Università, abolizione del numero chiuso

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

In seguito a una sentenza del Tar del Lazio dell'agosto 2017 che respinge la decisione dell'Università Statale di Milano di introdurre la formula del numero programmato per i corsi di laurea umanistici, si riapre nel nostro paese il tema del numero chiuso nelle università.
Nel nostro paese, l'accesso ai corsi universitari viene regolato dalla legge 264/1999, ma il Decreto Ministeriale n. 987 del 12 dicembre 2016 impone agli atenei determinati parametri da rispettare per tenere aperto il numero di iscritti, tra cui un numero non eccessivamente elevato di studenti per docente.
In molti sostengono che l'introduzione del numero chiuso in ogni facoltà rappresenterebbe non solo un modo per rispettare i parametri imposti dal decreto, ma anche una prima importante selezione meritocratica per l'ingresso alle facoltà.
Secondo il parere di altri, invece, il diritto allo studio deve essere garantito a tutti anche a livello universitario, anche in virtù del fatto che il numero di laureati, nel nostro paese, è in calo da molti anni.

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L'abolizione del numero chiuso nelle Università garantirebbe a tutti il diritto allo studio e aumenterebbe il numero dei laureati in Italia

FAVOREVOLE

L'Università deve dare a tutti l'opportunità di iscriversi e applicare la vera selezione durante il corso di studio. Il sistema del numero chiuso porta a essere meno selettivi negli anni successivi, dal momento che le università potranno contare già su un numero definito e stabile di iscritti (e dunque su un budget fisso) e assegneranno il diploma finale anche a chi non lo merita pienamente per evitare di aver sempre meno laureati e di perdere punti in classifica.
L'abolizione del numero chiuso serve anche a combattere la carenza di laureati nel nostro Paese: l’Italia è penultima in Europa per percentuale di laureati, seguita solo dalla Romania.
L’Università va aperta perché il futuro del nostro Paese dipende dalla forza di competere per innovazione e qualità nell’economia mondiale. Superare il numero chiuso non significa rinunciare a qualità ed eccellenza ma mettere sempre più studenti in condizione di usufruirne.
Lo stesso principio vale per tutte le facoltà, anche per quella di Medicina, dove al test d'ingresso è possibile sostituire test valutazionali durante il corso, non basati dunque sulla cultura generale ma sull'acquisizione delle prime competenze.

CONTRARIO

L'introduzione del numero chiuso è necessaria in ogni facoltà, dal momento che col Decreto Ministeriale n. 987 del 12 dic. 2016 il MIUR ha ridefinito il rapporto tra numero di studenti e numero docenti per poter accreditare i corsi di laurea.
Ma in generale, la qualità dei corsi sarà sempre maggiore se i professori non avranno troppi studenti da seguire. Inoltre, i test d'ingresso forniscono una prima reale occasione di acquisire consapevolezza sul percorso lavorativo da intraprendere.
A ciò va aggiunto che accettare tutti non serve ad aumentare il numero dei laureati: in Italia solo 55 su 100 arrivano alla laurea, mentre il 18% abbandona dopo il primo anno, proprio perché sbaglia scelta. Questo vale per tutte le facoltà. Se Giurisprudenza, ad esempio, avesse avuto più facoltà a numero chiuso negli ultimi vent’anni, oggi ci sarebbero meno professionisti avvocati sottoproletari mal pagati e in nero.
Per quanto riguarda Medicina, l'accesso programmato è un punto fermo del percorso per diventare medici: cancellarlo sarebbe un salto indietro nel passato, deleterio per il sistema sanitario italiano che è uno dei migliori al mondo.

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