Pasolini, un omicidio politico

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

Pier Paolo Pasolini è tra gli intellettuali che hanno maggiormente segnato la cultura italiana del Novecento, tra i più acuti, vivaci e discussi del nostro Paese. Visse in un periodo storico difficile e per molti aspetti misterioso: l’apice della sua carriera di scrittore, giornalista e regista corrisponde agli anni della strategia della tensione e delle stragi di Stato. La sua morte, per certi versi, resta avvolta dagli stessi dubbi, dalle stesse paure e dalle stesse incertezze che permeavano la società civile in quegli anni. Pasolini venne ucciso nella notte tra il I e il 2 novembre del 1975, selvaggiamente picchiato e investito con la sua stessa auto all’Idroscalo di Ostia. Fu condannato per il delitto il diciassettenne Pino Pelosi, “ragazzo di vita” già noto alla polizia, che era stato fermato la notte dell’omicidio alla guida dell’auto dello scrittore. Sin da subito, però, la versione ufficiale non convinse: molti ritenevano impossibile che a compiere un simile delitto fosse stato un esile diciassettenne. E lo stesso Pelosi parlerà in seguito del coinvolgimento di altri soggetti. Altre ipotesi collegano l’omicidio di Pasolini alla sua attività giornalistica. Alcuni l’hanno avvicinato alla “lotta di potere” in atto in quegli anni nel settore petrolchimico e al romanzo-inchiesta Petrolio al quale stava lavorando. Altri ritengono l’omicidio parte della strategia della tensione, in quanto lo scrittore aveva accusato importanti politici di collusione con le stragi.

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L’omicidio di Pier Paolo Pasolini fu di matrice politica

FAVOREVOLE

La versione giudiziaria ufficiale dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini non ha mai convinto: per molti è impossibile che Pelosi abbia agito da solo. Secondo alcuni, tra cui l’avvocato della famiglia Pasolini, il delitto fu di matrice politica, per mettere a tacere un intellettuale scomodo. L’omicidio va dunque contestualizzato nella torbida atmosfera degli anni della strategia della tensione e delle stragi di Stato. Marco Tullio Giordana, nel libro-inchiesta Pasolini, un delitto italiano, ha ripercorso il processo, mettendo in evidenza le lacune delle indagini del tempo. Lucia Visca, la giornalista che per prima arrivò sul luogo del delitto, ha pubblicato il libro Pier Paolo Pasolini, una morte violenta, nel quale lascia aperte tre ipotesi: trama dei servizi segreti, Banda della Magliana, vendetta di militanti di destra del Tiburtino. Del 2017 è Pasolini. Un omicidio politico. Viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e notte del 2 novembre 1975, scritto da Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi, che collegano l’omicidio all’attività giornalistica di Pasolini, impegnato a far luce sulle torbide dinamiche di “Palazzo” e sugli intrecci di potere dietro le stragi.

CONTRARIO

Il cronista Massimo Fini è tra coloro che non hanno mai accettato le tesi del complotto politico sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Schieratosi sin dall’inizio del caso dalla parte della verità giudiziaria, nel 2015, a quarant’anni dal delitto, in un articolo scritto per “Il Fatto Quotidiano”, ha ripercorso la genesi di tali ipotesi alternative, individuandone l’origine nel lavoro della giornalista de “L’Europeo” Oriana Fallaci. Anche Domenico Naldini, scrittore, regista e poeta, cugino di Pier Paolo Pasolini, è stato da sempre un sostenitore della sentenza. Naldini non ha mai avuto dubbi che a uccidere Pasolini sia stato Pino Pelosi e che il delitto vada inquadrato nel torbido mondo della prostituzione omosessuale. Stessa interpretazione è data dallo scrittore e critico letterario Marco Belpoliti. Belpoliti ha riassunto le sue idee in merito in un articolo pubblicato da “La Stampa” il I aprile 2010, dal titolo Pasolini, è ora di seppellire il complotto.

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