Politiche economiche del rigore

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

PRO\VERSI

Le politiche economiche del rigore sono state messe in atto dall’UE a partire dal 2009, quando la crisi economica originatasi negli Stati Uniti ha iniziato a contagiare l’Europa. Esse sono prevalentemente composte da una combinazione di tagli della spesa pubblica e innalzamento delle tasse. Il Sud Europa ha sperimentato maggiormente queste misure restrittive, essendo l’area geografica maggiormente colpita dalla crisi. Alcuni economisti sostengono che il rigore fosse necessario per ridurre il debito e mettere in sicurezza i conti pubblici, disincentivando politiche economiche eccessivamente espansive. Altri, invece, ritengono che tali politiche abbiano aggravato il contesto economico del Sud Europa, accrescendo le disuguaglianze e il malessere sociale.

 
01

In una fase economica recessiva, solo l'intervento statale consente la ripresa economica

FAVOREVOLE

L’intervento dello Stato aumenta il deficit, che a sua volta porta a un incremento del debito pubblico. L’eccesso di debito pubblico di alcuni Stati rappresenta proprio la principale causa della loro vulnerabilità rispetto alle turbolenze finanziarie dei mercati. La teoria della “public choice” (voce consultata in “econlib.org” il 24 ottobre 2016), secondo la quale gli attori politici perseguono i propri interessi egoistici esattamente come gli operatori del mercato, si è rivelata veritiera: basti pensare ai conti truccati della Grecia, oppure alla forte espansione della spesa pubblica a fini elettorali sia in Grecia sia in Italia.

CONTRARIO

Lo Stato dovrebbe supplire alle carenze del mercato, come illustrato dalla teoria keynesiana. Il sistema economico europeo non riesce a ritornare in equilibrio “da solo” a seguito della crisi economica. L’economia di mercato non si stabilizza da sola, tantomeno con politiche di austerity volte al taglio della spesa pubblica. La domanda di beni e servizi all’interno di un sistema economico (domanda aggregata) è insufficiente nei periodi di crisi. L’intervento dello Stato a sostegno della domanda aggregata serve a rilanciare i consumi, gli investimenti e l’occupazione, anche in deficit.

 
02

L’austerità porta ad un aumento delle disuguaglianze e del malessere sociale

FAVOREVOLE

La disuguaglianza non è un male in sé, dipende da dove deriva. Esiste una disuguaglianza positiva, che deriva dalla creazione di ricchezza (per esempio con la fondazione di un’azienda di successo), senza togliere nulla ai segmenti poveri della popolazione. Poi vi è una negativa, che deriva dalla mancanza di opportunità o dal capitalismo clientelare di matrice statale. Varie fasce della popolazione nei paesi dell’Europa meridionale hanno goduto di trasferimenti statali non giustificati, impedendo ai più poveri di poter beneficiare della spesa sociale. Questa disuguaglianza dannosa ha provocato l’inasprimento della crisi economica nei paesi mediterranei. La politica del rigore ha consentito di risanare i bilanci pubblici e di rimodulare la spesa pubblica, evitando abusi e sprechi.

CONTRARIO

I paesi periferici dell’Eurozona registrano un indice maggiore di disuguaglianza, accresciutasi ancor più durante la crisi economica. I tagli alla spesa sociale, imposti dalle politiche di austerità, penalizzano i redditi più bassi, impedendo la redistribuzione del reddito disponibile e frenando i consumi. L’incremento della disoccupazione e il crescente malessere sociale si ripercuotono sulle elezioni, che producono scenari parlamentari sempre più frammentati, com’è avvenuto in Grecia, Spagna e Italia. Per la salvaguardia dei diritti sociali, è necessario un maggiore intervento dello Stato nel sistema economico.

 
03

La riduzione del debito tramite politiche di rigore tutela le future generazioni

FAVOREVOLE

Il debito pubblico, accumulatosi in particolare in Grecia e Italia, verrà pagato dalle nuove generazioni. La generazione nata tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, percependo pensioni superiori rispetto ai contributi versati e beneficiando di una massiccia espansione del settore pubblico. Intervenire su chi ha avuto trattamenti previdenziali di favore è necessario per salvaguardare il futuro pensionistico delle nuove generazioni. Anche il prolungamento dell’età pensionabile, voluto dalla legge Fornero, rientra in questa logica. Per rendere sostenibile il sistema previdenziale, l’allungamento dell’aspettativa di vita deve coincidere con un allungamento della vita lavorativa. Solo in questa maniera si potrà riequilibrare il sistema previdenziale e garantire la pensione ai giovani di oggi. La riduzione delle nascite e l’invecchiamento della popolazione peggiorano questo trend, per cui sono aumentati i trattamenti pensionistici ed è diminuita la popolazione attiva.

CONTRARIO

Sicuramente alcuni paesi hanno attuato in passato una politica economica eccessivamente espansiva, ma non è con le misure di austerità che si salvaguardano le future generazioni. In Italia la legge Fornero ha danneggiato sia i giovani sia gli anziani: molti giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro perché gli ultrasessantenni hanno prolungato la loro vita lavorativa. Sarebbe indispensabile ideare forme di flessibilità pensionistica per l’uscita anticipata dal lavoro, o addirittura abrogare la legge Fornero, ritornando alla precedente legge Maroni. Qualunque ipotesi di prelievo sulle pensioni sarebbe controproducente non solo per i pensionati ma anche per i giovani, che spesso si appoggiano alle pensioni dei propri genitori o dei propri nonni, nel caso in cui siano disoccupati o il proprio reddito non basti. Solo la crescita economica e l’immissione nel mercato del lavoro dei giovani con contratti stabili può garantire loro una pensione.

 
04

Le politiche del rigore hanno risanato i bilanci dello Stato e hanno ridotto le inefficienze del settore pubblico

FAVOREVOLE

L’elevato debito pubblico di vari paesi europei che hanno sofferto la crisi, tra cui l’Italia, è stato anche dovuto alla malagestione dei conti pubblici. Nel 1980, il debito pubblico italiano ammontava al 54% del PIL per poi giungere al 120% nel 2011, poco prima dell’impennata dello spread tra BTP italiani e bund tedeschi. Grazie alle riforme attuate negli ultimi anni, in particolare dal governo Monti, il debito pubblico italiano è stato reso sostenibile, stabilizzando lo spread e tenendo il deficit sotto la soglia del 3%. Una revisione della spesa pubblica è stata, e sarebbe tuttora, indispensabile per ridurre gli sprechi nel settore pubblico. Esistono innumerevoli voci di spreco, ben evidenziate dall’ex commissario straordinario per la spending review, Carlo Cottarelli.

CONTRARIO

Dal 2008 in poi, le politiche rigoriste hanno peggiorato i conti pubblici degli Stati dell’Eurozona anziché migliorarli. Dopo otto anni di crisi, la crescita economica appare modesta, anche in paesi, come la Germania, che non hanno subito la recessione. L’austerità viene giustificata a partire dal paradigma della scarsità, secondo cui è la disponibilità delle risorse a condizionare la crescita economica. Invece le forze produttive possono e devono essere stimolate tramite investimenti pubblici, come provato dal successo della politica economica dell’ex presidente americano Roosevelt negli anni Trenta, basatosi sulle teorie dell’economista John Maynard Keynes. Nel caso dell’Italia, esistono fonti di spreco nel settore pubblico, ma ulteriori tagli rischierebbero di colpire anche la spesa pubblica produttiva, rallentando ulteriormente una crescita economica già fragile.

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