Processo di integrazione europea

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

Il processo di integrazione europea inizia nel 1951 con la fondazione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). La Comunità Europea, poi divenuta Unione Europea in seguito alla ratificazione del Trattato di Maastricht del 1992, ha conosciuto fasi sia di approfondimento (delle materie di competenza sovranazionale) sia di allargamento (all’adesione di nuovi Stati membri). La progressiva realizzazione della UEM (Unione Economica e Monetaria), culminata con l’adozione dell’euro, ha messo in rilievo il deficit democratico dell’Unione Europea. Con l’espressione deficit democratico si intende la scarsa trasparenza e rappresentatività delle istituzioni europee, percepite come inaccessibili ai cittadini europei.
La crescente affermazione di movimenti e partiti nazionalisti ed euroscettici in vari stati membri riaccende il dibattito politico sull’integrazione europea.

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Il processo di integrazione europea ha garantito la pace nel vecchio continente e costituisce un argine al nazionalismo e al populismo

FAVOREVOLE

Il processo d’integrazione Europea ha garantito pace, benessere e stabilità per mezzo secolo. Oggi una guerra tra Francia e Germania sarebbe impensabile, mentre prima del 1945 Francia e Germania hanno combattuto tre guerre in 70 anni. Non a caso nel 2012 proprio l’Unione Europea è stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Oltre alla riconciliazione dell’Europa occidentale, dopo la caduta del muro di Berlino, l’azione dell’UE è stata determinante per indirizzare l’Europa orientale verso la democratizzazione. Tornare indietro verso una dis-integrazione dell’UE significherebbe tornare indietro ai nazionalismi e populismi, con esiti dannosi e imprevedibili.

CONTRARIO

L’Unione Europea è un paradosso politico: un’unione di Stati democratici che soffre di deficit democratico, che manca sempre più di legittimazione da parte dei cittadini europei. L’integrazione europea deriva da un preciso periodo storico: la necessità di pace dopo la Seconda Guerra Mondiale e la divisione del mondo in due blocchi ideologici, quello occidentale e quello orientale. Attualmente le persone che hanno vissuto la guerra si stanno progressivamente riducendo, e un conflitto tra Stati europei rappresenta una prospettiva definitivamente scongiurata. E’ necessario quindi riconoscere che la democrazia può esistere solo all’interno dello Stato-nazione. I partiti cosiddetti nazionalisti o populisti si limitano a voler riportare nelle mani dei cittadini i processi decisionali, gestiti da ignoti burocrati europei.

 
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Solo un’Europa unita può affrontare le sfide della globalizzazione

FAVOREVOLE

I singoli Stati europei, in un mondo globalizzato, non sono né in grado di competere con superpotenze come Stati Uniti (sempre più lontani dalla costruzione europea), Russia e Cina, né di affrontare le sfide del terrorismo e delle migrazioni.
L’UE è l’unico progetto politico in grado di governare la globalizzazione sulla base della teoria dell’economia sociale di mercato, verso una futura unità politica.
Al contrario, sono proprio gli Stati nazionali che, incapaci di gestire la globalizzazione, cercano di attrarre i capitali delle multinazionali tramite deregolamentazioni e incentivi fiscali.

CONTRARIO

Le politiche dell’Unione Europea s’inseriscono in un contesto di globalizzazione senza regole. L’UE ha perso ogni riferimento alle proprie radici storico-culturali per abbracciare l’ideologia liberista e globalista, che accentua le disuguaglianze e indebolisce gli Stati nazionali, senza creare un sistema valoriale, identitario e istituzionale alternativo.
L’altro lato della medaglia della globalizzazione è il regionalismo indipendentista, inizialmente incoraggiato dall’Unione Europea, nella medesima logica di indebolimento dello Stato-nazione. Quest’ultimo deve essere preservato, poiché le politiche sociali nazionali sono l’unico argine alla disgregazione sociale ed economica.

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