Droni, utilizzo militare

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

I droni, aeromobili a pilotaggio remoto, hanno cambiato il modo in cui le nazioni combattono guerre e difendono territori. Sono velivoli caratterizzati dall'assenza del pilota umano a bordo e controllati in maniera remota, attraverso un computer di bordo. I primi esemplari furono usati come target per le esercitazioni militari, come obiettivi da colpire, ma pian piano ci si rese conto delle potenzialità offensive, di controllo e di sicurezza. Oggi sono elementi imprescindibili delle guerre, e hanno perso il semplice ruolo passivo di un tempo. Un vero e proprio riscatto dei droni, che da bersagli, sono diventati protagonisti attivi delle aviazioni nazionali. I droni militari possono essere sia armati e, quindi d'assalto, che dotati di soli sensori di ripresa e trasmissione, per il monitoraggio di zone di guerra troppo rischiose, evitando, così, perdite di vite umane.

Gli Stati Uniti hanno fatto degli aerei a pilotaggio remoto l’arma principale per contrastare il terrorismo islamico, dopo gli attentati alle Torri Gemelle. La strategia degli omicidi mirati per decapitare i gruppi fondamentalisti, uccidendone i capi carismatici, è iniziata con George W. Bush, ma solo con la successiva amministrazione di Barack Obama questa è diventata centrale, sostituendo di fatto le convenzionali operazioni di guerra basate sull’invasione e il controllo terrestre dei territori. I vantaggi legati all’utilizzo dei droni senza pilota sono evidenti: risparmi in termini economici, sicurezza nelle missioni, incolumità per piloti e militari americani, alta tecnologia e precisione negli attacchi. Non pochi, tuttavia, sono i problemi evidenziati dagli oppositori degli UAV, Unmanned Arieal Vehicles [veicoli aerei senza equipaggio, TdR] armati nelle missioni di guerra: etici, per le uccisioni di civili sui territori bombardati; giuridici e legali, in rapporto al diritto internazionale; e legati alla trasparenza e all’informazione per il controllo che ne ha la CIA negli Stati Uniti in alcune missioni.

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Le operazioni con i droni sono illegali e avvengono fuori dalla giurisdizione della Nazioni Unite e sotto il controllo diretto della CIA

FAVOREVOLE

La guerra dei droni al terrorismo ha i suoi indubbi vantaggi: non mette a repentaglio la vita dei piloti, dei soldati e degli agenti dei servizi segreti in territori difficili; è più economica delle invasioni convenzionali che George W. Bush aveva intrapreso in Iraq e in Afghanistan; è tecnologicamente avanzata e pochi sono gli errori secondo i suoi sostenitori. L’amministrazione Obama, artefice della più massiccia campagna di attacchi con gli aerei a pilotaggio remoto, ha fin da subito tenuto a rimarcare l’eticità e la legalità di queste azioni militari non convenzionali. Rappresentanti della Casa Bianca e dei servizi segreti e studiosi di diritto internazionale hanno respinto le accuse delle ONG sull’uso dei droni invocando il principio all’autodifesa del diritto bellico e l’Authorization for the use of military force against terrorism [Autorizzazione all’uso della forza militare contro il terrorismo, TdR], provvedimento firmato da Bush il 14 settembre 2001 in risposta ai devastanti attentati alle Torri Gemelle, che lascia ampie libertà al presidente in materia di antiterrorismo. Altro punto che continua a dividere governo e opinione pubblica è legato all’utilizzo dei velivoli pilotati a distanza e armati della CIA nelle missioni segrete. I sostenitori della necessità di usare tutti i mezzi a disposizione propendono per lasciare la massima libertà ai servizi segreti e sono contrari all’idea di Obama di passare gli UAV armati nelle mani esclusive dell’esercito, lasciando, invece, all’agenzia di intelligence solo quelli per lo spionaggio.

CONTRARIO

Critiche di carattere giuridico si sono susseguite negli anni in riferimento al piano americano di lotta al terrorismo incentrato sull’uso di droni armati e sulla strategia degli omicidi mirati. Le accuse di operare al di fuori del diritto internazionale, sono arrivate non soltanto da ONG (Organizzazioni non governative) per la tutela dei diritti umani, come Amnesty International o Human Rights Watch, ma anche da esperti nel campo della legislazione internazionale. Viene messa in luce la poca trasparenza delle operazione, decise e guidate dalla CIA e la conseguente assenza di dati precisi e univoci sui danni collaterali e le morti civili; l’impossibilità di processare gli obiettivi e l’uso illegittimo della forza armata, oltre i limiti stabiliti dal diritto internazionale e dallo “ius ad bellum”. Gli attacchi con aerei a pilotaggio remoto armati di missili nei territori occupati dai gruppi terroristici, infatti, avvengono fuori da un contesto bellico convenzionale e permanente, in nazioni che ufficialmente non sono in guerra contro gli Stati Uniti.

 
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Bisogna fermare le missioni con i droni perché causano troppe morti civili

FAVOREVOLE

I paladini della guerra dei droni contro il terrorismo fanno leva sul concetto di “guerra chirurgica”: una guerra pulita, che colpisce solo gli obiettivi selezionati, lasciandosi alle spalle un numero esiguo di errori e di vittime civili. L’attenta selezione tramite le liste dei servizi segreti e la precisione degli attacchi, possibile grazie all’evoluta tecnologia degli UAV, permettono di limitare i danni collaterali della guerra. Impossibile, tuttavia, in situazioni di conflitti bellici, riuscire a eliminare tutti gli errori: anche nella guerra dei droni ci sono vittime civili, come è tragicamente avvenuto nell’attacco che ha portato all’uccisione dei cooperanti Lo Porto e Weinstein, ma i numeri risultano esponenzialmente inferiori rispetto a quelli riportati nelle guerre di tipo convenzionale.

CONTRARIO

Le critiche maggiori alla strategia dei droni messa a punto da Obama e diretta dalla CIA sono legate ai troppi morti civili e alla difficoltà ad avere numeri certi e notizie precise su ciò che accade nei territori presi di mira. Troppi gli errori e i danni collaterali legati ai bombardamenti con gli UAV, che nella lotta al terrorismo giocano ormai un ruolo centrale. Molte ONG [Organizzzioni Non Governative], Amnesty International prima fra tutte, si sono impegnate nella ricerca di informazioni e nella divulgazione di dati per smuovere l’opinione pubblica e cercare un possibile dialogo per fermare o quantomeno ridimensionare il fenomeno. L’uccisione dei cooperanti Giovanni Lo Porto e Warren Weinstein nel gennaio del 2015, per la rilevanza mediatica che ha avuto, ha portato le contraddizioni di ordine etico sugli attacchi di droni all’attenzione mondiale.

 
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La strategia dei droni è l'unica percorribile per combattere il terrorismo e la guerriglia, evitando ingenti perdite tra le forze militari

FAVOREVOLE

Gli attacchi con i droni sono considerati dai suoi promotori una delle poche armi efficaci per combattere un nemico subdolo e sfuggente qual è il terrorismo. Nei territori in cui si rifugiano i gruppi armati si combatte una guerra particolare, a bassa intensità e non permanente, e basata dai nemici sulla guerriglia. L’uso degli UAV permette, quindi, di penetrare in zone pericolose, di cui non si ha un controllo militare di terra, evitando ingenti perdite tra le file dell’esercito, soprattutto tra i piloti. Inoltre i droni colpiscono senza preavviso, come accade negli attacchi terroristici: risultano così decisivi, perché non prevedibili dai nemici.

CONTRARIO

Non è possibile basare la strategia di guerra al terrorismo principalmente sugli attacchi con i droni militari, senza avere un controllo sul territorio dell’esercito regolare. Inoltre, le missioni possono sfuggire di mano e causare morti tra i civili, forse evitabili con le normali azioni di guerra dell’aviazione. Si è discusso anche del rischio di un effetto playstation tra i piloti di UAV che, nelle loro cabine di controllo virtuali, lontani dalle zone di guerra, sono spinti inconsciamente a bombardare con più facilità. I detrattori delle missioni con i droni sono motivati, quindi, oltre dalla convinzione dell’inefficacia di tale strategia contro il terrorismo, anche dalla constatazione delle troppe morti civili provocate e delle poche notizie relative agli errori.

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