Accesso dei divorziati risposati al sacramento dell'eucaristia

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

Se sia lecito o meno concedere l'eucaristia a coloro i quali hanno sperimentato il fallimento di un matrimonio ed hanno contratto una nuova unione civile è un tema sempre di grande attualità. La questione in sé non è affatto nuova ma, negli ultimi mesi del 2014, in occasione del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia svoltosi nell’ottobre del 2014, il tema ha suscitato una vastissima eco nell'opinione pubblica. Da una parte vi sono nella Chiesa cattolica coloro i quali sostengono che occorre certamente farsi carico del dramma delle persone che vivono la crisi ed il fallimento del proprio matrimonio, ma che la misericordia non può prescindere dalla verità sostenuta dalla Chiesa, perché il nesso tra eucaristia e matrimonio è sostanziale e pertanto chi ha contratto nuove nozze si è, di fatto, autoescluso dalla comunione sacramentale, e che questa non deve essere intesa come una punizione ma come l'inizio di un cammino condotto all'interno, e non all'esterno, della comunità ecclesiale. Di altro avviso sono coloro i quali, avvertendo come inesorabili alcuni cambiamenti nelle dinamiche sociali e dunque anche nelle relazioni affettive, sostengono che la Chiesa debba ammettere i divorziati risposati alla comunione eucaristica, magari dopo un cammino penitenziale in dialogo con il sacerdote o il vescovo.

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La Chiesa, escludendo i divorziati risposati, crea sofferenze e discriminazioni

FAVOREVOLE

Per i cristiani che hanno alle spalle un'esperienza di divorzio, non poter partecipare alla comunione eucaristica è motivo di sofferenza. Le persone reduci da un divorzio sono impossibilitate a prender parte alla vita della Chiesa e a partecipare attivamente alle celebrazioni. Oltre a non ricevere la comunione, sono estromesse anche in altre occasioni, come la lettura della parola di Dio, e sono escluse dalla possibilità di presenziare, come padrini o madrine, ad altri sacramenti. Queste persone vivono l'esclusione dalla comunità cattolica e si sentono discriminate, anziché accolte e comprese.

CONTRARIO

Nello specifico tema che riguarda i divorziati risposati, una prima domanda che ci si pone è quale senso può avere per un cristiano che ha rifiutato un sacramento (il matrimonio), chiedere di ricevere un altro sacramento (l'eucaristia) considerando l'intima correlazione che esiste tra i due. Coloro che, divorziando, rifiutano il sacramento del matrimonio si autoescludono dalla comunità cattolica e automaticamente dall'accesso ad altri sacramenti. A differenza di quel che la maggior parte delle persone ritengono, i divorziati risposati non sono banditi irrimediabilmente dalla Chiesa, anzi sono accolti con benevolenza. La Chiesa non esclude né discrimina queste persone, che possono partecipare alla vita della comunità – seppur senza prender parte all'eucaristia – in altre maniere, come la messa.

 
02

È lecito, a determinate condizioni, concedere l'eucaristia ai divorziati risposati

FAVOREVOLE

Davanti al fallimento irrimediabile di un legame matrimoniale, di fronte ad una nuova unione civile dalla quale siano nati anche dei figli, la Chiesa non può misconoscere la bontà del nuovo matrimonio, nonostante esso non sia sacramentalmente valido, perché anche in una nuova unione possono essere rintracciati dei frutti di bene per le persone. È un bene innanzitutto per i coniugi che, non potendo più vivere in modo sereno e fruttuoso l'unione precedente, ritrovano adesso un nuovo slancio vitale e pace interiore. È un bene anche per gli eventuali figli avuti con il secondo matrimonio: possono contare sulla presenza stabile di entrambi i genitori. Non bisogna accentuare l'aspetto “legalistico” del matrimonio a discapito del sacramento. La Chiesa può e deve accompagnare quelle persone divorziate e risposate che desiderano riaccostarsi all'eucaristia attraverso un percorso che consideri attentamente il vissuto di ciascuno, senza giudicare in modo astratto e valutando caso per caso quali siano le azioni pastorali più efficaci, i tempi ed i modi affinché questo sia realizzabile.

CONTRARIO

L'indissolubilità del matrimonio comporta che colui il quale rompe il patto nuziale si autoescluda dalla comunione sacramentale. Non è lecito ammettere coloro i quali rinnegano il sacramento del matrimonio, che per la dottrina della Chiesa cattolica è indissolubile, all'eucaristia. Neanche l'autorità papale potrebbe contravvenire a questi dettami in quanto la dottrina cattolica è legge necessaria e universale, voluta e dettata da Dio, che non è pertanto a disposizione degli uomini di Chiesa, che devono custodirla ma non modificarla.

 
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Il rifiuto dei sacramenti è un atto discriminatorio che colloca la Chiesa lontana dalle problematiche del mondo

FAVOREVOLE

I cambiamenti che hanno investito la società odierna riguardano anche il modo in cui i fedeli cristiani guardano al matrimonio. La Chiesa non può non farsi carico del naufragio della vita coniugale di moltissime persone, accogliendo con misericordia coloro i quali hanno sperimentato un fallimento così doloroso. Nel dialogo tra la realtà ecclesiale ed il mondo contemporaneo infatti si possono trovare le soluzioni più adatte al problema e solo in questo modo è possibile realizzare pienamente gli intendimenti del Concilio Vaticano II (1962-1965) voluto proprio per consentire alla Chiesa di aprirsi alle nuove sfide che la modernità pone. Non riconoscere la necessità di questo salto di qualità che i fedeli cattolici chiedono insistentemente significa un clamoroso passo indietro per tutta la cristianità ed una perdita di credibilità della Chiesa tutta. Le parole d'ordine devono essere “accoglienza” e “perdono”: due parole che sembrano essere state dimenticate dalla gerarchia ecclesiastica. Il Sinodo straordinario sulla famiglia svoltosi nell'ottobre 2014 ha indicato la strada giusta da percorrere.

CONTRARIO

La Chiesa è nel mondo ma non è del mondo. Questo significa che, pur vivendo nella Storia e condividendo il cammino degli uomini, essa non ha il potere di modificare quelle cose che Gesù stesso ha indicato, e il matrimonio indissolubile ne fa parte integrante. La credibilità della Chiesa non dipende dunque dalle fluttuazioni delle società civili nel tempo, la sua credibilità si fonda sulla fedeltà con cui ripete incessantemente il messaggio salvifico di Cristo. Il sacramento del matrimonio è indissolubile e questa sua peculiarità viene prima di qualsiasi analisi di carattere sociologico. Il compito della Chiesa è infatti quello di custodire ciò che Cristo stesso ha lasciato in eredità e non ha il potere di modificare ciò che è stato stabilito per volontà divina solo perché storicamente una certa prassi sta mutando. Una possibile soluzione può essere quella di snellire i procedimenti di nullità matrimoniale perché realisticamente oggi molte persone si accostano al sacramento senza una coscienza chiara.

 
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L'indissolubilità del matrimonio è una “norma giuridica naturale”, non un semplice ideale

FAVOREVOLE

Il tema dell'indissolubilità del matrimonio viene fatto risalire all'insegnamento di Gesù quando, rispondendo a coloro che lo interrogavano sul fatto che Mosè avesse reso lecito il ripudio, ribadisce che la causa di ciò deve essere individuata nella durezza del cuore degli uomini. L'indissolubilità, che è uno degli aspetti costitutivi del matrimonio, non è un limite alla libertà degli sposi; anzi, al contrario, ne esalta la capacità di accoglienza, fedeltà, amore e sostegno reciproco. Esiste una dimensione naturale dell'amore che nel matrimonio cristiano trova il suo pieno compimento e la norma positiva che sancisce l'indissolubilità non è un “peso” ulteriore addossato agli sposi, né un ideale che dipende esclusivamente dalla capacità delle persone di portarlo a compimento, bensì è un riflesso della legge naturale e divina che addirittura precede lo stesso messaggio cristiano inscrivendosi nell'eterno disegno provvidenziale di Dio. Non comprendere questo carattere indissolubile del matrimonio significa non comprendere appieno neppure il matrimonio stesso.

CONTRARIO

Nell'accedere al sacramento del matrimonio molte coppie danno il loro assenso non avendo una coscienza chiara e adeguatamente formata riguardo a quello che reciprocamente si promettono e ritenendo che tutt'al più si tratti di un mero ideale da raggiungere. Questo significa che molti matrimoni possono essere dichiarati nulli dal tribunale ecclesiastico. Vivere una seconda unione coniugale “come fratello e sorella” è una prova troppo ardua e sproporzionata alle limitate capacità umane che solo persone dotate di una eccezionale forza di volontà riescono a realizzare. Ma la maggior parte delle persone non possiede queste capacità e non è in grado di raggiungere una condotta di vita ideale. L'ideale dunque non sempre è raggiungibile da tutti gli uomini, quello che viene chiesto è però di fare il maggior sforzo possibile per cercare di approssimarsi ad esso. La Chiesa infatti non è fatta per i puri ma è composta da peccatori che necessitano continuamente di essere perdonati.

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