Compatibilità fra religione islamica e cultura occidentale

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PRO\VERSI

L'imponenza dei flussi migratori provenienti da paesi a maggioranza islamica e l'aggressività delle organizzazioni confessionali radicali ha portato la società occidentale a domandarsi se la relazione tra la civiltà islamica e quella occidentale possa darsi nella forma di un incontro o se essa debba essere necessariamente uno scontro. L'Occidente percepisce una distanza incolmabile dall'Islam nella mancanza di separazione tra Moschea e Stato, che caratterizza una società nella quale non vengono rispettati diritti umani inalienabili, quali la libertà di parola e quella di religione. Riserve sono espresse verso il precetto islamico di tollerare i dhimmi (i “popoli del patto”, ebrei e cristiani), oltre che nei confronti del proselitismo islamico, visto come una volontà di convertire l'intero Occidente, ostacolando ogni possibilità di integrazione. La condizione della donna è, però, una delle questioni che più ha impostato i termini del confronto ideologico con l'Islam: la figura altamente simbolica della donna velata suggerisce anche con immediatezza visiva il carattere misogino e oppressivo di una società autoritaria e intollerante. Autoritarismo che l'Islam radicale sembra non esitare a esercitare con gesti sanguinari anche nei confronti di chi non vi appartiene, trovando nel Corano inequivocabile giustificazione alla jihad, la guerra santa. L'Occidente si interroga sulla possibilità di instaurare un dialogo efficace con l’Islam moderato.

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01

L'Islam radicale è equiparabile al fascismo

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CONTRARIO

La dimensione politica totalizzante dell'Islam radicale che caratterizza movimenti estremisti come quelli d'ispirazione wahhabita e salafita, rende questi ultimi paragonabili a quello che sono state, nell'Europa del Novecento, il fascismo e altre dittature totalitarie come quella comunista staliniana nell'Unione Sovietica. L'estirpazione di queste ideologie per essenza antitetiche alla democrazia ha reso necessaria una vera e propria rieducazione civile delle generazioni che erano state cresciute e indottrinate secondo i loro dettami; un'analoga azione culturale è invocata nei confronti delle seconde generazioni di musulmani immigrati in Europa.

 
02

L'iconoclastia degli islamisti minaccia la memoria storica dell'intera umanità

FAVOREVOLE

Il comportamento iconoclasta dei gruppi radicali islamici (come i salafiti dell'Isis in Iraq o i talebani in Afghanistan) imputato direttamente a un precetto religioso, il divieto di adorare immagini, stigmatizzato come idolatria (una prospettiva comune, ad esempio, alla religione ebraica, come al protestantesimo cristiano) e ricordato come protagonista delle maggiori distruzioni del patrimonio storico-artistico dell'umanità, è da riconoscere anche nei cristiani. Essi, infatti, si distinsero nella devastazione della città di Costantinopoli del 1204, durante la quarta crociata, o nella distruzione del complesso monumentale del Serapeo di Alessandria d'Egitto sul finire del quarto secolo animato dall'antagonismo fra fanatici cristiani, ebre e politeisti.
Dunque, non solo all'Islam, ma al lato estremista di ogni fede, va imputata la ragione di comportamenti di questo tipo. Anzi, la valenza propagandistica di questa violenza sacra (oggi moltiplicata dalla pervasività dei nuovi media) invita a rileggere l'iconoclastia religiosa come atto di iconoclastia politica.

CONTRARIO

L'aniconismo islamico, il divieto di produrre immagini (comportamento sanzionato come peccaminoso tentativo di sostituirsi alla divinità creatrice), motiva la distruzione, operata da gruppi religiosi estremisti sunniti e salafiti, di monumenti, complessi templari e reperti archeologici di svariate religioni e civiltà risalenti a periodi precedenti l'islamizzazione delle regioni abitate dai musulmani. Sono andate perdute per sempre, nel 2001, i grandi Buddha di Bamyan, in Afghanistan, nel 2012 la tomba del profeta Giona, a Mosul, e nel 2015 gran parte delle testimonianze della civiltà assira e sumera a Ninive, in Iraq. Tali monumenti sono andati distrutti in quanto idoli proibiti, con danno irreparabile alla memoria storica dell'umanità intera.
“Il nostro Profeta ci ha ordinato di farlo”, rivendica un miliziano dell'Isis in un video propagandistico che ha scandalizzato il mondo intero. Ma a ben vedere non solo l'Islam radicale: ogni culto totalitario vuole fare tabula rasa del resto della storia umana, in un comune fanatismo che colpisce prima di tutto la cultura.

 
03

La condizione della donna nelle società islamiche è inaccettabile per l'Occidente

FAVOREVOLE

La contestazione dell'immagine dell'Islam come religione misogina passa per due argomentazioni opposte: da una parte viene descritta la tendenza nei paesi di religione islamica più occidentalizzati, come il Marocco o la Tunisia, verso una crescente richiesta di parità di diritti per uomini e donne, ritenuta inscindibile dalla democrazia; richiesta la cui diffusione viene favorita dall'avvento dei social media che offrono uno spazio di discussione pubblica su questi temi. All'opposto, studiosi (e in particolare studiose) di gender studies notano come quello dell'opprimente società islamica che impone il velo alla donna vada considerato come un cliché inadeguato. Infatti il velo, nelle sue varie forme, funziona piuttosto come strumento di soggettivazione politica con il quale le donne si appropriano autonomamente di uno spazio di visibilità pubblica e di una rivendicazione della propria individualità nella prospettiva del cosiddetto “femminismo islamico”. Si noti, inoltre, come i comportamenti misogini si acuiscano nelle comunità di migranti rispetto a quelle della madrepatria, secondo una dinamica classica di affermazione d'identità conseguente allo sradicamento.

CONTRARIO

Uno degli argomenti sui quali più si concentrano le polemiche anti-islamiche è quello della condizione della donna nei paesi di cultura islamica. L'immagine della donna velata, costretta dalle leggi religiose di una società patriarcale a coprire il proprio corpo con indumenti che vanno dallo hijab fino al burqa integrale, stride fortemente con l'ideale di emancipazione femminile diffuso nelle società occidentali. Ideale che viene respinto nelle argomentazioni degli islamisti in quanto fitna, scandalo. L'Islam è percepito, dunque, dall'Occidente come religione che umilia la donna, reputandola inferiore al maschio e giustificando tutta una legislazione che ne limita i diritti che per la civiltà occidentale sono inalienabili. Anche nei paesi che sotto questi aspetti possono ritenersi più avanzati (si pensi alla differenza di un Marocco o di una Tunisia rispetto ad Afghanistan e Iran) la parità tra uomo e donna è lontana e ostacolata dall'adesione conformistica a un modello di donna sempre vista in relazione a un uomo: madre, moglie, sorella.

 
04

Gli Islamici rifiutano di integrarsi nella società occidentale

FAVOREVOLE

Il problema dell'integrazione nella società occidentale è vissuto dai musulmani come una questione legata alla perdita della propria identità. Per Traiq Ramadan, docente di Islamologia presso l'Università di Friburgo, i musulmani devono trovare una terza via tra l'appiattimento sui valori secolari delle società occidentali, visto come abbandono dell'autentica fede, e l'esilio in comunità fortemente religiose, residenti in Europa ma ideologicamente fuori dall'Europa. La speranza di Ramadan è un significativo apporto della cultura islamica alla cultura occidentale, capace di dare nuova linfa alla società europea e al contempo rinnovare l'Islam. Per poter attuare un simile progetto di fusione, è necessario varcare la soglia di una “religione non costringente” e rendere possibile una sorta di doppia identità per i musulmani: al contempo “fedeli” e “cittadini”. I musulmani moderati italiani vivono sulla loro pelle questo dissidio e questa speranza, rivendicando l'integrazione nel paese ospite come uno dei precetti dell'Islam, e constatando come la radicalizzazione sia frutto della pressione occidentale che produce un doppio movimento di assimilazione e di repulsione.

CONTRARIO

Il problema dell'integrazione dei musulmani nella società occidentale è un problema di volontà: gli islamici rifiutano di integrarsi. Benché nei paesi islamici le minoranze religiose vengano protette (in quanto dhimmi, “popoli del patto”), una tendenza analoga non è mai avvenuta storicamente: ovunque emigrino le comunità musulmane mirano a imporre la propria fede. Un processo favorito dalla tolleranza religiosa e dal pluralismo democratico dei paesi occidentali, che i musulmani vedono come occasione per la da'wa, missione di ecumenica islamizzazione, e non come tutela dei diritti delle minoranze. Tutela che viene sfruttata strumentalmente per creare veri e propri “ghetti volontari”, società parallele nei quali i caratteri identitari finiscono per essere estremizzati e amplificati, in conseguenza allo sradicamento dalle strutture sociali tradizionali, favorendo una opposizione frontale con la società ospite (dinamica che in sociologia viene definita “integrazione esternalizzata”). Il passaggio dal “ghetto” alle rivendicazioni pubbliche è gestito politicamente da “poli internazionali dell'estremismo”, che contrastano l'Islam moderato e la sua volontà di integrazione.

 
05

Il baluardo contro il radicalismo islamico è l'Islam moderato

FAVOREVOLE

È fondamentale, secondo gli esperti e i commentatori, ricorrere alla collaborazione degli islamici moderati, sia che si tratti d’integrazione di comunità migranti, sia che si tratti di contrasto al terrorismo internazionale o a fazioni integraliste che prendono parte a guerre civili a sfondo etnico-religioso. Non solo essi offrono una sponda alle attività sul campo, come è fondamentale nella lotta al terrorismo, ma sono i reali protagonisti della resistenza contro un radicalismo che danneggia tanto l'Occidente quanto, se non ancor di più, loro stessi. Fondamentale affinché gli estremisti di orientamento wahhabita provenienti dall'Arabia Saudita non prendessero il controllo delle comunità islamiche nei Balcani o nel Caucaso durante le terribili guerre degli anni Novanta fu proprio il concorso dei leader musulmani moderati. Oggi tale concorso è invocato in Europa per quanto concerne il rifiuto del terrorismo internazionale di matrice islamica. Mostrare come i moderati siano la schiacciante maggioranza dei musulmani europei aiuterà a togliere forza ai movimenti estremisti, tanto a quelli islamisti, quanto a quelli che fanno dell'islamofobia un'arma propagandistica.

CONTRARIO

Per i detrattori dell'Islam, puntare sull'Islam moderato per un dialogo proficuo con l'Occidente è una strategia votata al fallimento, perché l'Islam moderato non esiste. È questa la tesi di chi, come Oriana Fallaci o Magdi Cristiano Allam, sostiene che se un musulmano segue i dettami del Corano, non può essere moderato. Più morbida ma non meno ottimista la linea di chi ammette l'esistenza di musulmani moderati, identificati in particolare tra i seguaci della dottrina mistica sufi e nella grande corrente dell'Islam alternativa a quella sunnita, lo sciismo, ma ne nega la capacità di influenza e la portata politico-mediatica. In altre parole, l'Islam moderato esiste, ma non ha alcuna influenza nel calderone della società islamica. A fronte della scarsa influenza di questo Islam moderato, si troverà però sempre qualche “Imam in giacca e cravatta pronto a stringere la mano di un rabbino”, commentano i più cinici, ma questa non è che una montatura mediatica, utile solo a un fasullo dialogo interreligioso da salotto.

 
06

Nel mondo islamico non c'è libertà di parola e d'espressione

FAVOREVOLE

La libertà di critica costituisce, secondo l'elaborazione teorica dello Stato islamico fatta da Abul al-Mawdudi, influente intellettuale islamico che partecipò alla fondazione del Pakistan (il “paese dei puri”), uno dei diritti fondamentali del cittadino. Essa è valida sia nei confronti del governo da parte di ogni cittadino (sebbene l'autorità statale derivi comunque da quella divina), sia per quanto riguarda una possibile critica della religione islamica da parte dei dhimmi, i non-musulmani residenti in uno Stato islamico. Si specifica che tale libertà di critica va comunque esercitata entro i limiti delle leggi statali. Al buon senso e al senso del limite rimandano anche i giuristi islamici che negano che l'ingiunzione della pena capitale per i blasfemi sia contenuta nel Corano, nel quale sono riportati episodi in cui il profeta viene criticato e persino deriso. La pena capitale per i blasfemi è il frutto di un'interpretazione volutamente estrema che Khaled Abou el-Fadl, docente di Diritto Islamico presso la UCLA (University of California, Los Angeles), riconduce a una ricerca di consenso da parte dell'ayatollah iraniano Khomeini, protagonista della rivoluzione islamica del 1979.

CONTRARIO

Tra i punti di contrasto maggiori tra i valori dati per impliciti nella cultura occidentale e quelli professati da quella islamica c'è sicuramente quello che concerne la libertà di parola e d'espressione. In particolare, nelle democrazie occidentali, il principio della laicità e della libertà d'espressione hanno portato ad abrogare ovunque il reato di blasfemia. Nei paesi a maggioranza islamica, invece, non solo tale comportamento è spesso considerato ancora un reato e punito di conseguenza, ma anche dove non lo è più, esso viene comunque fortemente condannato dalla società. Tale discrepanza assume aspetti ancora più drammatici quando, in nome di un precetto religioso, vengono compiute vere e proprie vendette che difendano l'onore del profeta anche in paesi non a maggioranza musulmana. In casi come questo, l'incompatibilità tra la fede islamica e la cultura occidentale viene resa palese anche dal silenzio degli islamici moderati che rifiutano di stigmatizzare apertamente tali comportamenti, a dimostrazione del fatto che simili gesti sono percepiti nella cultura islamica come accettabili e giustificabili.

 
07

Le società islamiche non conoscono il rispetto dei diritti umani

FAVOREVOLE

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CONTRARIO

Molti commentatori descrivono l'Islam come una religione disumana, irrispettosa della dignità della persona e, di conseguenza, incompatibile con i valori della civiltà occidentale in generale. In particolare, sono contestati alle società islamiche la scarsa considerazione della quale godono le donne, generalmente ritenute inferiori all'uomo. Inoltre, caratteristica della religione islamica è l'intolleranza nei confronti delle altre religioni e delle minoranze dottrinali dell'Islam stesso. Gli atei e chi si converte a un’altra religione sono ritenuti apostati e non sono accettati dalla società. Ai regimi d'ispirazione islamica viene inoltre contestata la mancanza di rispetto dei diritti umani (anche ad esempio nel sistema giuridico), che sono alla base di ogni democrazia. Anche laddove ci sono sistemi giuridici democratici, l'impalcatura occidentalista regge solo fintanto che i partiti di governo rifiutano un'adesione ideologica all'Islam. Non appena questa situazione si inverte, si assiste sempre a pericolosi ritorni a forme di autoritarismo religioso.

 
08

All'Islam è estranea la tolleranza religiosa

FAVOREVOLE

La tolleranza religiosa è uno dei valori della religione islamica e chi la nega, come i gruppi salafiti estremisti, offre dell'Islam una versione distorta e fanatica che non deve prevalere. La tolleranza religiosa deve essere codificata esplicitamente nella legislazione di uno Stato islamico, secondo la teorizzazione che ne fa Abul al-Mawdudi nella sua riflessione politica. Egli, considerato tra i padri dell'integralismo islamico, enuncia il principio secondo il quale “non c'è differenza tra cittadino musulmano e non-musulmano per quanto concerne la legge civile e quella penale; e lo Stato Islamico non interferirà con la condotta di vita personale di un non-musulmano”. Tale principio di tutela nei confronti dei non-musulmani deve essere osservato anche nel caso in cui i fedeli musulmani vengano perseguitati in un paese non islamico: lo Stato islamico non ammetterà ritorsioni e rappresaglie contro i dhimmi, i popoli del patto. A livello sociologico viene sottolineato come l'essere parte di una minoranza etnico-religiosa durante l'esperienza migratoria favorisca negli individui di fede musulmana una riflessione sul pluralismo e sulla tolleranza verso tutte le fedi.

CONTRARIO

L'Islam non conosce e non pratica la tolleranza religiosa. I musulmani si sentono in dovere di imporre il proprio credo e il proprio stile di vita a tutta l'umanità, questo è inaccettabile e incompatibile con i valori della modernità occidentale che fa del pluralismo uno dei suoi princìpi fondativi. In particolare, è considerato riprovevole l'atteggiamento nei confronti degli atei e di chi si converte ad altra religione dall'Islam, ritenuti apostati e sediziosi, meritevoli della pena capitale perché il loro comportamento equivale a condurre una campagna contro l'Islam e l'intera nazione, ovvero un crimine contro la collettività che viene prima del singolo cittadino. A chi ricorda come storicamente le società musulmane siano un esempio di tolleranza religiosa, perché hanno sempre permesso ai non-musulmani, i dhimmi, di conservare la propria religione al prezzo di una tassa, viene risposto che tale pratica non è tolleranza, ma discriminazione. Con l'Islam il multiculturalismo europeo ha fallito, sfociando in un “differenzialismo” che in nome del pluralismo non si cura di valutare con la ragione ciò che è effettivamente incompatibile con l'Occidente e i suoi valori.

 
09

Alla società islamica è estranea la laicità, imprescindibile prerogativa della civiltà occidentale

FAVOREVOLE

Mentre viene notato come ampi settori della società musulmana si oppongano a ogni forma di secolarizzazione, intesa come “sottrazione di settori della società e della cultura all'autorità delle istituzioni e delle simbologie religiose”, i musulmani liberali rivendicano il diritto di interpretare ermeneuticamente i testi religiosi, permettendone una lettura basata sulla ragione piuttosto che sull'imitazione letterale. I semi di quest'impostazione sono contenuti nel Corano stesso, che opera una “demitologizzazione” della stessa legge divina, ponendo i presupposti per una secolarizzazione della società islamica. I presupposti per tale secolarizzazione sono accentuati, secondo Renzo Guolo, dall'esperienza migratoria nei paesi occidentali, dove i musulmani, posti al di fuori del conformismo religioso e scegliendo in autonomia la propria adesione alla fede, imparano a costruire una doppia identità di cittadino e di fedele, in un processo che è loro precluso nei paesi d'origine. Su tale esperienza di una “religione privata” può fondarsi la concezione di partiti confessionali che interiorizzino il concetto di laicità dello Stato sul modello delle democrazie cristiane europee.

CONTRARIO

La separazione tra Chiesa e Stato è una delle prerogative dei moderni Stati occidentali. Un'analoga separazione tra Stato e Moschea è sconosciuta ai paesi islamici, e, come espressamente teorizzato dall'ideologo dell'integralismo islamico Abul al-Mawdudi, deve continuare a esserlo. Il concetto di sovranità popolare, proprio dell'Occidente, deve essere rifiutato dalla democrazia islamica, nella quale, sebbene debba essere esercitata attraverso meccanismi rappresentativi elettivi, la sovranità risiede in Allah e tanto i governanti quanto i cittadini sono egualmente califfi, “rappresentanti di Allah” che devono compiere il suo volere. Al principio primo dell'Islam, quello dell'unicità di Allah, corrisponde infatti l'univocità della legge divina: rivendicando tale principio la democrazia islamica si pone volutamente fuori dalla civiltà occidentale. Negare tale consequenzialità significa chiudere gli occhi davanti alla realtà della shari'ah, che non deve essere giustificata e difesa in nome di pluralismo e laicità, valori che essa stessa si impegna a contrastare.

 
10

La rappresentazione occidentale dell'Islam: l'islamofobia è solo uno strumento propagandistico

FAVOREVOLE

L'immigrazione massiva proveniente da paesi a maggioranza musulmana, unita alla paura per la possibilità di attacchi terroristici di matrice religiosa, ha provocato nella società europea e in generale in Occidentale un'ondata di xenofobia e razzismo nei confronti dei musulmani, tanto da indurre a parlare di una vera e propria islamofobia crescente. Tale sentimento viene cavalcato da formazioni politiche di destra, che sfruttano le reazioni agli attacchi terroristici di matrice islamica per fini di propaganda, portano a identificare tutti i musulmani nella figura del terrorista estremista, aumentando così il rischio di discriminazioni e violenze. La strumentalità di tale atteggiamento diventa palese nel momento in cui si stigmatizza il fanatismo religioso islamico, mentre argomentazioni analoghe fatte proprie da partiti confessionali cristiani sono ritenute accettabili. Anzi, è proprio la crescente presenza islamica a indurre l'Occidente a rappresentarsi, a torto, come esempio di compiuta laicità.

CONTRARIO

Per gran parte della destra europea e non solo, l'accusa di islamofobia è un'arma degli apologeti dell'Islam, utilizzata per equiparare al razzismo quella che è in realtà la denuncia di problematiche autentiche legate al carattere violento, intollerante e autoritario della religione islamica. I numeri e le statistiche riguardanti la crescita dell'islamofobia sono contestati e, al contrario, viene segnalato come si possa parlare di una vera e propria ipocrisia da parte dei governi occidentali che mirano a diffondere la bugia dell'“Islam come religione di pace” (a fronte della realtà di una jihad, la guerra santa islamica, ormai estesa dall'Africa occidentale all'estremo Oriente) e a fare della coessenzialità della violenza all'Islam un vero e proprio tabù. L'accusa di islamofobia viene inoltre strumentalmente utilizzata in procedimenti legali su vasta scala secondo una specifica strategia giuridica, quella della jihad by court, la “guerra santa attraverso i tribunali”, che sfrutta le leggi degli Stati occidentali a tutela delle minoranze etnico-religiose come un'arma per silenziare voci critiche e chi si oppone all'islamizzazione della società.

 
11

Le prime vittime del radicalismo islamico sono gli islamici stessi

FAVOREVOLE

I musulmani sono le prime e autentiche vittime del radicalismo islamico secondo due differenti aspetti: da un punto di vista dell'immagine offerta dall'Islam agli occhi del mondo, e da un punto di vista bellico quantificabile in perdite di vite umane. Se da un lato la stragrande maggioranza delle vittime degli attacchi terroristici e delle offensive militari dei gruppi salafiti, come Boko Haram in Nigeria e soprattutto Isis nel Nord dell'Iraq, sono proprio i musulmani moderati che risiedono in Medio Oriente, da un punto di vista mediatico si rischia di far ricadere tutti i musulmani sotto la categoria dell'Islam radicale dei gruppi più estremisti, dimenticandone e negandone la condizione di vittime. I musulmani possono essere considerati vittime del radicalismo anche per un terzo motivo più psicologico: la loro rabbia verso l'Occidente e la loro disperazione per le condizioni economiche in cui versano sono sapientemente sfruttate e manovrate da capi carismatici che utilizzano la religione per imporsi.

CONTRARIO

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12

La violenza del radicalismo è coessenziale all'Islam

FAVOREVOLE

Chi nega la coessenzialità della violenza all'Islam ricorda innanzitutto come la società islamica sia enormemente variegata, occupi un'area che si estende dall'Africa occidentale all'Indonesia e dall'Europa Sud-orientale all'Africa subsahariana e conti minoranze su tutti i continenti del mondo. Dunque, è impossibile categorizzare alla stessa maniera quest'enorme quantità di persone.
Il carattere violento dell'estremismo islamico è ricondotto, con consenso praticamente unanime degli storici, a cause esogene e contingenti, quali la pressione militare e l'ingerenza politica dell'Occidente in Medio Oriente, il suo strapotere economico e la corruzione che il contatto con l'Occidente ha portato nelle società musulmane. L'Islam radicale, infatti, è un fenomeno politico, non religioso. Si può parlare analogamente di cause esogene all'Islam che hanno portato alla sua radicalizzazione per quanto riguarda le seconde generazioni di musulmani europei. Il rifiuto dei valori di un sistema che non offre possibilità di integrazione passa in questi giovani per una reazione identitaria che vede nella dimensione escatologica, offerta dalla purificazione della guerra santa, un'attrattiva magnetica.

CONTRARIO

È inutile sforzarsi di dissociare la violenza dei terroristi dallo spirito della religione musulmana: l'Islam è una religione violenta che giustifica, anzi comanda, l'uccisione degli infedeli. Un'affermazione che trova la sua ragione direttamente nel Corano: “Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la Gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati” (Corano, Sura IX, versetto 29). Inoltre, la maggioranza schiacciante degli attentati terroristici e delle violenze a sfondo religioso vedono come protagonisti credenti di religione musulmana.
Ciò dipende dall'intrinseca dimensione politica e totalizzante dell'Islam, il cui culto non può essere concepito come religione privata e sfocia nella coercizione, se necessario anche violenta. Per l'antropologo René Girard, il cristianesimo occidentale e l'Islam sono antitetici: il primo empatizza con la vittima respingendo il valore della violenza; il secondo la esalta rimanendo religione sacrificale

  • Compatibilità fra religione islamica e cultura occidentale

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