Allevamenti industriali

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

La pratica dell’allevamento di tipo industriale (o intensivo) si è diffusa nella prima metà del ventesimo secolo (in Italia soprattutto a partire dal secondo dopoguerra) allo scopo di soddisfare la crescente richiesta di prodotti di origine animale, abbattendone nel contempo i costi. Tale pratica è dibattuta in diverse sfere: scientifica, etica, igienico-sanitaria, alimentare, ecologica ed economica. La discussione tocca diversi punti: la possibilità o meno che gli allevamenti di tipo industriale possano contribuire in modo sostanziale a risolvere il problema della fame nel mondo; se è rispettato il benessere degli animali all’interno dei suddetti allevamenti; la condizione igienico-sanitaria degli animali da allevamento intensivo all’interno delle strutture, al fine di comprendere i potenziali rischi o vantaggi per la salute dell’uomo.
Altro argomento riguarda la questione ambientale, ovvero quale impatto hanno tali allevamenti sull’ecosistema.
In ultimo, la questione economica: quali sono i reali costi degli allevamenti industriali?

 
01

Gli allevamenti industriali alimentano gli animali sprecando risorse naturali in grado, da sole, di sostenere la fame nel mondo e la crescente domanda di cibo

FAVOREVOLE

La crescita esponenziale della popolazione porterà a un aumento della fame nel mondo e a una esplosione della domanda di cibo, in particolare di prodotti di origine animale. Tale domanda dovrà essere soddisfatta in maniera sostenibile, soprattutto vista la disponibilità tutt’altro che illimitata delle risorse naturali che risulteranno progressivamente incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare.
Compito dei ricercatori e degli allevamenti è quello di garantire il diritto all’alimentazione grazie a due condizioni: l’accesso permanente al cibo (food security) e la disponibilità di cibo qualitativamente adeguato (food safety). In quest’ottica, la soluzione dell’allevamento industriale in grado di garantire una maggiore produttività a costi minori, sembra la soluzione più percorribile.
Si noti, inoltre, che in molte aree del pianeta l'unica pratica agricola è l’allevamento; popolazioni quali gli hinuit, i masai, i lapponi, gli indios andini e gli indigeni himalayani ricavano più del 90% del loro fabbisogno giornaliero di energia dai prodotti animali.

CONTRARIO

Il problema della fame nel mondo e della crescente domanda di cibo dovuta alla crescita esponenziale della popolazione riguardano la   distribuzione delle risorse. Le risorse di tipo naturale – tra cui quelle destinate all’alimentazione degli animali negli allevamenti industriali – sarebbero in grado di nutrire l’intera popolazione mondiale. Secondo i dati AVA (Associazione Vegetariana Animalista), la popolazione mondiale arriverà a dieci miliardi nel 2025 (A tale proposito si veda Franco Libero Manco, Allevamenti, alimentazione carnea e fame nel mondo, “flipnews.org”, 23 gennaio 2008). Di fronte all’inarrestabile incremento demografico, il genere umano sarà costretto ad attuare una scelta per la sopravvivenza: continuare a produrre alimenti per nutrire gli animali oppure cibo per gli esseri umani.
A testimonianza degli sprechi basti pensare agli Stati Uniti: il 70% della produzione di mais e l’80% della soia sono destinate agli allevamenti industriali. Ciò implica un grosso consumo di acqua: per produrre 2 etti di carne di manzo, occorrono 25mila litri di acqua.

 
02

I metodi produttivi utilizzati negli allevamenti industriali sfruttano intensamente gli animali non rispettando il benessere di questi ultimi

FAVOREVOLE

Il benessere degli animali è una priorità assoluta, anche economica per gli allevatori. Le migliori performance produttive si ottengono con soggetti animali non stressati e non impauriti.
Al contrario del crudele “stato di natura”, dove gli animali vivono atroci sofferenze, gli animali allevati in sistemi intensivi sono protetti dai predatori, curati e alimentati in maniera adeguata, sacrificati con sistemi messi a punto dalla scienza per non provocare alcun dolore. Seppure la gran parte degli animali è allevata nel mondo con sistemi industriali estensivi e semiestensivi, che prevedono una vita all’aria aperta per l’animale, va ricordato che molti possono essere mantenuti bene anche in modo confinato.
Un esempio di benessere animale si riscontra presso gli alpeggi di Asiago, dove la mortalità e la morbilità dei neonati e dei vitelli è vicina allo zero.

CONTRARIO

Lo stato di sfruttamento troppo intenso negli allevamenti industriali provoca stress continuo per gli animali, costretti a convivere in spazi affollati e ristretti e spesso sovralimentati per incrementare la produzione.
Nell’allevamento industriale bovino, ad esempio, è frequente il rischio di mastiti (l’infiammazione della mammella) dovuta allo sfruttamento intensivo dell’organo, mentre i vitelli, subito staccati dalla madre per non consumare il latte destinato alla produzione, sono allevati per sei mesi in stretti box da ingrasso, dove non hanno nemmeno la possibilità di coricarsi.
Secondo Slow Food, inoltre, il benessere animale è un parametro fondamentale per la sicurezza alimentare, dovrebbe essere un obiettivo prioritario per gli allevatori. Difatti, gli animali che vivono in condizioni ottimali sono più sani e meno stressati, quindi si ammalano più di rado e richiedono una minore somministrazione di farmaci.
Sul piano legale, il Trattato di Lisbona, sottoscritto nel 2009 dai paesi dell’Unione europea, riconosce ufficialmente agli animali lo status di esseri senzienti e obbliga gli Stati membri ad adoperarsi per adottare politiche il più possibile rispettose del loro benessere.

 
03

Il sovraffollamento e le carenti condizioni igieniche negli allevamenti industriali aumentano il rischio di malattie per animali, allevatori e consumatori

FAVOREVOLE

Aggiungere alla dieta degli animali in crescita antibiotici come la tetralina o la penicillina velocizza e aumenta la produzione di carne e, allo stesso tempo, diminuisce la mortalità animale. Se poi gli animali ricevono trattamenti a base di varie combinazioni di ormoni, tra cui estrogeni, progesterone e testosterone, la produttività risulta ancora migliore.
Sul piano salutare, l’umanità deve essere grata all’industrializzazione dell’allevamento, che ha garantito la possibilità di una maggiore diversificazione nella scelta alimentare. Ciò ha permesso di sopperire a carenze alimentari, precedentemente dovute alla scarsa accessibilità a certi cibi (ad esempio le donne incinte, a causa delle carenze alimentari, avevano la pelvi malformata, causa di travagli dolorosi e pericolosi).
Uno dei fattori principali che spiegano l’impressionante incremento delle aspettative di vita nei paesi ricchi, e ancor più delle aspettative di una vita sana, è proprio la diversificazione della dieta. Inoltre, la varietà è uno degli elementi che spiega il graduale incremento dell’altezza media di uomini e donne nel ventesimo secolo.

CONTRARIO

Lo stress, il sovraffollamento e le carenti condizioni igieniche presenti negli allevamenti industriali rendono gli animali più vulnerabili alle malattie, perciò vengono sottoposti, a intervalli regolari, a iniziazioni di vaccini e antibiotici, sostanze potenzialmente nocive per chi ne consumerà la carne. Inoltre, il livello di antibiotici usato negli allevamenti industriali contribuisce alla proliferazione di super batteri resistenti agli antibiotici, anch’essi nocivi.
Tra i pericoli riscontrati: lo staphylococcus aureus resistente alla meticillina (SARM) o stafilococco dorato (batterio mutante presente nei porcili industriali dell’America del Nord e dell’Europa), il batterio escherichia coli e l’influenza aviaria.
Uno dei casi più eclatanti è quello dell’encefalopatia spongiforme bovina (BSE, Bovine Spongiform Encephalopathy), malattia neurologica cronica, degenerativa e irreversibile che colpisce i bovini, diventata nota all’opinione pubblica come morbo della mucca pazza. La BSE fa parte di un gruppo di malattie denominate encefalopatie spongiformi trasmissibili (TSE) nocive per diverse specie animali, compreso l'uomo.

 
04

L’allevamento di tipo industriale danneggia l’ambiente: desertifica, inquina, riduce le risorse idriche e causa la perdita di biodiversità vegetale e animale

FAVOREVOLE

Coniugare qualità della produzione e riduzione dell’impatto ambientale negli allevamenti industriali è un obiettivo irrinunciabile per l’economia nazionale.
Il progetto LIFE+AQUA del CRPA (Centro Ricerche Produzioni Animali) di Reggio Emilia, coinvolge allevamenti intensivi di bovini e suini di cinque regioni del bacino padano-veneto-friulano e dimostra come la combinazione di tecnologie e pratiche di gestione innovative siano attuabili e sostenibili economicamente senza alcuna conseguenza sull’ambiente. In particolare, gli interventi dimostrano una riduzione di agenti inquinanti: l'azoto escreto dagli animali (ridotto attraverso l'ottimizzazione delle diete) e le perdite di nutrienti dai suoli alle acque durante le fasi di utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento.
Altra strategia è l’utilizzo di suini della genetica italiana ANAS (Associazione Nazionale Allevatori Suini), che ha come vantaggio il raggiungimento dei requisiti di conformità al peso partita previsto dai Disciplinari senza richiedere costose forzature alimentari.
Per quanto riguarda l’allevamento intensivo del pesce, le ultime tecnologie permettono la costruzione di gabbie in zone di mare lontane dalla costa per un minore inquinamento e benessere del pesce allevato.

CONTRARIO

Il modello di consumo sostenuto dagli allevamenti industriali ha devastanti conseguenze sull’ambiente: le emissioni di CO2 causate dal ciclo di produzione mondiale della carne sono tra il 18% e il 51% delle emissioni globali; le pratiche di allevamento contribuiscono in misura determinante al degrado dei terreni, favorendo la desertificazione, l’inquinamento, la riduzione delle risorse idriche e la perdita di biodiversità vegetale e animale.
La produzione intensiva di carne richiede grandi aree di terra per il pascolo e la produzione di mangimi animali: circa 3,5 miliardi di ettari di terra (il 26% del totale della terraferma) sono interessati dalla produzione animale. Circa 470 milioni di ettari sono destinati alla produzione di mangimi (un terzo delle terre arabili). Anche l’intensiva produzione di mangime animale (destinata ad alimentare gli animali negli allevamenti intensivi) ha un impatto ambientale devastante: l’allevamento del bestiame è responsabile di circa l’80% della deforestazione nella regione amazzonica.

 
05

I dati sull'impatto energetico degli allevamenti di Lord Nick Stern non sono attendibili

FAVOREVOLE

Le tesi di Lord Nick Stern, che tanto hanno fatto scalpore circa l'impatto energetico degli allevamenti, sono criticate dal mondo accademico per la non affidabilità dei dati che produce. Tra i tanti segnalo un intero libro che demolisce sistematicamente i suoi lavori (Peter Lilley, What is wrong with Stern? The Failings of the Stern Review of the Economics of Climate Change, GWPF Publications, 2012), qui di seguito riporto uno dei giudizi più emblematici: “Cherry picking unreliable studies. Stern draws heavily on non-peer reviewed and alarmist literature to paint an exaggerated picture of the key risks of global warming” ["Stern si richiama alla letteratura non peer reviewed e allarmista per dipingere un quadro esagerato dei principali rischi del riscaldamento globale", TdR]. Anche qui, vorrei precisare, nessuno intende negare il Global Warming ma semplicemente rifiutare "an exaggerated picture".

CONTRARIO

Le tesi di Lord Nicholas Stern dicono che fra qualche decina di anni mangiar carne sarà un lusso che pochi potranno permettersi.
Basta considerare alcuni dati:

1) l'impronta energetica della carne bovina è circa 45 volte quella del grano, mentre il suo contenuto energetico è circa due volte minore;
2) il consumo di carne per persona secondo gli ultimi dati disponibili è di 125 kg in USA, 92 in Italia, 54 in Cina e 4 in India: è sufficiente ricordare quanti abitanti hanno Cina ed India per capire che, fra qualche decennio, dovremo diventare sostanzialmente vegetariani.

 
06

Il modello degli allevamenti industriali è economicamente insostenibile per gli alti costi energetici, i danni per l'ambiente e la salute

FAVOREVOLE

Non sei d'accordo con questa tesi?

Controbatti
CONTRARIO

Gli allevamenti intensivi non sono sostenibili dal punto di vista economico.
Un primo costo è quello energetico. Infatti, l’elevato costo degli allevamenti intensivi li renderà sempre meno competitivi rispetto agli allevamenti classici, per il costante aumento del costo di energia (dopo l’esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili, la carne diventerà un prodotto raro e caro, accessibile solo alle persone abbienti, e gli ultimi consumatori della carne accetteranno di pagarla a caro prezzo).
Danni economici derivano anche dal settore occupazionale: lo sfruttamento intensivo dell’allevamento industriale, in mano alle multinazionali, elimina le fonti di reddito di milioni di contadini e piccoli agricoltori in tutto il mondo.

Altra tipologia di costi è quella sociale, ovvero i soldi spesi dai contribuenti per rimediare ai danni arrecati dall’allevamento industriale all’ambiente e alla salute umana.

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