Intelligenza artificiale: test di Turing

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L’Intelligenza artificiale è la disciplina che studia se e in che modo si possano riprodurre i processi mentali più complessi mediante l'uso di un computer. La formulazione del Test di Turing è stata fondamentale per la nascita dell’Intelligenza artificiale.

Con la locuzione “Test di Turing” si fa riferimento ad una procedura il cui scopo è quello di stabilire se una macchina sia in grado di pensare.

Il test è stato messo a punto dal matematico e crittografo inglese Alan Turing nel 1950 come una strategia per affrontare la controversa questione: “Possono pensare le macchine?”.

Il test di Turing può essere visto come una riformulazione del gioco dell’imitazione, ossia un gioco dove un interrogante C, attraverso una telescrivente, pone delle domande ad un altro giocatore A. Scopo dell’interrogante C è quello di stabilire il sesso dell’interrogato A, basandosi anche sul supporto di un terzo giocatore B. Il test di Turing non è altro che un gioco dell’imitazione nel quale un computer, adeguatamente programmato per rispondere a delle domande, prende il posto del giocatore A.

Secondo Turing, se una macchina fosse in grado di ingannare sistematicamente gli interroganti nel gioco dell’imitazione circa la propria identità in un arco di tempo ragionevole, essa mostrerebbe un comportamento totalmente “indistinguibile da quello di un essere umano.

Se così stanno le cose, allora “non vi sono ragioni per negarle la capacità di pensare”.

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01

Le macchine non hanno capacità sub-cognitive come quelle degli umani.

FAVOREVOLE

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CONTRARIO

Secondo il matematico e scienziato cognitivo Robert French, il test di Turing è decisamente troppo difficile per essere superato da un computer, poiché esso sembra essere un test adeguato a rilevare non una forma di intelligenza qualsiasi, ma una specifica di tipo umano. L’intelligenza di tipo umano si fonda anche su delle capacità di tipo sub-cognitivo: ad esempio, l’associazione di idee, riconoscere il lato affettivo delle parole, oppure comprendere degli slittamenti linguistici, doppi sensi ecc.

L’unico modo per una macchina di acquisire tali capacità sarebbe quello di sperimentare situazioni di vita reale affatto simili a quelle degli esseri umani. In sostanza, un interrogante I che prenda parte al gioco dell’imitazione ha sempre un’arma per determinare se si trova di fronte

a una macchina oppure di fronte a un essere umano: saggiare le sue capacità sub-cognitive.

 
02

Caratteristica essenziale del pensiero è attribuire significati e non semplicemente manipolare simboli. Le macchine manipolano solo simboli.

FAVOREVOLE

L’idea di John Searle, esposta attraverso il famoso esperimento della stanza cinese, secondo cui la capacità di elaborare attraverso manipolazioni sintattiche – così come fa un computer – non è condizione sufficiente per l’emergere di un apparato semantico analogo a quello della mente umana, è stata criticata dai filosofi Paul e Patricia Churchland.

I due studiosi americani, attraverso un esperimento analogo a quello della stanza cinese, fanno notare che Searle trae delle conclusioni partendo da premesse che non sono ovvie.

Non possiamo dare per scontato che “tutti i programmi” che si basano sulla manipolazione della sintassi non siano in grado di far emergere un livello semantico. Infatti, gli si può controbattere che tutto ciò è solo un problema di “adeguatezza” di un programma, non un problema relativo alla natura intrinseca dei programmi.

CONTRARIO

Il filosofo John R. Searle ha proposto un argomento molto interessante per dimostrare che il test di Turing è incapace di dirci se una macchina può pensare oppure no.

S’immagini che un individuo di madrelingua inglese, totalmente incapace di leggere, comprendere e parlare il cinese sia chiuso in una stanza e possa comunicare con l’esterno solo attraverso una feritoia nella parete, dalla quale riceve domande scritte in cinese su fogli di carta. Per l’uomo queste domande sarebbero solo scarabocchi se egli non avesse un libro di regole o istruzioni in inglese per manipolare gli ideogrammi e formare risposte appropriate alle domande che arrivano dall’esterno.

Un osservatore fuori dalla stanza ha l’impressione che l’uomo nella stanza abbia una piena comprensione del cinese: egli tuttavia si limita solo a manipolare simboli seguendo delle regole, senza comprenderne il significato. In sostanza, per Searle, la capacità di manipolare simboli eseguendo algoritmi non è condizione sufficiente per riscontrare la capacità di attribuire significati, che è la caratteristica essenziale del pensiero. Pertanto, una macchina, che è un dispositivo che esegue solo algoritmi, non è in grado di pensare.

 
03

Una macchina simula l’intelligenza, ma non è davvero intelligente.

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CONTRARIO

Il filosofo della mente Ned Block propone un’obiezione alla validità del test di Turing, mostrando come sia un test “troppo facile” e agevolmente superabile da una macchina attraverso l’uso della bruta forza combinatoria e non attraverso processi intelligenti propriamente detti.
L’idea di Block è che, almeno teoricamente, è possibile costruire una macchina con in memoria tutte le possibili conversazioni di senso compiuto aventi una durata limitata. Una siffatta macchina sarebbe allora in grado di “replicare” a qualsiasi domanda o affermazione di un interrogante I nel test di Turing. Infatti se I, ad esempio, iniziasse il test ponendo la domanda x, alla macchina basterebbe cercare una conversazione che inizia con x e rispondere con la frase successiva a x, ossia x’, e reiterare la medesima procedura lungo tutta la conversazione.

Così facendo la macchina passerebbe sicuramente il test ma il suo successo sarebbe solo frutto di un semplice algoritmo basato sulla forza bruta e non di un’attività analoga a quella del pensiero.

 
04

Le macchine non potranno mai avere la capacità creativa.

FAVOREVOLE

Una macchina non è ontologicamente incompatibile con la creatività, soprattutto se si comprende che la creatività sembra essere la capacità di “rompere” degli schemi avendo l’abilità di nascondere le regole che si stanno applicando nel farlo. Ad esempio, una macchina che gioca a scacchi sicuramente fa delle mosse in base a calcoli e non in base a delle sensazioni; tuttavia, se essa sa “nascondere” le regole che l’hanno spinta a eseguire quella mossa piuttosto che un’altra, si potrebbe tranquillamente dire che è stata creativa.

CONTRARIO

Una macchina non ha capacità creativa nel senso che essa può eseguire solo i compiti per la quale è stata programmata. In questo senso nessuna macchina potrà produrre qualcosa di nuovo e inaspettato. La creatività è qualcosa che riguarda solo l’uomo: non è meccanizzabile per definizione, essendo essa appunto qualcosa di non soggetto alla meccanicità che caratterizza alcune azioni degli uomini, molte degli altri animali e tutte le azioni delle macchine.

 
05

Solo sapendo che una macchina “sente di pensare” si può asserire che essa pensa.

FAVOREVOLE

Si potrebbe asserire che se una macchina non è in grado di “sentirsi pensare” non sta realmente pensando nel modo in cui lo intendono gli uomini. Ora però, se si porta alle estreme conseguenze una simile idea, è chiaro che si giunge all’impossibilità di determinare che qualsiasi essere stia pensando (o stia provando qualcosa), posto che non è possibile accedere direttamente (in prima persona) agli stati di coscienza degli altri. Una simile posizione è definita “solipsismo”.

I problemi che potrebbero derivare dal solipsismo si superano guardando l’esperienza. Infatti, agiamo, comunichiamo e attribuiamo stati di coscienza anche agli altri, non solo a noi stessi: ascoltando una persona che compie un ragionamento io presumo che questo ragionamento sia effettivamente suo e che abbia provato qualcosa nel ragionare. Però, se le cose stanno così allora questo deve valere anche nel caso delle macchine: chiunque – tanto gli uomini quanto le macchine – sia in grado di fornire un resoconto su una sua esperienza, credenza, emozione e pensiero, è capace di avere credenze, provare emozioni ed è in grado di pensare.

CONTRARIO

Anche se una macchina dovesse passare il test di Turing, questa non avrebbe dimostrato davvero di pensare. Secondo Jefferson è necessario che una macchina “sappia” di star pensando per dimostrare di essere una “macchina pensante”, così come una macchina capace di parlare come gli uomini deve essere una macchina che comprende quello che dice per essere davvero una macchina in grado di parlare, dialogare, discorrere ecc. Se ciò non si verifica, allora la macchina non sta davvero pensando o parlando nello stesso modo in cui lo fanno gli uomini, sta semplicemente svolgendo delle funzioni meccaniche. Ciò che manca alla macchina per essere come l’uomo – almeno per quanto concerne l’attività del pensiero – è, quindi, l’autocoscienza.

 
06

Risultati matematici come i teoremi di incompletezza dimostrano che le macchine non potranno mai sostituire un uomo nel gioco dell’imitazione.

FAVOREVOLE

Invocare il teorema di incompletezza di Gödel per creare delle argomentazioni contro l’idea che una macchina possa avere un’attività di pensiero paragonabile a quella umana e ingannare un interrogante nel gioco dell’imitazione, è certamente qualcosa di persuasivo, ma a ben guardare sembra essere piuttosto “un abuso” del teorema di incompletezza, nato da un fraintendimento o una cattiva comprensione della dimostrazione di Gödel. Nello specifico, vi è la tendenza, presente in filosofi come Lucas e Penrose, a considerare la mente umana come capace non solo di produrre un enunciato gödeliano GS (così come può farlo una macchina), ma anche in grado (a differenza di una macchina) di “vederne la verità”.

Tuttavia, ciò è un grossolano errore di comprensione:

-l’enunciato non è affatto vero a prescindere; lo è solo nel caso in cui è espresso in un sistema coerente;

- dunque, per vedere la verità dell’enunciato GS è necessario che la mente umana sia un sistema coerente.

Ovviamente, la coerenza è una proprietà dei sistemi formali; cosa sia la “coerenza della mente umana” è qualcosa di non molto chiaro. Pertanto, un simile argomento sembra decisamente mal formulato.

CONTRARIO

Secondo alcuni studiosi è possibile formulare un’obiezione al test di Turing muovendo da uno dei risultati fondamentali della logica matematica, ossia il teorema di incompletezza dimostrato da Gödel. L’idea alla base di questo argomento che, nella letteratura sul test di Turing si definisce “obiezione matematica”, è che una macchina essendo una esemplificazione concreta di un sistema formale S in grado di gestire una certa quantità di aritmetica è anche in grado di produrre un enunciato gödeliano GS, ossia un enunciato autoreferenziale che dice “GS non è dimostrabile”.

Sul piano del test di Turing, la possibilità di produrre un enunciato come GS implica che esistano domande per le quali non è possibile fornire una risposta. Questo vincolo, chiamato vincolo di Lucas-Penrose, vale ovviamente solo per le macchine, poiché la mente umana non è riducibile alla mera esemplificazione concreta di un sistema formale e, quindi, la mente umana sarà sempre superiore a quella di una macchina.

 
07

Pensare è una funzione propria solo di chi possiede un’anima immortale creata da Dio.

FAVOREVOLE

Secondo Alan Turing, un’obiezione teologica del tipo:

(a) Pensare è una funzione dell’anima immortale dell’uomo;

(b) Dio ha dato un’anima immortale ad ogni uomo e donna;

(c) Dio non ha dato un’anima immortale agli altri animali e alle macchine;

quindi

(D)Nessun animale o macchina può pensare

può essere confutata rimanendo nell’ambito della teologia. Nello specifico, sostenere che il pensiero è una funzione che spetta solo all’uomo, perché solo l’uomo ha un’anima immortale, implica implicitamente una limitazione dell’onnipotenza di Dio.

Infatti, se davvero Dio è onnipotente, allora egli è certamente libero di dotare anche una macchina (così come qualsiasi altro ente) di un’anima immortale.

CONTRARIO

La tesi secondo cui pensare è una funzione propria solo di chi possiede un’anima immortale creata da Dio (chiamata nella letteratura sul test di Turing “obiezione teologica”), si fonda – muovendo dalle intuizioni del filosofo e matematico francese Cartesio – su una concezione dualista, secondo la quale il pensare è una funzione correlata a una sostanza non materiale, separata e indipendente dal corpo materiale e dalle sue funzioni. Avere un corpo materiale, pertanto, non garantisce la presenza in esso dell’attività di pensiero. Questo vale a fortiori se si asserisce che il pensare è una funzione propria solo dell’anima immortale, ossia di qualcosa che appartiene solo all’uomo e che è stata creata da Dio e donata solo all’uomo e non agli altri animali e, tanto meno, agli altri esseri materiali.

L’obiezione teologica può essere formulata nel seguente modo:

(a) Pensare è una funzione dell’anima immortale dell’uomo;

(b) Dio ha dato un’anima immortale ad ogni uomo e donna;

(c) Dio non ha dato un’anima immortale agli altri animali e alle macchine;

quindi

(D) Nessun animale o macchina può pensare.

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