoro assume un dipendente, non si sente più vincolato per la vita a quel rapporto, come accadeva prima. Per questo non pochi annunciano ora l'intenzione di assumere. […] Al di là delle singole norme è il mutamento del contesto che conta. Gli imprenditori hanno meno timore a dare lavoro. Ricordiamoci che siamo in un'economia globalizzata che impone una maggior flessibilità alle imprese. E poi è venuto il momento di riconoscere che il conflitto tra capitale e lavoro è ormai anacronistico. La direzione deve essere quella dei contratti aziendali che quasi sempre fanno il bene di entrambe le componenti" (Paolo Griseri, Alberto Bombassei: “ Jobs Act, c’è aria nuova ora l’occupazione potrà ripartire”, “La Repubblica”, 21 febbraio 2015).

 

CONTRARIO

Dal febbraio 2015, le nuove assunzioni a tempo indeterminato saranno più flessibili. L’articolo 18 è quasi in pensione. […] Ha anche ragione Susanna Camusso quando sostiene che, con la riforma, ‘aumenteranno i licenziamenti’ [...]. Quando si introduce un nuovo contratto a tempo indeterminato che riduce i costi dei licenziamenti, le imprese diventano davvero – come afferma Renzi – più propense a investire a lungo periodo nel lavoratore. Saranno più propense ad assumere perché sanno che, se le cose dovessero andare male, sarà più facile licenziare” (Pietro Garibaldi, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Torino, Incompleta e confusionaria, ma è una riforma del lavoro, articolo pubblicato il 30 dicembre 2014 su “lavoce.info”).

 

 
03

Il Jobs Act introduce la possibilità di licenziamenti collettivi, nonostante il parere contrario delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato

FAVOREVOLE

Il decreto n. 23 del 2014, che detta le nuove norme in materia di trattamento sanzionatorio per il caso di licenziamento di natura economica senza giusta causa, di si applica anche alle ipotesi di licenziamenti collettivi. Così stabilendo, il Consiglio dei Ministri si è discostato dal parere delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato che si erano espresse in modo negativo sull’estensione della nuova disciplina anche ai licenziamenti collettivi: “Penso che questi decreti si occupino poco di licenziamenti collettivi ma molto di assunzioni collettive. Sgravi per chi assume per tre anni, eliminazione componente del lavoro dall'Irap” ha dichiarato il premier durante la conferenza stampa del 20 febbraio 2015 (“governo.it”) al termine della riunione del Consiglio dei Ministri che ha approvato in via definitiva il testo del decreto legislativo n. 23. In questo modo, il governo ha appoggiato le idee dell’area popolare del Partito Democratico.

CONTRARIO

L’esclusione della possibilità del reintegro anche per il caso dei licenziamenti collettivi illegittimi di natura economica ha comportato una spaccatura all’interno del Partito Democratico, che ha visto l’area democratica scagliarsi contro la scelta del governo di disattendere il parere contrario di Camera e Senato. Denunce arrivano anche dagli esponenti dei maggiori sindacati dei lavoratori i quali, nel timore di un arretramento delle tutele acquisite dai lavoratori, additando il premier di occuparsi troppo di questioni politiche a discapito dei veri protagonisti della riforma: i cittadini che lavorano. A tal proposito sul blog de “Il Fatto Quotidiano” si legge: “Il legislatore […] è riuscito comunque a mantenere una vena ironica, prevedendo la possibilità del reintegro nella sola ipotesi di licenziamento collettivo orale. Un’ipotesi al limite della fantascienza, che si verificherebbe soltanto nel caso in cui un datore di lavoro, magari furioso a causa di un litigio coniugale, entrasse in azienda e si mettesse ad urlare: ‘Siete tutti licenziati!’” (Jobs Act: come abbattere i precari e non la precarietà, articolo pubblicato sul blog de “Il Fatto quotidiano” il 4 marzo 2015).

 
04

La flessibilità aumenta la produttività

FAVOREVOLE

Il professore di Economia Paolo Pini, nell’introduzione del Quaderno DEM 18/2014 (vol. 3) pubblicato dall’Università di Ferrara nel novembre 2014 “Il Jobs Act tra surrealismo e mistificazione‘Ancora una ‘riforma’ del lavoro. È quello di cui abbiamo bisogno?’”, illustra la strategia governativa ancorata all’idea che una maggiore flessibilità del mercato del lavoro comporti proporzionalmente un aumento della produttività. L’esperto spiega che “Il Jobs Act del governo Renzi […] intende […] avviare una ‘campagna di fiducia’ per imprese e mercati, ed indurre una crescita della domanda di lavoro e quindi dell’occupazione, garantendo più flessibilità in entrata ed in uscita”.

CONTRARIO

Il Jobs Act, o almeno, la prima parte di quella che vuole essere la riforma Renzi del mercato del lavoro (l’ennesima in pochi anni) è inaccettabile. È inaccettabile perché trova la sua ratio politica nella stessa retorica che ha accompagnato ogni riforma del mercato del lavoro che è stata introdotta nel nostro ordinamento negli ultimi quindici anni e secondo cui con l’aumento della cosiddetta ‘flessibilità’ si avrebbe come effetto un aumento dell’occupazione. Ma non vi è alcun nesso causale tra l’aumento della flessibilità e l’aumento dell’occupazione. Se si osservano i dati sull’occupazione dal 2004 ad oggi vediamo che, al netto della crisi, la progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori (ovvero la precarizzazione sfrenata) ha avuto come unica conseguenza la perdita di potere contrattuale con un’incidenza sul reddito dei lavoratori a dir poco drammatica” (Lavoro, la rovina del Jobs Act, blog de “Il Fatto Quotidiano”, 15 aprile 2014).

 

 
05

Il Jobs Act non elimina il dualismo tra lavoratori assunti con forme contrattuali tipiche e lavoratori precari

FAVOREVOLE

“Il Jobs Act del governo Renzi è annunciato come una indispensabile riforma strutturale chiesta dall’Europa per […] contrastare il dualismo tra lavoratori protetti e coloro che non hanno protezioni, garantendo a questi ultimi maggiori tutele di mercato.[…] Si tratta della ennesima riforma del mercato del lavoro italiano, che dichiara […]di voler estendere le tutele a tutti, trasferendo le protezioni dal posto di lavoro al mercato, estendendole agli esclusi con il sostegno del soggetto pubblico” (Paolo Pini, Il Jobs Act tra surrealismo e mistificazione. “Ancora una ‘riforma’ del lavoro. È quello di cui abbiamo bisogno?, Quaderni DEM, vol. 3, “unife.it” ).
La conferma dei primi risultati positivi ottenuti col Jobs Act in termini di eliminazione del dualismo arriva Il 10 aprile 2015, quando Andrea Mollica, giornalista dell’editoriale on line “Giornalettismo”, scrive: “Il quotidiano finanziario elogia le misure adottate dal governo Renzi per ridurre la dualità del mercato del lavoro italiano, un esempio per la Francia che fa fatica a riformarsi […]. Il ‘Wall Street Journal’ definisce il Jobs Act del governo Renzi un modello per le riforme a cui si dovrebbe ispirare la Francia” (Andrea Mollica, Wall Street Journal: “Jobs Act, una riforma modello per l’Europa”).

CONTRARIO

"A partire da metà anni Novanta molti paesi europei hanno avviato riforme del mercato del lavoro introducendo e/o diffondendo forme di contrattualità atipica, consistente in rapporti di lavoro diversi da quello standard (full time e a tempo indeterminato): tali riforme sono ora soggette alla valutazione degli effetti, misurati il più delle volte in termini di crescita occupazionale realizzata. […] La contrattualità atipica avrebbe, cioè, accentuato quel dualismo tra insider e outsider che vede contrapporsi l’area dei lavoratori ‘protetti’, da un lato, e l’area di lavoratori ‘flessibili’ (scarsamente rappresentati da sindacati e con forte discontinuità lavorativa), dall’altro. (La flessibilità al margine e i margini della flessibilità. Una lettura economica dei mutamenti occupazionali, articolo pubblicato da Marina Capparucci su “SISmagazine”, 22 gennaio 2009).

 
06

Le nuove norme sui controlli a distanza: al bando la privacy dei lavoratori

FAVOREVOLE

Il 4 settembre 2015 si è conclusa la riunione del Consiglio dei Ministri che ha affrontato l’esame definitivo del decreto delegato in materia di “razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese”, adottato in sede preliminare dal Consiglio dei Ministri l’11 giugno. I principali interventi riguardano la modifica della disciplina sull'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature contenuta nell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori al fine di adeguare, nell’intenzione del governo, la disciplina all’evoluzione tecnologica, nel rispetto dell’articolo 3 delle disposizioni in materia di privacy. “La vecchia normativa sulla privacy riguardava solo gli impianti fissi ma non c’era normativa sugli strumenti di lavoro, tablet, cellulari ecc. […] Noi abbiamo fatto una norma che si estende agli strumenti di lavoro e abbiamo dichiarato che l’utilizzo di queste informazioni può essere fatto solo nel rispetto delle norme sulla privacyha dichiarato il ministro Poletti durante la conferenza stampa del 4 settembre 2015, al termine del Consiglio dei Ministri.

 

CONTRARIO

"Dai cartellini identificativi, alla mail aziendale, fino ai sistemi di videosorveglianza e geolocalizzazione: qualunque ordinaria attività aziendale comporta l’eventualità che il dipendente possa lasciare traccia dei propri dati sensibili. Occorre quindi un sistema di regole certe e ben definite che consenta al dipendente o al collaboratore di proteggere la propria sfera personale. Tutto quello, che ad oggi, non sussiste. Sebbene il tema privacy e lavoro sia dibattuto da tempo, la riforma dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori […] pare aver riacceso una scintilla che rischia di tramutarsi in un vero e proprio falò, viste le incertezze normative e interpretative che si prospettano. […] Con la riforma in corso si opterà per una forte apertura verso i controlli sugli impianti e sugli strumenti di lavoro e verso l’utilizzo delle informazioni ottenute, il cui uso di fatto diventa legittimo semplicemente previa consegna di un documento informativo per dipendenti interessati” (Serena Santagata, Privacy e lavoro in bilico tra esigenze di tutela e innovazione, “bollettinoadapt.it”, 19 giugno 2015).

 

 
07

Il Jobs Act ha avviato la ripresa occupazionale

FAVOREVOLE

L’analisi dei dati INPS e Istat dimostrano che il Jobs Act, nella fase di sua prima attuazione ha determinato un forte aumento delle assunzioni a tempo indeterminato. Questo dato non può essere spiegato integralmente in ragione dello sgravio fiscale, poiché i dati INPS dimostrano che la metà delle assunzioni stabili è avvenuta senza sgravio. L’incremento delle assunzioni tra il 2014 e il 2015 dimostra che c’è stata una inversione di tendenza, anche se la ripresa occupazionale è ancora debole. Per altro verso non era pensabile che una legge entrata in vigore nel corso del 2015 potesse produrre entro la fine dell’anno un aumento degli investimenti con risultati occupazionali immediatamente visibili.

CONTRARIO

L’osservazione secondo la quale con l’introduzione del Jobs Act i nuovi contratti stipulati a tempo indeterminato stanno aumentando non considera un altro dato importante, quello delle cessazioni, ossia dei rapporti di lavoro che terminano o per licenziamento o per altri motivi. Anche nel primo anno di vigenza della riforma, il 2015, durante il quale le imprese potevano usufruire delle agevolazioni fiscali il numero di rapporti di lavoro a tempo indeterminato cessati ha ampiamente superato il numero di rapporti di lavoro attivati, mentre il contrario è accaduto per i rapporti di lavoro temporanei, che hanno visto le attivazioni superare le cessazioni. Rendere flessibile il mercato del lavoro non è servito a rendere più competitive le imprese italiane, né a salvaguardare i livelli occupazionali, ma solo a rendere più precario il lavoro. Sono altri meccanismi che possono consentire una ripresa del mercato del lavoro: è necessario ridurre la pressione fiscale, maggiore efficienza delle amministrazioni pubbliche e soprattutto spingere la domanda interna, accompagnando i processi economici e sociali senza forzarli.

 
08

I quesiti referendari sono ammissibili ed espressione della democrazia

FAVOREVOLE

I quesiti referendari sono inammissibili o comunque irragionevoli. In particolare il quesito sull’art. 18 è evidentemente inammissibile perché contrasta con i requisiti che i quesiti referendari devono avere secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale. Difetta infatti di chiarezza, univocità e omogeneità. Inoltre non ha per oggetto l'abrogazione di una norma, ma la creazione di una norma nuova, che non è mai esistita, avendo natura propositiva, in contrasto con la vocazione abrogativa di questo strumento democratico. Sui voucher è irragionevole imporre che anche per prestazioni occasionali il datore di lavoro sia obbligato a compiere alla costituzione di un rapporto di lavoro ordinario. Si dovrebbe invece intervenire sanzionando la trasformazione abusiva di lavoro regolare in lavoro accessorio. Infine il quesito che mira a consentire la derogabilità della disciplina in materia di responsabilità solidale committente e appaltatore colpisce una norma che non sembra aver dato cattiva prova, nei quattro anni nei quali ha avuto applicazione. I referendum in realtà mirano a rendere vuoto il Jobs Act, impedendo il superamento necessario dell’ancoraggio culturale al passato.

CONTRARIO

I quesiti referendari sono innanzitutto ammissibili. Infondate sono le critiche su quello riguardante l’art. 18 il quale non difetta di chiarezza, univocità e omogeneità, poiché, in linea con la giurisprudenza costituzionale, è dotato di una “matrice razionalmente unitaria”. Non lo si deve qualificare come propositivo, ma più semplicemente come manipolativo e quindi, conformemente alla storia referendaria passata, ammissibile. Attraverso il quesito, infatti, l’abrogazione della norma introduce una diversa disciplina estendendo le garanzie dei lavoratori in ambiti non previsti neppure dalla precedente normativa. L’inammissibilità dichiarata dalla Corte l’11 gennaio è un errore logico giuridico, perché si pone in contrasto con il precedente, risalente al 2003, in cui era stata riconosciuta l’ammissibilità del quesito. Per quanto riguarda i referendum sull’abolizione dei voucher e sugli appalti rappresentano l’occasione per ricompattare socialmente e politicamente quella fetta di società nata senza o spogliata dei suoi diritti sociali, rappresentando un’occasione fondamentale di espressione democratica su questioni politiche a grande impatto sociale.

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