Celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica d'Occidente

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

La questione del celibato dei sacerdoti cattolici di rito latino è da lungo tempo oggetto di dibattito sia all'interno della stessa Chiesa Cattolica, sia all'esterno, tra coloro che, pur non riconoscendosi come appartenenti alla Chiesa di Roma, sono incuriositi da questa forma molto particolare di vita. Il problema tocca vari punti nevralgici, a cominciare da quello storico, secondo cui la prassi celibataria nasce in un determinato momento della vita della Chiesa mentre prima era assente. Allo stesso modo all'interno della stessa Chiesa Cattolica vi sono usi differenti: i preti cattolici di rito orientale, infatti, per antichissima tradizione, possono essere ordinati anche se hanno contratto matrimonio. Nemmeno per costoro, tuttavia, è possibile sposarsi dopo aver ricevuto l'ordinazione e solo chi si è impegnato a vivere nel celibato può ricevere l'ordine episcopale. Le domande che quindi il celibato sacerdotale fa sorgere nei fedeli e nell'opinione pubblica sono, da una parte, se questa pratica sia ancora attuale ed adeguata all'età contemporanea ed un sostegno alla vita concreta del sacerdote, d'altra parte ci si domanda se la rinuncia al celibato non possa dare nuovo slancio apostolico all'azione dei preti, preservarli da alcune perversioni sessuali (ad esempio la pedofilia) cui la castità forzata li espone maggiormente, oltre ad essere uno svilimento della persona che assume su di sé quest'obbligo.

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01

Togliere l'obbligo del celibato garantirebbe un maggior numero di vocazioni al sacerdozio e minori deviazioni sessuali

FAVOREVOLE

La progressiva diminuzione del numero di vocazioni al sacerdozio non dipende dall'obbligo che essi hanno di osservare il celibato. Infatti, anche nella Chiesa orientale o nelle altre confessioni cristiane dove il clero è sposato, si assiste allo stesso fenomeno di crisi vocazionale. La causa va da ricercarsi, piuttosto, nella crisi che sta attraversando oggi tutta la fede cristiana. La secolarizzazione sempre più invasiva ed una diffusa cultura relativista mettono in crisi ogni tipo di vocazione. Le devianze del comportamento sessuale di un certo numero di sacerdoti derivano da una immaturità affettiva ed ancor più da una scelta vocazionale, in cui la decisione non è stata ponderata con sufficiente attenzione. La stragrande maggioranza dei sacerdoti infatti vive il proprio ministero presbiterale perfettamente inserito in un contesto comunitario in cui vigono rapporti di fiducia reciproca tre prete e fedeli. Esistono chiaramente delle insidie che cercano di minare la certezza della propria vocazione. Esse hanno radici psicologiche ed antropologiche e come tali vanno seriamente affrontate nel contesto dell'educazione dei seminaristi e nel dialogo serrato con i loro educatori.

CONTRARIO

Una persona giovane possiede un’immaturità affettiva che poi fiorisce in maniera armonica. In un contesto come quello del seminario invece, questa maturazione non può adeguatamente avvenire perché l'assenza di un rapporto con figure femminili che conducano progressivamente alla scoperta di sé, dell'alterità e della complementarietà reciproca, bloccano questa presa di coscienza che così rimane ferma ad uno stadio preadolescenziale. L'imposizione poi del celibato e della continenza forzata può alla lunga scatenare una forma di perversione sessuale che nel tempo sfocia nella pedofilia e nella violenza contro bambini e giovani. Inoltre, poiché la dottrina del celibato non ha alcun fondamento teologico ma solamente storico, la si può benissimo modificare a vantaggio di quella crisi delle vocazioni sacerdotali che oggi per la Chiesa Cattolica sta assumendo tratti sempre più allarmanti. Sulla scorta del modello della Chiesa orientale nelle comunità dove scarseggiano i sacerdoti, infatti, si possono ordinare sacerdoti i cosiddetti “probi viri”, uomini sposati di prova fede cattolica e di sani principi che possono svolgere adeguatamente il ministero presbiterale.

 
02

Il celibato imposto oggi non ha più senso, deve essere liberamente scelto

FAVOREVOLE

Il celibato”, ha affermato Papa Francesco durante la conferenza stampa dopo il viaggio in Terra Santa nel 26 maggio 2014, “è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa”.
Le parole del Papa fanno riferimento anche alla cosiddetta “legge sul celibato”. Nel Codice di Diritto Canonico del 1917, ripreso poi dal Nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, si afferma esplicitamente che esiste un impedimento all'ordinazione sacerdotale di un uomo già sposato tale per cui la sua ordinazione risulta illecita. Ma non bastano ovviamente motivazioni esclusivamente fondate su un punto di vista pragmatico: il sacerdote deve poter sperimentare un amore esclusivo e totalizzante per Dio e questo amore è ciò che permette di sostenere con gioia il peso della scelta celibataria. Il problema di fondo rimane la confusione che spesso si ingenera tra celibato come status civile e celibato come virtù. Mantenere il celibato nel senso strettamente civile del termine di persona non sposata e poi intrattenere rapporti di intimità con delle donne non è degno di colui che ha scelto la Chiesa e Cristo come orizzonte di tutta la sua vita.

CONTRARIO

Lo scorso maggio 2014 ventisei donne hanno scritto a Papa Francesco, donne accomunate da un elemento in particolare: tutte avevano una relazione con un sacerdote. In questa lettera chiedevano al papa di revocare l'obbligo del celibato, rendendolo facoltativo, e di permettere che i preti che vivono spesso queste relazioni in modo clandestino potessero farlo alla luce del sole. Ferma restando l'impossibilità che un sacerdote ordinato possa accedere al matrimonio, perché la condizione presbiterale è ritenuta superiore a quella matrimoniale e che dunque in certi casi occorre semplicemente una dispensa pontificia che però impone di lasciare l'ufficio sacerdotale, la “conversione” della Chiesa deve avvenire “a monte”. Occorre che la gerarchia abolisca la legge sul celibato che rendeva invalide le ordinazioni di uomini già sposati. In questo modo coloro che, pur avendo una famiglia, vogliono diventare ministri del culto, potranno farlo. Il rifiuto della sessualità che, come sostiene il teologo Vito Mancuso nell’articolo Il matrimonio è un diritto anche per i preti postato sul sito internet www.vitomancuso.it il 19 maggio 2014, aveva caratterizzato una certa fase della storia della Chiesa, deve oggi essere riscoperto per dare nuova linfa vitale alle vocazioni.

 
03

La legge canonica impone un obbligo che va contro la dignità delle persone

FAVOREVOLE

In un documento elaborato durante il Concilio Vaticano II (1962-1965) si trova la formulazione relativa al vincolo che unisce il sacerdozio al celibato e che dunque obbliga coloro che intendono ricevere l'Ordine Sacro a vivere in perfetta castità ed in perfetta continenza. Il documento Presbyterorum ordinis del 1965 verrà poi ripreso dal nuovo Codice di diritto canonico del 1983 che ribadirà in un canone (il n. 277) in maniera sintetica l'esito della millenaria tradizione della Chiesa. La vocazione sacerdotale, infatti, per potersi tradurre in un ministero operativo, necessita di un discernimento da parte del candidato, che scopre dentro di sé la chiamata ad una forma di vita che includa la scelta celibataria, un discernimento che però deve essere accompagnato ed approvato da coloro che guidano la Chiesa. Ecco perché l'accesso all'Ordine è ristretto a coloro che si sentono chiamati al celibato perpetuo e perfetto. Lungi dall'avere un valore legalistico, la norma, come ha ribadito il Magistero della Chiesa nel Sinodo dei vescovi del 1971, non è una coercizione ma conferma il valore della tradizione medesima oltre a garantire colui che liberamente ha scelto questa strada di vita.

CONTRARIO

Il celibato quando viene scelto liberamente è un grande dono per tutti. Ma non può diventare un obbligo ciò che si costituisce invece come un dono dello Spirito Santo. I due doni, che nel linguaggio della Chiesa vengono chiamati “carismi”, quello della chiamata al sacerdozio e quello del celibato, sono e devono restare distinti: è possibile vivere una vita consacrata nel celibato perfetto, e molte persone scelgono questa strada, senza per questo diventare sacerdote. Oppure, ed è il caso della Chiesa orientale, molti uomini sposati decidono di diventare preti perché si sentono chiamati alla vita presbiterale senza dover rinunciare per questo alle loro famiglie. Coloro che, già sposati, decidono liberamente di svolgere il ministero ecclesiastico non potranno che portare una ventata di arricchimento per la Chiesa intera perché la condizione matrimoniale renderà i presbiteri ancora più vicini al popolo di Dio. Una persona che non è sposata infatti non potrà mai sapere quali sono le dinamiche delle relazioni affettive tra le persone e non potrà accompagnare in modo proficuo tutte quelle coppie che decidono di costruire la propria famiglia attraverso il matrimonio.

 
04

Il celibato sacerdotale nella tradizione della Chiesa deriva da un dono libero di sé e non da un'imposizione

FAVOREVOLE

Il celibato sacerdotale è il frutto di un secolare discernimento della Chiesa Cattolica che ha voluto legare strettamente la vocazione al presbiterato ed il carisma del celibato. L'obbligo del celibato diventa legge canonica a partire dal IV secolo e una siffatta formulazione, rigorosamente codificata in una norma, non è altro che la traduzione giuridica di una pratica largamente diffusa: i legislatori ecclesiastici affermavano infatti che esisteva una tradizione che risaliva ai tempi degli apostoli. Il punto fondamentale da sottolineare è però il seguente: il clero dei primi secoli dell'epoca cristiana e fino alla metà del Medioevo era generalmente sposato e su questo non vi erano discussioni di sorta. Quello che veniva richiesto era che coloro i quali fossero sposati, in accordo con le proprie mogli, si astenessero dagli atti peculiari del matrimonio per svolgere in modo degno il servizio ministeriale che era stato loro affidato in virtù della consacrazione. Attraverso l'Ordine Sacro il sacerdote ha sposato Cristo e la Chiesa, e dunque non può vivere la vita matrimoniale con una donna senza rompere questo patto nuziale al quale egli ha liberamente dato il suo assenso.

CONTRARIO

Nel pieno dell'epoca medievale esistevano ancora sacerdoti sposati che svolgevano proficuamente il proprio ministero senza dover nascondere il fatto di avere una moglie. A Roma, addirittura, in epoca carolingia, viveva ancora un papa sposato: Adriano II. Nonostante l'introduzione di norme per il celibato, i preti continuarono comunque ad essere padri e mariti, anche se non in maniera manifesta come nel passato. La progressiva assimilazione dei vertici ecclesiastici al sistema feudale fece correre ai ripari la gerarchia cattolica costringendola ad adottare contromisure volte a limitare il più possibile l'ereditarietà dei beni ecclesiastici dei vescovi e dei presbiteri nei confronti dei propri figli. Con il celibato imposto non vi sarebbero più stati figli ad ereditare gli ingenti patrimoni che sarebbero ritornati nelle mani della Chiesa. La progressiva affermazione della disciplina celibataria, tuttavia, non sempre raccolse consensi, suscitando in alcune zone d'Europa perplessità di tipo dottrinario tra i vescovi, fino ad arrivare al dissenso più completo, manifestato con dispute molto accese, alcune delle quali sfociate anche in aperte manifestazioni di violenza.

 
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Nel Nuovo Testamento sono contenuti tutti gli elementi che giustificano il celibato sacerdotale

FAVOREVOLE

Il celibato dei sacerdoti si fonda sull'insegnamento evangelico. Nei testi di Matteo, Marco e Luca è Gesù stesso che indica la via da percorrere a coloro che vogliono seguirlo per essere suoi discepoli e testimoni: essere come lui. Egli infatti visse la propria missione in uno stato verginale e la richiesta di sequela che egli faceva ai suoi discepoli, i quali avrebbero dovuto abbandonare ogni cosa a causa sua, conteneva la promessa della vita eterna ma anche il centuplo in questa vita, ossia la possibilità di iniziare a pregustare la bellezza del paradiso vivendo la quotidianità dell'esistenza. È su questo modello che la Chiesa latina ha fondato la propria tradizione, che viene fatta risalire addirittura a Cristo stesso. Successivamente, anche nelle lettere di Paolo si fa riferimento alla condotta di vita casta che è una prerogativa fondamentale per essere un buon presbitero ed un buon Vescovo: il rischio altrimenti è quello di vivere una sorta di scissione personale, una divisione del cuore che si porta dentro colui che è chiamato a svolgere il ministero sacro. Il consiglio di Paolo è quello di non prendere moglie per dedicarsi totalmente all'annuncio del Vangelo.

CONTRARIO

Nel Nuovo Testamento non si parla del celibato ed anche chi si rende “eunuco” per il regno dei cieli lo fa in forza di una sua libera decisione, non costretto da un obbligo di legge. Anche Pietro, colui che venne scelto da Gesù come primo papa, aveva una moglie, perché nei Vangeli viene citato l'episodio della suocera di Pietro ammalata e successivamente guarita da Gesù (Mt 8, 14-15; Mc 1, 29-31; Lc 4, 38-39). Inoltre, quando Gesù esortava ad abbandonare tutto per seguirlo, non voleva intendere letteralmente di abbandonare al proprio destino la moglie o i figli. Quello che egli voleva che i propri discepoli abbandonassero era la bramosia delle cose terrene per convertirsi alle ricchezze celesti. San Paolo, nelle sue Lettere, rivolge a vescovi e presbiteri consigli sul buon comportamento da tenere con moglie e figli: ciò è segno che il celibato ecclesiastico era tutt'altro che una norma voluta da Gesù stesso. Emerge tutt'al più un invito alla continenza e al mantenimento della fedeltà coniugale. Egli, inoltre, mette sullo stesso piano la capacità educativa del vescovo, o del sacerdote, verso i propri figli con la capacità di saper guidare bene la comunità che gli è stata affidata.

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